Tag: Carlo Reviglio della Veneria

«Ad Alessandria abbiamo salvato lo stato», ripete convinto. Ad Alessandria lo stato era minacciato da due detenuti che, catturati armi alla mano quindici ostaggi, pretendevano di mercanteggiare la vita dei prigionieri con la propria libertà. Guidò le operazioni. Ora rimpiange: «Purtroppo le guardie carcerarie ci avevano informato male, ci avevano detto che la porta si sfondava come un niente; su questo presupposto abbiamo deciso di fare un’operazione rapidissima, in modo da salvare il maggior numero possibile di ostaggi, o di salvarli tutti». Bilancio: sette morti e quattordici feriti.

Quando questo accadde, l’11 Maggio 1974, Carlo Reviglio della Veneria era diventato procuratore generale per il Piemonte e per la Valle d’Aosta da tre giorni. Aveva già deciso di prendere nelle sue mani anche l’inchiesta sul rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi sequestrato dalle Brigate Rosse, affidata al magistrato torinese della suprema corte di cassazione.

Alle spalle ha una lunga carriera. Nato a Torino il 3 Marzo 1906, entra in magistratura nel 1932. Sarà sostituto procuratore a Vercelli e parteciperà alla guerra di Liberazione con le formazioni “bianche”: con orgoglio ricorda che una studentessa lo ha citato nella sua tesi di laurea. Poi è a Roma, presidente della sezione penale presso la corte di cassazione. È tra i fondatori, nel 1961, dell’Unione Magistrati Italiani (UMI), che raggruppa la corrente più conservatrice della magistratura; ne diventa presidente il 6 Febbraio 1972. La nomina a procuratore generale di Torino giunge l’8 Aprile 1974. Un mese dopo torna in Piemonte.

Su come dovrebbe essere amministrata la giustizia nel nostro paese ha idee sbagliate, ma chiare. Il 17 Maggio 1975 così sintetizza il proprio punto di vista: «Sarebbe sufficiente sospendere per sei mesi l’applicazione del nostro codice e adottare le norme di quello sovietico: così si fucilerebbero gli scioperanti o si taglierebbero (si fa per dire) le mani ai ladri».

La linea rigida deve essere applicata in ogni situazione, asserisce. Più volte ripete che in caso di sequestro di persona è assolutamente contrario alla sospensione delle indagini, anche se a chiederlo è la famiglia del rapito. «Lo stato non può abdicare». Da più parti lo hanno accusato di essere «uomo del potere», un esecutore fidato. I suoi discorsi per le inaugurazioni dell’anno giudiziario hanno suscitato polemiche. Il 9 Febbraio 1975, nella relazione di fronte all’assemblea generale della corte di appello, fra l’altro ha detto: «In questo anno, notevole è stato purtroppo in tutto il paese l’incremento della delinquenza, triste ombra che accompagna la civiltà nel suo progressivo cammino e ne rivela le piaghe profonde. Si assiste così non solo al già più volte segnalato aggravamento della criminalità sotto l’aspetto qualitativo ed al suo diffondersi in strati della popolazione prima quasi immuni da ogni tendenza a delinquere, ma – ed è il lato maggiormente grave – ad un suo atteggiarsi a forme associative cospicue per numero di persone e per quantità di mezzi, scaltrite ed agguerrite nell’uso di ogni moderna tecnica, con ramificazioni estese anche oltre frontiera, capeggiate spesso da persone in possesso di particolare cultura e preparazione. Tali organizzazioni criminali che rivestono a volte carattere politico, o affermano di rivestirlo per procurarsi i mezzi per agire ed estendersi, compiono oltre ai reati più propriamente politici, delitti comuni gravissimi, quali rapine aggravate e sequestri di persona a scopo di estorsione, troppo spesso conclusi con efferate, inumane uccisioni». Prevenire il crimine, prevenire le cause che lo determinano, «richiede tempi lunghi e il fattore economico ha una importanza determinante sulla delinquenza per cui essa aumenta fatalmente in periodi di depressione, come quello che stiamo attraversando». Conclusione: «Per tali ragioni e senza trascurare l’opera di prevenzione certamente feconda oggi ci vediamo costretti a difenderci essenzialmente con l’arma della repressione. La paura che attanaglia i cittadini per l’incolumità loro e dei loro cari, suscitando lo sdegno popolare, ha finalmente indotto il legislatore a emanare nuove leggi sull’ordine pubblico e sulle armi, nonché quelle che aggravando le pene per alcuni reati li hanno anche sottratti al giudizio dei giudici popolari restituendoli al più severo esame della magistratura togata».

Pene severe, interventi rapidi. Ma in taluni casi il massimo rappresentante della pubblica accusa chiede l’intervento della cassazione per modificare sentenze. Capita alla conclusione del processo di appello dei clinici torinesi accusati di peculato «e altro». In primo grado sette medici erano stati assolti «perché il fatto non costituisce reato, per mancanza di dolo»; in appello altre quattro assoluzioni «perché i fatti non sussistono». «La differenza tra la formula di assoluzione adottata in prima istanza e quella d’appello creava, a giudizio di questo generale ufficio, una ingiusta disparità di trattamento tra i primi assolti ancora perseguibili per la restituzione delle somme asseritamente percepite a torto, e gli altri, e pregiudicava gravemente gli interessi della pubblica amministrazione».

Procuratore generale a Torino fino al 2 Marzo 1976, in pensione si trasferisce a Roma. Diventa presidente per l’Associazione per la tutela dell’Alto Lazio. Un giorno qualcuno getta una bomba-carta nel giardino di casa sua; in un opuscolo Autonomia Operaia lo definisce “il fascista Reviglio”: lui, ricorda il figlio, che «aveva fatto parte del CLN di Vercelli, insignito di medaglia d’oro per la Resistenza e aveva strappato prigionieri, anche ebrei ai nazifascisti». Muore il 3 Dicembre 1982.

  • 5 Maggio 1974

    Le Brigate Rosse diffondono un comunicato in cui chiedono il rilascio dei detenuti della 22 Ottobre per liberare Mario Sossi.

    Al comunicato brigatista contenente «l’infame ricatto» (come lo definisce la stampa) risponde il ministro dell’Interno Taviani con una dichiarazione lapidaria: «Non si tratta con i criminali».

    La classe politica è unanime nel respingere il ricatto brigatista. Il quotidiano “La Stampa” commenta: «È la prima volta che in Italia un gruppo di terroristi sfida lo Stato… Il ricatto è di una crudeltà sconfinata», e cedere significherebbe scardinare «i princìpi su cui si fonda lo Stato».

    L’UMI (la corrente di destra della magistratura alla quale aderisce Sossi, e il cui presidente è Carlo Reviglio della Veneria) si schiera con la linea della fermezza: no a qualunque cedimento al ricatto brigatista. Il procuratore generale Coco dichiara: «La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto, e il cedimento incoraggerebbe altre imprese criminali».

    Testo integrale del Comunicato n°4 sul Sequestro Sossi

    “Gli interrogatori del prigioniero Mario Sossi sono terminati. Abbiamo sentito la sua versione dei fatti, la sua autodifesa, la sua autocritica. Ora è il momento delle decisioni.

    In breve, tre sono i punti fondamentali:

    1. egli ha ammesso che il processo al gruppo 22 Ottobre è stato il frutto, velenoso, di una serie di macchinazioni controrivoluzionarie tendenti a liquidare sul nascere la lotta armata del nostro paese. Queste macchinazioni sono state progettate e messe in atto dalla polizia (Catalano – Nicoliello), dal nucleo investigativo dei carabinieri (Pensa), dai responsabili del SID (Dallaglio, Saracino) e coperte da una parte della magistratura (Coco-Castellano).
    2. Egli ha convenuto di essere ricorso ad un metodo vigliacco per incastrare senza prove molti compagni del 22 Ottobre. La costruzione del suo castello di accuse, infatti, poggiava non su prove ma su voci raccolte da piccoli artigiani della provocazione (Mezzani, La Valle, Astara, Vandelli, Rinaldi) e su deboli di carattere cinicamente ricattati (Sanguineti).
    3. Dopo aver ricostruito macchinazioni, modi di agire, tecniche e scopi della infiltrazione e riconosciuto le sue specifiche responsabilità nel processo di regime contro il 22 Ottobre, Mario Sossi ha puntato il dito contro chi, protetto dalla grande ombra del potere, lo ha pilotato in questa miserabile avventura: Francesco Coco, procuratore generale della repubblica.

    La borghesia, dopo aver lanciato un’offensiva repressiva senza precedenti e senza risultati contro la nostra organizzazione e contro il popolo, è costretta oggi ad ammettere di aver perso la partita tanto sul terreno politico che su quello militare. Il ricorso alle taglie è un anacronismo quasi ridicolo che denuncia la totale sconfitta degli uomini più abili di cui dispongono le forze di polizia. E sinceramente ci risulta difficile capire come qualcuno possa ragionevolmente credere di potersi godere, dopo un’eventuale delazione, quegli sporchi denari.

    Mario Sossi è un prigioniero politico. Come tale è stato trattato senza violenze né sadismi. Sono stati rispettati i principi della convenzione di Ginevra, come egli ha chiesto. Gli interrogatori sono stati da lui liberamente accettati e per questo sono stati effettuati.

    Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare, rispetto alla sinistra rivoluzionaria egli si è macchiato di gravi crimini, peraltro ammessi, per scontare i quali non basterebbero 4 ergastoli e qualche centinaio di anni di galera, tanti quanti lui ne ha chiesti per i compagni comunisti del 22 Ottobre.

    Tuttavia a chi ha potere e tiene per la sua libertà lasciamo una via di uscita: lo scambio di prigionieri politici. Contro Mario Sossi vogliamo libertà per: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De Scisciolo. Nulla deve essere nascosto al popolo. Dunque non ci saranno trattative segrete.

    Ecco le modalità dello scambio. Gli 8 compagni dovranno essere liberati insieme in uno dei seguenti paesi: Cuba, Corea del Nord, Algeria. Essi dovranno essere accompagnati da persone di loro fiducia. Mario Rossi dovrà confermare la avvenuta liberazione. Entro le 24 ore successive alla conferma dell’avvenuta liberazione degli 8 compagni – 24 ore che dovranno essere di tregua generale e reale – avverrà la liberazione anche di Mario Sossi. Questa è la nostra parola.

    Garantiamo la incolumità del prigioniero solo fino alla risposta. In una guerra bisogna saper perdere qualche battaglia. E voi, questa battaglia l’avete persa. Accettare questo dato di fatto può evitare ciò che nessuno vuole ma che nessuno può escludere.”

    Il comunicato viene sequestrato al “Corriere Mercantile” da Catalano, che lo trattiene per un giorno prima di mostrarlo a Grisolia e alla stampa.

    La famiglia Sossi, vista la mancata risposta dello Stato al ricatto, comincia ad avere paura.

    Grazia Sossi invia telegrammi al papa Paolo VI e al presidente Leone, col quale tenta invano più volte di mettersi in contatto.

    Al capo dello stato e presidente del consiglio superiore della magistratura On. Giovanni Leone. Invoco urgente et immediato intervento vostra massima autorità a favore di mio marito in gravissimo pericolo soltanto per avere compiuto scrupolosamente proprio dovere di magistrato della Repubblica stop Mie figlie supplicano et confidano vostra sensibilità uomo padre e magistrato affinché loro papà possa tornare a casa Grazia Sossi.

    Imploro alto intervento Santità vostra per vita mio marito stop Confido vostra illuminata parola possa salvare un innocente stop In preghiera assieme at mie bambine attendiamo con fede.

    Nel frattempo la polizia segue la “pista del mare”. A Genova la polizia trova una grotta con un letto all’interno, e circolano voci di alcuni uomini che se ne allontanano in barca.

    Qualche giornale coglie l’occasione per collegare le Brigate Rosse al mondo del contrabbando, con la malavita internazionale pronta a finanziarle.

    L’indagine del sequestro di Sossi viene trasferita a Torino al dottor Silvestro, che già si era occupato del sequestro Amerio.

    Lotta Continua ne dà un ritratto inquietante per quanto è ridicolo: viene definita persona esemplare un uomo che ha militato in organizzazioni fasciste, era entrato in magistratura negli anni Trenta restando fedelissimo del regime.

    La questura mette una taglia di venti milioni sui rapitori.

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