Angela Vai viene arrestata a Torino.
La polizia irrompe nella base torinese di Via Rossini, zona Nichelino, dove Angela Vai era andata per la prima volta.
Testi
- Pino Casamassima, Gli irriducibili. Storie di brigatisti mai pentiti.
Nasce nel 1951 a Rodella, in provincia di Asti, in una famiglia contadina molto povera, tanto che lei, la quinta, visto che non può lavorare nei campi come i suoi fratelli, viene mandata in orfanotrofio dalle suore.
Proviene da una famiglia antifascista: il fratello di sua madre era un partigiano ucciso dai fascisti nel 1945 (lo zio Angelo, che porta il suo stesso nome), e anche la nonna viene uccisa dai fascisti, massacrata di botte perché nascondeva in casa dei partigiani; altri due zii materni, operai all’officina Fiat chiamata «Stella rossa», erano stati licenziati su indicazione dei «guardioni» della fabbrica negli anni Sessanta.
Dalle suore oltre alle “sorelle” che le fanno dire le orazioni contro i comunisti, incontra anche una suora che le ha raccontato la storia dei partigiani massacrati a Boves dai nazisti, e una cuciniera che le ha insegnato l’importanza dell’ecumenismo e del dialogo interconfessionale tra cattolici e valdesi. Finché sulla soglia dei diciotto anni, durante un ritiro spirituale, un prete missionario arrivato dall’America latina non le ha parlato dei tupamaros e della guerriglia che può essere anche giusta.
Quando torna a casa comincia a lavorare a Torino come impiegata, e a casa cerca di far funzionare la famiglia che nel frattempo si è arricchita di altri due fratelli. Comincia anche a frequentare le scuole serali, dove conosce persone di Lotta Continua che la fanno appassionare sempre di più a temi come femminismo e diseguaglianze economiche.
Comincia a lavorare alla Seat e diventa rappresentante sindacale della CGIL. Organizza gli scioperi, e comincia anche a partecipare alla lotta per la casa. Sposta anche tutta la sua famiglia in una casa occupata, autoriducendosi bollette di luce e gas.
Si unisce alla Brigate Rosse nell’autunno del 1976, delusa dalla cosiddetta sinistra storica ma anche dalla nuova sinistra, che si dice rivoluzionaria ma non fa nulla per esserlo.
Partecipa alla gambizzazione di Antonio Munari, capofficina alle presse di Mirafiori, e all’omicidio del Presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino Croce.
Angela Vai non entra mai in clandestinità, e viene arrestata il 14 Dicembre 1979 a Torino.
Condannata all’ergastolo, nel 1994 Angela ha ottenuto un lavoro esterno. Nel 2002 ha avuto la libertà condizionata, ha sposato Raffaele Fiore e si occupa di musicologia a Piacenza.
La polizia irrompe nella base torinese di Via Rossini, zona Nichelino, dove Angela Vai era andata per la prima volta.
Testi
Le BR tornano a uccidere: la vittima è un avvocato. Un avvocato particolare: si chiama Fulvio Croce e ha cominciato a morire quasi un anno prima, quando il 17 Maggio 1976 era iniziato a Torino il processo contro la «banda armata denominata Brigate Rosse».
Tra gli imputati, alcuni nomi eccellenti dell’organizzazione, quali Pietro Bassi, Pietro Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Valerio De Ponti, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Tonino Paroli.
Il rifiuto dei brigatisti imputati di accettare la difesa d’ufficio minacciando vendette aveva fatto rinviare il processo al 3 maggio 1977.
Pochi giorni prima di quella data quindi, le BR colpiscono il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino. Croce ha settantasei anni e vive sulle colline torinesi. Il suo ruolo gli impone di risolvere la più grossa grana che gli sia capitata in cinquant’anni di professione: quella di nominare i difensori d’ufficio per i cinquanta brigatisti (di cui una trentina in carcere e una ventina a piede libero) nel “processone” contro le BR. I militanti della stella a cinque punte l’hanno detto chiaramente: nessuno assuma la nostra difesa, pena la morte, perché la rivoluzione non si processa. «Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati», aveva detto in aula Maurizio Ferrari, «ci professiamo combattenti, e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo, viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Considereremo gli avvocati che accetteranno il mandato d’ufficio collaborazionisti e complici del tribunale di regime. Essi si assumeranno tutte le responsabilità che ciò comporta di fronte al movimento rivoluzionario».
Nessun difensore quindi. Né di fiducia né d’ufficio. E senza difensori, niente processo. Chiaro. Inoltre, non si trovano giudici popolari. Chi riceve la comunicazione del Tribunale risponde con un certificato medico.
Nel suo studio in via Perrone, Fulvio Croce deve risolvere la grana degli avvocati: i dieci difensori d’ufficio che ha nominato hanno rifiutato in massa. Così manda nuove nomine e al primo posto della nuova lista scrive il suo nome.
Il 28 aprile, Croce esce con la sua FIAT 125 dalla sua abitazione in via Val Pattonera, raggiunge via Perrone, parcheggia come sempre dentro il cortile del palazzo, scende dall’auto e viene raggiunto dalle sue segretarie Gabriella e Tiziana, arrivate anch’esse in quel momento. Insieme si avviano verso le scale, quando dal cortile giungono tre persone: una si ferma sul portone d’ingresso, le altre due avanzano verso Croce. «Avvocato!». Il tempo di girarsi, e l’avvocato Croce riceve due pallottole. Gabriella si volta, sta per ridiscendere gli scalini che intanto ha salito: «Ferma o sparo», le intima una donna che le punta una pistola. Intanto Croce viene raggiunto da altri tre proiettili: alla fine se ne conteranno due alla testa e tre al torace. È tutto finito: le segretarie possono raggiungere il corpo dell’avvocato mentre il commando si dilegua.
«Qui Brigate Rosse, siamo stati noi a sopprimere il servo del potere capitalista Fulvio Croce, segue comunicato».
La telefonata arriva a «La Stampa» e all’ANSA, il processo alle BR salta e viene rinviato a data da destinarsi. I brigatisti in carcere firmano un documento che porta i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Tonino Paroli, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli:
Il primo degli avvocati di regime che si era assunto questo compito infame, Fulvio Croce, è stato giustiziato. Ribadiamo ancora una volta che chiunque accetta coscientemente il ruolo di agente attivo della controrivoluzione imperialista deve essere anche disposto ad assumersi sin da ora le sue responsabilità.
Fanno parte del commando che uccide l’avvocato Croce Angela Vai, Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa e Raffaele Fiore.
Testi
Poco dopo l’una di pomeriggio un commando di cui fa parte anche Angela Vai spara alle gambe di Antonio Munari, capofficina alle presse della Mirafiori.
Testi