Prima le “voci”, poi la calunnia che sale, impercettibile e inarrestabile. «Si dice che appoggi i brigatisti rossi»; «dicono che lui stesso sia un brigatista rosso»; «ci sono grossi indizi, quasi delle prove»; «è uno scandalo, non sono ancora stati presi dei provvedimenti».
Poi, in un piovoso pomeriggio dell’autunno 1974, la prima accusa che lascia sconcertati e sul significato della quale non sembrano esserci equivoci. Sono i carabinieri che tengono una conferenza stampa alla caserma “Cernaia” di Torino. Il comandante del nucleo speciale di polizia giudiziaria, tenente colonnello Giuseppe Franciosa, illustra i recenti successi ottenuti contro l’organizzazione clandestina: cattura «dei noti latitanti Renato Curcio e Alberto Franceschini», arresto o fermo di numerosi personaggi coinvolti in qualche modo con le bierre, fra questi sono state messe le manette all’avvocato Giambattista Lazagna e al medico Enrico Levati. Subito dopo l’ufficiale aggiunge: «Si potranno finalmente colpire anche i fiancheggiatori delle Brigate Rosse, che hanno tra loro gente di livello culturale e sociale notevole e che possono contare su complicità nell’ambito della pubblica amministrazione dello stato». Non fa nomi, ma il mistero a nessuno pare impenetrabile.
Passano cinque mesi, poi anche il nome non è più nascosto: Ciro De Vincenzo, giudice istruttore in Milano. Firma le accuse contro di lui il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. I pilastri portanti del dossier inviato alla procura generale di Torino sono le registrazioni dei colloqui tra Enrico Levati e l’agente provocatore Silvano Girotto; le segnalazioni contenute nelle “memorie” inviate al giudice Caselli da Mario Sossi; una serie di appunti su atti istruttori compiuti dal magistrati e trovati nella base rossa di Robbiano di Mediglia.
Ciro De Vincenzo è napoletano. Quando scoppia la tempesta ha 38 anni. Alle spalle ha un passato ordinato, pulito. Dapprima è funzionario della corte dei conti, poi magistrato, a Firenze. Al palazzo di Giustizia, a Milano, arriva nel 1968. Non fa parte di alcuna corrente della magistratura, ma è di idee progressiste. Di lui è stato detto:
«Ha sempre interpretato la legge con vasta apertura mentale e in senso democratico, senza venir meno ai suoi doveri»
Enrico Levati lo definisce «giudice democratico». Nel 1974 il consiglio superiore della magistratura lo pone sotto inchiesta: gli viene rimproverata una certa lentezza nello sviluppo dell’istruttoria sulle Brigate Rosse. Le sue risposte sono considerate soddisfacenti, nei suoi confronti non mancano espressioni di compiacimento dei commissari.
È il 17 Marzo 1975 quando viene lanciata una nuova accusa, sottoscritta stavolta dal Generale Dalla Chiesa. Un lungo rapporto è consegnato nelle mani del procuratore generale di Torino. La sostanza della denuncia è: connivenza con le Brigate Rosse. Il documento da Torino passa alla procura generale di Milano; da qui alla corte di cassazione e, infine, ancora a Torino corredato da tre «ipotesi di reato»: interesse privato in atti d’ufficio, rivelazioni di segreti d’ufficio, ritardo in atti d’ufficio. Le reazioni alle accuse sono decise prese di posizione. De Vincenzo si astiene dall’inchiesta con una lettera al consigliere Antonio Amati nella quale sottolinea di essere «fermamente intenzionato a tutelare adeguatamente la mia onorabilità». Amati aggiunge: «Conosco bene il dott. De Vincenzo, ha tutta la mia stima. Si tratta di un magistrato preparatissimo. Le accuse contro di lui sono assurde». Soddisfatti, e di ciò non fanno mistero, i rappresentanti della destra che, misurando con metro consueto, vedono nell’accusa la prova della colpevolezza. Poco meno di un mese più tardi sono le Brigate Rosse a farsi vive con un comunicato nel quale, fra l’altro, precisano: «Nessun militante delle BR ha pubblicamente o confidenzialmente espresso giudizi sui magistrati De Vincenzo e Viola. Tanto meno ne ha espressi l’organizzazione, dopo quelli, pesanti, certo poco lusinghieri, successivi ai “safari” del Maggio 1972. Non ci sono “magistrati buoni” o “magistrati cattivi”. Ma neppure ci sono magistrati e basta. È indiscutibile che lo scontro di classe che lacera il regime produce i suoi effetti anche dentro questa categoria di lavoratori tradizionalmente asservita al volere dei potenti. L’UMI non è Magistratura Democratica, per intenderci».
Soltanto nel Febbraio inoltrato del 1976, e dopo incredibili reticenze, filtra la notizia che l’istruttoria è conclusa: «Ciro De Vincenzo non è un brigatista rosso».
Lascia la toga Lunedì 17 Dicembre 1979, dopo un ennesimo scontro con il Generale Dalla Chiesa, per diventare notaio a Milano.
Di lui Franceschini dice:
«Avevamo stabilito un rapporto particolare durante la sua inchiesta sulla morte di Feltrinelli. Tramite il giro di «Controinformazione», ci aveva fatto sapere che era interessato ad avere la nostra versione dei fatti.
De Vincenzo sapeva che anche voi stavate indagando sulla morte di Feltrinelli?
Lo sapeva e voleva che lo aiutassimo: «Anche voi siete interessati alla verità», era il messaggio che ci aveva fatto pervenire. Ci aveva chiesto un incontro. A lui piaceva andare in barca e, nell’estate 1973, invitò me e Renato nel Sud Italia, «così mi spiegate come sono andate le cose». Non ci andammo, sarebbe stato tutto molto complicato e rischioso. Preferimmo mandargli una nostra relazione sul caso Feltrinelli. In effetti, era un po’ insolito che un magistrato ospitasse in barca due latitanti capi brigatisti. Noi pensavamo a lui come a un magistrato molto particolare, diciamo che, in qualche modo, aveva fiducia in noi, ci difendeva.»