Tag: lavoro

  • Citazioni di Ernest Hemingway: Mi piacciono due cose

    Citazioni di Ernest Hemingway: Mi piacciono due cose

    “Mi piacciono due cose sole oltre il lavoro, una è cattiva per il lavoro e l’altra dura mezz’ora, o un quarto d’ora, qualche volta di meno”

    Ernest Hemingway, Addio alle armi

  • C’è lavoro e lavoro

    C’è lavoro e lavoro

    C'è lavoro e lavoro

    C’è una frase che gli Italiani, e ancora di più i cittadini di Brescia, dovrebbero imparare. Ripetersela come un mantra.
    C’è lavoro e lavoro”.
    La frase che è nata sull’onda della resistenza alle grandi opere, dalla TAV in Val Susa fino all’Expo di Milano, è una delle forme di resistenza più alte mai partorite.
    Troppe volte ci hanno intrappolato dicendoci che i cittadini dovevano sacrificarsi ai posti di lavoro.
    La salute, sacrificata ai posti di lavoro.
    Il nostro territorio, sacrificato ai posti di lavoro.
    Sembrava che il lavoro ci avrebbe salvato da tutto. Ci avrebbe reso liberi.
    Mai menzogna fu più grande.
    Il boom economico è morto e sepolto, ci sono rimaste soltanto le ceneri sparse sull’arido terreno di questa crisi economica.
    Per troppi anni l’Italia si è svenduta al lavoro come scusa.
    Per troppi anni Brescia si è immolata sull’altare del lavoro.
    Dobbiamo imparare queste cinque parole. Ripetercele fino alla nausea. Troppe volte non sono state pronunciate, in risposta a “Stiamo creando posti di lavoro”.
    La Caffaro ha offerto posti di lavoro ai Bresciani. Gli operai avrebbero dovuto dirlo. “C’è lavoro e lavoro”. Il PCB non appesterebbe buona parte della città.
    L’industria del tondino ha offerto migliaia, milioni, di posti di lavoro. Anche quegli operai avrebbero dovuto rispondere “c’è lavoro e lavoro”. L’acqua e l’aria di Brescia non ci avvelenerebbero.
    Dobbiamo impararlo, prima che sia troppo tardi. “C’è lavoro e lavoro”.
    C’è il lavoro che mantiene le famiglie, che ci nobilita, che ci rende liberi. E c’è il lavoro che devasta i luoghi in cui viviamo, che pregiudica il nostro futuro. Che ci uccide. Che nega la sopravvivenza dei nostri figli.
    C’è lavoro e lavoro
    Oggi, primo maggio, ricordiamo le conquiste dei lavoratori, l’impegno dei sindacati per il raggiungimento di una condizione migliore. Ma sembra che abbiamo dimenticato cosa ci ha portato qui. Perché celebriamo questo primo Maggio. Ci sono ancora forme di lavoro che uccidono la nostra città e la nostra provincia. Le grandi infrastrutture, come la Brebemi e la TAV. Le grandi industrie, che con la complicità delle istituzioni avvelenano la nostra acqua e la nostra aria. E noi siamo ciechi e sordi. Abbiamo smesso di lottare. Abbiamo smesso di celebrare degnamente la nostra Festa del Lavoro.
    A Chicago, i primi giorni di Maggio del 1886, gli operai della McCormick si ritrovarono davanti ai cancelli della fabbrica per dire “C’è lavoro e lavoro”. La polizia sparò sulla folla, uccidendo operai e ferendo i manifestanti. Quattro sindacalisti e quattro anarchici furono arrestati per avere organizzato la manifestazione. Uno fu condannato a quindici anni di carcere. Gli altri sette furono impiccati. Da questo episodio nasce la Festa del Lavoro.
    Da li siamo arrivati a questo primo Maggio. 128 anni dopo, non dobbiamo dimenticare che è la lotta a salvarci. A renderci migliori. “C’è lavoro e lavoro”. Albert Parsons, uno degli impiccati, appena prima di morire, mentre la corda del boia gli toglieva gli ultimi respiri, disse: “Lasciate che si senta la voce del popolo”.
    Prima che la corda fatta di bugie di questa gestione del nostro Stato si attorcigli attorno ai nostri colli e a quelli dei nostri figli… Impariamo queste cinque parole. “C’è lavoro e lavoro”. “C’è lavoro e lavoro”. Diciamolo tutti insieme, da oggi fino a a che non sarà il motto della nostra nuova economia. “C’è lavoro e lavoro”. Lasciate che si senta la voce del popolo.

  • Il fumo si dissolve nell’aria

    Il fumo si dissolve nell’aria

    Il fumo si dissolve nell'aria | Aforismi di un pazzoUn click secco ma leggero, come un motivetto cantato sottovoce.
    Il rumore dell’ossigeno che brucia, della combustione della fiamma.
    Il primo filo di fumo, che sa di novità e cose mai fatte.

    Benvenuto in questo abisso.

    Scoprire il mondo, amare i propri genitori come se fossero eroi. Imparare a conoscere le cose che ci circondano, imparare a scrivere, a leggere, che il Sole è una stella. La differenza tra il bene e il male.

    Uno schiocco di labbra, un’aspirazione lenta e intensa, il sapore del tabacco, un’espirazione controllata, il fumo che si dissolve nell’aria. (altro…)

  • Casa Chiusa Italia

    Casa Chiusa Italia

    Quest’Italia è diventata strana. Io cerco di capirla, mi impegno, prendo le giuste distanze, eppure crollo e isso bandiera bianca.

    C’è un Italia a pezzi di gente che impazzisce per trovare un modo di arrivare a fine mese. Gente che nonostante abbia un lavoro nel tempo libero ne trova un altro, possibilmente in nero, per pagare la casa, la macchina, da mangiare. Gli extra non esistono più.

    Poi c’è un Italia che vive una vita diversa, quasi extra-terrestre. Fatta di festini, droga e sesso. Soprattutto sesso.
    Questi ministri, condutturi, opinionisti, faccendieri, imprenditori, “agenti” sembrano adolescenti in piena tempesta ormonale.
    Si comprano diciottenni-ventenni per serate di sesso spinto, con cui possono fare ciò che vogliono, con cui possono dimostrare di avere il potere. E ce l’hanno, se possono farlo. Perchè non è nemmeno una questione di soldi.

    Almeno le care vecchie puttane facevano sesso sorridendo, perchè in fondo il loro lavoro gli piaceva. Perchè era un modo per arrivare a fine mese, per mangiare, per vivere (quando non era in mano alla malavita organizzata, perlomeno). E nelle case chiuse, udite udite, pagavano pure le tasse al buon vecchio Stato Italiano. Che era democristiano fino al midollo, ma mica stupido.

    E questi settantenni arzilli imbottiti di Viagra, col loro arnese in mano e una bellezza mozzafiato davanti, con la loro pelle rugosa, il loro odore di vecchiezza, senza ormoni se non quelli artificiali?

    Che tristezza, questa classe politica. Più gratti via la patina che ci pompano le televisioni e più scopri il vomitevole che vi si nasconde sotto.
    E che tristezza questo popolo italiano. Che non fa nulla, che non si indigna, che non si interessa. Che anzi sorride, perchè il nostro Grande ed Eminente Premier riesce ancora a farselo venire duro per dare una botta alla escort di turno.

    Chi gliele paga le telefonate da Palazzo Chigi, fratelli? Sicuramente noi. Chi gliele paga a quella gente le notti di sesso che noi poveri mortali non riusciamo nemmeno a sognarci nei nostri sogni più spinti. Magari non noi. Ne hanno a pacchi di soldi, quelli. Ma le escort non vanno per soldi. Vanno per potere, per opportunità politica (D’Addario & C. candidate vi dice nulla?!??!), per interesse.

    E quel potere, quelle opportunità politiche, quegli interessi vengono da noi, dalle nostre mani, dal nostro voto.

    E se per avere la Carfagna avessero escluso un nuovo Moro o un nuovo Berlinguer?

    Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior; ma queste merde sono merde vecchie, e le merde vecchie sono sterili. Nonostante il Viagra.

    Via del Campo
    Fabrizio De Andrè

  • Il bambino sul baratro

    Il bambino sul baratro

    Sospesi sul baratro del nostro passaggio all’età adulta. Spaventati da una profondità e da rischi che nemmeno avremmo immaginato. Mollata l’università, la scuola dove i docenti ti insegnano a smettere di sognare.

    Accolto a braccia aperte il mondo del lavoro, il mondo dove i sogni sono stati annegati nella Quotidianità. Poche speranze di tirare avanti come si è sempre fatto finora. Poche speranze nei sogni. Sogni. Infranti con forza. Tutto come da copione. Rimane una macchina insensibile di nome Abulafia ad accogliere la parte di noi che si sta liquefacendo.

    Abulafia, l’unico non-essere a conoscere la nostra rabbia di gabbiani in gabbia. Gabbiani che sapevano volare, gabbiani a cui prima hanno tarpato le ali e a cui poi le hanno spezzate con violenza.

    Giusto per non correre rischi inutili.

    Lettera dopo lettera, come un Demiurgo malato di insonnia che non sa più che fare per tirare avanti. Un Demiurgo fallito, che forse starebbe meglio in gabbia, al posto di quel famoso gabbiano.

    Il baratro è a un passo. Il nostro io bambino ci intima piangendo di non avanzare oltre. Naturalmente non vuole morire. Solo un passo, solo un semplice passo.

    Soldi, soldi, soldi.

    Per pagarci scampoli di libertà, ore d’aria a pagamento dalla gabbia che rinchiude il nostro gabbiano. Cerchiamo la droga per esiliarci e avere visioni. Ma non siamo Toro Seduto. Siamo la speranza del ventunesimo secolo, siamo le nuove generazioni.

    Identiche a quelle precedenti.

    Forse qualcosa peggio. Abbiamo cinquant’anni in più di educazione televisva sulle spalle. E non è poco. Cinque, otto, dieci ore al giorno poter comprare. Libertà, libertà, libertà. Dove?

    E’ tutta una gabbia… Non c’è più via d’uscita. Il nostro io bambino, quello che ancora sa qualcosa dei sogni, ci guarda triste, ma credo che abbia compreso. Non c’è speranza. Solo un modo per andare avanti e sopravvivere. Lo guardiamo per l’ultima volta. Gli passiamo una mano affettuosa nei capelli, ricordandogli che non avevamo scelta.

    E poi una spinta decisa. Il nostro io bambino non emette alcun suono, mentre vola nel baratro profondo e infinito della dimenticanza. Benvenuto nella vita adulta, uomo.

    Eskimo
    Francesco Guccini