Tag: petrolio

  • La vera prigione

    La vera prigione

    Gli eroi più grandi sono quelli che nessuno conosce. Quelli che non vengono ricordati dai media o dai post su Facebook.

    Gli eroi più grandi sono quelli che si sacrificano per il bene comune, che sacrificano il loro tempo, le loro risorse, le loro energie. La loro vita.

    Ken Saro-Wiwa era un poeta. Uno scrittore. Un produttore televisivo. Era nato a Bori, in Nigeria, nel 1941. Aveva una vita tranquilla, soddisfacente. Realizzata. Era celebre nel suo paese, aveva fatto lavori importanti nella pubblica amministrazione (autorità portuale e pubblica istruzione). Che altro voleva di più?

    Ken Saro-Wiwa voleva che le popolazioni del Delta del Niger (in particolare l’etnia Ogoni, che rappresenta la maggioranza in quel territorio) potessero far prosperare le loro colture di sussistenza, che potessero far sopravvivere il loro delicato ecosistema. Voleva che le perdite di petrolio delle multinazionali non distruggessero la sua terra, la terra dove era nato, che amava. Non voleva l’ambiente distrutto per miseri soldi.

    Nel 1990, appena uscito dal carcere per una detenzione di alcuni mesi per cui non è stato celebrato nessun processo, guida il Moviment for the Survival of the Ogoni People (MOSOP) ad una manifestazione con oltre 300.000 persone.

    Nel Maggio del 1994 viene arrestato una seconda e una terza volta, con l’accusa di omicidio, insieme ad altri 8 attivisti del MOSOP. Non passa anni in carcere come il Nelson Mandela dell’apartheid. Non scrive “Le mie prigioni” come Silvio Pellico. Ken Saro-Wiwa viene impiccato, il 10 Novembre 1995. Non negli anni ’50, 17 anni fa. Non da una dittatura fascista, militarista e violenta, ma da un governo “democratico” appoggiato dagli Stati Uniti, quelli della Libertà Infinita. Insieme a lui vengono impiccati gli altri 8 attivisti.

    Sul patibolo, prima di morire, dice:

    “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”

    L’anno dopo, nel 1996, l’avvocato del Center for Constitutional Rights di New York, Jenny Green, avvia una causa contro la multinazionale del petrolio Shell, per dimostrare un loro coinvolgimento nell’esecuzione dello scrittore nigeriano.
    Il processo comincia nel Maggio 2009. La Shell patteggia immediatamente, accettando di pagare un risarcimento da 15 milioni e mezzo di dollari. Per aiutare il processo di riconciliazione, dicono, mica perché sono colpevoli.

    Ken Saro-Wiwa è un simbolo, oltre che un eroe e un grande artista.

    Il simbolo della lotta delle popolazioni contro lo strapotere delle multinazionali. Il simbolo della difesa dell’ambiente, della salute, della sopravvivenza di molti contro il guadagno economico e lo sfruttamento di pochi.

    Ken Saro-Wiwa, la sua vita e soprattutto la sua morte ci possono insegnare molto. Ci possono insegnare a capire qual’è la vera prigione. Può insegnarci a liberarci.

    Non i mass-media. Per loro quelli del Delta del Niger si chiamano pirati. Non partigiani.

    Se difendiamo l’ambiente in cui viviamo con le nostre energie e la nostra rabbia contro gli interessi particolari… Siamo tutti Saro-Wiwa. Come la Rete Antinocività Bresciana.

    “La vera prigione”
    Ken Saro-Wiwa

    Non è il tetto che perde
    Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
    Nella umida, misera cella.
    Non è il rumore metallico della chiave
    Mentre il secondino ti chiude dentro.
    Non sono le meschine razioni
    Insufficienti per uomo o bestia
    Neanche il nulla del giorno
    Che sprofonda nel vuoto della notte
    Non è
    Non è
    Non è.
    Sono le bugie che ti hanno martellato
    Le orecchie per un’intera generazione
    È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
    Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
    In cambio di un misero pasto al giorno.
    Il magistrato che scrive sul suo libro
    La punizione, lei lo sa, è ingiusta
    La decrepitezza morale
    L’inettitudine mentale
    Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
    La vigliaccheria travestita da obbedienza
    In agguato nelle nostre anime denigrate
    È la paura di calzoni inumiditi
    Non osiamo eliminare la nostra urina
    È questo
    È questo
    È questo
    Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
    In una cupa prigione.

     


    A sangue freddo
    Il teatro degli orrori

  • La mia Africa

    La mia Africa

    Gino Filippini era il cugino di mio padre. Lo sentivo nominare da quando ero bambino, si dicesse fosse una persona famosa. Io sinceramente non l’avevo mai sentito nominare. Faceva il missionario in Africa.

    Cosa che vuol dire poco, secondo me, ci facciamo l’idea che questi missionari siano fondamentalmente dei frati che vanno a “religiosizzare” il Terzo Mondo. Beh, Gino non era un frate. Viveva con il padre comboniano ben più famoso, Alex Zanotelli, a Korogotcho, una discarica a cielo aperto vicino a Nairobi.

    Ma, nonostante tutto questo fosse importantissimo e bellissimo (uomini occidentali che scendono in Kenia non per sfruttare le ricchezze ma per aiutare una comunità di disperati a sfruttare i rifiuti in cui vivono), non vorrei parlare di questo.

    Gino era a cena da noi, una sera (tornava a casa un mese ogni cinque anni). Stavamo parlando della guerra in Iraq (nonostante non ci fossimo mai visti prima, ci parlavamo come se ci conoscessimo da anni); gli ho chiesto delle guerre in Africa. Una premessa. Mi sono sempre chiesto perché i grandi Stati Uniti d’America, quelli della Guerra Preventiva, non fossero mai andati a sedari i conflitti interni in Africa. Non dubitate, mi sono sempre risposto: perché lì non c’è il petrolio che fa gola agli americani.

    Quanto sbagliavo… Gino mi ha confermato che il petrolio non c’è, ma mi ha fatto anche notare che in molti degli stati dove ci sono i conflitti ci sono giacimenti di diamanti, una quantità industriale di silicio (materiale semiconduttore, usato per i chip e i microchip dei componenti elettronici) e tanto altro ancora. “Allora perchè non fermano le guerre e si impadroniscono delle risorse?” gli ho chiesto. La sua risposta continua a farmi rabbrividire.

    “Lo stanno già facendo. Sono le ex colonie che fomentano le guerre civili in Africa. Finchè continuano ad ammazzarsi non pensano ad estrarre le materie prime. Continuano a fornirgli le armi per i conflitti, alla fine le nazioni saranno così stremate, in ginocchio, che gli stati europei e gli USA faranno ciò che vogliono. E senza usare nemmeno un soldato”.

    Rabbrividisco, ogni volta che ci penso. Penso ai soldati-bambini del Ruanda, che impugnano mitra e si uccidono… E penso che i loro governi pagano le armi che impugnano ai macellai che verranno a sfruttarli, e a finire i morenti…

    Grazie Gino. Buon Riposo.

    Twist in my sobriety
    Tanita Tikaram