Tag: Raffaele Fiore

Nasce nel 1954 nel quartiere Guaragnella di Bari da padre operaio dei mercati generali e da madre casalinga. Era il maggiore di sei figli, comincia a lavorare a dieci anni: manovale, carrozziere, operaio all’Ultragas, poi a caricare e a scaricare merci ai Mercati Generali.

Rimane orfano di padre a tredici anni e a sedici presenta domanda all’Enaoli di Sesto San Giovannni, un’ente istituito per dare futuro agli orfani, che viene accolta. Si trasferisce lì, non era mai uscito dalla Puglia.

Frequenta grazie all’Enaoli un corso per diventare operaio della Breda. Quando finalmente riesce ad andare a lavorare in fabbrica, scopre che la condizione di operaio non è quella mitologica che si aspettava.

È iscritto alla CGIL, ma scopre sempre di più che PCI e CGIL non fanno abbastanza per i lavoratori. Nel 1972 incontra Arialdo Lintrami, che gli fa conoscere le altre grandi fabbriche milanesi e lo introduce alle Brigate Rosse, in cui entra nel 1973, incaricato del lavoro di raccordo tra l’organizzazione e le fabbriche. Diventa regolare soltanto nel 1976.

Partecipa all’uccisione di Fulvio Croce inseme a Rocco Micaletto, Patrizio Peci e Angela Vai (era la sua prima partecipazione a un’uccisione).

È lui a sparare a Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa, con una Nagant silenziata, la stessa usata per Croce.

Insieme a Bruno Seghetti si incarica di tagliare le gomme del camioncino del fiorista di Via Fani.

In Via Fani è uno degli uomini travestito da aviere dell’Alitalia, ma il suo mitra M12 si inceppa subito. È lui a prendere Moro dalla macchina e a stare dietro con lui sulla 132 utilizzata per la fuga. Una volta consegnato ai compagni che mettono il presidente in una cassa va con Bonisoli alla stazione Termini, prende un treno per Milano e poi un altro per Torino.

Viene arrestato il 17 Marzo 1979, un anno esatto dopo la strage di Via Fani. Rimane in carcere ininterrottamente fino al 1993, anche se nel 1987 sposa Angela Vai, altra militante delle Brigate Rosse.

  • 17 Marzo 1979

    Raffaele Fiore viene arrestato a Torino insieme a Vincenzo Acella.

    Fui arrestato il 17 Marzo successivo, nemmeno quaranta giorni dopo l’uccisione di Rossa e ad un anno esatto dal sequestro Moro. Erano le sette meno venti di sera di un Sabato e stavo andando a un appuntamento con Vincenzo Acella, un militante irregolare che dopo una sparatoria aveva dovuto darsi alla latitanza. Non dovevo incontrarlo io, ma un’altra compagna, che però all’ultimo momento non aveva potuto. Con Acella c’era anche Piero Panciarelli. Entrammo in un bar a bere qualcosa, in Via Stradella, a Torino. Poco dopo arrivarono alcuni poliziotti, che chiesero i documenti a tutti; quando toccò a noi saltò fuori la pistola che aveva Acella e fummo arrestati: processo per direttissima, tre anni e mezzo.

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  • 16 Novembre 1977

    A Torino viene ferito dalle Brigate Rosse Carlo Casalegno, vicedirettore de “La Stampa”.

    È un partigiano di Giustizia e Libertà, viene raggiunto da quattro colpi calibro 7,62 sparati da una pistola Nugent silenziata. A sparare è Raffaele Fiore.

    Nel comunicato di rivendicazione le BR definiscono il giornalista

    «un uomo della DC con i suoi trent’anni di fedeltà alla Fiat, alla sua politica antioperaia, al progetto golpista di Cavallo e Sogno».

    Morirà il 29 Novembre 1977.

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  • 28 Aprile 1977

    A Torino le Brigate Rosse uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati.

    Le BR tornano a uccidere: la vittima è un avvocato. Un avvocato particolare: si chiama Fulvio Croce e ha cominciato a morire quasi un anno prima, quando il 17 Maggio 1976 era iniziato a Torino il processo contro la «banda armata denominata Brigate Rosse».

    Tra gli imputati, alcuni nomi eccellenti dell’organizzazione, quali Pietro Bassi, Pietro Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Valerio De Ponti, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Tonino Paroli.

    Il rifiuto dei brigatisti imputati di accettare la difesa d’ufficio minacciando vendette aveva fatto rinviare il processo al 3 maggio 1977.

    Pochi giorni prima di quella data quindi, le BR colpiscono il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino. Croce ha settantasei anni e vive sulle colline torinesi. Il suo ruolo gli impone di risolvere la più grossa grana che gli sia capitata in cinquant’anni di professione: quella di nominare i difensori d’ufficio per i cinquanta brigatisti (di cui una trentina in carcere e una ventina a piede libero) nel “processone” contro le BR. I militanti della stella a cinque punte l’hanno detto chiaramente: nessuno assuma la nostra difesa, pena la morte, perché la rivoluzione non si processa. «Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati», aveva detto in aula Maurizio Ferrari, «ci professiamo combattenti, e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo, viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Considereremo gli avvocati che accetteranno il mandato d’ufficio collaborazionisti e complici del tribunale di regime. Essi si assumeranno tutte le responsabilità che ciò comporta di fronte al movimento rivoluzionario».

    Nessun difensore quindi. Né di fiducia né d’ufficio. E senza difensori, niente processo. Chiaro. Inoltre, non si trovano giudici popolari. Chi riceve la comunicazione del Tribunale risponde con un certificato medico.

    Nel suo studio in via Perrone, Fulvio Croce deve risolvere la grana degli avvocati: i dieci difensori d’ufficio che ha nominato hanno rifiutato in massa. Così manda nuove nomine e al primo posto della nuova lista scrive il suo nome.

    Il 28 aprile, Croce esce con la sua FIAT 125 dalla sua abitazione in via Val Pattonera, raggiunge via Perrone, parcheggia come sempre dentro il cortile del palazzo, scende dall’auto e viene raggiunto dalle sue segretarie Gabriella e Tiziana, arrivate anch’esse in quel momento. Insieme si avviano verso le scale, quando dal cortile giungono tre persone: una si ferma sul portone d’ingresso, le altre due avanzano verso Croce. «Avvocato!». Il tempo di girarsi, e l’avvocato Croce riceve due pallottole. Gabriella si volta, sta per ridiscendere gli scalini che intanto ha salito: «Ferma o sparo», le intima una donna che le punta una pistola. Intanto Croce viene raggiunto da altri tre proiettili: alla fine se ne conteranno due alla testa e tre al torace. È tutto finito: le segretarie possono raggiungere il corpo dell’avvocato mentre il commando si dilegua.

    «Qui Brigate Rosse, siamo stati noi a sopprimere il servo del potere capitalista Fulvio Croce, segue comunicato».

    La telefonata arriva a «La Stampa» e all’ANSA, il processo alle BR salta e viene rinviato a data da destinarsi. I brigatisti in carcere firmano un documento che porta i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Tonino Paroli, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli:

    Il primo degli avvocati di regime che si era assunto questo compito infame, Fulvio Croce, è stato giustiziato. Ribadiamo ancora una volta che chiunque accetta coscientemente il ruolo di agente attivo della controrivoluzione imperialista deve essere anche disposto ad assumersi sin da ora le sue responsabilità.

    Fanno parte del commando che uccide l’avvocato Croce Angela Vai, Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa e Raffaele Fiore.

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    Il cortile dell’agguato in Via Perrone
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