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  • Sogni infranti

    Sogni infranti

    I nostri sogni si infrangono come cristalli delicati. Da piccoli tutti sogniamo di fare l’astronauta, il poliziotto, l’attore famoso. Poi arriva l’adolescenza, capisci che forse l’allunaggio è un invenzione della NASA messa su in qualche super studio di Hollywood, che i poliziotti non sono poi lì tutti per proteggerci ma anche per difendere il potere e il sistema, non i cittadini libere di esprimere le proprie opinioni. Forse fare l’attore dura un pò più a lungo, come sogno nel cassetto. Ma solo in film impegnati e con donne da urlo, altrimenti è solo un altro cristallo infranto. Quando sei adolescente sogni di diventare una rockstar o una superstar del rap, sogni di diventare un poeta come Baudelaire, o uno scrittore come King. Vedi il tuo futuro in case da sogno, con un grande studio all’interno pieno dei tuoi romanzi, con una vista mozzafiato su un lago di montagna o sulla torre Eiffel in un atelier a Parigi. Ci credi con tutto te stesso che passerai il resto della tua vita seduto a un computer, mentre i tuoi fedeli lettori sono lì, in febbrile attesa del tuo nuovo capolavoro. Ci vorrà un pò di tempo, forse, ma la conclusione saranno soldi, fama, successo e belle donne.

    Poi il tempo passa.

    Tu finisci la scuola e i tuoi premi ai concorsi di poesia e le tue due misere pubblicazioni gratuite sono state cestinate dopo un viaggio in metropolitana, oppure sono ad ammuffire su qualche scaffale di una biblioteca di provincia. Entri all’università con ancora qualche speranza, ti dici che una laurea potrà cambiarti la vita. Che il tuo 110 e lode in lettere moderne ti spalancherà la strada verso un libro di storia della letteratura e ti consegnerà le chiavi di una macchina sportiva veloce e costosa. Ritirarsi dopo sei mesi provoca grosse crepe nell’esistenza dei tuoi sogni, e i lavori disperati su cui ti butti subito dopo perchè fare lo scrittore per te stesso non paga allungano quelle crepe come una complicata e perfetta ragnatela. Ti lasci trasportare, 8, 10, 14 ore al giorno per non pensare, per non sentire quel suono di rottura. Poi arriva il momento in cui non puoi far finta di ignorare più nulla. In cui capisci che è inutile continuare a mentire a te stesso. Schegge dolorose ti scivolano addosso, cerchi di spazzolartele dai capelli con gesti lenti, quasi senza accorgertene, come se fossi in trance, come se i sogni fossero quelli di un altro.

    Ma sono i tuoi fratello.

    Nessuna pietà o misericordia. Nessuna casa enorme con vista su un laghetto del Maine o sulla Maremma nel tuo oscuro futuro. Solo felicità momentanee, subito spazzate via dall’ennesima dimostrazione della Legge di Murphy. Come una nave di cristallo, strappata via dal ritorno alla razionalità. Distrutta dal tuo passaggio all’età adulta…

    Before you slip into unconsciousness Id like to have another kiss Another flashing chance at bliss Another kiss, another kiss The days are bright and filled with pain Enclose me in your gentle rain The time you ran was too insane Well meet again, well meet again Oh tell me where your freedom lies The streets are fields that never die Deliver me from reasons why Youd rather cry, Id rather fly The crystal ship is being filled A thousand girls, a thousand thrills A million ways to spend your time When we get back, Ill drop a line

    The crystal ship
    The Doors

  • Il bambino sul baratro

    Il bambino sul baratro

    Sospesi sul baratro del nostro passaggio all’età adulta. Spaventati da una profondità e da rischi che nemmeno avremmo immaginato. Mollata l’università, la scuola dove i docenti ti insegnano a smettere di sognare.

    Accolto a braccia aperte il mondo del lavoro, il mondo dove i sogni sono stati annegati nella Quotidianità. Poche speranze di tirare avanti come si è sempre fatto finora. Poche speranze nei sogni. Sogni. Infranti con forza. Tutto come da copione. Rimane una macchina insensibile di nome Abulafia ad accogliere la parte di noi che si sta liquefacendo.

    Abulafia, l’unico non-essere a conoscere la nostra rabbia di gabbiani in gabbia. Gabbiani che sapevano volare, gabbiani a cui prima hanno tarpato le ali e a cui poi le hanno spezzate con violenza.

    Giusto per non correre rischi inutili.

    Lettera dopo lettera, come un Demiurgo malato di insonnia che non sa più che fare per tirare avanti. Un Demiurgo fallito, che forse starebbe meglio in gabbia, al posto di quel famoso gabbiano.

    Il baratro è a un passo. Il nostro io bambino ci intima piangendo di non avanzare oltre. Naturalmente non vuole morire. Solo un passo, solo un semplice passo.

    Soldi, soldi, soldi.

    Per pagarci scampoli di libertà, ore d’aria a pagamento dalla gabbia che rinchiude il nostro gabbiano. Cerchiamo la droga per esiliarci e avere visioni. Ma non siamo Toro Seduto. Siamo la speranza del ventunesimo secolo, siamo le nuove generazioni.

    Identiche a quelle precedenti.

    Forse qualcosa peggio. Abbiamo cinquant’anni in più di educazione televisva sulle spalle. E non è poco. Cinque, otto, dieci ore al giorno poter comprare. Libertà, libertà, libertà. Dove?

    E’ tutta una gabbia… Non c’è più via d’uscita. Il nostro io bambino, quello che ancora sa qualcosa dei sogni, ci guarda triste, ma credo che abbia compreso. Non c’è speranza. Solo un modo per andare avanti e sopravvivere. Lo guardiamo per l’ultima volta. Gli passiamo una mano affettuosa nei capelli, ricordandogli che non avevamo scelta.

    E poi una spinta decisa. Il nostro io bambino non emette alcun suono, mentre vola nel baratro profondo e infinito della dimenticanza. Benvenuto nella vita adulta, uomo.

    Eskimo
    Francesco Guccini