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  • Diaz, arrestata la polizia. Val Susa, quando arrestiamo la repressione?

    Diaz, arrestata la polizia. Val Susa, quando arrestiamo la repressione?

    diaz, arrestata la polizia

    Il 31 Dicembre 2013 ci racconta due episodi molto diversi e distanti nel tempo, ma che hanno una psicosi del tutto simile e comune alla gestione del disordine pubblico nel nostro paese.

    Passato quasi sotto totale silenzio, se non su alcuni giornali di Genova amplificati poi dai media di controinformazione come infoaut.org, è dell’ultimo giorno dell’anno la decisione di arrestare Spartaco Mortola, ex capo della digos di Genova, e Giovanni Luperi, ex capo analista dei Servizi Segreti ora in pensione, con l’accusa di massacro e per l’introduzione di prove false volte a giustificare l’irruzione delle forze dell’ordine durante l’assalto alla Scuola Diaz. I giudici non hanno accettato la richiesta degli imputati di affidamento ai servizi sociali, condannandoli a ben 8 mesi (Mortola) e un anno (Luperi) da scontare agli arresti domiciliari, con la possibilità di comunicare e di avere anche qualche ora di libertà durante il giorno. Si chiude così la vicenda processuale durata 13 anni, che vede la maggior parte delle bestie manganellanti in divisa antisommossa, anonime dietro le visiere dei loro caschi, perfettamente impunite.
    Non che questi tre condannati abbiano subito gravi conseguenze da questa condanna. Per dirne una Spartaco Mortola dopo il Luglio 2001 è stato trasferito a gestire la situazione in Val Susa, e successivamente, con già una condanna in secondo grado con l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, alla direzione della Polfer di Torino.
    Invece i manifestanti arrestati durante gli scontri degli stessi giorni sono in carcere praticamente da allora con l’accusa di devastazione e saccheggio. Come se aggredire la vetrina di un bancomat o di un supermercato (a cui per altro molti condannati hanno solo assistito) fosse un delitto molto più grave di fabbricare false prove per giustificare un attacco vendicativo con sapore di squadrismo contro manifestanti semiaddormentati.

    Seguiamo Spartaco Mortola in Val Susa, anche se ormai lui se n’è allontanato. Il 31 Dicembre, mentre la giustizia ancora una volta cercava di dare il contentino alla rabbia folle dei movimenti, un gruppo di persone di mezza età si trovava al presidio della Clarea in Val Susa per brindare al nuovo anno, il 22esimo di resistenza NoTav. Bevono spumante, fanno scoppiare qualche fuoco d’artificio. Mentre stanno per scendere, la carica della polizia sulla “retroguardia”, giusto per ricordare che il 22esimo anno non sarà migliore dei precedenti, anzi.
    Con la Val Susa completamente militarizzata, con le accuse di terrorismo da parte della stampa e gli arresti degli attivisti che si susseguono ad ogni occasione, non sarà un anno facile.

    Perché la giustizia italiana è strana. Mi fa venire in mente Benigni in Johnny Stecchino quando dice di “non toccare le banane”, pensando che siano quelle la causa del tentato omicidio ai suoi danni. Qui è lo stesso. Se vuoi manifestare non toccare le reti. Certi simboli. Certi argomenti. Sono quelli che fanno paura ai sistemi di potere. Se tagli le reti di un cantiere vai in carcere. Se picchi un manifestante che sta facendo resistenza passiva invece no. Se ordini l’assalto ad una scuola piena di persone che si stanno preparando a dormire per far sfogare gli uomini a cui hai affidato l’ordine pubblico, per farli vendicare della tensione a cui sono stati sottoposti, 8 mesi di carcere. Se devasti la vetrina di un bancomat 10 anni.

    Questa strana Italia. Mi immagino un turista inglese, di ritorno da una vacanza tra le montagne della Val Susa prima che le stuprino con l’ennesima devastazione ambientale che, quando un’amico gli chiede com’è andata, risponde:

    “Se vai in Italia, non toccare le reti!”

    Potrebbe essere pericoloso. Che cazzo, sono reti, mica altri esseri umani, no?

  • Cosa rimane

    Cosa rimane

    Cosa rimane della marcia Susa Bussoleno

    Il 23 Marzo 2013 ho partecipato alla marcia No TAV da Susa a Bussoleno.

    Il nostro pullman è stato fermato più volte in autostrada dalla polizia. Ci hanno fatto scendere uno ad uno, ci hanno filmato la carta d’identità, poi il volto. Poi ci hanno fatto risalire, ci hanno riconsegnato i documenti. Poi via, verso Susa, veloci.

    Dopo 5 ore di autobus, prima di uscire dall’autostrada, quella scritta No TAV sul fianco della montagna. Come a far capire di essere in un altro mondo. Forse quell’altro mondo possibile di cui parlavamo nel 2001, nei pressi di Genova.
    Queste montagne sono antiche. E forti. Resistenti, detto alla partigiana. Sembrano inamovibili. Come i loro abitanti.

    Siamo scesi dal pullman che mancava ancora un’ora all’inizio della marcia. C’erano già molti pullman. Un sacco di persone. Ci siamo accodati, mischiati. Eravamo sorridenti.

    cosa rimane della marcia susa bussolenoNegli spiazzi vicino alla stazione di Susa la folla cominciava a montare, come una piena. Come una diga che rompe gli argini. Ho fotografato famiglie, bambini con la bandana No TAV appesa al collo. Anziani. Giovani che con le bombolette compilavano striscioni live. C’erano Valsusini, ma c’erano anche tantissime persone che hanno fatto della difesa del territorio una missione di vita. No Dal Molin, NoMuos, No F35. E tantissimi altri.

    Mi sono ritrovato in coda con gli anarchici pensando che la manifestazione fosse appena partita. Sbagliavo. Guardando in direzione di Bussoleno ho visto decine di migliaia di persone in marcia per dire basta. Per riprenderci il nostro territorio. I nostri soldi. Il nostro futuro. Per resistere. Per andare avanti. Per non fermarci.

    Ho attraversato la manifestazione, Sabato 23 Marzo. Sono partito dagli anarchici, dalle bandiere di partito (o Movimento), relegate in coda al corteo per dimostrare che i No TAV sono uomini e donne, non tesserati. Per far sì che nessuno si prendesse il merito di questo miracolo. Dopo SEL, M5S e Rifondazione Comunista, soltanto bandiere bianche, col treno sbarrato in rosso. Ho fatto chilometri con un sorriso ebete sulla faccia, perché non poteva essere vero. Eravamo il cambiamento. Il vento impetuoso senza essere Kamikaze. Consapevoli. Pronti. Decisi.

    Cosa rimane?
    Rimane un esercito di clown che simula una carica davanti all’unico cordone di polizia. Le facce e le parrucche colorate, i manganelli di gomma, gli scudi di cartone davanti ai blindati e alle armi. Poi andiamo avanti, e quella sarà l’unica polizia che vedrò. Perché non c’è spazio per loro, oggi.

    Cosa rimane?
    Rimane la sensazione di essere 80.000 individui che condividono un’idea. Non una massa che aderisce a un’ideologia in scatola.

    Cosa rimane?
    Rimane la fatica di una marcia di 8 km sotto la pioggia. Metafora della resistenza, di questa resistenza No TAV e di tutte le lotte portate avanti in questo paese. La stanchezza, a volte la disperazione; ma con la certezza che arriveremo in fondo, costi quel che costi.
    E quando pare di non farcela più comincia Bussoleno.

    Cosa rimane?
    Rimangono le facce dei valsusini schierati ai lati della strada, che sorridono e ringraziano questa folla immensa e multicolore, infinita e multipla, incuranti dei disagi che causiamo, ma grati della nostra presenza, del nostro appoggio. Del non farli sentire soli.

    Cosa rimane, nel buio del ritorno in pullman?
    Rimane questa speranza, l’immagine di questo serpentone senza fine che si snoda lungo le salite e le discese del percorso. La speranza che non tutto è perduto. Che possiamo farcela. Che siamo una moltitudine senza fine. Che non siamo soli, che non lo saremo mai.

    Rimaniamo noi, a resistere, ultimi baluardi contro l’ignoranza senza fine di questa becera Italia.

    Cosa rimane?
    cosa rimane della marcia susa bussoleno
    Rimane quel cartello sotto cui passa la manifestazione. Strada chiusa tra Susa e Bussoleno causa manifestazione. Quando quel cartello recherà scritto:

    Mentre il cuore d’Italia da Palermo ad Aosta si gonfiava in un coro di vibrante protesta

    Allora ci saremo. Nel cuore del momento.

    A sarà dura.

  • Non solo un treno

    Non solo un treno

    Non solo un treno – La democrazia alla prova della Val Susa è un saggio di Livio Pepino e Marco Ravelli pubblicato da Gruppo Abele nel 2012.

    Informazioni su ‘Non solo un treno’
    Titolo: Non solo un treno
    Autore: Livio Pepino e Marco Ravelli
    ISBN: 9788865790267
    Genere: Saggistica
    Casa Editrice: Edizioni Gruppo Abele
    Data di pubblicazione: 2012-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 320
    Goodreads
    Anobii

    Non solo un trenoL’opposizione della Val Susa al progetto della TAV, a causa della disinformazione sistematica a cui è stata sottoposta e al carattere “antagonista” che gli è stato attribuito hanno bisogno di voci che invece le diano la giusta dimensione e la giusta descrizione.

    Molti sono i libri che hanno cercato di descrivere questo fenomeno, questa lotta estesa e continuata nel tempo (è cominciata nel 1991), che cercano di capire in quale modo sia possibile che la democrazia partecipata, una forma di autogoverno ancora più utopistica della democrazia rappresentativa, li sia diventata realtà. E che funzioni, perdipiù.

    La prima parte di questa analisi viene condotta da Marco Revelli, storico e sociologo e professore di Scienze della Politica all’Università del Piemonte Orientale e co-fondatore di ALBA (Alleanza per il lavoro, i beni comuni e l’ambiente), che ne ritrae i caratteri sociali fondanti, le origini del movimento, la storia delle lotte e le loro giustificazioni.

    La seconda invece è scritta dal magistrato Livio Pepino (membro fino al 2010 del Consiglio Superiore della Magistratura, ex consigliere di cassazione e presidente di magistratura democratica), analizza il fenomeno da un punto di vista giuridico, soprattutto denotando le gravi irregolarità legali che il progetto dell’Alta Velocità ha commesso per poter divenire realtà.

    Molto interessanti sono anche le due appendici: la prima è “Origini e sviluppo del Movimento No Tav – Cronistoria 1989-2011″, che traccia molto velocemente le tappe fondamentali di questa lotta.

    La seconda, a mio avviso ancora più importante, si intitola “La linea ad Alta Velocità Torino-Lione Governo e Comunità Montana a Confronto”. Prendendo spunto dalle domande che il Governo Italiano si è posto il 9 Marzo 2012 per giustificare ai cittadini che dovrebbe governare il perché spendere inutilmente miliardi di euro, pubblicano sulla pagina sinistra le risposte dell’amministrazione Monti, su quella di destra le risposte della Comunità Montana. In questo governo di tecnici e professionisti uno si aspetterebbe dati, analisi, risposte incontrovertibili. Invece quelli vengono dalla Comunità Montana. Nelle risposte del governo Monti, invece, ci sono dichiarazioni populiste e ad effetto, quasi mai giustificate da dati e da fonti, oppure sostenute da dati falsati e fuorvianti (quando non palesemente errati). Molto interessante questa appendice nel dimostrare che quando la democrazia è partecipata e informata, nessuno prende per il culo i cittadini.