Categoria: Nuovi Racconti

I personaggi di ieri, strappati dal loro contesto e catapultati nella merda di oggi

  • Una penna disonesta

    Una penna disonesta

    C’è penombra, nello studio, sento la polvere nel naso. ho sempre portato gli occhiali, ma la mia vista peggiora di anno in anno. Solo il naso è rimasto affidabile. L’udito sale e scende, ma ancora non mi preoccupa. Una lama di luce entra dalle tende di velluto avorio, che sembrano essere quasi una continuazione della tappezzeria. Non si vede, con questo buio, ma io lo so. Vivo qui da anni. Ci vengo da decenni, da quando il presidente non ero io ma Scalfaro. Io ero solo Presidente della Camera dei Deputati. Quando i Deputati erano diversi. Forse non più onesti, ma con più classe. Con più rigore. Con più dignità.

    Mi guardo allo specchio e vedo un vecchio, con la pelle floscia e spenta. Con i capelli bianchi radi, un fremito che riesco a controllare sempre meno nelle labbra. Macchie senili, anche in faccia. Un essere umano che ha visto 87 inverni su questa terra. Appena troppo giovane per la resistenza, decisamente troppo vecchio per la rivoluzione giovanile. Fascista per obbligo, comunista per scelta, socialista per convenienza. Sempre una seconda scelta, in ogni caso. Sempre un passo dietro ad uomini migliori di me. Ed ora… Primo degli italiani. Gran Maestro dell’Ordine, di qualsiasi ordine, dalla Repubblica Italiana fino a Vittorio Veneto. Decorato da Spagna, Lituania, Città del Vaticano, Slovacchia, Polonia e Francia… Per cosa… Non ricordo. Le onorificenze contano meno quando fatichi a sopravvivere ai fantasmi. A cercare di essere un uomo migliore di quello che sei in realtà.

    La luce che entra dalla finestra alla sinistra della scrivania francese del 1750 si riflette su quella che sembrerebbe una statua, mandando barbigli dorati. Immobile, il corazziere veglia, con la sua squadrona al fianco. Come se io non esistessi. Si irrigidisce ancora al mio passaggio. E io che non credevo fosse possibile. Lo saluto, mi siedo. Sono sempre stato affascinato dal combattimento, sono sempre arrivato troppo tardi o troppo presto. Ho condotto guerre, e a volte bisogna firmare un armistizio per andare avanti. Anche se dall’altra parte c’è la mafia. Vorrei un arma, per combattere questa politica che rappresento. Invece ho solo questa “penna disonesta”; “un’arma scarica”.

    “Se fosse tutto limpido,
    tutto semplice e legittimo,
    se l’impedimento unico
    fosse l’interesse pubblico,
    se il mercato fosse solido,
    se il governo fosse tecnico,
    se bastasse qualche monito
    ad illuminare il buio che c’è qua”

    Questo ruolo non fa per me. Sono un luogotenente, non un capo. La nuova legge di stabilità. Stabilità per chi? Non per i miei concittadini italiani, sempre più instabili, come acrobati sul filo del rasoio. Camminare in bilico, per ritrovarsi piedi piagati e feriti. Fino alla caduta, inesorabile. La mano trema, il cuore frena. Ma alla fine firmerò. Che altro posso fare? Non ho avuto grandi battaglie. E se c’ero non le ho guidate io. Ero il messaggero nell’ombra, non il soldato, non il comandante. E adesso sono solo. Non voglio lottare. Non voglio resistere. E’ soltanto una penna, in fondo…

    “Io vorrei una penna disonesta,
    che mi legga nella testa
    e che se sbaglio lo impedisca,
    scrivo sì ma poi non resta.
    Una biro che si guasta
    o che si impunta per protesta
    che piuttosto mi ferisca questa mano destra.”


    Monito®
    Daniele Silvestri

  • Il fumo si dissolve nell’aria

    Il fumo si dissolve nell’aria

    Il fumo si dissolve nell'aria | Aforismi di un pazzoUn click secco ma leggero, come un motivetto cantato sottovoce.
    Il rumore dell’ossigeno che brucia, della combustione della fiamma.
    Il primo filo di fumo, che sa di novità e cose mai fatte.

    Benvenuto in questo abisso.

    Scoprire il mondo, amare i propri genitori come se fossero eroi. Imparare a conoscere le cose che ci circondano, imparare a scrivere, a leggere, che il Sole è una stella. La differenza tra il bene e il male.

    Uno schiocco di labbra, un’aspirazione lenta e intensa, il sapore del tabacco, un’espirazione controllata, il fumo che si dissolve nell’aria. (altro…)

  • La rivolta del Rag.Fantozzi

    Aforismi di un pazzo | La rivolta del Rag.Fantozzi

    Sono quello che ha sempre subito le angherie dei capi, lavoravo al posto dei miei colleghi, io mi sbattevo e loro venivano promossi, sono l’archetipo del dipendente della megaditta, costretto a lavorare in un sottoscala, ad umiliarsi per i capricci di una direzione viziosa, a partecipare alle inutili attività ricreative del solito rag. Filini, costretto a sopportare la vergogna di uno stipendio da fame, necessario alla mia sopravvivenza ma del tutto inadeguato all’esigenza di sollevarmi dalla mia condizione di paria.

    Vedo i miei colleghi fare finta di nulla, percepire il mio stesso stipendio da fame, vivere ancora con i genitori a trent’anni e fottersi i soldi con cui costruirsi un futuro in vestiti, macchine, e status quo, che li illudano di essere come i mostri che vogliono imitare. Pagando di fatto per essere rinchiusi in una gabbia auto-costruita, auto-sorvegliata. Auto-condannati a morte. Pensando di essere liberi, pensando di scegliere come vivere.

    E’ un mondo senza futuro, dove la massa è una macchia informe e scura piena di anime butterate e scorciate vestite a festa, come cadaveri decomposti vestiti con l’ultimo doppiopetto di Hugo Boss. E’ una massa che ci fa paura, da cui vogliamo fuggire dichiarando a gran voce la nostra unicità, il nostro essere individuali. Facendo di fatto il loro gioco, perché le stanze del potere temono la massa. Uomini e donne comuni, diventano famosi senza alcuna particolare abilità, senza alcun particolare talento che giustifichi la loro sete di immortalità, mentre le telecamere del Grande Fratello immortalano le loro bugie, la loro finzione. La loro falsità. Telecamere che li controllano, per vietare che un qualche barlume di idea o fantasia passi ad infettare le masse, come un virus incurabile.

    Sogno i favori di una voluttuosa Signorina Silvani, sapendo già nel mio inconscio che sarà una cocente delusione; che non saprà capirmi, che non saprà apprezzarmi, che non saprà o non vorrà proteggermi, perché il suo bisogno di soddisfazione estetica non le permetterà di amare l’outsider, l’escluso, il solitario che la sua società deride, anche se ne è irrimediabilmente attratta, perché io ho la forza della verità, perché il mio odore ha il profumo del purezza del bianco, la purezza del bene.

    Voglio di più della mia vita, più della mia piccola Pina che mi attende, a casa ogni sera, dolce e innamorata, che subisce i miei sfoghi, la mia rabbia e la mia aggressività, non per necessità o per sopravvivenza ma per amore. Che sa come prendermi, che sa come farmi ridere, che mi consola quando tocco il fondo, che mi rialza quando piango. Che sa rendermi felice. La Pina è la mia salvezza, ma ancora non lo so. Quando lo saprò sarà inevitabilmente troppo tardi, Questa è l’essenza di una tragedia destinata a compiersi. Avere già la soluzione ad ogni problema e fottersi l’esistenza a trovare un’alternativa, perché la nostra insoddisfazione è il motore del mondo, scontata e prevedibile come il finale di un romanzo rosa.

    Sono insoddisfatto perché invidio chi sta meglio di me, lo osservo con i miei pregiudizi perché mi auto-convinco di essere migliore. Mai per un momento mi passa per la mente che il mondo sia giusto così com’è. Se abbiamo la presunzione di essere migliori di un meccanico mondo naturale, allora non accetto un mondo basato su caste auto-determinate o determinate da falsi valori di benessere e denaro. Forse non del tutto giusto. Sicuramente quasi niente sbagliato.

    La mediocrità mi ribrezza. E soprattutto sono stanco di subire. Il problema non è la vergogna. Io vivo come voglio sono loro che dovrebbero vergognarsi. Il problema è la rabbia, questa rabbia che mi assale e che non mi lascia stare, che mi mangia dentro, che si riproduce in maniera incontrollata come un tumore in fase terminale.

    Mi uccido di anestetici, mi ubriaco di vino da quattro soldi in sacchetti di carta marrone, fumo erba grassa che mi ottenebra la mente, che mi rilassa, smette di farmi pensare. Ma la rabbia rimane al risveglio, amplificata dal mal di testa del giorno dopo.

    Forse non c’è speranza. Comincio a picchiare la Pina e mia figlia Mariangela (l’ennesimo mio fallimento come uomo) per poi subire i miei sensi di colpa e ricominciare ad autodistruggermi per farli tacere…

    E’ forse questa la Rivolta?!?!?!

    La ballata di Fantozzi
    Paolo Villaggio