Il dirigente della FIAT Amerio viene liberato dalle BR, dopo essere stato rapito 8 giorni prima.
Alle 5:55 di mattina, mentre Amerio dorme profondamente sulla branda da carcerato nella prigione del popolo, viene scosso a una spalla: «Sveglia. Si vesta, presto». Obbedisce, si infila giacca e pantaloni, poi guarda incerto le pantofole che i rapitori gli hanno dato. «Tienile pure». Poco dopo lo bendano e gli fanno mettere un paio di occhiali da sole. «Non si preoccupi: è finita. Fra poco sarà libero». Lo guidano, a piedi, per alcuni metri. Poi un viaggio in auto di 30-40 minuti, con molte curve che gli fanno pensare a giri viziosi. Indicare anche solo con grande approssimazione dove si trovi il «carcere del popolo» ad Amerio sarà impossibile.
Alle 6:10 la macchina si arresta, i brigatisti fanno scendere Amerio e lo accompagnano fino ad una panchina.
«Stia qui. Aspetti qualche minuto e poi torni a casa. È libero».
Pochi momenti di attesa, poi il dirigente FIAT si toglie la benda e si guarda attorno. È in Piazza Zara, di fronte, sull’altra riva del Po, c’è l’ospedale maggiore delle Molinette, poco oltre un parcheggio di Taxi.
Alle 6:30 il taxi si ferma sotto casa di Amerio. La corsa costa mille lire, Amerio ne dà diecimila all’autista e non aspetta il resto. Suona al campanello, gli risponde la moglie.
Amerio è libero.
Dichiarerà alla stampa:
“Mi sento bene, benissimo […] Sono stati gentili […] mi hanno fornito pantofole di stoffa […] mi hanno anche dato un paio di mutande lunghe di lana […] fin dal primo giorno i rapitori mi hanno detto quando sarei stato liberato […]. Questa esperienza mi aiuterà a meditare e a lavorare per un futuro migliore.
Alle 11:00 il questore Massagrande tiene una conferenza stampa:
Dal momento del rilascio del cavalier Amerio sono scattati tutti i dispositivi predisposti in questi giorni. Dalle prime ore di stamani cerchiamo di raccogliere il frutto del lavoro fatto i giorni scorsi. Quelli che erano sospetti, indagini, identificazioni, cerchiamo ora di renderli concreti per inviare così un rapporto alla magistratura che, comunque, di ora in ora è tenuta al corrente della situazione.
Nonostante queste premesse, alle 12:45 squilla il telefono dell’ANSA. Una giovane voce, in falsetto, con leggero accento piemontese dice:
Nella cabina di Corso Vinzaglio angolo Corso Vittorio ci sono dei volantini.
Considerato che la polizia ha deciso di non perdere d’occhio la cabina telefonica di Piazza Statuto, i brigatisti hanno deciso di cambiare e hanno infilato il comunicato in una cabina a 200 metri dalla questura.
Comunicato ‘Non siamo noi che dobbiamo avere paura!’
«Non siamo noi che dobbiamo avere paura!»
Sequestro Amerio, comunicato rilasciato in occasione della liberazione del dirigente FIAT
Oggi, Martedì 18 Dicembre, nelle prime ore del mattino è stato rimesso in libertà il capo del personale FIAT auto Ettore Amerio.
Negli otto giorni di detenzione egli è stato sottoposto a precisi interrogatori sulle questioni dello spionaggio FIAT, dei licenziamenti, del controllo delle assunzioni, delle assunzioni selezionate di fascisti e più in generale sull’organizzazione e la storia della controrivoluzione all’interno della FIAT.
Egli ha “collaborato” in modo soddisfacente.
Durante la sua detenzione la FIAT ha ritirato ogni minaccia di messa in cassa integrazione.
Negli stessi otto giorni:
- Le forze di polizia, nonostante le false dichiarazioni e il terrorismo usato contro militanti di sinistra e in particolare contro alcune avanguardie operaie, sono state seccamente sconfitte;
- I giornali di Agnelli non sono riusciti a nascondere la qualità politica della nostra azione e contemporaneamente hanno messo sotto gli occhi di tutti le loro disinvolte manipolazioni, le loro “audaci” interpretazioni, riconfermando un’antica convinzione proletaria: la «Stampa» È BUGIARDA;
- I giornali riformisti sono andati oltre la manipolazione. Essi hanno inventato di sana pianta storie infami, storie che – sia chiaro – mai uscirebbero dalla testa di un comunista, soprattutto perché discreditano più il movimento operaio che la nostra organizzazione.
Gli uni e gli altri hanno operato una significativa “censura” sui problemi di fondo che abbiamo agitato: il FASCISMO FIAT e la QUESTIONE DEI LICENZIAMENTI. Sono questi i primi frutti del compromesso storico?
Compagni, otto giorni fa imprigionando Amerio sottolineavamo una cosa soprattutto: NON SIAMO NOI CHE DOBBIAMO AVERE PAURA. Al contrario dobbiamo armarci e accettare la guerra perché vincere è possibile.
Oggi rilasciandolo vogliamo cancellare un’illusione: che portando all’estremo una battaglia si possa vincere una guerra. Non siamo che all’inizio.
Siamo nella fase di apertura di una profonda crisi di regime, che soprattutto è crisi politica dello Stato e che tira verso una “rottura istituzionale”, verso un mutamento in senso reazionario dell’intero quadro politico.
Nostro compito in questa crisi, compagni, è quello di costruire nelle grandi fabbriche e nei rioni popolari i primi centri del POTERE OPERAIO PROLETARIO ARMATO! CREARE COSTRUIRE ORGANIZZARE IL POTERE PROLETARIO ARMATO! NESSUN COMPROMESSO COL FASCISMO FIAT! I LICENZIAMENTI NON RESTERANNO IMPUNITI! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO
18 Dicembre 1973
BRIGATE ROSSE
Per la prima volta i comunicati sono scritti con una macchina IBM e il ciclostile, con ogni probabilità, è un Gestetner.
Il sottosegretario agli Interni Pucci commenta così il sequestro:
“L’episodio rappresenta una manifestazione dello espandersi di un certo tipo di criminalità, che impone la mobilitazione di tutte le energie dello Stato”
E coglie l’occasione per tracciare un bilancio dell’azione preventiva della polizia del 1972:
- 1.200.000 persone identificate
- 4252 arresti
- 11.575 denunce a piede libero
E aggiunge che si può fare di più e meglio.
I giornali scrivono che per gli inquirenti il “carcere del popolo” dove Amerio è stato tenuto prigioniero otto giorni sarebbe nascosto in collina, e che come autori del sequestro si sospettano i brigatisti Curcio, Franceschini, Cagol, Bonavita, Ferrari, Bertolazzi, Bassi.
Nessun giornale fa il nome di Mario Moretti.
Nel 1975 gli inquirenti sospetteranno che a far parte del gruppo erano:
- Alfredo Buonavita
- Renato Curcio
- Margherita Cagol
- Paolo Maurizio Ferrari
- Alberto Franceschini
- Pietro Bertolazzi
- Pietro Bassi
Ad interrogare il “testimone” pare essere stato proprio Renato Curcio.
Renato Curcio commenta il sequestro Amerio
“Scegliemmo il cavalier Ettore Amerio perché, come capo del personale della FIAT Auto e vecchio dirigente presente in fabbrica fin dai tempi di Valletta, rappresentava un simbolo del padrone, ed era al corrente di tutti i segreti del reclutamento di quel serbatoio di spioni e di provocatori che avevamo eletto nostri avversari diretti […]. Il sequestro fu preparato da me, con Margherita [Cagol, n.d.a.], Ferrari e Bonavita, ma vennero ad aiutarci anche dei compagni della colonna milanese. Prendemmo Amerio la mattina, sotto casa sua, in pieno centro di Torino. Il solito “ci segua”, “salga su quella macchina”, poi i batuffoli di ovatta sugli occhi e tutto come da copione, senza problemi.
Lo portammo in un appartamento dove avevamo preparato una piccola stanza insonorizzata. Non gli venne fatta nessuna violenza, anzi, poiché faceva freddo gli comprammo degli abiti adatti. Con un cappuccio in testa, fui io a interrogare il sequestrato. In realtà si trattò di lunghe chiacchierate. Gli chiedevo di raccontarmi la strategia aziendale, la tecnica dei controlli, i criteri di selezione nelle assunzioni. Lui cominciò a discutere anche di politica. «Ma come», esclamava sinceramente sbalordito, «la FIAT sta cercando di aprire delle fabbriche in URSS, lì le cose per noi vanno benissimo, non c’è mai uno sciopero, gli operai lavorano senza protestare. E voi mi dite che volete la rivoluzione per creare una società sul tipo di quella sovietica!». In certi momenti mi sembrava più perplesso e stupito che non amareggiato per la sua sorte. Io gli spiegavo che noi volevamo un sistema sociale capace di far vivere i principi ideali del comunismo e non una società sul modello Sovietico. Ma in fondo il povero cavalier Amerio non aveva tutti i torti quando mi ripeteva: «Proprio non vi capisco». […] La sua liberazione era prevista. All’epoca l’eliminazione di un sequestrato non ci passava per la testa. Non ponemmo nessuna esplicita condizione al suo rilascio perché non volevamo esporci a un braccio di ferro che avrebbe potuto risultare perdente”
Moretti sul sequestro di Amerio
“È ancora un conflitto in fabbrica, non è ancora quel che chiameremo l’attacco al cuore dello Stato, ma è una enorme insubordinazione. Gli operai non ci sono abituati, e tantomeno i sindacati e i partiti. La conseguenza è che la pressione poliziesca si fa molto meno approssimativa. Ma anche una risposta entusiasmante dalla base operaia, ci cercano, affluiscono. Ma sarebbe sbagliato dilatare l’organizzazione clandestina. A Milano quell’anno avevamo cercato di promuovere forme di organizzazione non clandestine, i NORA, Nuclei operai di resistenza armata. Se ne sono formati molti nelle fabbriche, ma anche nei quartieri e in zone come il Lodigiano, da sempre attive nella militanza antifascista. Ma non funzionerà, i NORA avranno vita effimera […] presso i compagni: o se ne andarono o diventarono militanti delle BR.”
Franceschini sul sequestro Amerio
“Fu portato nel solito furgone e chiuso nella prigione che era stata preparata. Sarebbe stato il nostro primo sequestro “lungo” e avevamo scelto con cura dove custodire il prigioniero. A Milano, quando volevamo rapire De Carolis, stavamo preparando la prigione, poi scoperta, nella cantina di un negozio. Per Amerio stemmo attenti a non ripeterci. Utilizzammo un magazzino diviso in due con un muro: davanti scatoloni e materiali vari, proprio come fosse un deposito, dietro, impossibile da scorgersi, il locale rivestito di polistirolo e catrame dove avremmo rinchiuso il dirigente FIAT. Fu una buona precauzione perché polizia e carabinieri setacciarono tutti i negozi sospetti della città: saremmo stati senz’altro scoperti. L’azione fu realizzata senza intralci.”
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