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  • 3 Maggio 1975

    Arialdo Lintrami e Tonino Paroli vengono arrestati a Torino.

    Il 2 Maggio i carabinieri continuano a controllare gli acquirenti-ombra di case, box e rustici e trovano un appartamento di due stanze e servizi al quarto piano di Via Pianezza 90, nel quartiere popolare di Madonna di Campagna. Il proprietario è indicato come Romano Chiesi, ma il nome all’anagrafe non risulta.

    Il 3 Maggio un cospicuo gruppo di agenti guidati dal dott. Criscuolo si avvicina allo stabile. Due agenti salgono le scale, si presentano alla porta di Romano Chiesi e bussano. Di fronte al battente ci sono il maresciallo Rosario Berardi e il brigadiere Fernando D’Aiuto. «Chi è?» domanda dall’interno una voce assonnata. «Dobbiamo controllare i contatori della luce». L’altro borbotta qualcosa, poi apre. La canna di una pistola all’altezza del viso è la prima cosa che intravede nell’incerta luce. Anche il suo compagno, che sta arrivando nell’ingresso, è colto di sorpresa. Inevitabile la resa. «Ci consideriamo prigionieri di guerra», dichiarano. E aggiungono: «Siamo delle Brigate Rosse». I soldati catturati sono Arialdo Lintrami, 28 anni, di Milano, studente, sposato con due figli; Tonino Paroli, 31 anni, meccanico, originario di Cascina nell’Emilia, abitante a Reggio. Personaggi nuovi o quasi, dicono gli inquirenti. Il nome di Lintrami appare nella requisitoria di Viola sulle attività delle Brigate Rosse nell’«elenco delle persone perquisite e non imputate»; su Paroli i sospetti della polizia risalivano ad alcuni mesi prima.

    Nell’appartamento arredato con tre brande, un tavolo di formica marrone e uno scaffale di faesite, vengono ritrovati libri sulla guerriglia in Cile, su Mussolini, su Hegel; cinque pistole calibro 22 e 7,65; un mitra MAS, anno di fabbricazione 1938; tramila colpi di vario calibro; uno schedario con 5 mila nomi; nell’elenco dirigenti di PS, il capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, magistrati, industriali; volantini con la stella asimmetrica; numerose copie di un documento ad uso interno sulle norme di sicurezza, ciclostilati sulle imprese delle bierre soprattutto a Torino; foto inedite di Amerio nei giorni della prigionia e di Bruno Labate; appunti sul sequestro Sossi; una radio ricevente sintonizzata sulla lunghezza d’onda dell’ufficio politico della questura; un registratore; un milione e mezzo in contanti; due macchine per scrivere. Sotto casa è parcheggiata una 126 con targa falsa.

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  • 27 Maggio 1974

    A Firenze viene arrestato il brigatista Paolo Maurizio Ferrari.

    Nel pomeriggio del 27 Maggio 1974, a Firenze, finisce nelle mani della polizia Paolo Maurizio Ferrari. Da anni conduce vita clandestina, è indiziato per i sequestri di Bruno Labate, sindacalista CISNAL, di Ettore Amerio, dirigente della FIAT e, naturalmente, di Mario Sossi; sulle spalle ha una serie di ordini e mandati di cattura. Un arresto casuale, affermano gli inquirenti. Ma, si dice in questura a Torino, per dare una mano alla fortuna sarebbero occorsi 25 milioni.

    Così il P.M. Caccia ricostruisce l’arresto:

    «Intorno alle 18, personale della questura di Firenze si ricava nella abitazione di tale Resi Rossella, che ospitava Odorizzi Lucia. Nella abitazione si trovava un uomo il quale, constatata la presenza degli agenti, prima di qualunque scambio di parole, si dava alla fuga attraverso alle scale e a un giardino, scavalcava un muretto e tentava di fuggire su una motocicletta; ma veniva arrestato ugualmente dagli agenti. Egli rifiutava di dare le proprie generalità, ma attraverso le impronte digitali veniva identificato in Paolo Maurizio Ferrari».

    Addosso al giovane gli agenti trovano un mazzo di chiavi. Parcheggiata sotto l’appartamento al Campo di Marte c’è una 128, la macchina usata dal Ferrari. Ha la targa falsa, in una tasca della portiera ci sono una patente intestata ad Aldo Vieri, con la foto del giovane, e una fotocopia del «comunicato n. 8» delle bierre sul sequestro Sossi. 

    Viene portato a Torino e interrogato dai magistrati Caccia e Caselli. 

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    27 Maggio 1974
    Paolo Maurizio Ferrari nella foto segnaletica scattata in questura e al momento dell’arresto.
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  • 18 Aprile 1974

    Sequestro di Mario Sossi (Operazione Girasole)

    Lo stesso giorno dell’insediamento di Agnelli alla presidenza di Confindustria e dell’anniversario della sconfitta del PCI alle elezioni del 1948, le BR sequestrano Mario Sossi.

    Mario Sossi è un magistrato molto mal visto dall’ambiente dell’estrema sinistra: non uno di primo piano, ma che è spesso stato celebrato dai media per la sua crociata contro l’estrema sinistra.

    Fascista (organizzazione FUAN, eletto anche nel parlamento dell’Università di Genova) e poi iscritto all’UMI, la più a destra delle associazioni dei magistrati.

    Sopranominato “Dottor Manette”, fa arrestare Lazagna (ex partigiano) e fa pervenire avvisi di procedimento a Dario Fo e Franca Rame per la loro attività di assistenza ai carcerati; aveva ordinato la cattura di Vittorio Togliatti, nipote del defunto segretario del PCI e dell’ex moglie, Marisa Calimodio, e dell’architetto Aristo Ciruzzi.
    Inoltre imbastisce il processo contro la 22 Ottobre, chiedendo quattro ergastoli e molti secoli di galera, responsabile del sequestro del giovane Sergio Gadolla e della rapina all’Istituto Case Popolari nel corso della quale viene ucciso il fattorino Alessandro Floris.

    A Genova spesso si possono trovare sui muri scritte come “SOSSI FASCISTA SEI IL PRIMO DELLA LISTA”,“SOSSI SEI NERO TI ASPETTA IL CIMITERO”, “SOSSI BOIA”. Durante il processo d’Appello alla 22 Ottobre era stato affisso per tutta Genova, e anche nei pressi della sua abitazione, un manifesto di AO-LC-manifesto che così ammoniva: “SONO I SOSSI, GLI SPAGNUOLO, I CALAMARI CHE DEVONO RISPONDERE OGGI DELLE LORO PERSECUZIONI ANTIPROLETARIE, DELLE LORO MACCHINAZIONI REAZIONARIE”.

    Nonostante sia mal visto da tutta la sinistra, le reazioni al sequestro sono tutte di condanna, dal PCI a Lotta Continua passando per Il Manifesto. Per «Lotta Continua», «questa azione ha uno squisito sapore di provocazione»; mentre Berlinguer afferma che «il Paese si interroga preoccupato e indignato» e Umberto Terracini è sicuro della matrice fascista dell’azione. Dal più alto scranno istituzionale, il presidente Leone esprime sdegno, manifestando solidarietà alla magistratura colpita in uno dei suoi uomini, mentre il radicale Pannella paventa ripercussioni negative per il prossimo referendum sul divorzio, temendo una deriva conservatrice dell’elettorato. Ma ancora una volta è «il Manifesto» a esprimere il giudizio più duro, parlando apertamente di provocatori fascisti: gli stessi della strage di Stato che ora sfruttano la tensione del referendum.

    La sera del 18 aprile, verso le ore 20, il giudice Sossi viene aggredito mentre sta rientrando a casa, trascinato in un furgone e chiuso in un sacco.

    I brigatisti che afferrano materialmente il magistrato sono due: Alfredo Bonavita e “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra, aiutati da Maurizio Ferrari a caricare l’ostaggio sul furgone. Ce ne sono anche altri (almeno sei in tutto): uno si preoccupa di tenere lontano due passanti, Renato Fabianelli, marito della portinaia della casa dove abita il magistrato, e Rosa Schiaffino.

    A Sossi viene strappata la valigetta che contiene i documenti e le fotocopie degli atti dei processi che sta seguendo.

    Dopo un viaggio in auto che Mario Sossi non riesce a riconoscere perché probabilmente drogato, quando viene slegato e gli viene tolta la benda si trova nella prigione del popolo: una camera più o meno quadrata di circa 2,5 m di lato. Le pareti, forse di polistirolo, rendono l’ambiente perfettamente insonorizzato. Su un lato si apre una porta piccola e bassa: dall’interno si scorgono le tracce di quattro serrature. Non ci sono finestre, solo un foro nel soffitto con una piccola grata e un aeratore che, di tanto in tanto, cambia l’aria. Il pavimento è coperto da una stuoia marrone. La luce proviene da una fioca lampada rossa. Attaccato alla parete un vessillo di stoffa rossa con una stella gialla dalle punte irregolari e, accanto, alcune scritte; in particolare Mario Sossi rimarrà colpito da una: «Portare l’attacco al cuore dello stato». L’arredamento è un tavolinetto a mensola, un seggiolino pieghevole tipo spiaggia e una branda.

    Il sequestrato viene poi affidato al trio Franceschini-Cagol-Bertolazzi, che lo trasporta in una villetta (comprata da Franceschini mesi prima) alla periferia di Tortona, all’interno della quale è celata la cosiddetta “prigione del popolo”
    (una piccola cella insonorizzata con wc chimico, branda e aeratore per il ricambio dell’aria).

    I responsabili tecnico-militari dell’operazione sono Alberto Franceschini e Mara Cagol, ma in totale partecipano circa 18 brigatisti.

    Mario Moretti, per ragioni di sicurezza, è l’unico che non prende direttamente parte alla rischiosa operazione. Altre fonti invece dicono che è Moretti e non Bertolazzi a tenere in ostaggio Sossi a Tortona. Giovanni Bianconi sostiene che lui a turno con i compagni s’infila il cappuccio e si presenta al giudice per portargli da mangiare, condurre gli interrogatori, scrivere le lettere da recapitare all’esterno.

    Ma dopo quindici giorni trascorsi nel chiuso di quelle quattro mura è colto da una crisi di claustrofobia: – Se non esco da qui almeno per qualche ora va a finire che mi ammazzo. Alberto e Mara si guardano in faccia: la richiesta va contro ogni regola di comportamento brigatista e può rivelarsi pericolosa, ma non ci sono molte alternative. E così, senza che nessun altro dell’organizzazione lo sappia, il terzo carceriere del giudice Sossi per un giorno torna a essere un normale padre di famiglia che va a trovare la moglie e il figlio prima di rituffarsi nella clandestinità e nella «prigione del popolo».

    A conoscere l’ubicazione della “prigione del popolo” sono solo Franceschini, la Cagol e Piero Bertolazzi (o Mario Moretti, secondo Giovanni Bianconi).

    Per cercare il magistrato viene imbastita un’enorme operazione di polizia: seimila agenti setacciano la città, mentre la magistratura (procuratore capo Grisiola) sospende tutte le istruttorie e indagini in corso.

    L’ANSA emette numerose note. La prima alle 21:48.

    Il sostituto procuratore della Repubblica, Mario Sossi, pubblico ministero al processo contro i membri del gruppo XXII Ottobre, è stato rapito questa sera in strada da un commando di cinque o sei giovani che con la minaccia delle pistole l’hanno costretto a salire su un furgone grigio.

    La seconda nota esce nove minuti dopo, alle 21:57.

    Il rapimento è avvenuto alle 20:50 davanti all’abitazione del magistrato, in Via Forte dei Giuliani, 2, nella zona di Albaro. Mario Sossi negli anni dal 1966 al 1968 aveva lungamente indagato sulle attività delle così dette “Brigate Rosse”. È ritenuto un magistrato tradizionalista.

    E, alle 22:59:

    In seguito al rapimento del magistrato, dal Ministero dell’Interno è stato inviato a Genova l’ispettore generale della Criminalpol, dott. Vincenzo Li Donni ed è stato disposto l’afflusso nella città ligure di contingenti di rinforzo della polizia stradale e dei carabinieri per collaborare nelle ricerche.

    A Roma, la situazione è giudicata subito molto grave. Le telescriventi rilanciano la notizia che «il ministro dell’Interno, on. Taviani, ha disposto che il capo della polizia, dott. Efisio Zana Loy, raggiunga immediatamente Genova. Il capo della polizia è partito immediatamente e sarà a Genova nella prima mattinata».

    Quella sera stessa intanto, alcuni brigatisti quasi finiscono nelle mani dei carabinieri. Ecco come il pubblico ministero Caccia ricostruisce l’episodio:

    Il 18 Aprile, alle 22:30, una Fiat 128 bianca, guidata da una donna, si fermò ad un posto di blocco di carabinieri, a Ottone, in provincia di Piacenza; durante il controllo sopraggiunse un’Autobianchi A 112, color crema, tetto nero, targata Milano, con due uomini a bordo, che forzò il posto di blocco. I carabinieri, a causa del forzamento del blocco non fecero alcun controllo alla 128 e non ne registrarono la targa; l’auto A 112, per quanto subito segnalata al comando di tenenza di Bobbio, non fu più rintracciata

    La macchina, si scoprirà più tardi, era stata rubata a Lodi il 27 Settembre 1973 a Massimo Allegri, fratello di una presunta brigatista rossa.

    Ci si attende la liberazione di Sossi per questa mossa della magistratura, ma un comunicato dei GAP in cui si auspica la linea dura fa salire nuovamente la tensione.

    Il 26 Aprile 1974 un comunicato delle BR afferma che Sossi sta parlando, soprattutto sul processo alla 22 Ottobre.

    Il 28 Aprile 1974 riprendono le indagini della magistratura, ma in mancanza di indizi sembra che si proceda a caso.

    Nonostante la polizia blocchi le conferenze stampa e l’afflusso di notizie ai media, tutti i quotidiani continuano a parlare del sequestro, tanto da far conquistare a Mario Sossi la prima posizione (che manterrà per oltre un mese) della speciale classifica di Panorama “VIP PARADE – Termometro della Popolarità”, compilata sul numero di citazioni sui principali quotidiani italiani.
    Sossi in un mese ne raccoglierà 2137, surclassando Eddy Merckx (509) e Kissinger (505).
    Al quarto posto Francesco Coco con 486.

    Alberto Franceschini sul sequestro Sossi

    “Avevamo cominciato a preparare il rapimento del sostituto procuratore della Repubblica di Genova Mario Sossi un anno prima, nella primavera del 1973, quando i compagni di Torino avevano appena sequestrato Bruno Labate e stavano progettando l’azione Amerio. Milano era la città dove eravamo nati e sarebbe bastato uno di noi a tenere le fila dell’organizzazione, della colonna. Restò Mario. Io mi trasferii a Genova e nel “lavoro” mi aiutarono via via altri compagni: Mara, Renato, Fabrizio, Maurizio, Roberto, Alfredo, il Nero.”

    Mario Moretti sul sequestro Sossi

    “È la prima grande azione armata contro lo Stato e ha un grandissimo effetto. È uno scontro reale, vissuto, visibile, piccolo ma emblematico, con lo Stato vero, con la magistratura, con la polizia, con i carabinieri. Affascina molti, ha un’eco straordinaria nella stampa. È con Sossi che conquistiamo il terreno dei media.”

    Renato Curcio sul sequestro Sossi

    “Il magistrato genovese era una buona incarnazione della giustizia asservita al potere politico democristiano e il suo sequestro ci sembrò la mossa giusta per alzare il tiro senza affrontare rischi eccessivi. Poi avevamo un obiettivo interno: quello di creare un nostro fronte di intervento anche a Genova, conquistandoci sul posto una certa area di consensi.”

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  • 12 Febbraio 1973

    Un commando delle BR sequestra Bruno Labate.

    A Torino, la mattina, un commando delle BR sequestra il segretario provinciale dei metalmeccanici della CISNAL [il sindacato neofascista, ndr] Bruno Labate, 30 anni.

    Alle 9:30, puntuale, Bruno Labate esce da casa, in Via Biamonti 15, nella zona di Borgo Po. Deve recarsi alla sede del sindacato, sull’altra sponda del Po, in centro. Ha percorso soltanto pochi metri quando, all’incrocio con Via Lanfranchi, di fronte al cinema «Ritz d’essai», è raggiunto da due uomini che lo hanno seguito dal momento in cui ha chiuso il portone.

    Aggredito, percosso, caricato a forza su un furgone, trasportato in un covo e interrogato per quattro ore (registrate dalle BR che ne utilizzeranno alcuni stralci per un volantino “Guerra ai fascisti nelle fabbriche torinesi”), Labate viene poi rapato, fotografato con un cartello appeso al collo, bendato, “imbavagliato” da un nastro adesivo, ritrasportato e abbandonato legato a un palo dell’illuminazione di fronte all’ingresso della Fiat Mirafiori.

    Sul cartello c’è scritto:

    Questo è Bruno Labate segretario provinciale della CISNAL pseudo sindacato fascista che i padroni mantengono nelle fabbriche per dividere la classe operaia, per organizzare il crumiraggio, per mettere a segno aggressioni e provocazioni, per infiltrare ogni genere di spie nei reparti. Lo rimettiamo in libertà e senza braghe per sottolineare ad un tempo il ribrezzo che incutono i fascisti e la necessità di colpirli ovunque, duramente, con ogni mezzo fino alla completa liberazione delle nostre fabbriche e dei nostri quartieri. Guerra al fascismo di Andreotti e di Almirante.

    Un volantino firmato BR lasciato sul posto in molte copie rivendica la paternità dell’accaduto, e insiste sulla necessità di «organizzare la resistenza proletaria sul terreno della lotta armata».

    Stralcio del volantino lasciato ai piedi di Bruno Labate

    Il fronte padronale sta portando a fondo il suo attacco alle lotte operaie e studentesche, all’unità e alle organizzazioni del movimento rivoluzionario.

    […]

    Le forze politiche dell’arco costituzionale «condannano» unite «ogni manifestazione di violenza da qualunque parte essa provenga»; dietro a tutti i padroni manovrano i fili di questa grottesca rappresentazione della «democrazia da salvare». Così, anche se alcuni strillano, come sempre succede nei momenti difficili, che la violenza è «sempre» un male senza voler distinguere la violenza dell’oppressore da quella dello schiavo, sempre più si fa largo, tra le forze che lottano, la convinzione che ormai è urgente organizzare la resistenza proletaria sul terreno della lotta armata. Questa è la parola d’ordine che le Brigate Rosse raccolgono dal movimento di classe e rilanciano al movimento rivoluzionario. I nuclei armati delle Brigate Rosse nelle fabbriche e nei quartieri già combattono insieme alle avanguardie proletarie in questa prospettiva.

    […]

    Lo abbiamo sequestrato alcune ore per fargli domande in merito alle responsabilità sue e di alcuni dirigenti FIAT nella «tratta dei meridionali» assunti tramite la CISNAL; alle responsabilità sue nell’organizzazione di provocazioni attuate dai fascisti in combutta con i carabinieri o con i poliziotti; all’organizzazione del crumiraggio in cui capi e capetti di Agnelli e fascisti di Almirante si dividono i compiti; alle responsabilità sue e della CISNAL nell’organizzazione della rete di spionaggio nei reparti che ha condotto al licenziamento di numerose avanguardie; ai suoi incontri con il ministro del lavoro, visto che la CISNAL, anche se sottobanco, viene fatta partecipare alle trattative.

    Quando alla fine del turno di mattina, gli operai escono dalla Mirafiori, si trovano davanti un uomo incatenato, muto e immobile. Gli si fanno intorno, leggono sorpresi il cartello che ha appeso al collo. Ma non osano avvicinarsi.

    Due giorni dopo, un altro volantino BR intitolato «Guerra ai fascisti nelle fabbriche torinesi» riproduce l’interrogatorio di Labate sulla consistenza numerica della CISNAL alla Fiat, sulle collusioni tra CISNAL e dirigenza aziendale, su assunzioni preferenziali di segnalati dalla CISNAL e, in generale, sulle violenze fasciste nello stabilimento.

    Stralcio del volantino ‘Guerra ai fascisti nelle fabbriche torinesi’

    Nella sinistra si solleva, anche con prove documentarie, il problema delle assunzioni combinate fra la FIAT e la CISNAL allo scopo di infiltrare nei reparti una massa di manovra docile esecutrice di un vasto disegno antioperaio. Visto che il Labate è uno dei responsabili fascisti di questo sporco «giro», abbiamo chiesto direttamente a lui come si svolgono le cose.

    A domanda, Bruno Labate, risponde: «Gli accordi più importanti passano attraverso il partito (MSI) ed è direttamente l’On. Abelli Tullio che se ne occupa. È attraverso il suo interessamento che le domande passano all’ufficio assunzioni dove c’è il dott. Negri che le promuove. A livello di sezioni sono alcuni capi del personale che si interessano affinché quegli operai che noi raccomandiamo vengano assunti nelle sezioni FIAT da noi indicate. Qualche nome?… Beh, il cav. Amerio… per le carrozzerie prima c’era il dott. Annibaldi e adesso il rag. Cassina; per le meccaniche il dott. Dazzi; per Rivalta il dott. Audino».
    «Chi di voi, in particolare, si interessa di questa faccenda?»
    «È un compito dei capigruppo aziendali.»
    «E cioè?»
    «Angelo Trivisano per Mirafiori; Ritota Piero per le carrozzerie; Benetti Giuliano per le meccaniche; Gabriele Mazza per le ausiliarie; Antonio Barone per la ricambi; Domenico Polito per l’Osa Lingotto».
    «Avete affermato ad un settimanale di destra di essere in molti a Mirafiori o comunque alla FIAT. Siete davvero convinti di queste affermazioni?»
    «Beh… no, non è che uno sia convinto logicamente… ma cercate di capire che è un giornale… un giornale ha sempre delle esigenze propagandistiche… e poi sono loro, quelli del giornale, che hanno scritto quelle cifre…»
    «D’accordo, allora visto che non siete poi così tanti, vogliamo sapere chi sono i vostri attivisti, i vostri responsabili alla FIAT. Cominciamo da Mirafiori».
    «Responsabile per Mirafiori è Angelo Trevisano, che lavora alle carrozzerie. È responsabile da quando è stato eletto membro di CI nel ’68, che allora era per una un’unica sezione: Mirafiori. Poi ci sono Giuliano Benetti per le meccaniche e Ritota Piero per le carrozzerie che sono i responsabili dei rispettivi gruppi di sezione».
    «E chi sono i vostri attivisti alle carrozzerie?»
    «Non me li ricordo… non so se…»
    «Fai uno sforzo che tanto abbiamo tempo! (E lo sforzo lo ha fatto. Anzi, dobbiamo dire che la memoria lo ha sorretto bene se si fa eccezione di alcuni nomi che del resto è stato possibile ricostruire utilizzando l’indirizziario che gli è stato sequestrato insieme a una borsa di documenti. L’indirizziario contiene un centinaio di nominativi coi rispettivi numeri di telefono.) Allora, chi sono i vostri attivisti alle carrozzerie, oltre Trivisano e Ritota?»
    «Beh,… c’è Ciglioni Giuseppe, poi i due fratelli Dademo… uno si chiama Antonio e l’altro Francesco… poi c’è Obino Nicola… Romagnoli Sergio… ah sì, Conteduca, e Migliaccio, che sono stati appena nominati… c’è Giacomini Pasquale… Manganiello… Poi c’è Santangelo Luigi… poi ci sono altri iscritti, ma…»
    «Allora passiamo alle meccaniche. Oltre a Benetti, chi sono i più importanti attivisti fascisti?»
    «Alle meccaniche saremo una ventina. C’è il cav. Ferraris, c’è Cortosi Nunzio… poi Tarullo Rocco, ci sono Scavuzzo Vito e Antonio Caruso… poi c’è Rega, che credo si chiami Antonio… Barillaro non mi ricordo come si chiama… direi una bugia… Del Sarto che era capogruppo prima di Benetti… poi c’è Alderucci… Farruggio Giuseppe».
    «E Masera, quel fascista che fa il saluto romano quando passano i cortei?»
    «Io conosco un Masera che è capo reparto delle pulizie, ma non è nostro. Dev’essere di Iniziativa Sindacale».
    «Ora passiamo alle presse. Qui c’è quel gruppetto di provocatori che si è reso recentemente responsabile di una aggressione di fronte alla porta 17. Cos’hai da dire a questo proposito?»
    «…uno non era dei nostri…»
    «Allora dicci gli altri, i vostri».
    «Erano Greco, Mangiola e Meo, tutti e tre RSA. Greco si chiama Antonio, Mangiola credo si chiami Saverio e Meo si chiama Cosimo».
    «C’è qualcun altro alle presse, no?»
    «Beh, sì, c’è il ragionier Festa… Wilson Festa e anche Filippo Greco…»
    «Parliamo adesso delle ausiliarie. Quanti siete e chi è il vostro capogruppo?»
    «Gabriele Mazza».
    «E quali sono gli altri vostri attivisti?»
    «Pochi veramente: praticamente solo lui.»
    «Sentiamo allora al Lingotto chi sono i vostri rappresentanti.»
    «…ma non mi ricordo tutto. Come faccio… Dunque c’è Polito Domenico e anche suo figlio Filippo, poi ci sono Stefano Oldano… c’è Serchimich Stefano.»
    «E Scattaglia te lo dimentichi?»
    «Parlate di Fabrizio Scattaglia? Adesso non è più al Lingotto, ma lavora a Palazzo Marconi all’ufficio del personale…»
    «E alla Motori-Avio?»
    «Lì c’è Paolo Sissia, di altri non ne conosco.»
    «E alla ricambi come stanno le cose?»
    «Ve l’ho già detto: c’è Barone, mi sembra Antonio Barone. Lui è il capogruppo, ma in pratica fa tutto lui. Sono due o tre in tutto. Ma la situazione, lì, è di smobilitazione.»
    «E alle ferriere?»
    «È Sebastiano Palma che ci rappresenta, ma anche lì…»
    «Adesso parliamo di Rivalta, sentiamo qualcosa di Rivalta.»
    «Lì c’è un gruppo aziendale di una trentina di persone, forse un po’ meno. Devo premettere che questi li conosco meno perché essendo decentrata vedo qualcuno solo alle riunioni che facciamo una volta al mese. Loro si riuniscono alla sezione interna. È Guicciardino Giuseppe principalmente che tiene i contatti con noi… Gli altri hanno meno possibilità di frequentare il nostro sindacato perché abitano distanti. Di nomi non ne ricordo molti… tra gli impiegati c’è Ugo Ugolini… altri nomi che mi ricordo… Michele Tancredi, Enrico Di Loreto, poi Mattana, che si chiama Ugo. »
    «Avete dichiarato ad un giornale fascista che avete rappresentanze in diverse piccole fabbriche. Dicci un po’ chi vi rappresenta in queste fabbriche e in quali. »
    «Beh, sono rappresentanze fittizie… più sulla carta che altro. Alla Viberti, per esempio, c’era uno, Leccese, che da diversi mesi è in malattia e che in questi giorni va in pensione o è già andato… ma data la distanza non è che si svolgesse un’attività particolare… »
    «Allora sono frottole quelle che hai raccontato a quel giornale fascista? »
    «Insomma, volevo dire che sono accreditate le nostre rappresentanze in alcune aziende, nient’altro… »
    «In quali, per esempio?»
    «Alla Westinghouse, dove ci sono i due fratelli Caputi, Gaetano e Vincenzo; alla Pininfarina, lì il capogruppo è Aldo Tropea… c’è anche Trevisan… Bugnone è quasi un anno che non è più rappresentante… Ma anche lì la situazione… »
    «E alla Singer di Leinì?»
    «Per noi la situazione fa capo a Vattimo Lorenzo. Anche suo fratello Francesco è del sindacato. Poi ci sono alcune altre persone, la moglie di Lorenzo, qualche altro, ma è una situazione agli inizi…»
    «E nelle piccole fabbriche, cosa avete?»
    «Niente, niente. Non abbiamo rappresentanze sindacali costituite. Una volta avevamo uno anche all’Abarth, ma ora in pratica non abbiamo più nessuno, è solo sulla carta… lì c’è una situazione un po’ particolare…»
    «Non avete rappresentanze ma avete rapporti con qualcuno, no?»
    «Con l’ing. Bosio della Efel; col dott. Molinari alla Cromodora; col dott. Damato Fulvio alla Elcat; con il ragionier Gallo alla Safe; con Finessi alla Amp Italia; con Adamo alla Sait.»
    «Anche se sottobanco, la CISNAL viene fatta partecipare alle trattative. Devi dirci chi di Torino partecipa e in rappresentanza di chi.»
    «In rappresentanza di chi mi sembra inutile dirlo. Comunque per adesso sono andato solo io a Roma.»
    «Vi incontrate di nascosto, naturalmente!»
    «Con noi tratta anche la CISAL, che è un’altra organizzazione… diciamo un po’… No?… »
    «Un po’ cosa, fascista?»
    «Un po’ di destra, insomma. »
    «Chi alla Federmeccanica pensa sia opportuno discutere con voi?»
    «Le prime volte ci siamo incontrati con Valle che è il direttore, poi è venuto Mortillaro, che credo sia il vicedirettore per gli affari sindacali e qualche altro di cui non so il nome. »
    «Con chi avete avuto incontri a Roma?»
    «In sede ministeriale ci siamo incontrati col prof. Guerrieri, con il dott. Pirri e col sottosegretario De Cocci… Il ministro non lo abbiamo ancora incontrato. »

    Non lontano dagli stabilimenti FIAT è rintracciata la 1100 «familiare» di color chiaro usata per il rapimento. Sul vetro di un deflettore viene rilevata un’impronta incompleta ma nitida. Viene inviata al gabinetto scientifico dei Carabinieri a Roma, ma non risulta schedata. Pochi giorni più tardi, invece viene il responso dal gabinetto della scuola superiore di PS: è di Paolo Maurizio Ferrari, 28 anni, nato a Modena, residente a Grosseto ma domiciliato a Torino, è ex operaio della Pirelli Bicocca. Le sue impronte sono state schedate l’anno prima in occasione delle indagini sulla morte di Feltrinelli; prima viene sospettato di far parte del gruppo dell’editore, poi di essere un brigatista, poi viene rimesso in libertà dopo quattro giorni.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”