Tag: Massimo Maraschi

Il primo incarico dovrebbe portarlo a termine in tutta segretezza: lo riconoscono e cominciano a cercarlo per l’Italia. Alla seconda impresa infila una serie incredibile di errori: finisce in prigione, fra capo e collo, poche ore dopo l’arresto, gli si abbatte una duplice accusa: sequestro di persona a scopo di estorsione e strage. Un processo sull’esito del quale il margine di dubbio è subito ridotto al minimo fino a diventare inesistente già prima della sentenza, lo dichiarerà colpevole per tutte le accuse e la condanna sarà: trent’anni di carcere.

Famiglia operaia, impegno politico precoce. Massimo Maraschi nasce a Lodi il 20 Agosto 1952, la sua è una vita uguale a quella di molti compagni che allo sport o ai divertimenti facili preferiscono la discussione sui problemi che lacerano la società. Fra l’estate del 1974 e quella del 1975 si brucia la sua giovane esistenza. Fa parte del collettivo politico «La Comune» del Lodigiano, è compagno di Francesco Cattaneo, di Adriano Carnelutti, Paolo Gastaldi, Giorgio Pinotti, Laura Allegri, Antonino Scoglio, e anche di Pietro Bassi e Pietro Bertolazzi: quando, il 6 Luglio ’74, Carnelutti viene arrestato, con Gastaldi firma la lettera di protesta che, una settimana più tardi, è consegnata all’agenzia giornalistica ANSA. Non è un clandestino ma pochi giorni dopo il giudice istruttore vuole ascoltarlo come «teste utile alle indagini» e si trova con i carabinieri alle calcagna.

Fino al Giugno dell’anno successivo sembra scomparso. È arrestato a Canelli dai carabinieri nel pomeriggio del 4, neppure due ore dopo il sequestro dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia. In quell’anno è diventato un brigatista full time, sostengono i carabinieri del nucleo speciale di p.g., i quali, nel seguito al «Rapporto Giudiziario n. 127/5-1», garantiscono di averlo «attivamente ricercato dall’estate del decorso anno». E aggiungono: «Maraschi è irreperibile al domicilio anagrafico (presso i genitori) da circa un anno e secondo le informazioni assunte, da allora egli ha vissuto in clandestinità». Maraschi ha rapito Gancia, dice in sostanza il rapporto firmato dal colonnello Lucio Regalbuto e compilato sulle indagini del capitano Luciano Seno, e dei brigadieri Anonimo Assenza e Pietro Bosso. Ha partecipato al rapimento con un nucleo di brigatisti. Nel gruppo aveva compiti secondari: era incaricato di bloccare il traffico sulla strada che doveva percorrere Vittorio Vallarino Gancia. Prima del sequestro, però, ha un incidente, banale e decisivo: si scontra con un’utilitaria. Da quell’episodio nasce la più grossa tragedia nelle quali sono rimaste coinvolte le bierre, «la battaglia di Arzello». La traccia che Maraschi ha lasciato dietro di sé è raccolta dai carabinieri che già nel tardo pomeriggio hanno, se non la certezza, per lo meno «ragionevoli sospetti» che a rapire l’industriale siano state le brigate.

La conferma giunge tragicamente il giorno dopo. Nella «cascina maledetta», ad Arzello d’Acqui, c’è battaglia, muoiono Margherita Cagol, la compagna “Mara”, e l’appuntato Giovanni D’Alfonso. Da diciotto ore Massimo Maraschi è nelle camere di sicurezza della stazione dei carabinieri di Canelli. È un brigatista, ha preso parte al sequestro: è responsabile anche di tutto quanto accadrà dopo. Lo stabilisce la legge, sosterrà l’accusa ma soprattutto la parte civile. L’articolo 116 non lascia margini a dubbi: «Qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione od omissione. Se il reato commesso è meno grave di quello voluto, la pena è diminuita riguardo a chi volle il reato meno grave.

La vita del giovane indicato come guerrigliero, in realtà un incredibile pasticcione che alla prima prova seria non ne ha indovinata una, si brucia così, come una torcia, in quelle diciotto ore. Lo cercavano per “ascoltarlo”, quando viene catturato, il conto che gli presenta lo stato borghese, lo stato che voleva abbattere è molto più alto. Non vuole l’incontro con i giudici che, secondo lui, hanno il dovere di presentarlo «come un delinquente comune» e il compito di decidere della sua sorte. La condanna sarà pesante: anni e anni di carcere. E dietro le inferriate del penitenziario, un po’ ogni giorno, sfuma il sogno della rivoluzione. A ventitré anni, vivendo, è possibile essere già morti.

Tornato libero, lavora in una cooperativa nel bolognese.

 

  • 14 Gennaio 1976

    Le Brigate Rosse assaltano due caserme dei carabinieri a Genova.

    Alle 5:30 nell’officina della caserma di Molassana scoppiano due bombe, forse gelatina. Sono state lanciate dalla strada, distruggono un pullmino, una 500 e danneggiano una campagnola.

    Tre quarti d’ora più tardi i brigatisti entrano nel garage Di Negro, presso la stazione Principe. Tolgono il tappo al serbatoio del pullmino in dotazione ai carabinieri di San Teodoro e appiccano il fuoco. È il primo pomeriggio quando viene diffuso un comunicato. Rivendicati gli assalti a Molassana e San Teodoro.

    Comunicato sugli assalti alle Caserme dei Carabinieri di Genova e Milano

    Portare l’attacco allo stato! Più la crisi di regime si fa profonda, più la classe operaia, il proletariato, trova di fronte a sé contrapposti gli strumenti militari della borghesia, primi fra tutti i carabinieri, nucleo strategico della controrivoluzione imperialista. Dopo aver creato masse di disoccupati e sottoccupati e mentre si apprestano a ridurre ancora anche i salari degli occupati, i padroni delle multinazionali, con alla testa Agnelli, Cefis e la Confindustria, lasciano la catena larga a questo braccio omicida per terrorizzare preventivamente i nuclei di resistenza nell’illusione di poterli scoraggiare mostrando loro truppe di criminali pronti a tutto e ben armati.

    Non vi sono più limiti nella ricerca affannosa della sconfitta politica del movimento operaio, delle sue lotte, della «conflittualità permanente» che dal 1968 ad oggi ha minato i loro profitti babilonici e la loro dittatura. Non vi sono più limiti perché i padroni sanno che possono ottenere questo risultato solo sul terreno della violenza aperta, del terrorismo, della guerra controrivoluzionaria. E lo stanno praticando. Gli ultra revisionisti di Berlinguer fanno finta di non accorgersi di quanto succede perché da molto tempo hanno rinunciato ad organizzare la classe operaia sul terreno della resistenza e della guerra di classe in cambio di qualche culo caldo sulle poltrone a fianco del potere. Con la pratica oscena del “compromesso” coi governanti morbidi della DC e del “patto corporativo” con gli industriali in buona salute come Agnelli anch’essi ricercano la sconfitta delle tensioni rivoluzionarie che percorrono e scuotono la classe operaia…

    L’attacco alle caserme dei carabinieri che la nostra organizzazione ha sferrato in questi giorni non ha il respiro della rappresaglia ma indica una linea di combattimento che, insieme a tutte le forze rivoluzionarie combattenti, intendiamo percorrere fino alla vittoria. Ci deve essere una sola forza armata: – i proletari con il fucile sulla spalla! Lotta armata per il comunismo! Al compagno Massimo Maraschi condannato per rappresaglia dal tribunale speciale di Alessandria a trenta anni va il saluto di tutti i compagni rivoluzionari. A lui diciamo: ricorderemo questo processo e lo faremo ricordare! A chi di dovere: la cascina Spiotta di Arzello è un bene dell’organizzazione ed appartiene al popolo. Nessuno provi a venderla e nessuno provi a comprarla.

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  • 25 Luglio 1975

    Bruno Caccia deposita la requisitoria per le attività delle Brigate Rosse.

    Bruno Caccia è il rappresentante della pubblica accusa.

    Nelle 332 pagine illustra le richieste di rinvio a giudizio per 32 imputati: Curcio, Franceschini, Ferrari, Buonavita, Bassi, Bertolazzi, Gallinari, Lazagna, Levati, Carnelutti, Micaletto, Galeotto, Leonetti, Sabatino, Muraca, Raffaele, Savino, Legoratto, Zaini, Carletti, Bolazzi, Peusch, Borgna, Caldi, Costa, Sartoretti, Rabozzi, De Ponti, Ognibene, Lintrani, Paroli, Morlacchi.

    Insieme alle certezze, il pubblico ministero esprime numerosi dubbi, considera la situazione «non matura» per altre 28 persone e, per costoro, richiede supplementi d’istruttoria. Gli interrogativi riguardano il gruppo del collettivo politico «La comune» di Lodi, tornato in evidenza, sottolineano glil inquirenti, con l’arresto di Maraschi, il gruppo redazionale di «Controinformazione»; stralciate anche le posizioni degli avvocati Di Giovanni e Stasi.

    «Dichiara non doversi procedere nei confronti di Cagol Margherita in Curcio perché i reati a lei ascritti sono estinti per la morte dell’imputata».

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  • 4 Giugno 1975

    Un commando brigatista rapisce l’industriale Vittorio Vallarino Gancia.
    Viene arrestato Massimo Maraschi.

    A Canelli (Asti), alle ore 15.30, un commando di cinque brigatisti (comprendente Mario Moretti) rapisce l’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Poco dopo, nella zona, i carabinieri fermano un giovane il quale prima tenta di fuggire, poi si dichiara prigioniero politico: è Massimo Maraschi, che vari indizi inducono a ritenere legato alle BR.

    L’industriale lascia la casa verso le 15, saluta la cameriera e il giardiniere, Giuseppe Medina, sale sull’Alfetta. Per raggiungere la sede della ditta, in corso Libertà, deve percorrere poco più di un chilometro. Il giardiniere vede la prima parte del sequestro, ma subito non si rende conto di quanto accade.

    «Fermi, a un centinaio di metri dalla villa c’erano auto, mi è parsa una 124 verde pisello, e un furgone. Ho creduto che ci fosse stato un incidente, un tamponamento. Quando la macchina del dott. Vallarino Gancia li ha superati, i quattro uomini che discutevano attorno alle vetture, sono risaliti e le macchine sono partite ad andatura moderata».

    Ancora pochi metri, poi incontro all’auto si fa un operaio con una bandiera rossa in mano che fa cenno di fermare. Più avanti la strada è bloccata da una transenna e da un furgone. L’industriale si ferma, incerto sulle intenzioni del camioncino che ha preso ad arretrare. Subito dopo il furgone tampona a ritroso l’Alfetta, mentre il lunotto posteriore è frantumato a colpi di martello da uno degli uomini in tuta, la portiera è spalancata e Gancia si trova al fianco un giovane incappucciato che gli punta la pistola. Il prigioniero viene trascinato fuori, gli coprono la testa con un cappuccio ed è caricato sul furgone. Alla guida della macchina si mette uno del gruppo, i tre automezzi partono di scatto. L’auto di Gancia è ritrovata a Calamandrana, tra Nizza Monferrato e Canelli e, poco dopo, è rintracciato anche il furgone. Decine di pattuglie dei carabinieri e della Criminalpol battono le strade della campagna in una caccia serrata e difficile: i rapitori possono aver trovato rifugio in uno dei mille rustici, o, cambiate le auto, raggiunto l’autostrada. L’indomani giungerà la richiesta di riscatto: un miliardo, subito; cinquecento milioni in più se il pagamento dovesse tardare.

    Ricorderà Curcio:

    «Con l’andare del tempo, l’organizzazione era diventata sempre più grossa e le esigenze della clandestinità ancora più complesse e onerose. Il denaro delle rapine non bastava più…

    Nell’Aprile 1975 ci riunimmo, Margherita, Moretti e io, in una casa nel piacentino per discutere il da farsi: pensammo che era venuto il momento di seguire l’esempio dei guerriglieri latino-americani che già da tempo sequestravano degli industriali per finanziarsi. Esaminammo una rosa di nomi presentata dalla colonna torinese.

    Puntammo su Vallarino Gancia perché con lui potevamo agire in una zona che conoscevamo bene, perché l’operazione non comportava troppe difficoltà, perché era molto ricco… Volevamo chiedere un riscatto di circa un miliardo, ma, soprattutto, miravamo a un sequestro rapido, semplice e il meno rischioso possibile.

    Io non facevo parte del gruppo operativo perché ero super ricercato, la polizia aveva le mie foto, non mi potevo spostare con facilità»

    Un singolare episodio, accaduto nella zona durante il pomeriggio, viene posto in relazione con il sequestro. Due ore prima dell’aggressione, una 124 guidata da un giovane si scontra con una 500: solo carrozzerie ammaccate. Il guidatore della 124 si assume subito la responsabilità e offre un indennizzo di 75 mila lire. Poi firma una dichiarazione:

    «Io sottoscritto, Dalmasso Pietro di anni 22, residente a Torino in Via Tassoni, 57 riconosco di avere torto nell’incidente avvenuto Mercoledì 4-6-’75 in località regione Bassi Cassinasco. Dalmasso Pietro.

    Ma l’altro automobilista, Cesarino Tarditi, 18 anni, si insospettisce, avverte lo zio Oreste, idraulico, sono chiamati anche i carabinieri. Nel frattempo la 124 se n’è andata. La rintracciano, casualmente, alla periferia di Canelli, alcune ore più tardi. Il guidatore tenta la fuga a piedi, è inseguito, attraversa una roggia, vi cade, perde le lenti, quando si rialza i carabinieri gli sono addosso. In caserma dice: «Mi considero prigioniero di guerra, mi chiamo Massimo Maraschi».

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