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Prospero Gallinari nasce il 1° Gennaio 1951 a Reggio Emilia, una zona a forte vocazione contadina la cui unica importante realtà produttiva sono le Officine Meccaniche Reggiane. Una zona con forte vocazione di lotta, sia prima che durante il fascismo, che dopo il ’43 ha portato sulle montagne numerosi contadini (oltre che a eroi come i fratelli Cervi).

Episodio che lo segna profondamente sono i morti di Reggio Emilia del 7 Luglio 1960; non assiste alla manifestazione ma partecipa ai funerali, lo colpiscono molto gli adulti che piangono e la presenza di Togliatti.

Dopo qualche anno diventa diffusore de L’Unità, frequenta la sezione del PCI e la Casa del Popolo. I suoi amici sono tutti comunisti, anche se lui è il più piccolo.

Alle elementari, che raggiunge dopo 4 km di cammino, è un bambino grasso, tanto che viene soprannominato Capoun, “cappone” in dialetto reggiano, il gallo castrato.

Dopo le elementari va all’Avviamento Professionale, ma arriverà ben presto il momento di andare a fare il lavoro che lo aspetta. Il contadino, a lavorare la terra.

Cresce con il concetto di “Resistenza tradita”, molto diffuso tra i numerosi Partigiani Emiliani che volevano continuare la guerra civile fino alla conquista del potere e che si sentono traditi dalla Svolta di Salerno di Palmiro Togliatti.

Il 15 Ottobre 1967, quando muore il Che, Prospero deve andare a prendere il latte per i maiali al caseificio, vicino alla sede del partito. Non c’è nessuno, espone tutte le bandiere e comincia a far suonare canzoni rivoluzionarie. Poi torna nei campi, dove resta fino a sera. Al suo ritorno alla sede del partito trova il segretario della sezione incazzato nero. Gli dice che non doveva permettersi di prendere simili iniziative perché il partito non aveva preso alcuna decisione e poi perché Che Guevara era un trotskista.

Prendendo sempre più le distanze da un PCI in cui non si riconosce più, si avvicina all’appartamento di Reggio Emilia insieme a Franceschini e ad altri esuli, con cui entra in contatto con Curcio e Cagol e con alcuni gruppi di operai di Milano.

Partecipa al convegno di Pecorile (Costaferrata) e si schiera con Simeoni in contrasto con Curcio: creare una struttura clandestina capace di sostenere un livello di scontro anche armato.

Si trasferisce a Milano nell’Ottobre del 1971, poi va a Torino; la vita dell’operaio però non fa per lui, e torna a Reggio Emilia. Poi riallaccia i contatti con l’organizzazione, che lo manda a Marghera. È il 1974. Dopo l’arresto di Curcio e Franceschini viene rimandato a Torino, dove viene arrestato. Viene mandato al carcere di Alessandria, poi a Belluno dove incontra Amos Spiazzi della Rosa dei Venti. Il 17 Maggio 1976 torna alle Nuove di Torino, dove comincia il processo alle Brigate Rosse. Viene poi spostato a Treviso, dove il 2 Gennaio 1977 insieme a un’altra dozzina di detenuti riesce ad evadere. Si nasconde a Padova, poi a Firenze e infine raggiunge Roma dove le Brigate Rosse stanno organizzando il rapimento di Aldo Moro.

Il 24 Settembre del 1979 viene arrestato a Roma, durante l’arresto viene colpito da un proiettile alla caviglia e uno alla testa.

Dall’ospedale viene poi portato al carcere di Regina Coeli a Roma. In carcere sposa Anna Laura Braghetti il 24 Agosto 1981.

  • Marzo – Aprile 1973

    Prospero Gallinari chiede di entrare nelle Brigate Rosse.

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  • 17 Agosto 1970

    A Costa Ferrata in provincia di Reggio Emilia un centinaio di persone si riuniscono in un albergo per decidere la Lotta armata. Viene erroneamente ricordato come il convegno di Pecorile.

    A pochi chilometri dal grappolo di case allineate lungo la Provinciale, che non compare nemmeno sulla carta topografica, l’unica insegna stradale avvisa che ci si trova a Pecorile, il paese prima venendo da Reggio. Dopo, non ci sono più cartelli. E allora, per chi giunge da fuori, il convegno si tiene a Pecorile.

    Il convegno si svolge al ristorante Da Gianni a Costaferrata di Casina, seicentocinquanta metri sui monti intorno a Reggio Emilia, di fronte al castello di Matilde di Canossa.

    Le persone provengono dal CPM, dal Gruppo dell’Appartamento e dalla Facoltà di Sociologia di Trento. Si discute in maniera chiara e precisa la necessità della scelta della Lotta Armata.

    Le persone che partecipano a Pecorile, in un albergo proprietà di un parente di uno dei partecipanti (Tonino Parali) non sono tutti gli appartenenti al CPM, ma sono persone scelte da Curcio e Simioni.

    Partecipano, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Margherita Cagol, Corrado Simioni, Sandro D’Alessandro, Gaio Di Silvestro, Marco Fronza, Alberto Pinotti, Innocente Salvoni, Frantoise Tuscher, Annamaria Bianchi, Elvira Schiavi, Claudio Aguilar, Raffaello De Mori (ex iscritto al Psi), Maurizio Ferrari, Antonio Mottironi, Ivano Prati, Umberto Farioli, Roberto lussi, Dario Angelini, Marco Bazzani, Pietro Sacchi, Franco Troiano, Orietta Tunesi, Oscar Tagliaferri, Ezio Tabacco, Enrico Levati, Ravizza Garibaldi, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Attilio Casaletti, Lauro Azzolini, Ivan Maletti, Gino Simonazzi, Tonino Parali, Strambio De Castiglia (nipote dell’industriale Pirelli), Vanni Mulinaris (figlio del proprietario di un noto pastificio di Udine), Duccio Berio ( figlio di un noto professionista milanese legato al Mossad e genero del deputato comunista Alberto Malagugini), Piero Elefantino.

    “Il convegno di Pecorile venne materialmente organizzato da noi del Collettivo di Reggio Emilia su richiesta di Simioni e Curcio. […] Noi del Collettivo eravamo stati iscritti al PCI o alla FGCI. Simioni era venuto più volte a Reggio Emilia per coinvolgerci nei suoi progetti, ci teneva molto ad avere la nostra partecipazione nel costruire l’organizzazione clandestina: sembrava che senza l’impronta di noi ex iscritti al PCI o alla FGCI il progetto della lotta armata non avrebbe avuto senso politico”

    Alberto Franceschini

    Insieme a Simioni al convegno è presente anche Sabina Longhi, che Simioni presenta come sua segretaria, vantandosi anche che Sabina lavorasse i stretta collaborazione con il Segretario Generale della NATO Manlio Brosio (suggerendo che fosse una sua infiltrata).

    Lo scopo del convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio:

    «Il movimento operaio che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo
    si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati.
    Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”.
    Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande
    metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire»

    Incredibilmente a Pecorile non c’è Mario Moretti.

    Tonino Paroli ricorda così il convegno di Pecorile:

    «Fu un vero congresso, e durò dal lunedì al sabato. Parteciparono una settantina di compagni che avevano preso alloggio nelle case del paese e chiesto aiuto anche al parroco, don Emilio Manfredi. Il maresciallo dei carabinieri, avvertito della riunione, si informò se disturbassero, e poi non si occupò più della faccenda. E pensare che fra i partecipanti molti sarebbero stati dei protagonisti negli anni successivi. Come i duri di Reggio, quelli “dell’appartamento” quasi al completo, Sinistra Proletaria, i compagni di Milano, di Torino, di Genova, due di Trento. Tutti ragazzi seri, anche troppo, taciturni. A volte stavano insieme, altre volte si dividevano in gruppetti per boschi e campi.

    Discussioni roventi, ma quando parlava Curcio piombava il silenzio. Al contrario Mara, sua moglie, non era un’oratrice: fece soltanto un mezzo intervento. E verso l’una, tutti da Gianni a mangiare dopo lunghe camminate fra i boschi come se fossero marce sulla Sierra Madre, con Fidel, Ernesto Guevara o Camillo Cianfuegos. Soprattutto venivano letti Il diario del Che in Bolivia e il Piccolo manuale della guerriglia urbana del brasiliano Carlos Marighella. Ci dicevano che la nostra giungla sarebbe stata la strada della città, Roma, Milano, Torino, Genova e non le selve del Vietnam, o della Bolivia».

    Paroli racconta di grandi mangiate a base di prosciutti, salsicce, salame e, ovviamente, vino a volontà da ingollare con tortelli di bietola, lasagne, cannelloni, cappelletti in brodo, arrosti misti, coniglio, faraona, agnello e naturalmente cotechino. Quattromila lire, tutto compreso.

    Dagli interventi pubblici e meno pubblici emergono tre anime all’interno del convegno. La prima, più «movimentista», privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le «realtà di base»; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento.

    A Pecorile risulterà vincente la linea di Curcio: Simioni e il suo gruppo (Berio, Mulinaris) verranno isolati e tenuti fuori dalla discussione perché accusati di volere conquistare l’egemonia all’interno dell’organizzazione.

    Per la prima volta tra quei monti, in tanti, fra i quali Mara e Renato, proveranno le armi: Curcio denuncia subito la sua inadeguatezza, ma non desiste.

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