Tag: Prospero Gallinari

Prospero Gallinari nasce il 1° Gennaio 1951 a Reggio Emilia, una zona a forte vocazione contadina la cui unica importante realtà produttiva sono le Officine Meccaniche Reggiane. Una zona con forte vocazione di lotta, sia prima che durante il fascismo, che dopo il ’43 ha portato sulle montagne numerosi contadini (oltre che a eroi come i fratelli Cervi).

Episodio che lo segna profondamente sono i morti di Reggio Emilia del 7 Luglio 1960; non assiste alla manifestazione ma partecipa ai funerali, lo colpiscono molto gli adulti che piangono e la presenza di Togliatti.

Dopo qualche anno diventa diffusore de L’Unità, frequenta la sezione del PCI e la Casa del Popolo. I suoi amici sono tutti comunisti, anche se lui è il più piccolo.

Alle elementari, che raggiunge dopo 4 km di cammino, è un bambino grasso, tanto che viene soprannominato Capoun, “cappone” in dialetto reggiano, il gallo castrato.

Dopo le elementari va all’Avviamento Professionale, ma arriverà ben presto il momento di andare a fare il lavoro che lo aspetta. Il contadino, a lavorare la terra.

Cresce con il concetto di “Resistenza tradita”, molto diffuso tra i numerosi Partigiani Emiliani che volevano continuare la guerra civile fino alla conquista del potere e che si sentono traditi dalla Svolta di Salerno di Palmiro Togliatti.

Il 15 Ottobre 1967, quando muore il Che, Prospero deve andare a prendere il latte per i maiali al caseificio, vicino alla sede del partito. Non c’è nessuno, espone tutte le bandiere e comincia a far suonare canzoni rivoluzionarie. Poi torna nei campi, dove resta fino a sera. Al suo ritorno alla sede del partito trova il segretario della sezione incazzato nero. Gli dice che non doveva permettersi di prendere simili iniziative perché il partito non aveva preso alcuna decisione e poi perché Che Guevara era un trotskista.

Prendendo sempre più le distanze da un PCI in cui non si riconosce più, si avvicina all’appartamento di Reggio Emilia insieme a Franceschini e ad altri esuli, con cui entra in contatto con Curcio e Cagol e con alcuni gruppi di operai di Milano.

Partecipa al convegno di Pecorile (Costaferrata) e si schiera con Simeoni in contrasto con Curcio: creare una struttura clandestina capace di sostenere un livello di scontro anche armato.

Si trasferisce a Milano nell’Ottobre del 1971, poi va a Torino; la vita dell’operaio però non fa per lui, e torna a Reggio Emilia. Poi riallaccia i contatti con l’organizzazione, che lo manda a Marghera. È il 1974. Dopo l’arresto di Curcio e Franceschini viene rimandato a Torino, dove viene arrestato. Viene mandato al carcere di Alessandria, poi a Belluno dove incontra Amos Spiazzi della Rosa dei Venti. Il 17 Maggio 1976 torna alle Nuove di Torino, dove comincia il processo alle Brigate Rosse. Viene poi spostato a Treviso, dove il 2 Gennaio 1977 insieme a un’altra dozzina di detenuti riesce ad evadere. Si nasconde a Padova, poi a Firenze e infine raggiunge Roma dove le Brigate Rosse stanno organizzando il rapimento di Aldo Moro.

Il 24 Settembre del 1979 viene arrestato a Roma, durante l’arresto viene colpito da un proiettile alla caviglia e uno alla testa.

Dall’ospedale viene poi portato al carcere di Regina Coeli a Roma. In carcere sposa Anna Laura Braghetti il 24 Agosto 1981.

  • 2 Ottobre 1979

    I brigatisti detenuti all’Asinara organizzano una feroce rivolta.

    A settembre viene arrestato Gallinari con in tasca una mappa dell’isola e dei chiari riferimenti all’evasione dei brigatisti detenuti. D conseguenza, nel carcere scatta una mastodontica perquisizione che coglie di sorpresa i brigatisti, che nel frattempo in preparazione della fuga avevano stivato armi all’interno del carcere.

    Da quel momento il clima in carcere cambia radicalmente: regime rigorosissimo, isolamento totale, nessuna
    attività in comune, silenzio assoluto degli agenti di custodia.

    La scoperta del piano di fuga dall’Asinara, seguito dal giro di vite all’interno del penitenziario, induce i brigatisti detenuti a una disperata ribellione collettiva. La rivolta scoppia il 2 ottobre, ed è particolarmente cruenta: si protrae per ore, e termina con la completa distruzione della sezione speciale di Fornelli.

    Poco dopo l’Amministrazione penitenziaria deciderà di procedere, gradualmente, alla chiusura del vecchio penitenziario devastato durante la rivolta.

    Ricorda Alfredo Bonavita:

    «Noi del gruppo storico (Curcio, Franceschini, Bonavita, Ferrari, Mantovani, Ognibene, Bassi, Bertolazzi, Basone, Parali, Isa, Lintra-mi) eravamo in una posizione di durissime critiche rispetto alla gestione dell’organizzazione nella quale prevaleva la linea militarista che veniva identificata nel Moretti. La critica divenne sempre più aspra fino ad acuirsi con il sequestro Moro e la gestione politica susseguente… Si creò un acceso dibattito nell’organizzazione tra i compagni più periferici che condividevano la linea di massa affermata dal gruppo storico, e le strutture di direzione dell’organizzazione che sostenevano una linea più militarizzata. La contraddizione più grossa esplose a Milano, dove i compagni delle Br costrinsero alle dimissioni altri compagni della direzione di colonna, probabilmente Moretti e Balzerani; li accusavano di aver falsificato la posizione dei compagni prigionieri… I compagni di Milano lamentavano anche che nella organizzazione c’era una gestione verticistica, nel senso che alcune persone avevano un potere enorme e lo gestivano senza alcuna democrazia»

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  • 24 Settembre 1979

    A Roma Prospero Gallinari viene arrestato per la seconda volta.

    Ero a Roma, dovevo cambiare delle targhe, un lavoro banale. Mentre ero chinato, sento una sirena della polizia. Cercando di restare protetto dietro la macchina cui stavo lavorando, inizio a sparare e quando finisco il caricatore sto per sostituirlo quando non vedo e non sento più nulla.

    È stato colpito alla testa, è stato necessario un intervento chirurgico delicatissimo durante il quale gli è stata tolta anche parecchia materia celebrale. Il suo essere mancino gli comporta danni meno gravi. Oltre alla testa viene colpito anche da un proiettile che gli rompe la caviglia.

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  • 21 Dicembre 1978

    A Roma vengono feriti Gian Antonio Pellegrini e Giuseppe Rainone, due agenti della scorta di Giovanni Galloni.

    Il commando delle Brigate Rosse agisce da un auto. Alla guida c’è Alessio Casimirri, dietro sua moglie Rita Algranati. Mentre a sparare dalla parte destra dell’auto sono Prospero Gallinari e Adriana Faranda.

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  • 4 Ottobre 1978

    Il generale Dalla Chiesa si incontra con il giornalista Mino Pecorelli.

    Tre giorni dopo il blitz milanese in via Monte Nevoso – il generale Dalla Chiesa si incontra col giornalista Mino Pecorelli, direttore-fondatore del periodico “Op”.

    Iscritto alla P2 e da anni in stretti rapporti con settori dei servizi segreti, Pecorelli è una spina nel fianco del potere politico romano, specialmente di quello andreottiano: attraverso “Op” pubblica dossier riservati e notizie scabrose, anticipando scandali e rivelando manovre e intrighi di potere.

    Dopo l’incontro del 4 ottobre con Dalla Chiesa, Pecorelli comincia a pubblicare una serie di articoli pesantemente allusivi sul delitto Moro, insinuando il vero: cioè che le carte di Moro trovate nel covo Br di via Monte Nevoso siano state “manipolate” e “censurate” dai carabinieri in quanto contenenti “segreti di Stato”, come in effetti è avvenuto. Il direttore di “Op” si sofferma più volte anche sulle Br e sul loro imprendibile capo:

    «L’obiettivo primario [del sequestro Moro] è senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area di potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. È un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un Paese industriale… È Yalta che ha deciso via Mario Fani»

    «Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione della rotta dell’astronave Italia».

    «Ma torneremo a parlare… Perché Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato e forse la mattina che il presidente è stato ucciso, [Cossiga] era insieme a altri notabili DC a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo fare anche noi un po’ di fantapolitica. Le trattative con le BR ci sarebbero state. Come per i feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i “carabinieri” (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perché si voleva comunque l’anticomunista Moro morto, e le BR avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama “DC” e il macellaio Maurizio».

    «E a proposito di via Gradoli, è stato ammesso ufficialmente che, alla segnalazione, la polizia si precipitò a Gradoli e non a via Gradoli a Roma. Basta questo per mettere sotto processo gli inetti a  quali era stata affidata la vita di un uomo? E che dire della conoscenza, prima di marzo, della tipografia di via Pio Foà dove manovrava, con macchine offset, inchiostro e carta, il signor Mario Moretti, alias ing. Borghi di via Gradoli, nonché il correttore delle lettere di Aldo Moro scritte nel carcere del popolo!… Del caso Moro si sa ben poco; si pensa e si intuisce che gli elementi più attivi e più pericolosi della organizzazione eversiva ancora latitanti, abbiano potuto prendere parte all’operazione di via Fani e alle fasi successive a cominciare da Mario Moretti, forse Prospero Gallinari e gli altri. Ma niente di più. Da allora è stata ridimensionata l’attività di un’organizzazione che in caso contrario avrebbe forse dilagato con chissà quali conseguenze. Tutte le operazioni portate a termine, prima e dopo l’incarico al gen. Dalla Chiesa, hanno consentito di controllare e limitare l’attività; ma il colpo al cuore dell’organizzazione ancora non c’è stato»

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  • 3 Maggio 1977

    Il processo alle Brigate Rosse, già slittato di un anno dalla sua apertura, viene rimandato ancora a data da destinarsi.

    Il presidente della Corte d’Assise, Guido Barbaro, appurata l’impossibilità di formare una giuria popolare, rinvia a nuovo ruolo il processo ai cinquantatré imputati delle Brigate Rosse.

    Roberto Ognibene spiegherà:

    «Noi dovevamo dimostrare che, per quanto prigionieri, eravamo in grado di paralizzare la giustizia e, con le azioni dei compagni fuori, che la rivoluzione continuava».

    Per Moretti:

    «Al processo di Torino i compagni mettono in atto il rifiuto del processo, è la rottura. E si modifica la procedura, il processo si celebra senza la presenza dell’imputato: salta il ruolo della mediazione della magistratura. Il conflitto è totale, ultimativo […] bastava rivendicare le azioni in aula per cambiare diametralmente la nostra posizione, da accusati si diventava accusatori».

    Considererà Sergio Zavoli:

    «La mancata realizzazione del processo è una vittoria delle BR, che puntano alla cosiddetta germanizzazione dello Stato di diritto. Se lo Stato viene costretto a rinunciare alle regole costituzionali, teorizzano le BR, per ciò stesso ne esce accelerato il processo rivoluzionario e l’aspetto militare diventa quello predominante».

    «Se fra il ’75 e il ’76 non fosse ripartita l’eruzione sociale», aggiungerà Giorgio Bocca, «la guerriglia urbana sarebbe probabilmente finita lì». In realtà, “l’eruzione sociale” riprende solo alla fine del ’76 e raggiunge l’apice con il movimento del ’77. Movimento col quale, secondo Prospero Gallinari, c’erano più divergenze che punti di contatto, e solo dopo la fine di quell’esperienza molti di quei giovani abbracceranno la lotta armata. Opinione condivisa da Mario Moretti, per il quale quel movimento – col quale le BR interagirono pochissimo – resterà «un oggetto sconosciuto».

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  • 28 Aprile 1977

    A Torino le Brigate Rosse uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati.

    Le BR tornano a uccidere: la vittima è un avvocato. Un avvocato particolare: si chiama Fulvio Croce e ha cominciato a morire quasi un anno prima, quando il 17 Maggio 1976 era iniziato a Torino il processo contro la «banda armata denominata Brigate Rosse».

    Tra gli imputati, alcuni nomi eccellenti dell’organizzazione, quali Pietro Bassi, Pietro Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Valerio De Ponti, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Tonino Paroli.

    Il rifiuto dei brigatisti imputati di accettare la difesa d’ufficio minacciando vendette aveva fatto rinviare il processo al 3 maggio 1977.

    Pochi giorni prima di quella data quindi, le BR colpiscono il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino. Croce ha settantasei anni e vive sulle colline torinesi. Il suo ruolo gli impone di risolvere la più grossa grana che gli sia capitata in cinquant’anni di professione: quella di nominare i difensori d’ufficio per i cinquanta brigatisti (di cui una trentina in carcere e una ventina a piede libero) nel “processone” contro le BR. I militanti della stella a cinque punte l’hanno detto chiaramente: nessuno assuma la nostra difesa, pena la morte, perché la rivoluzione non si processa. «Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati», aveva detto in aula Maurizio Ferrari, «ci professiamo combattenti, e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo, viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Considereremo gli avvocati che accetteranno il mandato d’ufficio collaborazionisti e complici del tribunale di regime. Essi si assumeranno tutte le responsabilità che ciò comporta di fronte al movimento rivoluzionario».

    Nessun difensore quindi. Né di fiducia né d’ufficio. E senza difensori, niente processo. Chiaro. Inoltre, non si trovano giudici popolari. Chi riceve la comunicazione del Tribunale risponde con un certificato medico.

    Nel suo studio in via Perrone, Fulvio Croce deve risolvere la grana degli avvocati: i dieci difensori d’ufficio che ha nominato hanno rifiutato in massa. Così manda nuove nomine e al primo posto della nuova lista scrive il suo nome.

    Il 28 aprile, Croce esce con la sua FIAT 125 dalla sua abitazione in via Val Pattonera, raggiunge via Perrone, parcheggia come sempre dentro il cortile del palazzo, scende dall’auto e viene raggiunto dalle sue segretarie Gabriella e Tiziana, arrivate anch’esse in quel momento. Insieme si avviano verso le scale, quando dal cortile giungono tre persone: una si ferma sul portone d’ingresso, le altre due avanzano verso Croce. «Avvocato!». Il tempo di girarsi, e l’avvocato Croce riceve due pallottole. Gabriella si volta, sta per ridiscendere gli scalini che intanto ha salito: «Ferma o sparo», le intima una donna che le punta una pistola. Intanto Croce viene raggiunto da altri tre proiettili: alla fine se ne conteranno due alla testa e tre al torace. È tutto finito: le segretarie possono raggiungere il corpo dell’avvocato mentre il commando si dilegua.

    «Qui Brigate Rosse, siamo stati noi a sopprimere il servo del potere capitalista Fulvio Croce, segue comunicato».

    La telefonata arriva a «La Stampa» e all’ANSA, il processo alle BR salta e viene rinviato a data da destinarsi. I brigatisti in carcere firmano un documento che porta i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Tonino Paroli, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli:

    Il primo degli avvocati di regime che si era assunto questo compito infame, Fulvio Croce, è stato giustiziato. Ribadiamo ancora una volta che chiunque accetta coscientemente il ruolo di agente attivo della controrivoluzione imperialista deve essere anche disposto ad assumersi sin da ora le sue responsabilità.

    Fanno parte del commando che uccide l’avvocato Croce Angela Vai, Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa e Raffaele Fiore.

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    Il cortile dell’agguato in Via Perrone
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  • 2 Gennaio 1977

    Prospero Gallinari evade dal carcere di Treviso dov’era detenuto.

    «Avevamo avvertito più volte il ministero della assoluta insicurezza di questo carcere», dichiara il direttore del penitenziario, «ma non ci hanno mai nemmeno risposto. L’ultimo fonogramma lo avevamo fatto il 31 dicembre».

    Molti anni dopo l’ex ministro Taviani farà in proposito una gravissima rivelazione: «Il generale Dalla Chiesa mi disse che la fuga di Gallinari dal carcere venne favorita con lo scopo di scovare Moretti». In effetti il brigatista ex del Superclan, appena evaso, raggiunge Moretti a Genova, dove si sta organizzando il sequestro Costa, ma nessuno “scova” il capo delle Br. E Gallinari potrà partecipare prima al sequestro Costa, poi alla strage di via Fani, svolgendo un importante ruolo durante il sequestro Moro.

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  • 17 Maggio 1976

    Comincia a Torino il processo alla “banda armata denominata Brigate Rosse”.

    Il processo avviene in un clima socio-politico di estrema tensione, per i fatti che vanno dal febbraio 1973 (sequestro Labate) alla fine del 1975 (compreso il sequestro Sossi).

    Dei 46 imputati, 12 detenuti presenti in aula appartengono al nucleo originario delle BR: Pietro Bassi, Piero Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Umberto Farioli, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Arialdo Lintrami, Piero Morlacchi, Roberto Ognibene, Tonino Parali, Giorgio Semeria; in più, c’è il morettiano ex Superclan Prospero Gallinari.

    La lista dei capi di imputazione è copiosa, fra le accuse rapina, sequestro di persona, furto, lesioni gravissime, cospirazione politica mediante associazione, sostituzione di persona, associazione sovversiva costituita in banda armata.

    I brigatisti colgono l’occasione per trasformare l’aula in una specie di campo di battaglia, per gestire il dibattimento e condurre un «processo di guerriglia». Contestano clamorosamente i propri difensori.

    In un documento redatto durante la notte sostengono:

    Se difensori devono esservi, questi servono a voi, egregie «eccellenze»! Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai vostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso che fossero nominati d’ufficio a rifiutare ogni collaborazione col potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato!

    È una mossa a sorpresa alla quale segue il rifiuto dei difensori designati dalla corte. In un silenzio assoluto, con voce ferma, Paolo Maurizio Ferrari, legge il lungo documento:

    La nostra decisione di presentarci in aula non modifica le valutazioni che già in altre sedi abbiamo espresso rispetto al ruolo e alla funzione della legalità borghese, ma tende al contrario a denunciare l’uso politico che la borghesia, nelle sue diverse componenti (dai reazionari ai democratici ai revisionisti), intende farne in questa particolare congiuntura politica.

    Il processo, aggiunge il brigatista,

    tende a colpire una tendenza storica, un programma strategico: la lotta armata per il comunismo! Ma volendo essere il processo alla rivoluzione proletaria, esso sancisce per ciò stesso la sua impossibilità. S’illude infatti questa corte di poter esorcizzare la lotta armata per il comunismo con il terrore delle condanne, perché è nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle galere, ovunque vi sia un proletario, che essa vive e si sviluppa. Cero la rivoluzione comunista passa anche dai vostri tribunali, ma non in veste di imputata: Sossi, Di Gennaro, Margariti, Paolino Dell’Anno hanno tracciato la strada e per tutti quelli della loro risma è solo questione di tempo!

    Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermato questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo: gli «imputati» non hanno niente da cui difendersi, mentre, al contrario, gli «accusatori» hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano.

    La dichiarazione pone tuttavia in evidenza lo stato di isolamento politico in cui le bierre sembrano trovarsi. È il «compromesso storico», l’idea di una collaborazione fra comunisti e cattolici, che viene posta sotto accusa:

    Gli agenti riformisti operano per modificare la struttura della coscienza di classe del proletariato. La manipolazione consiste nel dirottare il potenziale di violenza accumulato in ogni proletario verso falsi obiettivi non pericolosi per la sopravvivenza del sistema.

    Ancora:

    Il «compromesso storico», al di là delle sue velleità e dei fronzoli ideologici di cui si ammanta, non può che rappresentare una soluzione tutta interna alla controrivoluzione imperialista. Nel migliore dei casi sarà un proiettile di gomma nel fucile degli sbirri.

    Inutili, anzi dannose, quindi, le elezioni politiche:

    Mai come in questo momento diventa chiaro che partecipare alla farsa elettorale significa eleggere i propri carnefici! Mai come in questo momento diventa chiaro che l’interesse proletario è quello di acutizzare la guerra civile in atto e trasformarla in lotta armata per il comunismo!

    Indispensabile, dunque

    portare l’attacco al cuore dello stato; costruire l’unità del movimento rivoluzionario nel partito combattente! Se lo stato è lo strumento della controrivoluzione, compito delle forze rivoluzionarie è disarticolarlo nei suoi centri vitali, portando l’attacco a tutte le sue articolazioni a partire dai suoi apparati direttamente coercitivi.

    Il dibattimento, conclude la lunga dichiarazione, dovrà diventare

    una occasione di confronto politico militare e di unità nella prospettiva del partito combattente per tutte le organizzazioni comuniste.

    Il processo è rinviato. Nodo centrale e complesso è la difesa d’ufficio, che lo stato al tempo stesso offre e impone all’imputato: i brigatisti la rifiutano, non vogliono mediatori, spiegano, fra sé e la corte. È finito il tempo dei «processi di connivenza», sostengono. Gli avvocati di fiducia hanno anticipato che non sosterranno difese d’ufficio e le bierre nel «Diario al processo» commentano:

    Accogliendo l’invito a rifiutare la difesa anche d’ufficio gli avvocati si allontanano non solo dal processo ma chiudono un’epoca: quella dei processi politici. Da questo momento in avanti questo processo assume i connotati di un’azione di guerriglia (Processo di guerriglia!)

    Con lo smantellamento del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e dopo gli arresti di Curcio e Semeria, lo Stato sembra pago, e l’azione anti-BR delle forze dell’ordine sta segnando il passo.

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  • 25 Luglio 1975

    Bruno Caccia deposita la requisitoria per le attività delle Brigate Rosse.

    Bruno Caccia è il rappresentante della pubblica accusa.

    Nelle 332 pagine illustra le richieste di rinvio a giudizio per 32 imputati: Curcio, Franceschini, Ferrari, Buonavita, Bassi, Bertolazzi, Gallinari, Lazagna, Levati, Carnelutti, Micaletto, Galeotto, Leonetti, Sabatino, Muraca, Raffaele, Savino, Legoratto, Zaini, Carletti, Bolazzi, Peusch, Borgna, Caldi, Costa, Sartoretti, Rabozzi, De Ponti, Ognibene, Lintrani, Paroli, Morlacchi.

    Insieme alle certezze, il pubblico ministero esprime numerosi dubbi, considera la situazione «non matura» per altre 28 persone e, per costoro, richiede supplementi d’istruttoria. Gli interrogativi riguardano il gruppo del collettivo politico «La comune» di Lodi, tornato in evidenza, sottolineano glil inquirenti, con l’arresto di Maraschi, il gruppo redazionale di «Controinformazione»; stralciate anche le posizioni degli avvocati Di Giovanni e Stasi.

    «Dichiara non doversi procedere nei confronti di Cagol Margherita in Curcio perché i reati a lei ascritti sono estinti per la morte dell’imputata».

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  • 5 Novembre 1974

    La squadra mobile di Torino arresta Alfredo Buonavita e Prospero Gallinari. (altro…)