Categoria: Abulafia

Composizioni letterarie sull’onda dello “Stream of consciousness” di Joyce

  • Il problema è che il resto del mondo prima o poi va a dormire

    Il problema è che il resto del mondo prima o poi va a dormire

    È così che va con l’insonnia. Tutto è così lontano, una copia di una copia di una copia. L’insonnia ti distanzia da ogni cosa, tu non puoi toccare niente e niente può toccare te”

    Chuck Palahniuk, Fight Club

    Il problema è che il resto del mondo prima o poi va a dormire. E si addormenta davvero. Le persone con cui parli per messaggio ti augurano la buonanotte, una alla volta. Come se fosse un’immensa biblioteca piena di scrivanie, ognuna con la sua brava lampada ministeriale Churchill verde, e resta solo la tua, di luce. Solo che la tua non è un oggetto di design vintage, è un cavo vecchio e secco con i fili di rame che escono, attaccato a un portalampada praticamente bruciato. Puoi anche evitare l’etere. Puoi scoparti la prima donna a caso, ma anche lei a una certa ti saluta, ti ringrazia e se ne va a dormire. Puoi uscire con gli amici e sbronzarti fino al vomito, ma ognuno andrà a vomitare nel suo cesso. Tu invece resterai a fartela passare, lottando con un letto che ormai è diventato un ottovolante. E non puoi sperare di addormentarti e farla finita. Devi restare aggrappato alle poche protezioni che hai finché la corsa non è finita. Finché non sorge l’alba. Puoi dormire con una persona che ami. Puoi dormirci abbracciato stretto, pelle contro pelle mentre senti il suo respiro farsi più lento. Puoi passare la notte ad ascoltarla dormire. Oppure puoi dormire in un letto troppo piccolo a Firenze in preda all’ansia, schiena contro schiena (ma senza toccarsi) finché non la senti russare. E comunque aspettare l’alba.
    Le luci si spengono, quelle degli altri. La tua luce è in corto circuito. Balbetta, luce buio luce buio lucebuiolucebuio. Luce. Sempre e comunque luce.
    Suonerà la sveglia, ma servirà soltanto ad avvisarti che è l’ora di alzarsi dal letto, non a svegliarti.

    La notte è infinita. Una volta restavo sveglio a scrivere. O a giocare a un qualsiasi videogioco, finché la combinazione di non sonno, stanchezza e schermi illuminati mi ha fottuto gli occhi. Adesso porto gli occhiali. E poi stare seduto non permette nemmeno al tuo corpo di riposare. Migliora la tua sanità mentale perché il tempo passa più in fretta. Ma il giorno dopo ti sembra di avere le ossa talmente fragili che basterebbe un soffio per mandarti in frantumi. In mille pezzi.
    Vivere diventa un equilibrio precario tra il non crollare a terra e non impazzire.

    Sapete quanto dura una notte? No, non lo sapete. Immaginatevi seduti a un tavolo. Rilassati, con le mani sul piano. Con gli occhi chiusi, ma vigili. Senza mai addormentarvi. Pensatevi seduti lì la mattina alle 8:00, come quando entrate in ufficio. Continuate a immaginarvi a quella scrivania, senza nessuno intorno. In silenzio, senza stimoli. Immaginatevi a quella scrivania ogni singolo minuto fino alle 14:00 del pomeriggio. Immobili. In silenzio. Annoiati. Ogni. Fottuto. Secondo. Ecco quanto dura una notte. Tutte le notti.

    Con il tempo ho imparato a sdraiarmi, spegnere la luce e chiudere gli occhi. Questo mi permette di dormire. Perché non credete a chi vi dice che non dorme da mesi. O da anni. Dopo 10 giorni o crollate perché il vostro cervello ha un blackout o crollate perché siete morti. Già dopo un giorno e mezzo comincia ad annebbiarsi la vista. La vostra termoregolazione se ne va affanculo e avrete caldo o freddo assolutamente a caso. Una parte del vostro cervello continuerà a mandare impulsi per dormire, l’altra metà per svegliarsi. Questa lotta prende il nome di microsonno. Quattro o cinque secondi di buio totale di cui non avete percezione. Che durante il giorno mentre state guidando la macchina, parlando con una donna che volete portarvi a letto o con un cliente a cui volete vendere qualcosa, o ascoltando un professore che si illude che lo stiate ascoltando, può essere un problema… Ma durante la notte sono la vostra arma migliore di sopravvivenza. Quindi pensate soltanto di essere sempre svegli sotto le coperte. Ma non è così. Magari dormite anche 20 minuti. o Mezz’ora. Ma quasi mai tutte intere.

    Io resto al buio, quello della stanza e dietro le mie palpebre chiuse. Ma il mio cervello vede soffitti bianchi, che però non rivelano nulla. Non un disegno, un senso. Qualsiasi cosa. Non c’è nulla. Solo il bianco.
    Il bianco è nullità e fissità. Per questo è lo specchio perfetto dell’insonne. L’insonne è una nullità perché anche le azioni più basilari della sua esistenza diventano ostacoli insormontabili. L’insonne è fissità perché i soffitti bianchi gli restano negli occhi. Anche quando si alza dal letto. Mentre guida per andare a lavoro. Mentre lavora. Mentre si ubriaca per illudersi che la prossima notte andrà meglio. Gli occhi fissi guardano un mondo che non esiste. Un mondo che si sviluppa in quei soffitti bianchi, come la tela vergine di un’artista.

    Ho uno smartwatch che ha la funzione “Energia”. Una volta funzionava. Quando suonava la sveglia segnalava l’energia per la giornata in funzione di quanto e di che qualità era stato il sonno. A volte era 96%. A volte, quando la notte era stata travagliata, 73%. Durante la giornata, in base ai passi fatti e alle calorie consumate, l’energia diminuiva. Arrivavi al 16-17%, molto stanco. Era il momento di andare a dormire. Dormivi, l’energia si ricaricava e il giorno dopo eri pronto a ricominciare da capo.
    Ora non funziona più. Quando mi alzo dal letto l’energia residua è 13%. Qualche volta 8%. Ci sono volte in cui l’energia residua è 0%. E devi comunque alzarti e andare al lavoro. E vivere, in qualche modo.

    L’insonnia nervosa ha sempre una causa psicologica. Rimorsi e sensi di colpa perlopiù. Per questo non ha via di scampo. Si consiglia terapia psicologica a lungo termine. Che tendenzialmente non posso permettermi. Allora si scelgono psicologi a buon mercato. Come il fondo di una bottiglia. Quello costa meno settimanalmente, e spesso funziona. Molti medici lo negano, perché l’alcol produce sonnolenza a breve termine. Significa che ti sdrai nel letto, lotti per una mezz’ora contro il mondo che all’improvviso ha deciso di essere un oceano in burrasca, e poi stramazzi in qualcosa di molto simile ad un elettroencefalogramma piatto. Senza sogni, e questa è la vera benedizione. Poi è vero. Dopo 3-4 ore ti svegli nel letto con gli occhi sbarrati a fissare soffitti bianchi. Ma qualsiasi coglione insonne può dirvi che 3-4 ore sono meglio di nulla. Che 4 ore a fissare il bianco del soffitto sono meglio di 8. O di una vita intera.

    I soffitti bianchi dipingono sempre la stessa scena, quella che ha scatenato i tuoi sensi di colpa. Dà la nausea. Diventa un’onda d’odio dalla quale non si può più uscire. Odio per se stessi. È come il giorno della marmotta di Bill Murray. Con la differenza che rivivi ogni notte i momenti peggiori della tua vita. Quelli più bassi. Quelli dove sei stato peggiore. I soffitti bianchi sono il Nulla della Storia Infinita conditi dalla sensazione che è stata tutta perfettamente colpa tua. Come se avessi distrutto Fantasia e poi te ne lamentassi.
    Ti sdrai in un letto che sa di sesso sapendo che probabilmente è l’ultima volta che sentirai quell’odore. Ti sdrai in un letto sfatto che puzza di adrenalina, paranoia e terrore. Perché ogni notte che ti sdrai su quelle lenzuola, ogni notte che passa, ogni notte che ci provi, sai perfettamente che non dormirai. La disperazione impregna il materasso. Il cuore comincia a pompare in un ritmo sincopato e fuori tempo. Il respiro si fa profondo e veloce, come quello del passeggero di un aereo nella traiettoria vorticosa che ti porterà a schiantarti a terra. Il torace si alza e si abbassa, cominci a sudare miasmi di paura. E gli occhi si fissano su quei soffitti bianchi. Dove non riesci a sognare, ma il tuo cervello mette in scena incubi sempre peggiori. Ogni notte; sempre peggio.

    Non si riesce a pensare se non si dorme. Non si è lucidi. Quello che ti è successo durante la giornata resta a galleggiare dietro ai tuoi occhi. Le persone normali lo assorbono. Lo incasellano dormendo. Diventa ricordo. Per me, insonne, sono tutti momenti presenti messi in fila davanti agli occhi. Hai talmente tante cose a cui pensare che non pensi a un cazzo. I pensieri rimangono cartelli pubblicitari impazziti che ti aggrediscono le sinapsi urlando “guarda me, guarda me!”, uno sull’altro, uno contro l’altro finché impazzisci e urli di lasciarti stare.

    L’insonnia che dura in maniera massiccia per settimane porta le allucinazioni sonore: sono tra le cose peggiori che mi siano mai capitate. Sentire suoni che non esistono, persone che ti chiamano o clacson che ti suonano possono condurti alla follia. Se poi lo sai che sono solo allucinazioni cerchi di fartene una ragione: non che aiuti a stare meglio, ma ci sono più probabilità di non impazzire.
    E visto che la colpa è solo ed esclusivamente mia, le cose peggiorano. Perché in fondo so che me lo merito. Perché l’insonnia è tortura, dolore, sofferenza e terrore. Tutte cose che hanno a che fare non con il perdono, ma con l’espiazione. Il fatto è che non è vero. Le colpe si pagano e si redimono con chi il torto l’ha subito. Non con i soffitti bianchi. Ai soffitti bianchi non frega un cazzo della tua espiazione. Ai soffitti bianchi non gliene frega un cazzo di niente. Restano solo delle strutture che ti proteggono dalla pioggia, sono una parte di quella che chiami casa. Se ne fottono delle tue motivazioni, dei tuoi problemi, dell’odore del sesso. I soffitti bianchi sono indifferenti come l’insonnia.

    E allora mi alzo dal letto, tanto la sveglia suona tra meno di un’ora, ormai. E ho capito una cosa, dopo la mia esperienza con l’insonnia: quando i soffitti bianchi non ti lasciano, è meglio alzarsi. Il bianco di una pagina aiuta a sopravvivere molto più di quello del soffitto. Il cattolicesimo l’aveva capito secoli fa: confessati. Confessa la tua colpa. È mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Non mi resta che stare qui, senza pregare un dio in cui non credo, ad ammetterlo in continuazione. Sperando di dormire. Sperando di rivivere. Sperando di espiare. Sperando di diventare una persona migliore. Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

    Il sole tramonta. Cala il buio. Comincia un’altra notte in cui non dormirò.

  • Un tatuaggio è sofferenza

    Un tatuaggio è sofferenza

    tatuaggio è sofferenza

    Tatuarsi è sangue è sofferenza. Se volete farvene uno dovete rendervene conto. Non è una cosa con l’henné, una pennellata senza sforzo che vi rende più fighi d’estate. E non passa dopo tre mesi. Non potete liberarvene, se non con un’operazione. Altro sangue e altra sofferenza. C’è una possibilità che possa venire fatto solo per ragioni estetiche. Ma dovete esserne davvero convinti. Perché è per sempre. E in genere anche il quadro migliore stanca a guardarlo ogni giorno per anni. Anche se è Golconda di Magritte. O la Monna Lisa di Leonardo.

    Sono sdraiato sul lettino e sento l’ago che mi incide la carne. E se mi fermo un attimo a pensarci è una cosa senza senso. E’ come pagare per farsi tagliare. Solo che non è un pazzo maniaco assassino, ma un artista con un ago da macchinetta per tatuaggi in mano. E allora sto fermo immobile e mi gusto il dolore. Il ronzio della macchinetta. L’ago che scava. L’inchiostro che mi viene iniettato sotto pelle e che non mi lascerà mai più. Ne sento ogni millimetro. Ogni piccolo movimento. Ogni secondo è dolore. Dolore e soddisfazione. Per questo credo debba avere un senso. Almeno per se stessi. Per quelle ore di dolore e sofferenza. Per il sangue che perdo. Una giustificazione da darsi quando penso “Perchè cazzo lo sto facendo?!?!”, che di solito è la domanda che ci si pone dopo 30-40 secondi dall’inizio.

    Dopo ore di tormento la pelle è infiammata. Brucia anche nelle zone cirostanti. Come una scottatura. E ancora non è finito. E’ l’ago che incide e inietta inchiostro indelebile, a pause alterne. Ronzio, incisione, inchiostro, silenzio. Ronzio, incisione, inchiostro, silenzio. Ronzio, incisione, inchiostro, silenzio. Per ore. E ogni volta la pelle è sempre più dolorante. Più provata. E lo sono anche io, perché il dolore lascia traccia dentro se stessi.

    Passano le ore e poi all’improvviso è finito. Mi alzo, comincia il sangue. Cola dai mille tagli e buchi della mia pelle. Si mescola all’inchiostro. Sangue e colore. Me lo coprono, ci spalmano crema che dovrebbe proteggermi o sollevarmi dal bruciore. E un pò forse funziona. Oppure è solo che il ricordo della sofferenza comincia già ad affievolirsi. Di solito nessuno ricorda il tipo di dolore. Si ricorda la quantità, di dolore, di tempo. Il soffitto dello studio del tatuatore. Il disegno del pavimento. Le macchie di colore sul fondo del lettino, sotto la pellicola protettiva e la carta usa e getta.

    E, se non lo si fa per motivi estetici, si ricorda il perché lo si è fatto. Il motivo. Il senso. Tutto il dolore finalizzato al senso. Come se un concetto mi fosse stato inciso nella memoria con quell’ago che va su e giù.

    Come se ogni volta da qui alla mia morte che mi guardo allo specchio ricordassi. Quel momento. Quella sofferenza. Quel concetto. Quel simbolo. Quella svolta. Quella scelta. Un tatuaggio è sofferenza. Un tatuaggio è memoria. E ricordare è sempre sofferenza.

  • Soffitti bianchi

    Soffitti bianchi

    soffitti bianchi

    La sveglia suona, mi avvisa che devo andare a lavorare. Ormai non serve a svegliarmi. E’ solo l’avviso che è ora di alzarsi dal letto. Che anche per stanotte ho fallito. Resto con gli occhi sbarrati a fissare soffitti bianchi. Non mi rivelano niente. Cerco un disegno, un senso, qualcosa. Non c’è nulla. Solo il bianco.

    Il bianco è nullità e fissità. Per questo è lo specchio perfetto dell’insonne. L’insonne è una nullità perché anche le azioni più basilari della sua esistenza diventano ostacoli insormontabili. L’insonne è fissità perché i soffitti bianchi gli restano negli occhi. Anche quando si alza dal letto. Mentre guida per andare a lavoro. Mentre lavora. Mentre si ubriaca per illudersi che la prossima notte andrà meglio. Gli occhi fissi guardano un mondo che non esiste. Un mondo che si sviluppa in quei soffitti bianchi, come la tela vergine di un’artista.

    L’insonne fuma marijuana, perché spesso i neurologi, sotto banco, te la consigliano. Prima dei Tavor, prima dei Lorazepam, degli Zolpidem, dei Flunox, dei Rozerem. Perché nonostante quello che dice Giovanardi una canna è molto meglio di un farmaco ipnotico di cui poi non potrai più fare a meno. Che ti impedisce di guidare, di lavorare, di pensare. E’ strano ed assurdo come la soluzione all’insonnia abbia le stesse limitazioni della malattia che dovrebbe curare. Ma la ganja apre la mente, e io ho bisogno di chiuderla. L’erba dipinge soffitti bianchi di colori cangianti e psichedelici, non del nero del sonno di Morfeo.

    L’insonnia nervosa ha sempre una causa psicologica. Rimorsi e sensi di colpa perlopiù. Per questo non ha via di scampo. Si consiglia terapia psicologica a lungo termine. Che tendenzialmente non posso permettermi. Allora si scelgono psicologi a buon mercato. Come il fondo di una bottiglia. Quello costa meno settimanalmente, e spesso funziona. Molti medici lo negano, perché l’alcol produce sonnolenza a breve termine. Significa che ti sdrai nel letto, lotti per una mezz’ora contro il mondo che all’improvviso ha deciso di essere un oceano in burrasca, e poi stramazzi in qualcosa di molto simile ad un elettroencefalogramma piatto. Senza sogni, e questa è la vera benedizione. Poi è vero. Dopo 3-4 ore ti svegli nel letto con gli occhi sbarrati a fissare soffitti bianchi. Ma qualsiasi coglione insonne può dirvi che 3-4 ore sono meglio di nulla. Che 4 ore a fissare il bianco del soffitto sono meglio di 8. O di una vita intera.

    I soffitti bianchi dipingono sempre la stessa scena, quella che ha scatenato i tuoi sensi di colpa. Da la nausea. Diventa un’onda d’odio dalla quale non si può più uscire. Odio per se stessi. E’ come il giorno della marmotta di Bill Murray. Con la differenza che rivivi ogni notte i momenti peggiori della tua vita. Quelli più bassi. Quelli dove sei stato peggiore. I soffitti bianchi sono il Nulla della Storia Infinita conditi dalla sensazione che è stata tutta perfettamente colpa tua. Come se avessi distrutto Fantasia e poi te ne lamentassi.

    Ti sdrai in un letto che sa di sesso sapendo che probabilmente è l’ultima volta che sentirai quell’odore. Ti sdrai in un letto sfatto che puzza di adrenalina, paranoia e terrore. Perché ogni notte che ti sdrai su quelle lenzuola, ogni notte che passa, ogni notte che ci provi, sai perfettamente che non dormirai. Il cuore comincia a pompare in un ritmo sincopato e fuori tempo. Il respiro si fa profondo e veloce, come quello del passeggero di un aereo nella traiettoria vorticosa che ti porterà a schiantarti a terra. Il torace si alza e si abbassa, comincio a sudare miasmi di paura. E gli occhi si fissano su quei soffitti bianchi. Dove non riesci a sognare, ma il tuo cervello mette in scena incubi sempre peggiori. Ogni notte; sempre peggio.

    L’insonne odia i soffitti bianchi. Ma non può evitarli. Sei nel letto da ore e non dormi? O ti alzi e fai altro, o provi a sdraiarti e speri di dormire qualche ora. Qualche minuto. Non bisogna credere a chi dice che non dorme da settimane. Si dorme sempre qualcosa. E’ solo che si ha la sensazione che la notte sia ininterrotta e interminabile perché gli occhi si chiudono, il cervello molla per incapacità e non si riesce a scivolare nel sonno REM. Quello che permette al tuo cervello di resettarsi e di ricominciare la mattina dopo.

    La sveglia suona sempre nel momento in cui credi di esserti addormentato. Capita a tutti. Solo che all’insonne non si mente. Se l’ultima volta che hai guardato la sveglia sono le 5:45 e la sveglia suona alle 6:15, allora è ufficiale: la sveglia ha suonato nel momento in cui tu ti sei addormentato e non hai dormito un cazzo. Solo che non cambia le cose, il non dormire. Devi comunque alzarti. Lavorare 12 ore guidando per 400 km e poi tornare a casa. E scegliere il nuovo rimedio alternativo che ti permetterà di chiudere gli occhi e svegliarti riposato al suono della sveglia. E ogni rimedio è quello sbagliato. I soffitti bianchi sono li ad attenderti. Perché i soffitti bianchi sono pazienti.

    Non si riesce a pensare se non si dorme. Non si è lucidi. Quello che ti è successo durante la giornata resta a galleggiare dietro ai tuoi occhi. Le persone normali lo assorbono. Lo incasellano dormendo. Diventa ricordo. Per me, insonne, sono tutti momenti presenti messi in fila davanti agli occhi. Hai talmente tante cose a cui pensare che non pensi a un cazzo. I pensieri rimangono cartelli pubblicitari impazziti che ti aggrediscono le sinapsi urlando “guarda me, guarda me!”, uno sull’altro, uno contro l’altro finché impazzisci e urli di lasciarti stare.

    L’insonnia che dura in maniera massiccia per settimane porta le allucinazioni sonore: sono tra le cose peggiori che mi siano mai capitate. Sentire suoni che non esistono, persone che ti chiamano o clacson che ti suonano possono condurti alla follia. Se poi lo sai che sono solo allucinazioni cerchi di fartene una ragione: non che aiuti a stare meglio, ma ci sono più probabilità di non impazzire.

    E visto che la colpa è solo ed esclusivamente mia, le cose peggiorano. Perché in fondo so che me lo merito. Perché l’insonnia è tortura, dolore, sofferenza e terrore. Tutte cose che hanno a che fare non con il perdono, ma con l’espiazione. Il fatto è che non è vero. Le colpe si pagano e si redimono con chi il torto l’ha subito. Non con i soffitti bianchi. Ai soffitti bianchi non frega un cazzo della tua espiazione. Ai soffitti bianchi non gliene frega un cazzo di niente. Restano solo delle strutture che ti proteggono dalla pioggia, sono una parte di quella che chiami casa. Se ne fottono delle tue motivazioni, dei tuoi problemi, dell’odore del sesso. I soffitti bianchi sono indifferenti come l’insonnia.

    E allora mi alzo dal letto, tanto la sveglia suona tra meno di un’ora, ormai. E ho capito una cosa, dopo la mia esperienza con l’insonnia: quando i soffitti bianchi non ti lasciano, è meglio alzarsi. Il bianco di una pagina, o della pagina di un editor web, aiutano a sopravvivere molto più di quello del soffitto. Il cattolicesimo l’aveva capito secoli fa: confessati. Confessa la tua colpa. E’ mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Non mi resta che stare qui, senza pregare un dio in cui non credo, ad ammetterlo in continuazione. Sperando che di dormire. Sperando di rivivere. Sperando di espiare. Sperando di diventare una persona migliore. Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

    Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin!

    Suona la sveglia. Torno in camera a spegnerla. Buongiorno.

    Insomnia
    Kaos One

  • Adamo ed Eva (Brad e Angelina)

    Adamo ed Eva (Brad e Angelina)

    Il mondo va a rotoli lentamente, come una lumaca che tenta il suicidio. Ogni giorno un pò più vicino all’abisso, ogni giorno un passo che ci porta più vicini alla fine di un sistema che non si regge più, un sistema talmente ubriaco di se stesso da aver vomitato anche le scuse sulle quali si basava e che chiamava princìpi. Talmente confuso da non ritrovare più la strada di casa.

    Forse l’automiglioramento non è una la soluzione. Forse la risposta è l’autodistruzione.

    Nel futuro il comunismo vincerà. I cinesi conquisteranno il mondo, costringeranno i paesi occidentali a lavorare 20 ore su 24 come dalla loro tabella di marcia. La religione di stato, di tutti gli stati, sarà l’Islam. Le chiese cristiane verranno sconsacrate con l’urina di maiale. Calderoli sarà in prima fila, convertito appena è cambiato il vento. Nazinger sarà crocifisso in San Pietro. Nessuna televisione comprerà l’esclusiva per le sue ultime parole. Giusto qualche spezzone nel tg della notte, se non c’è di meglio. Cosa cambierebbe per noi? Ci sarebbe qualche differenza? Nessuna. Continueremo a farci guerre. Ci saranno i soliti ribelli che faranno la solita rivoluzione per riportare il tutto a com’era prima della conquista cinese. Senza capire che non cambieranno un cazzo in realtà. Ci saranno sempre gli schiavi e i padroni, i forti e i deboli, i buoni e i cattivi, gli eroi, i martiri, i figli di puttana, le teste di cazzo. Questo mondo non va cambiato. Va distrutto completamente. Raso al suolo. Bombardamenti atomici a tappeto. Spegnimento del nucleo terrestre. Guerre batteriologiche. Epidemie incurabili. Salviamo solo Brad Pitt e Angelina Jolie. Li chiudiamo in un bunker sotto terra. I nuovi Adamo ed Eva. Il mondo per qualche tempo sarebbe in pace. Ripopolato da due dei della bellezza. Senza nessun conflitto.

    Speriamo che abbiano ragione i Maya.

    Noi non ci saremo
    Nomadi

  • Blackout Italia 2003

    Blackout Italia 2003

    Blackout Italia 2003

    Il 28 Settembre 2003, ormai 9 anni fa, il Sistema Elettrico Italiano va in Blackout. Per 12 ore l’intero paese (ad esclusione della Sardegna e dell’isola di Capri) resta senza corrente elettrica.

    Le cause ufficiali sono ben analizzate a questo indirizzo.

    Io lo ricordo bene. Ecco cosa scrissi, a 19 anni:

    Stasera è andata via corrente per un’ora e mezza… Ho visto la disperazione negli occhi delle persone che mi circondavano… Come può essere così semplice rovinare delle esistenze? Ho scoperto che le persone a cui voglio bene sono assuefatte dalla televisione, dalla luce, dai rumori e dalla merda del consumismo cosmico berlusconiano. Io invece mi sono immerso nello splendido silenzio che si era creato, a partire dal nauseante ronzio della corrente elettrica… Quel rumore a cui ormai siamo abituati tanto da non accorgercene più… E che riscopriamo solo nel momento in cui di corrente non ne passa più. Mi sono immerso nella lettura di Henry Miller, l’uomo che sta facendo cadere a pezzi le mie certezze degli ultimi tempi… Sono tornato a New York alla fine degli Anni Venti, mi sono ritrovato nelle sue strade puzzolenti, e nell’appartamento di Henry che puzza un po’ di meno di quelli fumosi e squallidi di “Sexus”… L’unica tecnologia di cui abbiamo veramente bisogno è quella in grado di stampare e diffondere libri.

  • Prima degli esami

    Prima degli esami

    Quando sento ai tg che parlano di Esami di Maturità provo un sentimento di invidia.

    Saranno gli anni che passano (e dalla mia Maturità ne sono già passati otto), sarà la mancanza di stimoli che questa quotidianità mi fornisce.

    Quegli impegni di studio che sembravano stressanti adesso mi fanno ridere.

    Eppure non era un periodo facile. Soffrivo di insonnia da quasi un anno, e l’insonnia è una gran brutta bestia. Il sistema scolastico italiano faceva schifo (faceva schifo già allora, con il tempo non può che essere peggiorato) e combinato al dormire da due ore a notte (quando andava bene) al non dormire per giorni e giorni (quando andava male) mi spingeva poco a scuola. Bruciavo in continuazione, mentre i miei compagni sviluppavano problemi di trigonometria io ero da Iaio (bar del Carmine che adesso ha chiuso, perchè sono sempre i migliori quelli che se ne vanno) a bere birra e a leggere Bukowski e Baudelaire, a commentare le notizie del giorno con la Manu, a giocare improponibili partite a scacchi con universitari già sulla via dell’abbandono. Era un periodo strano: difficile per molti versi, eppure un sacco stimolante. Quella era la mia scuola, se la maturità l’avessero fatta su quello sarei uscito con la lode. Invece a Giugno e a Luglio mi hanno esaminato su una scuola che odiavo, che non insegnava nulla né a me né ai miei compagni. Sono partiti da una pagella assurda (media del 7 e mezzo con un 2 in matematica, un 3 in fisica e un 5 in astronomia), hanno cercato di bocciarmi per insegnarmi che le regole di un sistema vanno accettate, non evitate. Alla fine ho vinto io: un onesto 61, che non mi rendeva giustizia ma che andava benissimo per quello che avevo fatto.

    E i miei compagni di classe, che a distanza di qualche anno non ricordano nulla di cultura generale, che sono usciti con 100, con 100 e lode, con 87, con 75.

    Io, che con il mio 61 discuto di politica con cognizione di causa, conosco la storia, la filosofia, la letteratura italiana, francese, inglese e latina, agli occhi del sistema sono un fallito, un ignorante. Ma loro non sanno che ad averla vinta sono stati i libri che ho letto mentre loro insegnavano annoiati, senza passione.

    La scuola italiana statale fa schifo perchè i professori che dovrebbero educarti sono dei falliti che avrebbero voluto fare altro. Matematici che sognavano di dimostrare l’ipotesi di Riehman costretti ad insegnare le disequazioni di secondo grando a un branco di figli di papà annoiati; scrittori falliti finiti a spiegare le poesie di Cesare Pavese come se fossero delle cavie su un tavolo operatorio asettico, senza passione, senza amore, senza alcuna conseguenza.

    La scuola italiana fa schifo perchè fa passare la passione di insegnare agli insegnanti.

    La scuola italiana fa schifo, perchè il Settembre dopo la maturità nessuno si ricorda più nulla di quello che avrebbe dovuto apprendere.

    La scuola italiana fa schifo perchè non ti insegna a vivere.

    Io vi invidio, maturandi. Ma solo se in qualche modo siete riusciti ad imparare a vivere, se leggete i libri che vi fanno crescere e non “Il Piacere” di D’Annunzio. Se non perdete ore ad imparare a memoria quello che c’è scritto sui libri di testo, ma capite che tutto quello che state facendo vi servirà, un giorno, per capire quello che vi accade e quello che vi circonda.

    Se invece siete quei figli di papà annoiati che a Settembre saranno promossi ad automi allora fottetevi: preferisco i miei clienti impazziti e il mio stress quotidiano alle vostre vite da reality show.

    Notte prima degli esami
    Antonello Venditti

  • Blackout

    Aforismi di un pazzo | Blackout

    Le mani tremano, schiacciano troppi tasti alla volta. Impazzisco se ci penso. Impazzisco, tutto gira, e io sono ancora al buio, seduto a fumare sul balcone, mentre i Muse evaporano come il fumo della mia sigaretta. Voglia di fumare, voglia di bere, (altro…)

  • Nell’Arena

    Nell’Arena

    Il pubblico è in delirio, dai palchi imperiali agli spalti della gente comune. Mangiano il cibo dell’imperatore, mentre osservano l’ingresso dei gladiatori con occhi spiritati, quasi folli. Alcuni urlano a gran voce, con le vene del collo imminenti all’esposione. Urlano come pazzi. Talmente pazzi da non rendersi conto che i prossimi gladiatori a scendere sulla sabbia dell’arena saranno proprio loro. Il pubblico ha sete di sangue, di sudore, di adrenalina. Del tuo sudore, della tua adrenalina. Del tuo sangue. Noi siamo nell’arena, con i piedi sporchi di terra e sabbia; con la nostra armatura ammaccata dai colpi da cui ci ha protetto, imbarcata tanto che sappiamo che non resisterà ancora a lungo… Con le nostre cicatrici rimarginate dal tempo, dalla sabbia e dal vento… Siamo lì in piedi, in attesa dell’ultimo imperatore. Perchè gli imperatori passano, passano governi e legislature… Noi rimaniamo sulla sabbia del colosseo. Speriamo che questa volta il nuovo comandante supremo ci doni il rudis, simbolo della nostra libertà, ma in fondo in fondo sappiamo che non sarà così. Perchè hanno bisogni di noi gladiatori… Non dichiariamo guerra, non la cerchiamo, ma la combattiamo fino all’ultimo, perchè siamo maestri nell’arte di sopravvivere, perchè combattiamo fino all’ultimo battito di cuore, fino all’ultima goccia di sangue… Perchè non abbiamo più nulla da perdere… Siamo schierati in attesa del nuovo imperaratore, in attesa di dire, di urlare a gran voce ancora una volta: “Morituri, te salutant”. Coloro che stanno per morire ti salutano. Coloro che stanno per morire. Ma non ancora. Perchè non moriremo oggi. E nemmeno domani. I leoni incalzeranno, ma noi siamo bestie da sopravvivenza. Non moriremo. Lo giuro sulla mia ultima goccia di sangue.

    Knights of Cydonia
    Muse

  • Il dedalo di Cnosso

    Aforismi di un pazzo | Il labirinto di Cnosso

    Aspettare l’alba illudendosi che il nuovo giorno porti una nuova vita. Convincersi del contrario. Passare la notte davanti ad un computer a chiedersi cosa c’è che non va. A chiedersi qual’è la causa di un’insonnia che ci sta uccidendo. Non trovare alcuna risposta. (altro…)

  • In fuga

    In fuga

    Scappare. Da dove non importa. Scappa, evaso! Le guardie ti assalgono, perchè sei fuggito dalla gabbia in cui ti avevano rinchiuso. Ora ce la puoi fare, ora sei libero. Libero di andare dove vuoi, libero di vedere chi vuoi, libero di tradire chi vuoi.

    Scappa, il mondo è enorme e loro non ti troveranno. Non sanno che tu hai imparato a sopravvivere quando ancora loro non ti stavano cagando…Scappa da tutto e da tutti. Il tuo destino è lontano da questo mondo di merda che è diventato la tua casa… La vera vita è da un’altra parte, dove potrai essere felice, dove riuscirai a capire cosa è veramente importante nella tua vita… Non voltarti mai indietro… Non cagare amici, amanti, sante e puttane che ti chiedono di tornare indietro… L’importante è che tu scappi, perchè così non puoi andare avanti… Sei troppo sensibile… Oppure troppo pazzo, dopo aver scoperto il Segreto, dopo aver conosciuto la Verità. Non c’è speranza, solo dannazione e delirio… Dov’è il vento che mi condurrà in salvo? Dimenticato. Credo di potercela fare anche senza. Scappa da tutto. Per renderti conto che quello da cui stavi scappando ti ha raggiunto anche all’altro capo dell’univero.

    Perchè da te stesso non ci scappi

    Prison song
    System of a down