Categoria: Aldo Moro

  • 4 Ottobre 1978

    Il generale Dalla Chiesa si incontra con il giornalista Mino Pecorelli.

    Tre giorni dopo il blitz milanese in via Monte Nevoso – il generale Dalla Chiesa si incontra col giornalista Mino Pecorelli, direttore-fondatore del periodico “Op”.

    Iscritto alla P2 e da anni in stretti rapporti con settori dei servizi segreti, Pecorelli è una spina nel fianco del potere politico romano, specialmente di quello andreottiano: attraverso “Op” pubblica dossier riservati e notizie scabrose, anticipando scandali e rivelando manovre e intrighi di potere.

    Dopo l’incontro del 4 ottobre con Dalla Chiesa, Pecorelli comincia a pubblicare una serie di articoli pesantemente allusivi sul delitto Moro, insinuando il vero: cioè che le carte di Moro trovate nel covo Br di via Monte Nevoso siano state “manipolate” e “censurate” dai carabinieri in quanto contenenti “segreti di Stato”, come in effetti è avvenuto. Il direttore di “Op” si sofferma più volte anche sulle Br e sul loro imprendibile capo:

    «L’obiettivo primario [del sequestro Moro] è senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area di potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. È un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un Paese industriale… È Yalta che ha deciso via Mario Fani»

    «Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione della rotta dell’astronave Italia».

    «Ma torneremo a parlare… Perché Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato e forse la mattina che il presidente è stato ucciso, [Cossiga] era insieme a altri notabili DC a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo fare anche noi un po’ di fantapolitica. Le trattative con le BR ci sarebbero state. Come per i feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i “carabinieri” (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perché si voleva comunque l’anticomunista Moro morto, e le BR avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama “DC” e il macellaio Maurizio».

    «E a proposito di via Gradoli, è stato ammesso ufficialmente che, alla segnalazione, la polizia si precipitò a Gradoli e non a via Gradoli a Roma. Basta questo per mettere sotto processo gli inetti a  quali era stata affidata la vita di un uomo? E che dire della conoscenza, prima di marzo, della tipografia di via Pio Foà dove manovrava, con macchine offset, inchiostro e carta, il signor Mario Moretti, alias ing. Borghi di via Gradoli, nonché il correttore delle lettere di Aldo Moro scritte nel carcere del popolo!… Del caso Moro si sa ben poco; si pensa e si intuisce che gli elementi più attivi e più pericolosi della organizzazione eversiva ancora latitanti, abbiano potuto prendere parte all’operazione di via Fani e alle fasi successive a cominciare da Mario Moretti, forse Prospero Gallinari e gli altri. Ma niente di più. Da allora è stata ridimensionata l’attività di un’organizzazione che in caso contrario avrebbe forse dilagato con chissà quali conseguenze. Tutte le operazioni portate a termine, prima e dopo l’incarico al gen. Dalla Chiesa, hanno consentito di controllare e limitare l’attività; ma il colpo al cuore dell’organizzazione ancora non c’è stato»

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  • 10 Maggio 1978

    10 Maggio 1978

    Vengono celebrati i funerali di Aldo Moro.
    Francesco Cossiga rassegna le dimissioni da Ministro dell’Interno.

    Il corpo di Aldo Moro viene sepolto con una cerimonia strettamente privata nel cimitero di Torrita Tiberina.

    L’operato delle forze di polizia dipendenti dal Viminale e dai servizi segreti (affidati da Cossiga e Andreotti ad affiliati alla loggia massonica segreta P2) è stato caratterizzato da una lunga sequela di errori e conniventi inerzie, tali non solo da rendere dubbia l’effettiva volontà dello Stato di salvare la vita dell’onorevole Moro arrestando i sequestratori, ma perfino da indurre a sospettare complicità e convergenze di intenti con i terroristi.

    Scrive Cossiga nella sua lettera di dimissioni, indirizzata al Presidente del Consiglio Andreotti:

    «Ritengo mio dovere rassegnare le dimissioni da Ministro dell’Interno intendendo con questo atto assumere la piena responsabilità politica del dicastero cui sono preposto, delle forze di polizia che per subordinazione gerarchica o funzionale hanno operato alle mie dipendenze e dei servizi di informazione e di sicurezza da me impiegati; del loro impegno intelligente, generoso, incondizionato, leale e valoroso, sento di dover rendere ferma e convinta testimonianza e ritengo che su tale impegno il Paese può fare pieno affidamento».

    Ricoprirà il ruolo di Ministro dell’Interno ad Interim, fino al 13 Giugno 1978, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

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  • 6 Maggio 1978

    Claudio Signorile, vicesegretario del PSI, contatta Amintore Fanfani, Presidente del Senato.

    Il contatto avviene nella prospettiva di un segnale di apertura alla trattiva. Fanfani dà incarico al Sen. Bartolomei di seguire il caso, che tuttavia non conduce ad apprezzabili sviluppi né novità.

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    Testi

  • 5 Maggio 1978

    Viene ritrovato il Comunicato n°9 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.

    Testo integrale del Comunicato n°9 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro

    “ALLE ORGANIZZAZIONI COMUNISTE COMBATTENTI, AL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO, A TUTTI I PROLETARI.

    Compagni, la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata alla sua conclusione.
    Dopo l’interrogatorio ed il Processo Popolare al quale è stato sottoposto, il Presidente della Democrazia Cristiana è stato condannato a morte. A quanti tra i suoi compari della DC, del governo e dei complici che lo sostengono, chiedevano il rilascio, abbiamo fornito una possibilità, l’unica praticabile, ma nello stesso tempo concreta e reale: per la libertà di Aldo Moro, uno dei massimi responsabili di questi trent’anni di lurido regime democristiano la libertà per tredici Combattenti Comunisti imprigionati nei lager dello Stato imperialista. LA LIBERTÀ QUINDI IN CAMBIO DELLA LIBERTÀ. In questi 51 giorni la risposta della DC, del suo governo e dei complici che lo sostengono, è arrivata con tutta chiarezza, e più che con le parole e con le dichiarazioni ufficiali, l’hanno data con i fatti, con la violenza controrivoluzionaria che la cricca al servizio dell’imperialismo ha scagliato contro il movimento proletario.
    La risposta della DC, del suo governo e dei complici che lo sostengono, sta nei rastrellamenti operati nei quartieri proletari ricalcando senza troppa fantasia lo stile delle non ancora dimenticate SS naziste nelle leggi speciali che rendono istituzionale e “legale” la tortura e gli assassinii dei sicari del regime negli arresti di centinaia di militanti comunisti (con la lurida collaborazione dei berlingueriani) con i quali si vorrebbe annientare la resistenza proletaria.
    Lo Stato delle multinazionali ha rivelato il suo vero volto, senza la maschera grottesca della democrazia formale, è quello della controrivoluzione imperialista armata, del terrorismo dei mercenari in divisa, del genocidio politico delle forze comuniste.
    Ma tutto questo non ci inganna. La ferocia, la violenza sanguinaria che il regime scaglia contro il proletariato e le sue avanguardie, sono soltanto le convulsioni di una belva ferita a morte e quello che sembra la sua forza dimostra invece la sua sostanziale debolezza. In questi 51 giorni la DC e il suo governo non sono riusciti a mascherare, neppure con tutto l’armamentario della contro-guerriglia psicologica, quello che la cattura, il processo e la condanna del Presidente della DC Aldo Moro, è stato nella realtà: una vittoria del Movimento Rivoluzionario, ed una cocente sconfitta delle forze imperialiste.
    Ma abbiamo detto che questa è stata solo una battaglia, una fra le tante che il Movimento Proletario di Resistenza Offensivo sta combattendo in tutto il paese, una fra le centinaia di azioni di combattimento che le avanguardie comuniste stanno conducendo contro i centri e gli uomini della controrivoluzione imperialista, imprimendo allo sviluppo della Guerra di Classe per il Comunismo un formidabile impulso. Nessun battaglione di “teste di cuoio”, nessun super-specialista tedesco, inglese o americano, nessuna spia o delatore dell’apparato di Lama e Berlinguer, sono riusciti minimamente ad arrestare la crescente offensiva delle forze Comuniste Combattenti. A questa realtà la maggiore sconfitta delle forze imperialiste. Estendere l’attività di combattimento, concentrare l’attacco armato contro i centri vitali dello Stato imperialista, organizzare nel proletariato il Partito Comunista Combattente è la strada giusta per preparare la vittoria finale del proletariato, per annientare definitivamente il mostro imperialista e costruire una società comunista. Questo oggi bisogna fare per inceppare e vanificare i piani delle multinazionali imperialiste, questo bisogna fare per non permettere la sconfitta del Movimento Proletario e per fermare gli assassini capeggiati da Andreotti.
    Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC, del governo e dei complici che lo sostengono e la loro dichiarata indisponibilità ad essere in questa vicenda qualche cosa di diverso da quello che fino ad ora hanno dimostrato di essere: degli ottusi, feroci assassini al servizio della borghesia imperialista.
    Dobbiamo soltanto aggiungere una risposta alla “apparente” disponibilità del PSI. Va detto chiaro che il gran parlare del suo segretario Craxi è solo apparenza perché non affronta il problema reale: lo scambio dei prigionieri. I suoi fumosi riferimenti alle carceri speciali, alle condizioni disumane dei prigionieri politici sequestrati nei campi di concentramento, denunciano ciò che prima ha sempre spudoratamente negato; e cioè che questi infami luoghi di annientamento esistono, e che sono stati istituiti anche con il contributo e la collaborazione del suo partito. Anzi i “miglioramenti” che il segretario del PSI come un illusionista cerca di far intravvedere, provengono dal cappello di quel manipolo di squallidi “esperti” che ha riunito intorno a sé, e che sono (e la cosa se per i proletari detenuti non fosse tragica sarebbe a dir poco ridicola) gli stessi che i carceri speciali li hanno pensati, progettati e realizzati. Combattere per la distruzione delle carceri e per la liberazione dei prigionieri comunisti, è la nostra parola d’ordine e ci affianchiamo alla lotta che i compagni e il proletariato detenuto sta conducendo all’interno dei lager dove sono sequestrati e lo faremo non solo idealmente ma con tutta la nostra volontà militante e la nostra capacità combattente. Le cosiddette “proposte umanitarie” di Craxi; qualunque esse siano, dal momento che escludono la liberazione dei tredici compagni sequestrati, si qualificano come manovre per gettare fumo negli occhi, e che rientrano nei giochi di potere, negli interessi di partito od elettorali che non ci riguardano. L’unica cosa chiara e che sullo scambio dei prigionieri la posizione del PSI è la stessa, di ottuso rifiuto, della DC e del suo governo, e questo ci basta.
    A parole non abbiamo più niente da dire alla DC, al suo governo e ai complici che lo sostengono. L’unico linguaggio che i servi dell’imperialismo hanno dimostrato di saper intendere è quello delle armi, ed è con questo che il proletariato sta imparando a parlare. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato.

    PORTARE L’ATTACCO ALLO STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI!
    ATTACCARE LIQUIDARE DISPERDERE LA DC ASSE PORTANTE DELLA CONTRORIVOLUZIONE IMPERIALISTA !
    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    “P.S. – Le risultanze dell’interrogatorio ad Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico-militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini”.

    Proprio nel momento in cui il braccio di ferro Br-Sta-to sembra volgere a favore dei brigatisti – i quali non solo tengono sequestrato Moro da 50 giorni, ma sono riusciti a incrinare il fronte della fermezza e l’unità della DC – arriva il colpo di scena finale.

    Il 5 maggio le Br diffondono il comunicato n. 9, l’ultimo: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato»; in chiusura, il comunicato precisa: «Le risultanze dell’interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, e un bilancio complessivo politico-militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. [Organizzazioni comuniste combattenti, ndr] attraverso gli strumenti di propaganda clandestini».

    L’apparente incongruenza del comunicato n. 9 è rivelatoria: la trattativa con la DC era solo strumentale, l’ostaggio viene assassinato, e la pubblicazione di quanto Moro ha rivelato durante gli interrogatori – fatti gravi e anche gravissimi – è rimandata a un generico futuro e a vaghi «strumenti di propaganda clandestini».

    Testo integrale della lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

    “Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la D.C. Luca no al funerale.

    Mia dolcissima Noretta,
    dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso.
    È poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto.
    Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare.
    E questo è tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca), Anna, Mario, il piccolo non nato, Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto.

    Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta.

    Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.

    Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine
    di esecuzione.

    Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue.

    Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio
    di amore a tutti.

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  • 30 Aprile 1978

    Mario Moretti telefona a Eleonora Moro per cercare di dare una svolta alle trattative per la liberazione di Aldo Moro.

    Anche la DC opta per la “Linea Dura”. Nei giorni successivi, la medesima fermezza verrà adottata dalle segreterie dei cinque partiti della maggioranza di governo.

    La chiamata di Mario Moretti avviene alle 16:30 da una cabina telefonica nei pressi della Stazione Termini, mentre Adriana Faranda, Valerio Morucci e Barbara Balzerani sono di copertura.

    Una mossa arrischiata (dato che il telefono di casa Moro è ovviamente tenuto sotto controllo dalla polizia) e altrimenti incomprensibile. Moretti dice alla figlia di Moro, che risponde al telefono:

    «Io sono uno di quelli che hanno a che fare con suo padre… Le devo fare un’ultima comunicazione, questa telefonata è per puro scrupolo. Siete stati un po’ ingannati e state ragionando sull’equivoco. Finora avete fatto soltanto cose che non servono assolutamente a niente. Ma crediamo che ormai i giochi siano fatti e abbiamo già preso una decisione. Nelle prossime ore non possiamo fare altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile l’intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso. Se ciò non avviene, rendetevi conto che non potremmo fare altro che questo. Mi ha capito esattamente? Ecco, è possibile solo questo. L’abbiamo fatto semplicemente per scrupolo, nel senso che, sa, una condanna a morte non è una cosa che si possa prendere alla leggera. Noi siamo disposti a sopportare le responsabilità che ci competono, e vorremmo appunto, siccome sono stati zitti… non siete intervenuti direttamente, perché mal consigliati… Il problema è politico, e a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo, è l’unica maniera in cui si può arrivare a una trattativa. Se questo non avviene… solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore, preciso di Zaccagnini può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient’altro da dirle».

    L’intrepido Moretti è fino alla fine il padrone assoluto del sequestro. I tre brigatisti della presunta “prigione” di via Montalcini continuano a svolgere diligentemente le loro mansioni: di copertura la Braghetti e Maccari, di guardiano del prigioniero Gallinari. I due brigatisti “postini”, la coppia Morucci e Faranda, continuano a ubbidire a Moretti recapitando i comunicati Br e le lettere di Moro che lui gli dà, e autorizzati da Moretti tengono contatti con i capi di Autonomia operaia Lanfranco Pace e Franco Piperno (i quali a loro volta sono in contatto con la segreteria del Psi per la pseudotrattativa “umanitaria”). Il Comitato esecutivo brigatista è più che mai un organismo-fantasma puramente formale che in sostanza ratifica l’operato di Moretti. Il capo brigatista è il crocevia del sequestro, il dominus dell’intera operazione: è lui che ha “interrogato” il prigioniero dopo avergli fornito le domande (scritte non si sa da chi), e che ha prelevato personalmente dalla prigione le risposte manoscritte di Moro; è lui che ha esaminato le circa 100 lettere scritte dal prigioniero, è lui che ha stabilito di recapitarne solo 30 censurando tutte le altre 9; è lui che tiene i contatti col Comitato esecutivo, è lui che dirige, dà gli ordini, fa e disfa – Moretti è il solo brigatista che sa tutto, e per il quale non vale la regola della compartimentazione.

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  • 29 Aprile 1978

    Viene recapitate a diversi destinatari alcune lettere di Aldo Moro

    Lettera di Aldo Moro a Giovanni Leone

    Alla Stampa, da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione al suo illustre Destinatario. Molti ringraziamenti

    All’On. Prof. Giovanni Leone
    Presidente della Repubblica Italiana

    Faccio vivo appello, con profonda deferenza, al tuo alto senso di umanità e di giustizia, affinché, d’accordo con il Governo, voglia rendere possibile una equa e umanitaria trattativa per scambio di prigionieri politici, la quale mi consenta di essere restituito alla famiglia, che ha grave e urgente bisogno di me. Le tante forme di solidarietà sperimentate, t’indirizzino per la strada giusta.

    Ti ringrazio profondamente e ti saluto con viva cordialità

    Aldo Moro

    Lettera di Aldo Moro ad Amintore Fanfani

    Onorevole Presidente del Senato,
    in questo momento estremamente difficile, ritengo mio diritto e dovere, come membro del Parlamento italiano, di rivolgermi a Lei che ne è, insieme con il Presidente della Camera, il supremo custode. Lo faccio nello spirito di tanti anni di colleganza parlamentare, per scongiurarla di adoperarsi, nei modi più opportuni, affinché sia avviata, con le adeguate garanzie, un’equa trattativa umanitaria, che consenta di procedere ad uno scambio di prigionieri politici ed a me di tornare in seno alla famiglia che ha grave ed urgente bisogno di me. Lo spirito umanitario che anima il Parlamento ebbe già a manifestarsi in sede di Costituente, alla quale anche in questo campo ebbi a dare il mio contributo, e si è fatto visibile con l’abolizione della pena di morte ed in molteplici leggi ed iniziative. D’altra parte non sfuggono alle Assemblee né i problemi di sicurezza, che però possono essere adeguatamente risolti, né la complessità del problema politico per il quale non sarebbero sufficienti scelte semplici e riduttive.

    Al di là di questa problematica io affido a Lei, signor Presidente, con fiducia ed affetto la mia persona, nella speranza che tanti anni di stima, amicizia e collaborazione mi valgano un aiuto decisivo, che ricostituisca il Plenum del Parlamento e che mi dia l’unica gioia che cerco, il ricongiungimento con la mia amata famiglia.

    Con i più sinceri e vivi ringraziamenti, voglia gradire i miei più deferenti saluti.

    Suo Aldo Moro

    On. Prof. Amintore Fanfani
    Presidente del Senato della Repubblica

    Lettera di Aldo Moro a Pietro Ingrao

    Onorevole Presidente della Camera,

    in questo momento estremamente difficile, ritengo mio diritto e dovere, come membro del Parlamento italiano, di rivolgermi a Lei che ne è, insieme con il Presidente del Senato, il supremo custode. Lo faccio nello spirito di tanti anni di colleganza parlamentare, per scongiurarla di adoperarsi, nei modi più opportuni, affinché sia avviata con le adeguate garanzie, un’equa trattativa umanitaria, che consenta di procedere ad uno scambio di prigionieri politici ed a me di tornare in seno alla famiglia che ha grave ed urgente bisogno di me. Lo spirito umanitario che anima il Parlamento ebbe già a manifestarsi in sede di Costituente, alla quale anche in questo campo ebbi a dare il mio contributo, e si è fatto visibile con l’abolizione della pena di morte ed in molteplici leggi ed iniziative. D’altra parte non sfuggono alle Assemblee né i problemi di sicurezza, che possono però essere adeguatamente risolti, né la complessità del problema politico per il quale non sarebbero sufficienti scelte semplici e riduttive.

    Al di là di questa problematica io affido a Lei, Signor Presidente, con fiducia ed affetto la mia persona nella speranza che tanti anni di stima, amicizia e collaborazione mi valgano un aiuto decisivo che ricostituisca il Plenum del Parlamento e che mi dia l’unica gioia che cerco, il ricongiungimento con la mia amata famiglia. Con i più sinceri e vivi ringraziamenti, voglia gradire i miei più deferenti saluti.

    Suo Aldo Moro

    On. Pietro Ingrao
    Presidente della Camera dei deputati

  • 28 Aprile 1978

    Aldo Moro scrive una lunga lettera indirizzata al Partito della Democrazia Cristiana.
    Vengono recapitate numerose lettere: a Tullio Ancora, a Giulio Andreotti, a Bettino Craxi, a Renato Dell’Andro, ad Amintore Fanfani, a Pietro Ingrao, a Giovanni Leone, a Riccardo Misasi, a Erminio Pennacchini e a Flaminio Piccoli.

    Testo completo della lettera di Aldo Moro alla Democrazia Cristiana

    “Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative
    posizioni della D.C. sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce
    n’era tanta. Mancava invece al Partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un
    dibattito sul tema proposto che è quello della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla
    in un quadro equilibrato. È vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho
    subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita
    calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti
    neppure si risponde. E se io faccio l’onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo
    costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si
    continua invece in degradanti conciliaboli, che significano paura del dibattito, paura della verità, paura
    di firmare col proprio nome una condanna a morte.
    E devo dire che mi ha profondamente rattristato (non avrei creduto possibile) il fatto che alcuni amici
    da Mons. Zama, all’avv. Veronese, a G.B. Scaglia ed altri, senza né conoscere, né immaginare la mia
    sofferenza, non disgiunta da lucidità e libertà di spirito, abbiano dubitato dell’autenticità di quello che
    andavo sostenendo, come se io scrivessi su dettatura delle Brigate Rosse.
    Perché questo avallo alla pretesa mia non autenticità? Ma tra le Brigate Rosse e me non c’è la minima
    comunanza di vedute.
    E non fa certo identità di vedute la circostanza che io abbia sostenuto sin dall’inizio (e, come ho
    dimostrato, molti anni fa) che ritenevo accettabile, come avviene in guerra, uno scambio di prigionieri
    politici. E tanto più quando, non scambiando, taluno resta in grave sofferenza, ma vivo, l’altro viene
    ucciso. In concreto lo scambio giova (ed è un punto che umilmente mi permetto sottoporre al S.
    Padre) non solo a chi è dall’altra parte, ma anche a chi rischia l’uccisione, alla parte non combattente, in
    sostanza all’uomo comune come me.
    Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a
    compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui. Su questa
    posizione, che condanna a morte tutti i prigionieri delle Brigate Rosse (ed è prevedibile ce ne siano) è
    arroccato il Governo, è arroccata caparbiamente la D.C., sono arroccati in generale i partiti con qualche
    riserva del Partito Socialista, riserva che è augurabile sia chiarita d’urgenza e positivamente, dato che
    non c’è tempo da perdere. In una situazione di questo genere, i socialisti potrebbero avere una funzione
    decisiva. Ma quando? Guai, Caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse.
    Vorrei ora tornare un momento indietro con questo ragionamento che fila come filavano i miei
    ragionamenti di un tempo.
    Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti
    in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere
    che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di
    casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di
    arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il
    grado d’immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La
    necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c’era l’esilio) era stata
    riconosciuta. Ci sono testimonianze
    ineccepibili, che permetterebbero di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo
    in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici
    interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti . Tutte queste
    cose dove e da chi sono state dette in seno alla D.C.? E’ nella D.C. dove non si affrontano con coraggio
    i problemi. E, nel caso che mi riguarda, è la mia condanna a morte, sostanzialmente avvallata dalla D.C.,
    la quale arroccata sui suoi discutibili principi, nulla fa per evitare che un uomo, chiunque egli sia, ma poi
    un suo esponente di prestigio, un militante fedele, sia condotto a morte. Un uomo che aveva chiuso la
    sua carriera con la sincera rinuncia a presiedere il governo, ed è stato letteralmente strappato da
    Zaccagnini (e dai suoi amici tanto abilmente calcolatori) dal suo posto di pura riflessione e di studio, per
    assumere l’equivoca veste di Presidente del Partito, per il quale non esisteva un adeguato ufficio nel
    contesto di Piazza del Gesù. Sono più volte che chiedo a Zaccagnini di collocarsi lui idealmente al
    posto ch’egli mi ha obbligato ad occupare. Ma egli si limita a dare assicurazioni al Presidente del
    Consiglio che tutto sarà fatto come egli desidera.
    E che dire dell’On. Piccoli, il quale ha dichiarato, secondo quanto leggo da qualche parte, che se io mi
    trovassi al suo posto (per così dire libero, comodo, a Piazza ad esempio, del Gesù), direi le cose che egli
    dice e non quelle che dico stando qui.
    Se la situazione non fosse (e mi limito nel dire) così difficile, così drammatica quale essa è, vorrei ben
    vedere che cosa direbbe al mio posto l’On. Piccoli. Per parte sua ho detto e documentato che le cose
    che dico oggi le ho dette in passato in condizioni del tutto oggettive. E’ possibile che non vi sia una
    riunione statutaria e formale, quale che ne sia l’esito? Possibile che non vi siano dei coraggiosi che la
    chiedono, come io la chiedo con piena lucidità di mente? Centinaia di parlamentari volevano votare
    contro il Governo. Ed ora nessuno si pone un problema di coscienza? E ciò con la comoda scusa che
    io sono un prigioniero. Si deprecano i lager, ma come si tratta, civilmente, un prigioniero, che ha solo
    un vincolo esterno, ma l’intelletto lucido? Chiedo a Craxi, se questo è giusto. Chiedo al mio partito, ai
    tanti fedelissimi delle ore liete, se questo è ammissibile. Se altre riunioni formali non le si vuol fare,
    ebbene io ho il potere di convocare per data conveniente e urgente il Consiglio Nazionale avendo per
    oggetto il tema circa i modi per rimuovere gli impedimenti del suo Presidente. Così stabilendo, delego a
    presiederlo l’On. Riccardo Misasi.
    E’ noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro
    la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le
    mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così
    deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia
    esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di
    amore di mia moglie, dei miei figli, dell’amatissimo nipotino, dell’altro che non vedrò. La pietà di chi mi
    recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del
    ritorno della D.C. a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non
    andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la D.C., né per il paese. Ciascuno porterà la sua
    responsabilità.
    Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno
    amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la
    volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere. Le
    cose saranno chiare, saranno chiare presto.

    Aldo Moro

    Testo completo della lettera di Aldo Moro a Tullio Ancora

    “Caro Tullio,
    un caro ricordo ed un caloroso abbraccio. Senza perdersi in tante cose importanti, ma ovvie,
    concentrati in questo. Ricevo come premio dai comunisti dopo la lunga marcia la condanna a morte.
    Non commento. Quel che dico, e che tu dovresti sviluppare di urgenza e con il garbo che non ti manca,
    è che si può ancora capire (ma male) un atteggiamento duro del PCI, ma non si capirebbe certo che
    esso fosse legato al quadro politico generale la cui definizione è stata così faticosamente raggiunta e che
    ora dovrebbe essere ridisegnato. Dicano, se credono, che la loro è una posizione dura e intransigente e
    poi la lascino lì come termine di riferimento.
    E’ tutto, ma è da fare e persuadere presto.
    Affettuosamente

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro a Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio dei Ministri

    “Caro Presidente,
    so bene che ormai il problema, nelle sue massime componenti, è nelle tue mani e tu ne porti altissima
    responsabilità. Non sto a descriverti la mia condizione e le mie prospettive. Posso solo dirti la mia
    certezza che questa nuova fase politica, se comincia con un bagno di sangue e specie in contraddizione
    con un chiaro orientamento umanitario dei socialisti, non è apportatrice di bene né per il Paese né per il
    Governo. La lacerazione ne resterà insanabile. Nessuna unità nella sequela delle azioni e reazioni sarà
    più ricomponibile. Con ciò vorrei invitarti a realizzare quel che si ha da fare nel poco tempo disponibile.
    Contare su un logoramento psicologico, perché son certo che tu, nella tua intelligenza, lo escludi,
    sarebbe un drammatico errore.
    Quando ho concorso alla tua designazione e l’ho tenuta malgrado alcune opposizioni, speravo di darti
    un aiuto sostanzioso, onesto e sincero. Quel che posso fare, nelle presenti circostanze, è di
    beneaugurare al tuo sforzo e seguirlo con simpatia sulla base di una decisione che esprima il tuo spirito
    umanitario, il tuo animo fraterno, il tuo rispetto per la mia disgraziata famiglia.
    Quanto ai timori di crisi, a parte la significativa posizione socialista cui non manca di guardare la D.C., è
    difficile pensare che il PCI voglia disperdere quello che ha raccolto con tante forzature.
    Che Iddio ti illumini e ti benedica e ti faccia tramite dell’unica cosa che conti per me, non la carriera
    cioè, ma la famiglia.

    Grazie e cordialmente tuo
    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro a Bettino Craxi, Segretario del Partito Socialista Italiano

    “Caro Craxi,
    poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del
    tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua
    importante iniziativa. E’ da mettere in chiaro che non si tratta di inviti rivolti agli altri a compiere atti di
    umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata
    trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si
    abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa
    potrebbe renderla vana ed allora io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile
    sull’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire. Ti
    sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede.
    Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti
    trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quello che conta non è spiegare, ma, se si può fare qualcosa, di
    farlo.

    Grazie infinite ed affettuosi saluti
    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Renato Dell’Andro

    Carissimo Renato
    in questo momento così difficile, pur immaginando che tu abbia fatto tutto quello che la coscienza e
    l’affetto ti suggerivano, desidero aggiungere delle brevi considerazioni. Ne ho fatto cenno a Piccoli e a
    Pennacchini ed ora lo rifaccio a te, che immagino con gli amici direttamente e discretamente presenti
    nei dibattiti che si susseguono.
    La prima riguarda quella che può sembrare una stranezza e non è e cioè lo scambio dei prigionieri
    politici. Invece essa è avvenuta ripetutamente all’estero, ma anche in Italia. Tu forse già conosci
    direttamente le vicende dei palestinesi all’epoca più oscura della guerra. Lo scopo di stornare grave
    danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo stato di
    necessità. Il caso è analogo al nostro, anche se la minaccia, in quel caso, pur serissima, era meno
    definita. Non si può parlare di novità né di anomalia. La situazione era quella che è oggi e conviene
    saperlo per non stupirsi.
    Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là,
    intensamente però. Ho scritto a Piccoli e a Pennacchini che è buon testimone. A parte tutte le
    invenzioni che voi saprete fare, è utile mostrare una riserva che conduca, in caso di esito negativo, al
    coagularsi di voti contrari come furono minacciati da De Carolis e altri, Andreotti che (con il PCI)
    guida la linea dura, deve sapere che corre gravi rischi. Valorizzare poi l’umanitarismo socialista, più
    congeniale alla D.C. e che ha sempre goduto, e specie in questa legislatura, maggiori simpatie.
    Forza, Renato, crea, fai, impegnati con la consueta accortezza. Te ne sarò tanto grato.
    Ti abbraccio.

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Prof. Amintore Fanfani, Presidente del Senato della Repubblica

    “Onorevole Presidente del Senato,
    in questo momento estremamente difficile, ritengo mio diritto e dovere, come membro del Parlamento
    italiano, di rivolgermi a Lei che ne è, insieme con il Presidente della Camera, il supremo custode. Lo
    faccio nello spirito di tanti anni di colleganza parlamentare, per scongiurarla di adoperarsi, nei modi più
    opportuni, affinché sia avviata, con le adeguate garanzie, un’equa trattativa umanitaria, che consenta di
    procedere ad uno scambio di prigionieri politici ed a me di tornare in seno alla famiglia che ha grave ed
    urgente bisogno di me. Lo spirito umanitario che anima il Parlamento ebbe già a manifestarsi in sede di
    Costituente, alla quale anche in questo campo ebbi a dare il mio contributo, e si è fatto visibile con
    l’abolizione della pena di morte ed in molteplici leggi ed iniziative. D’altra parte non sfuggono alle
    Assemblee né i problemi di sicurezza, che però possono essere adeguatamente risolti, né la complessità
    del problema politico per il quale non sarebbero sufficienti scelte semplici e riduttive.
    Al di là di questa problematica io affido a Lei, signor Presidente, con fiducia ed affetto la mia persona,
    nella speranza che tanti anni di stima, amicizia e collaborazione mi valgano un aiuto decisivo, che
    ricostituisca il Plenum del Parlamento e che mi dia l’unica gioia che cerco, il ricongiungimento con la
    mia amata famiglia.
    Con i più sinceri e vivi ringraziamenti, voglia gradire i miei più deferenti saluti.

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Pietro Ingrao, Presidente della Camera dei Deputati

    “Onorevole Presidente della Camera,
    in questo momento estremamente difficile, ritengo mio diritto e dovere, come membro del Parlamento
    italiano, di rivolgermi a Lei che ne è, insieme con il Presidente del Senato, il supremo custode. Lo faccio
    nello spirito di tanti anni di colleganza parlamentare, per scongiurarla di adoperarsi, nei modi più
    opportuni, affinché sia avviata con le adeguate garanzie, un’equa trattativa umanitaria, che consenta di
    procedere ad uno scambio di prigionieri politici ed a me di tornare in seno alla famiglia che ha grave ed
    urgente bisogno di me. Lo spirito umanitario che anima il Parlamento ebbe già a manifestarsi in sede di
    Costituente, alla quale anche in questo campo ebbi a dare il mio contributo, e si è fatto visibile con
    l’abolizione della pena di morte ed in molteplici leggi ed iniziative. D’altra parte non sfuggono alle
    Assemblee né i problemi di sicurezza, che possono però essere adeguatamente risolti, né la complessità
    del problema politico per il quale non sarebbero sufficienti scelte semplici e riduttive.
    Al di là di questa problematica io affido a Lei, Signor Presidente, con fiducia ed affetto la mia persona,
    nella speranza che tanti anni di stima, amicizia e collaborazione mi valgano un aiuto decisivo che
    ricostituisca il Plenum del Parlamento e che mi dia l’unica gioia che cerco, il ricongiungimento con la
    mia amata famiglia. Con i più sinceri e vivi ringraziamenti, voglia gradire i miei più deferenti saluti.

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Giovanni Leone, Presidente della Repubblica Italiana

    “Alla Stampa, da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione al suo illustre Destinatario. Molti ringraziamenti

    All’On. Prof. Giovanni Leone
    Presidente della Repubblica Italiana

    Faccio vivo appello, con profonda deferenza, al tuo alto senso di umanità e di giustizia, affinché, d’accordo con il Governo, voglia rendere possibile una equa e umanitaria trattativa per scambio di prigionieri politici, la quale mi consenta di essere restituito alla famiglia, che ha grave e urgente bisogno di me. Le tante forme di solidarietà sperimentate, t’indirizzino per la strada giusta.
    Ti ringrazio profondamente e ti saluto con viva cordialità

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Riccardo Misasi

    “Carissimo Riccardo,
    un grande abbraccio e due parole per dirti che mi attendo, con l’eloquenza ed il vigore che ti sono propri, una tua efficace battaglia a difesa della vita, a difesa dei diritti umani, contro una gretta ragion di Stato. Tu sai che gli argomenti del rigore, in certe situazioni politiche, non servono a nulla. Si tratta di ben altro che dovremmo sforzarci di capire. Se prendi di petto i legalisti, vincerai ancora una volta. Non illudetevi di invocazioni umanitarie. Vorrei poi dirti che, se dovesse passarsi, come ci si augura, ad una fase ulteriore, la tua autorità ed esperienza di Presidente della Commissione Giustizia, dovrebbero essere, oltre che per le cose in generale che interessano, preziose per alcuni temi specifici che tu certo intuisci.
    Grazie e tanti affettuosi saluti.

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Erminio Pennacchini

    “Carissimo Pennacchini,
    ho avuto sempre grande stima di te, per tutto, ma soprattutto per la cristallina onestà. È quindi naturale che in un momento drammatico mi rivolga a te per un aiuto prezioso che consiste semplicemente nel dire la verità. Dirla, per ora, ben chiara agli amici parlamentari ed a qualche portavoce qualificato dell’opinione pubblica. Si vedrà poi se ufficializzarla.
    Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare. L’analogia, anzi l’eguaglianza con il mio doloroso caso, sono evidenti. Semmai in quelle circostanze la minaccia alla vita dei terzi estranei era meno evidente, meno avanzata. Ma il fatto c’era e ad esso si è provveduto secondo le norme dello Stato di necessità, gestite con somma delicatezza. Di fronte alla situazione di oggi non si può dire perciò che essa sia del tutto nuova. Ha precedenti numerosi in Italia e fuori d’Italia ed ha, del resto, evidenti ragioni che sono insite nell’ordinamento giuridico e nella coscienza sociale del Paese. Del resto è chiaro che ai prigionieri politici dell’altra parte viene assegnato un soggiorno obbligato in Stato Terzo.
    Ecco, la tua obiettiva ed informata testimonianza, data ampiamente e con la massima urgenza, dovrebbe togliere alla soluzione prospettata quel certo carattere di anomalia che taluno tende ad attribuire ad essa. E’ un intermezzo di guerra o guerriglia che sia, da valutare nel suo significato. Lascio alla tua prudenza di stabilire quali altri protagonisti evocare. Vorrei che comunque Giovannoni fosse su piazza. Ma importante è che tu sia lì, non a fare circolo, ma a parlare serenamente secondo verità. Tra l’altro ricordi quando l’allarme ci giunse in Belgio? Grazie per quanto dirai e farai secondo verità. La famiglia ed io, in tanta parte, dipendiamo da te, dalla tua onestà e pacatezza.
    Affettuosamente

    Aldo Moro”

    Testo completo della lettera di Aldo Moro all’On. Flaminio Piccoli

    “Caro Piccoli,
    non ti dico tutte le cose che vorrei per brevità e per l’intenso dialogo tra noi che dura da anni. Ho fiducia nella tua saggezza e nel tuo realismo, unica antitesi ad un predominio oggi, se non bilanciato, pericoloso. So che non ti farai complice di un’operazione che, oltretutto, distruggerebbe la D.C. Non mi dilungo, perché so che tu capisci queste cose. Aggiungo qualche osservazione per il dibattito interno che spero abbia giuste proporzioni e sia da te responsabilmente guidato. La prima osservazione da fare è che si tratta di una cosa che si ripete come si ripetono nella vita gli stati di necessità. Se n’è parlato meno di ora, ma abbastanza, perché si sappia come sono andate le cose. E tu, che sai tutto, ne sei certo informato.
    Ma, per tua tranquillità e per diffondere in giro tranquillità, senza fare ora almeno dichiarazioni ufficiali, puoi chiamarti subito Pennacchini che sa tutto (nei dettagli più di me) ed è persona delicata e precisa. Poi c’è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannoni, che Cossiga stima. Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente.
    Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi. Ma su tutto questo fenomeno politico vorrei intrattenermi con te, che sei l’unico cui si possa parlare a dovuto livello. Che Iddio lo renda possibile.
    Naturalmente comprendo tutte le difficoltà. Ma qui occorrono non sotterfugi, ma atti di coraggio. Dopo un po’ l’opinione pubblica capisce, pur che sia guidata. In realtà qui l’ostacolo è l’intransigenza del partito comunista che sembra una garanzia.
    Credo sarebbe prudente guardare più a fondo le cose, tenuto conto del più duttile atteggiamento socialista cui fino a due mesi fa andavano le nostre simpatie. Forse i comunisti vogliono restare soli a difendere l’autorità dello Stato o vogliono di più. Ma la D.C. non ci può stare. Perché nel nostro impasto (chiamalo come vuoi) c’è una irriducibile umanità e pietà: una scelta a favore della durezza comunista contro l’umanitarismo socialista sarebbe contro natura. Importante è convincere Andreotti che non sta seguendo la strada vincente. E’ probabile che si costituisca un blocco di oppositori intransigenti. Conviene trattare.
    Grazie e affettuosamente

    Aldo Moro”

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    Testi

  • 24 Aprile 1978

    Viene trovato verso mezzogiorno il Comunicato n°8 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.
    Vengono emessi i mandati di cattura dalla Procura di Roma per la strage di Via Fani. Manca il nome di Mario Moretti.

    Testo completo del Comunicato n°8 delle BR del Sequestro Moro

    La risposta della Democrazia Cristiana

    Alle nostre richieste del comunicato n. 7 la DC ha risposto con un comunicato di due frasi. Di questo comunicato si può dire tutto tranne che è “chiaro” e “definitivo”. Nella prima frase la DC afferma la sua “indefettibile fedeltà allo Stato, alle sue istituzioni, alle sue leggi”. Che di questo Stato della borghesia imperialista la DC è il pilastro fondamentale non è una novità; le leggi dello Stato imperialista la DC non solo le rispetta ma, scegliendosi di volta in volta i complici, le leggi le fa, le impone, e le applica sulla pelle del proletariato. Basta ricordare l’ultimo pacchetto di leggi speciali varate con un decreto del governo Andreotti con cui si sancisce il diritto delle varie polizie del regime di perquisire, arrestare, torturare, chiunque e dovunque, senza alcun limite alla propria ferocia. Per fare queste leggi la DC e il suo Governo hanno impiegato poco più di un quarto d’ora e i loro complici le hanno felicemente approvate. Quindi, la prima frase del comunicato della DC non dice con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta dello scambio di prigionieri politici. Da parte nostra riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: diano la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” dei campi di concentramento.
    Nessun equivoco è più possibile, ed ogni tentativo della DC e del suo Governo di eludere il problema con ambigui comunicati e sporche e dilatorie manovre, sarà interpretato come il segno della loro viltà e della loro scelta (questa volta chiara e definitiva) di non voler dare alla questione dei prigionieri politici l’unica soluzione possibile.
    Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà.

    Innanzi tutto nelle carceri, nei lager di regime sono rinchiusi a centinaia dei proletari comunisti l’avanguardia del movimento proletario che lotta e combatte per una società comunista. Tra questi ci sono dei condannati alla “morte lenta”: sono quei compagni che nel seno della lotta proletaria hanno imbracciato il fucile, hanno scelto di porsi alla testa del movimento rivoluzionario e di costruire l’organizzazione strategica per la vittoria della rivoluzione comunista e l’instaurazione del potere proletario.
    Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di TUTTI i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: SANTE NOTARNICOLA, MARIO ROSSI, GIUSEPPE BATTAGLIA, AUGUSTO VIEL, DOMENICO DELLI VENERI, PASQUALE ABATANGELO, GIORGIO PANIZZARI, MAURIZIO FERRARI, ALBERTO FRANCESCHINI, RENATO CURCIO, ROBERTO OGNIBENE, PAOLA BESUSCHIO e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportate in battaglia, CRISTOFORO PIANCONE.

    Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Mario Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti.
    A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite e solo una risposta immediata e positiva della DC e del suo Governo data senza equivoci, e concretamente attuata potrà consentire ii rilascio di Aldo Moro.
    SE COSI NON SARÀ, TRARREMMO IMMEDIATAMENTE LE DEBITE CONSEGUENZE ED ESEGUIREMO LA SENTENZA A CUI ALDO MORO È STATO CONDANNATO.

    La DC e il suo Governo nel tentativo di scaricare le proprie responsabilità incaricano (ma anche in questo caso non vogliono essere chiari) la Caritas Internationalis a prendere “contatti”.
    Noi allo stato attuale delle cose non abbiamo bisogno di alcun “mediatore”, di nessun intermediario. Se la DC e il suo governo designano la Caritas Internationalis come loro rappresentante e la autorizzano a trattare la questione dei prigionieri politici, lo facciano esplicitamente e pubblicamente.
    Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”.

    Gli appelli umanitari

    Alcune personalità del mondo borghese e alcune autorità religiose, ci hanno inviato con molto clamore appelli cosiddetti umanitari per il rilascio di Aldo Moro. Ne prendiamo atto ma non possiamo fare a meno di nutrire qualche sospetto; che cioè dietro il presunto spirito umanitario ci sia invece un concreto sostegno politico e propagandistico alla Democrazia Cristiana, e sia in realtà un “far quadrato” intorno alla cosca democristiana come sta avvenendo per tutte le componenti Nazionali ed Internazionali della borghesia imperialista e delle sue organizzazioni, da quelle americane e quelle europee.
    Ora queste insigni personalità hanno tredici nomi di altrettanti uomini condannati a morte, e per la liberazione dei quali hanno la possibilità di appellarsi alla DC e al suo governo in nome della stessa “umanità”, “dignità cristiana” o altri “supremi ideali” ai quali dicono di riferirsi, dimostrando così la loro proclamata imparzialità ed estraneità ad ogni calcolo politico.
    Sta ad essi ora dimostrare che il loro appello si pone veramente al di sopra delle parti e non è invece una turpe e subdola mistificazione, e che i nostri sospetti nei loro confronti sono soltanto dei pregiudizi.

    LIBERTA PER TUTTI I COMUNISTI IMPRIGIONATI!
    CREARE, ORGANIZZARE OVUNQUE IL POTERE PROLETARIO ARMATO!
    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    Per il comunismo
    Brigate rosse

    I contenuti sono di nuovo contraddittori e stupefacenti. Infatti le BR ignorano il loro stesso ultimatum, rilevano che la DC non ha detto «con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta del lo scambio di prigionieri politici», e scrivono:

    «Riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico, e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: dia la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” nei campi di concentramento [le carceri speciali, ndr]… Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà… Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di tutti i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportare in battaglia, Cristoforo Piancone. Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti. A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite, e solo una risposta immediata e positiva della De e del suo Governo, data senza equivoci, e concretamente attuata, potrà consentire il rilascio di Aldo Moro. E se così non sarà, trarremo immediatamente le debite conseguenze e eseguiremo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».

    Al comunicato n. 8 (nel quale è inclusa l’enigmatica frase: «Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”»), i brigatisti allegano una ultimativa lettera di Moro indirizzata al segretario democristiano Zaccagnini («Per una evidente incompatibilità», scrive il prigioniero, «chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito»), La richiesta di scarcerazione dei 13 detenuti “comunisti” (molti dei quali condannati con sentenza definitiva per gravi reati di sangue) è chiaramente pretestuosa e improponibile: l’accettazione, totale o parziale, costituirebbe un vero e proprio suicidio dello Stato di diritto. Infatti lo stesso Psi, motore politico della linea contraria alla fermezza, è costretto a definire la richiesta dei terroristi «inaccettabile».

    Lettera di Aldo Moro a Benigno Zaccagnini del 24 Aprile 1978

    «Caro Zaccagnini,

    ancora una volta, come qualche giorno fa, m’indirizzo a te con animo profondamente commosso per la crescente drammaticità della situazione. Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio. Naturalmente mi rivolgo a te, ma intendo parlare individualmente a tutti i componenti della Direzione (più o meno allargata) cui spettano costituzionalmente le decisioni, e che decisioni!, del partito. Intendo rivolgermi ancora alla immensa folla dei militanti che per anni ed anni mi hanno ascoltato, mi hanno capito, mi hanno considerato l’accorto divinatore dell funzione avvenire della Democrazia Cristiana. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con la folla dei militanti. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con gli amici della Direzione del Partito o dei Gruppi parlamentari. Anche negli ultimi difficili mesi quante volte abbiamo parlato pacatamente tra noi, tra tutti noi, chiamandoci per nome, tutti investiti di una stessa indeclinabile responsabilità. Ora di questa vicenda, la più grande e più gravida di conseguenze che abbia investito da anni la Dc, non sappiamo nulla o quasi. Non conosciamo la posizione del Segretario né del Presidente del Consiglio; vaghe indiscrezioni dell’On. Bodrato con accenti di generico carattere umanitario. Nessuna notizia sul contenuto; sulle intelligenti sottigliezze di Granelli, sulle robuste argomentazioni di Misasi (quanto contavo su di esse), sulla precisa sintesi politica dei Presidenti dei Gruppi e specie dell’On. Piccoli. Mi sono detto: la situazione non è matura e ci converrà aspettare. È prudenza tradizionale della Dc. Ed ho atteso fiducioso come sempre, immaginando quello che Gui, Misasi, Granelli, Gava, Gonella (l’umanista dell’Osservatore) ed altri avrebbero detto nella vera riunione, dopo questa prima interlocutoria. Vorrei rilevare incidentalmente che la competenza è certo del Governo, ma che esso ha il suo fondamento insostituibile nella Dc che dà e ritira la fiducia, come in circostanze così drammatiche sarebbe giustificato. È dunque alla Dc che bisogna guardare. Ed invece, dicevo, niente. Sedute notturne, angosce, insofferenze, richiami alle ragioni del Partito e dello Stato. Viene una proposta unitaria nobilissima, ma che elude purtroppo il problema politico reale.

    Invece dev’essere chiaro che politicamente il tema non è quello della pietà umana, pur così suggestiva, ma dello scambio di alcuni prigionieri di guerra (guerra o guerriglia come si vuole), come si pratica là dove si fa la guerra, come si pratica in paesi altamente civili (quasi la universalità), dove si scambia non solo per obiettive ragioni umanitarie, ma per la salvezza della vita umana innocente. Perché in Italia un altro codice? Per la forza comunista entrata in campo e che dovrà fare i conti con tutti questi problemi anche in confronto della più umana posizione socialista?

    Vorrei ora fermarmi un momento sulla comparazione dei beni di cui si tratta: uno recuperabile, sia pure a caro prezzo, la libertà; l’altro, in nessun modo recuperabile, la vita. Con quale senso di giustizia, con quale pauroso arretramento sulla stessa legge del taglione, lo Stato con la sua inerzia, con il suo cinismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libertà che s’intenda negare si accetti e si dia come scontata la più grave ed irreparabile pena di morte? Questo è un punto essenziale che avevo immaginato Misasi sviluppasse con la sua intelligenza ed eloquenza. In questo modo si reintroduce la pena di morte che un Paese civile come il nostro ha escluso sin dal Beccaria ed espunto nel dopoguerra dal codice come primo segno di autentica democratizzazione. Con la sua inerzia, con il suo tener dietro, in nome della ragion di Stato, l’organizzazione statale condanna a morte e senza troppo pensarci su; perché c’è uno stato di detenzione preminente da difendere. È una cosa enorme. Ci vuole un atto di coraggio senza condizionamenti di alcuno. Zaccagnini, sei eletto dal Congresso. Nessuno ti può sindacare. La tua parola è decisiva. Non essere incerto, pencolante, acquiescente. Sii coraggioso e puro come nella tua giovinezza.

    E poi, detto questo, io ripeto che non accetto l’iniqua ed ingrata sentenza della Dc. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo. Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola. Non creda la Dc di avere chiuso con il suo problema, liquidando Moro.

    Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi.

    Per questa ragione, per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore.

    Cordiali Saluti
    Aldo Moro

    P.S. Diffido a non prendere decisioni fuori degli organi competenti di partito.»

    Il capo delle BR, intanto, continua a essere un terrorista straordinariamente fortunato. Se ne ha una riprova alla fine di Aprile, quando la Procura della Repubblica di Roma spicca mandato di cattura a carico di 9 brigatisti: due, Corrado Alunni e Prospero Gallinari, accusati della strage di via Fani e del sequestro Moro; gli altri sette – Adriana Faranda, Patrizio Peci, Enrico Bianco, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, Valerio Morucci – di costituzione di banda armata; manca solo il nome del capo delle BR, del regista della strage di via Fani, del domìnus del sequestro Moro.

    «Il nome di Mario Moretti non c’era, il nome del capo brigatista non compariva tra i catturandi per l’eccidio di via Fani, e neppure per la costituzione della banda armata “Brigate rosse”. Dopo essere sfuggito all’arresto per ben tre volte, Moretti risultava assurdamente escluso dai mandati di cattura emessi dall’autorità giudiziaria romana il 24 aprile 1978 – era l’ennesima, incredibile “coincidenza”».

    Dunque, benché a carico di Moretti già ci siano ben tre mandati di cattura emessi dalla Procura di Milano, benché sia notoriamente latitante dal 1972, benché la sua foto sia stata inclusa tra quelle diffuse dal Viminale il 16 marzo, benché sia ben noto al Sismi e all’Ucigos come «elemento pericolosissimo, uno dei maggiori esponenti della organizzazione terroristica», nei mandati di cattura emessi dalla Procura romana a fine aprile – cioè in pieno sequestro Moro – il nome di Moretti non c’è.

    Una omissione così assurda da legittimare qualunque tipo di sospetto.

    Biglietto a Eleonora Moro

    «Carissima Noretta,

    come ultimo tentativo fai una protesta e una preghiera con tutto il fiato che hai in gola, senza sentire i consigli di prudenza di chicchessia e dello stesso Guerzoni.

    Ti abbraccio forte forte

    Aldo

    Lettera di Aldo Moro alla famiglia (recapitata tra il 24 e il 25 Aprile)

    «A tutti i miei carissimi ed a Noretta, amata sposa e madre. Mi piacerebbe avere un cenno, anche minimo di risposta, per tranquillizzarmi sulla salute di tutti.

    Aldo»

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  • 23 Aprile 1978

    Appello di Papa Paolo VI alle Brigate Rosse.

    Diffuso dal Vaticano il 23 aprile: il papa «prega in ginocchio» i terroristi di «liberare l’onorevole Moro semplicemente, senza condizioni».

    Intanto, si susseguono voci di contatti e trattative “riservate” di ogni genere, compresa quella di un riscatto multimiliardario raccolto dalla Santa sede. Ma l’ultimatum scade senza che siano intervenute apprezzabili novità.

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  • 22 Aprile 1978

    Paolo VI lancia un terzo appello. Il segretario dell’ONU Waldheim indirizza a sua volta un secondo appello ai brigatisti.

    L’appello di Papa Paolo VI alle Br

    “Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d’avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo.

    Ed è in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d’un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, né tormentato da superfluo dolore. Già troppe vittime dobbiamo piangere e deprecare per la morte di persone impegnate nel compimento d’un proprio dovere. Tutti noi dobbiamo avere timore dell’odio che degenera in vendetta, o si piega a sentimenti di avvilita disperazione. E tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa. Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancore nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova.”

    Dal Vaticano, 21 Aprile 1978

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