Autore: zorba

  • Recensione di Carrie di Stephen King

    Recensione di Carrie di Stephen King

    Carrie è un romanzo di Stephen King, pubblicato per la prima volta nel 1974 e in Italia nel 1977 da Sonzogno.

    TitoloCarrie
    AutoreStephen King
    ISBN9788845294020
    GenereNarrativa
    Casa EditriceBompiani
    Data di pubblicazione2017-06-01
    LinguaItaliano
    FormatoPaperback
    Pagine211
    Copertina di Carrie di Stephen King

    Carrie è stato il primo romanzo pubblicato da Stephen King, e ha segnato l’inizio della sua incredibile fortuna e della sua fama, rendendolo erroneamente celebre come “Re dell’Horror”, un appellativo che sicuramente non rende minimamente giustizia alla sua produzione, molto più variegata e complessa per essere relegata in un unico genere. Il romanzo è piuttosto breve, soprattutto se paragonato ad altri suoi lavori, ma è molto intenso ed empatico.

    Il romanzo racconta la storia di Carrie White, una ragazza solitaria e insicura cresciuta sotto l’influenza opprimente di una madre fanatica religiosa. È vittima di bullismo a scuola e vive costantemente nel terrore e nella vergogna di una vita in cui si sente sempre continuamente inadeguata, anche a causa della poca educazione della madre ad affrontare la vita. Ma Carrie ha qualcosa di speciale, di cui la madre ha sempre avuto paura e ha sempre cercato di sopire: un potere soprannaturale che si manifesta proprio quando le emozioni sono al culmine, la telecinesi. E che esplode in tutta la sua potenza alle prime mestruazioni di Carrie.

    King utilizza il personaggio di Carrie per esplorare temi proprio del romanzo di formazione: l’isolamento, l’inadeguatezza, la scoperta di sé… E soprattutto la vendetta. Il bullismo e il fanatismo religioso sono temi trattati con un tocco crudo e realistico. La storia è costruita in modo da trasmettere tutta la tensione e la frustrazione che Carrie accumula giorno dopo giorno vivendo le giornate al liceo, e quando finalmente esplode, è una catarsi inquietante, potente e quasi inevitabile.

    Uno degli aspetti più interessanti di Carrie è l’uso di articoli di giornale, rapporti scientifici e testimonianze a posteriori che King inserisce nel racconto, intervallando la narrazione della sequenza principale. Questo espediente dà al lettore la sensazione di leggere un caso di cronaca nera, un evento tragico analizzato in ogni dettaglio. King è abile nel creare un senso di inevitabilità e di tragedia, come se tutto fosse scritto e noi potessimo solo osservare l’incedere degli eventi.

    Carrie, come detto, è stato il primo romanzo pubblicato di Stephen King e quest’anno ha compiuto 50 anni. Ha anche una storia editoriale piuttosto curiosa: a quell’epoca King scriveva spesso racconti per la rivista maschile Chevalier, ed era proprio per questo che stava lavorando a un racconto di una ragazza adolescente con poteri di telecinesi. La storia però non lo conquistava, ed è stato merito della moglie Tabita (a cui è dedicato il romanzo) se l’ha portato a compimento.

    Dal romanzo sono stati tratti quattro film: Carrie – Lo sguardo di Satana (1976), Carrie 2 – La furia (1999), Carrie (2002) e Lo sguardo di Satana – Carrie (2013). Nessuno dei quali riesce a essere nemmeno minimamente all’altezza del romanzo.

  • Il problema è che il resto del mondo prima o poi va a dormire

    Il problema è che il resto del mondo prima o poi va a dormire

    È così che va con l’insonnia. Tutto è così lontano, una copia di una copia di una copia. L’insonnia ti distanzia da ogni cosa, tu non puoi toccare niente e niente può toccare te”

    Chuck Palahniuk, Fight Club

    Il problema è che il resto del mondo prima o poi va a dormire. E si addormenta davvero. Le persone con cui parli per messaggio ti augurano la buonanotte, una alla volta. Come se fosse un’immensa biblioteca piena di scrivanie, ognuna con la sua brava lampada ministeriale Churchill verde, e resta solo la tua, di luce. Solo che la tua non è un oggetto di design vintage, è un cavo vecchio e secco con i fili di rame che escono, attaccato a un portalampada praticamente bruciato. Puoi anche evitare l’etere. Puoi scoparti la prima donna a caso, ma anche lei a una certa ti saluta, ti ringrazia e se ne va a dormire. Puoi uscire con gli amici e sbronzarti fino al vomito, ma ognuno andrà a vomitare nel suo cesso. Tu invece resterai a fartela passare, lottando con un letto che ormai è diventato un ottovolante. E non puoi sperare di addormentarti e farla finita. Devi restare aggrappato alle poche protezioni che hai finché la corsa non è finita. Finché non sorge l’alba. Puoi dormire con una persona che ami. Puoi dormirci abbracciato stretto, pelle contro pelle mentre senti il suo respiro farsi più lento. Puoi passare la notte ad ascoltarla dormire. Oppure puoi dormire in un letto troppo piccolo a Firenze in preda all’ansia, schiena contro schiena (ma senza toccarsi) finché non la senti russare. E comunque aspettare l’alba.
    Le luci si spengono, quelle degli altri. La tua luce è in corto circuito. Balbetta, luce buio luce buio lucebuiolucebuio. Luce. Sempre e comunque luce.
    Suonerà la sveglia, ma servirà soltanto ad avvisarti che è l’ora di alzarsi dal letto, non a svegliarti.

    La notte è infinita. Una volta restavo sveglio a scrivere. O a giocare a un qualsiasi videogioco, finché la combinazione di non sonno, stanchezza e schermi illuminati mi ha fottuto gli occhi. Adesso porto gli occhiali. E poi stare seduto non permette nemmeno al tuo corpo di riposare. Migliora la tua sanità mentale perché il tempo passa più in fretta. Ma il giorno dopo ti sembra di avere le ossa talmente fragili che basterebbe un soffio per mandarti in frantumi. In mille pezzi.
    Vivere diventa un equilibrio precario tra il non crollare a terra e non impazzire.

    Sapete quanto dura una notte? No, non lo sapete. Immaginatevi seduti a un tavolo. Rilassati, con le mani sul piano. Con gli occhi chiusi, ma vigili. Senza mai addormentarvi. Pensatevi seduti lì la mattina alle 8:00, come quando entrate in ufficio. Continuate a immaginarvi a quella scrivania, senza nessuno intorno. In silenzio, senza stimoli. Immaginatevi a quella scrivania ogni singolo minuto fino alle 14:00 del pomeriggio. Immobili. In silenzio. Annoiati. Ogni. Fottuto. Secondo. Ecco quanto dura una notte. Tutte le notti.

    Con il tempo ho imparato a sdraiarmi, spegnere la luce e chiudere gli occhi. Questo mi permette di dormire. Perché non credete a chi vi dice che non dorme da mesi. O da anni. Dopo 10 giorni o crollate perché il vostro cervello ha un blackout o crollate perché siete morti. Già dopo un giorno e mezzo comincia ad annebbiarsi la vista. La vostra termoregolazione se ne va affanculo e avrete caldo o freddo assolutamente a caso. Una parte del vostro cervello continuerà a mandare impulsi per dormire, l’altra metà per svegliarsi. Questa lotta prende il nome di microsonno. Quattro o cinque secondi di buio totale di cui non avete percezione. Che durante il giorno mentre state guidando la macchina, parlando con una donna che volete portarvi a letto o con un cliente a cui volete vendere qualcosa, o ascoltando un professore che si illude che lo stiate ascoltando, può essere un problema… Ma durante la notte sono la vostra arma migliore di sopravvivenza. Quindi pensate soltanto di essere sempre svegli sotto le coperte. Ma non è così. Magari dormite anche 20 minuti. o Mezz’ora. Ma quasi mai tutte intere.

    Io resto al buio, quello della stanza e dietro le mie palpebre chiuse. Ma il mio cervello vede soffitti bianchi, che però non rivelano nulla. Non un disegno, un senso. Qualsiasi cosa. Non c’è nulla. Solo il bianco.
    Il bianco è nullità e fissità. Per questo è lo specchio perfetto dell’insonne. L’insonne è una nullità perché anche le azioni più basilari della sua esistenza diventano ostacoli insormontabili. L’insonne è fissità perché i soffitti bianchi gli restano negli occhi. Anche quando si alza dal letto. Mentre guida per andare a lavoro. Mentre lavora. Mentre si ubriaca per illudersi che la prossima notte andrà meglio. Gli occhi fissi guardano un mondo che non esiste. Un mondo che si sviluppa in quei soffitti bianchi, come la tela vergine di un’artista.

    Ho uno smartwatch che ha la funzione “Energia”. Una volta funzionava. Quando suonava la sveglia segnalava l’energia per la giornata in funzione di quanto e di che qualità era stato il sonno. A volte era 96%. A volte, quando la notte era stata travagliata, 73%. Durante la giornata, in base ai passi fatti e alle calorie consumate, l’energia diminuiva. Arrivavi al 16-17%, molto stanco. Era il momento di andare a dormire. Dormivi, l’energia si ricaricava e il giorno dopo eri pronto a ricominciare da capo.
    Ora non funziona più. Quando mi alzo dal letto l’energia residua è 13%. Qualche volta 8%. Ci sono volte in cui l’energia residua è 0%. E devi comunque alzarti e andare al lavoro. E vivere, in qualche modo.

    L’insonnia nervosa ha sempre una causa psicologica. Rimorsi e sensi di colpa perlopiù. Per questo non ha via di scampo. Si consiglia terapia psicologica a lungo termine. Che tendenzialmente non posso permettermi. Allora si scelgono psicologi a buon mercato. Come il fondo di una bottiglia. Quello costa meno settimanalmente, e spesso funziona. Molti medici lo negano, perché l’alcol produce sonnolenza a breve termine. Significa che ti sdrai nel letto, lotti per una mezz’ora contro il mondo che all’improvviso ha deciso di essere un oceano in burrasca, e poi stramazzi in qualcosa di molto simile ad un elettroencefalogramma piatto. Senza sogni, e questa è la vera benedizione. Poi è vero. Dopo 3-4 ore ti svegli nel letto con gli occhi sbarrati a fissare soffitti bianchi. Ma qualsiasi coglione insonne può dirvi che 3-4 ore sono meglio di nulla. Che 4 ore a fissare il bianco del soffitto sono meglio di 8. O di una vita intera.

    I soffitti bianchi dipingono sempre la stessa scena, quella che ha scatenato i tuoi sensi di colpa. Dà la nausea. Diventa un’onda d’odio dalla quale non si può più uscire. Odio per se stessi. È come il giorno della marmotta di Bill Murray. Con la differenza che rivivi ogni notte i momenti peggiori della tua vita. Quelli più bassi. Quelli dove sei stato peggiore. I soffitti bianchi sono il Nulla della Storia Infinita conditi dalla sensazione che è stata tutta perfettamente colpa tua. Come se avessi distrutto Fantasia e poi te ne lamentassi.
    Ti sdrai in un letto che sa di sesso sapendo che probabilmente è l’ultima volta che sentirai quell’odore. Ti sdrai in un letto sfatto che puzza di adrenalina, paranoia e terrore. Perché ogni notte che ti sdrai su quelle lenzuola, ogni notte che passa, ogni notte che ci provi, sai perfettamente che non dormirai. La disperazione impregna il materasso. Il cuore comincia a pompare in un ritmo sincopato e fuori tempo. Il respiro si fa profondo e veloce, come quello del passeggero di un aereo nella traiettoria vorticosa che ti porterà a schiantarti a terra. Il torace si alza e si abbassa, cominci a sudare miasmi di paura. E gli occhi si fissano su quei soffitti bianchi. Dove non riesci a sognare, ma il tuo cervello mette in scena incubi sempre peggiori. Ogni notte; sempre peggio.

    Non si riesce a pensare se non si dorme. Non si è lucidi. Quello che ti è successo durante la giornata resta a galleggiare dietro ai tuoi occhi. Le persone normali lo assorbono. Lo incasellano dormendo. Diventa ricordo. Per me, insonne, sono tutti momenti presenti messi in fila davanti agli occhi. Hai talmente tante cose a cui pensare che non pensi a un cazzo. I pensieri rimangono cartelli pubblicitari impazziti che ti aggrediscono le sinapsi urlando “guarda me, guarda me!”, uno sull’altro, uno contro l’altro finché impazzisci e urli di lasciarti stare.

    L’insonnia che dura in maniera massiccia per settimane porta le allucinazioni sonore: sono tra le cose peggiori che mi siano mai capitate. Sentire suoni che non esistono, persone che ti chiamano o clacson che ti suonano possono condurti alla follia. Se poi lo sai che sono solo allucinazioni cerchi di fartene una ragione: non che aiuti a stare meglio, ma ci sono più probabilità di non impazzire.
    E visto che la colpa è solo ed esclusivamente mia, le cose peggiorano. Perché in fondo so che me lo merito. Perché l’insonnia è tortura, dolore, sofferenza e terrore. Tutte cose che hanno a che fare non con il perdono, ma con l’espiazione. Il fatto è che non è vero. Le colpe si pagano e si redimono con chi il torto l’ha subito. Non con i soffitti bianchi. Ai soffitti bianchi non frega un cazzo della tua espiazione. Ai soffitti bianchi non gliene frega un cazzo di niente. Restano solo delle strutture che ti proteggono dalla pioggia, sono una parte di quella che chiami casa. Se ne fottono delle tue motivazioni, dei tuoi problemi, dell’odore del sesso. I soffitti bianchi sono indifferenti come l’insonnia.

    E allora mi alzo dal letto, tanto la sveglia suona tra meno di un’ora, ormai. E ho capito una cosa, dopo la mia esperienza con l’insonnia: quando i soffitti bianchi non ti lasciano, è meglio alzarsi. Il bianco di una pagina aiuta a sopravvivere molto più di quello del soffitto. Il cattolicesimo l’aveva capito secoli fa: confessati. Confessa la tua colpa. È mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Non mi resta che stare qui, senza pregare un dio in cui non credo, ad ammetterlo in continuazione. Sperando di dormire. Sperando di rivivere. Sperando di espiare. Sperando di diventare una persona migliore. Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

    Il sole tramonta. Cala il buio. Comincia un’altra notte in cui non dormirò.

  • Citazioni di Clifford D. Simak: “Fanno sul serio, Ann…

    Citazioni di Clifford D. Simak: “Fanno sul serio, Ann…

    “«Fanno sul serio, Ann»
    «Ma sono umani, Jay. Come noi»
    «Non come noi» disse Vickers. «Sono soltanto umani. Questo è il loro guaio. Essere umani, oggi, non è sufficiente»”

    Clifford D. Simak, L’anello intorno al sole
  • Recensione di Ritorno a Villa Blu di Gianni Verdoliva

    Recensione di Ritorno a Villa Blu di Gianni Verdoliva

    Ritorno a Villa Blu è un romanzo di Gianni Verdoliva, pubblicato da Robin Edizioni nel 2020.

    TitoloRitorno a Villa Blu
    AutoreGianni Verdoliva
    ISBN8872745896
    GenereNarrativa
    Casa EditriceRobin Edizioni
    Data di pubblicazione2020-03-17
    LinguaItaliano
    FormatoPaperback
    Pagine184
    Goodreads

    Questo romanzo mi è stato inviato dall’autore in cambio di una recensione onesta.

    Come ogni estate tre fratelli tornano come ogni anno alla villa di famiglia, Villa Blu, per passare le vacanze.

    Quest’anno però sarà il primo dopo la morte del padrone di casa, Nonno Ascanio. Non ci saranno nemmeno i genitori, via per lavoro.

    I tre ragazzi si troveranno ad affrontare misteri, maledizioni ed eventi magici che li condurranno attraverso il loro passato e quello delle generazioni precedenti.

    Mi dispiace sempre non parlare troppo bene di un autore emergente, e devo dire che forse in questo caso la maggior parte della colpa per questa recensione negativa va data alla prefazione, che crea delle aspettative altissime al lettore che francamente non vengono per nulla soddisfatte.

    La prefazione ci presenta un grande romanzo di formazione più che un libro dell’orrore, dove la crescita dei personaggi è molto più importante della trama stessa.

    Io ho trovato dei personaggi molto stereotipati e che non cambiano minimamente dall’inizio del libro alla fine; ho trovato una trama poco originale e per nulla avvincente, piena di riferimenti banali a tantissimi altri libri del genere, con donne sempre piuttosto stronze (soprattutto le streghe) o servili.

    Diciamo che gli stereotipi di genere in questo libro si sprecano. Come l’eterna lotta tra il bene e il male, che finirà nel modo più banale e scontato che potete immaginare.

  • Citazioni di Dan Simmons: “La folla ha passioni…

    Citazioni di Dan Simmons: “La folla ha passioni…

    “La folla ha passioni, non cervello.”

    Dan Simmons, La caduta di Hyperion
  • Recensione di L’Agnese va a morire di Renata Viganò

    Recensione di L’Agnese va a morire di Renata Viganò

    L’Agnese va a morire è un romanzo di Renata Viganò, pubblicato da Einaudi nel 1949.

    TitoloL’Agnese va a morire
    AutriceRenata Viganò
    ISBN9788806134884
    GenereNarrativa
    Casa EditriceEinaudi
    Data di pubblicazione1949-01-01
    LinguaItaliano
    FormatoPaperback
    Pagine246
    Goodreads
    Anobii

    L’Agnese va a morire è un romanzo neorealista di Renata Viganò, e secondo me è molto interessante per diverse ragioni.

    La prima è che per larghi tratti la narrazione è autobiografica, visto che l’autrice è stata, insieme al marito, all’interno della Resistenza Italiana.

    Poi l’ambientazione, piuttosto atipica rispetto ai normali racconti di partigiani in montagna: la storia si svolge tutta nelle Valli di Comacchio, tra la palude e gli argini, su barche, miasmi e pianura.

    E la più importante: la protagonista è una donna.

    Agnese è una contadina piuttosto anziana, ha già passato la cinquantina, e fa la lavandaia , senza essersi mai interessata di politica. Vive in una casa isolata con il marito malato, Palita, che invece è comunista e spesso si incontra con i compagni in casa.

    Quando dopo l’armistizio i tedeschi vanno a prendere Palita per deportarlo in Germania come dissidente politico, Agnese si rivolge ai compagni del marito per rendersi disponibile alla Resistenza e alla lotta partigiana.

    Il romanzo ci dà un punto di vista interessante sulla fondamentale importanza delle staffette e degli agenti di collegamento all’interno della Resistenza (e non solo delle donne, che molto spesso erano parte attiva della lotta, come Iris Versari o Irma Bandiera), e la scelta della protagonista è incredibilmente riuscito: una donna, non avvenente, non fisicamente in forma, piuttosto anziana, scorbutica, con pochissime doti, se non l’impegno e l’abnegazione per un ideale.

    Perché nonostante tutti i difetti di Agnese, risulta evidente la chiarezza con cui è disposta a lottare per ottenere un mondo migliore.

    Citazioni da L’Agnese va a morire

    “Mi dispiace che non posso dirvi che ora era, e nemmeno il giorno che è morto. Non so neppure, con quel buio maledetto, se fosse sera o mattina o notte. Ma sono sicuro che non si è accorto di niente, non ha fatto fatica a morire -. Si arrestò un momento ed aggiunse: – Facemmo più fatica noi a stare al mondo.”

    “La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano”.

    “Ogni uomo, ogni donna poteva essere un partigiano, poteva non esserlo. Questa era la forza della resistenza”

    “Lei adesso lo sapeva, lo capiva. I ricchi vogliono essere sempre più ricchi e fare i poveri sempre più poveri, e ignoranti, e umiliati. I ricchi guadagnano nella guerra, e i poveri ci lasciano la pelle.”

    “Noi non finiamo, – assicurò l’Agnese. – Siamo troppi, Più ne muore e più ne viene. Più ne muore e più ci si fa coraggio. Invece i tedeschi e i fascisti, quelli che muoiono si portano via anche i vivi.”

    “I ribelli muoiono per gli imbecilli-. Le fecero largo, lei camminò fra due file umane di stupore, prigioniera di tutti quegli occhi attenti. Si volse, disse più forte, con severità: – Ma quelli che restano, anche con gli imbecilli faranno i conti.”

  • Citazioni di Renata Viganò: “I ribelli muoiono per gli imbecilli…

    Citazioni di Renata Viganò: “I ribelli muoiono per gli imbecilli…

    “I ribelli muoiono per gli imbecilli-. Le fecero largo, lei camminò fra due file umane di stupore, prigioniera di tutti quegli occhi attenti. Si volse, disse più forte, con severità: – Ma quelli che restano, anche con gli imbecilli faranno i conti.”

    Renata Viganò, L’Agnese va a morire
  • Citazioni di Nadia Terranova: “Amiamo le nostre ossessioni…

    Citazioni di Nadia Terranova: “Amiamo le nostre ossessioni…

    “Amiamo le nostre ossessioni, e non si ama ciò che ci rende felici, al contrario. Ci attacchiamo gli uni agli altri, e nessuno è fatto di sostanze nobili”.

    Nadia Terranova, Addio fantasmi
  • Citazioni di Tiziano Terzani: “Diventare ricco…

    Citazioni di Tiziano Terzani: “Diventare ricco…

    Diventare ricco davvero non mi interessa. A essere ricchi si finisce sempre per dover stare con altri ricchi e i ricchi – l’ho scoperto da tempo – sono noiosi. A essere ricchi bisogna preoccuparsi di non perdere la ricchezza e quella preoccupazione me la vorrei risparmiare.

    Tiziano Terzani, Un indovino mi disse
  • Recensione di Calci e sputi e colpi di testa di Paolo Sollier

    Recensione di Calci e sputi e colpi di testa di Paolo Sollier

    Calci e sputi e colpi di testa è un libro di Paolo Sollier pubblicato da Gammalibri nel 1976.

    TitoloCalci e sputi e colpi di testa
    AutorePaolo Sollier
    ISBN2020060252933
    GenereAutobiografico
    Casa EditriceGammalibri
    Data di pubblicazione1976-01-01
    LinguaItaliano
    FormatoPaperback
    Pagine130
    copertina di calci e sputi e colpi di testa paolo sollier

    Paolo Sollier è un valsusino di Chiomonte che negli anni Settanta ha creato abbastanza scalpore nel mondo del calcio. Non tanto per le sue abilità calcistiche, abbastanza modeste, ma per la sua militanza politica e la sua appartenenza ad Avanguardia Operaia. E ovviamente perché salutava i tifosi a inizio partita con il pugno chiuso, in un periodo in cui la lotta politica era un po’ più seria e impegnativa che ai giorni nostri.

    Ho cominciato questo libro non aspettandomi granché: nonostante abbia quasi mitizzato gli anni Settanta mi immaginavo qualcosa di banale e trito, di già sentito. Diciamo una sorta di autobiografia infarcita di slogan e di idee inculcate.

    Calci e sputi e colpi di tesa – Riflessioni autobiografiche di un calciatore per caso è molto più di questo. È scritto in modo molto piacevole, quasi come un diario, e ci offre uno spaccato del mondo del calcio da un punto di vista originale e intelligente: il punto di vista di un militante che fa il calciatore, che ci parla di un mondo del calcio che si sta trasformando in business, parla di sport, di educazione, di scontri tra fascisti e antifascisti (dove le botte e le coltellate erano davvero all’ordine del giorno), di come riesca a trovarsi quasi casualmente in serie A un giocatore come lui, con i piedi quadrati ma con la passione e la voglia di correre su ogni pallone.

    Considerazioni che non sono per nulla banali nemmeno quasi cinquant’anni dopo, anzi. I problemi che Sollier stava già mettendo in evidenza si sono gonfiati a dismisura, fino quasi a diventare l’elefante in soggiorno, talmente enorme e talmente quotidiano da non essere più minimamente notato.

    Assolutamente da leggere: divertente, intelligente, stimolante. Geniale. E se facciamo un confronto tra questo libro e l’autobiografia a caso di un calciatore di oggi (scritta sempre da qualcun altro, peraltro)… Diciamo che forse si stava meglio quando si stava peggio.