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  • #19O: considerazioni di un pazzo

    #19O: considerazioni di un pazzo

    #19O

    A Piazza San Giovanni il sole scalda, quasi come la gente che sta convergendo qui da tutta Italia. Sono tantissimi, e come me hanno affrontato ore di pullman o di treno, partenze a ore impossibili e controlli della polizia per essere pronti a partire da qui alle 14:30.

    Qualcuno non ce l’ha ancora fatta, sono ancora per strada, o alle porte di Roma a farsi identificare dagli agenti di pubblica insicurezza. Ma li aspetteremo, abbiamo bisogno di tutti.

    Questo non è il corteo NoTAV. Anche se ci sono le bandiere NoTAV. Non è il corteo NoMUOS. Anche se ci sono le bandiere NoMUOS. Non è un corteo che ha intenzione di mettere a ferro e fuoco la città, anche se la rabbia contro le istitituzioni (destituzioni) è tanta.
    E’ il corteo della gente che ha deciso che la politica dei partiti non basta a far sopravvivere la gente. Che ha capito, ed è ancora più triste, che lo Stato non basta a far sopravvivere i suoi cittadini. Lo striscione che domina il corteo dice:

    “Una sola grande opera: casa e reddito per tutti”

    Con sotto gli hashtag di Twitter per seguire il corteo: #sollevazione e #assedio.

    #19O

    Sono quasi le 16:00 quando ci muoviamo, ma è stata bella anche l’attesa. Ci si conosce, si discute, si parla. Si ride. Perché è bello essere qui. Fa bene. Fa bene sentirsi cittadini veri, coscienti. Interessati. Magari con idee diverse. Ma partecipanti della vita politica del nostro paese.

    Da Piazza San Giovanni si sale per Via Merulana. Mentre la percorro mi canticchio in testa Daniele Silvestri in “A bocca chiusa“:

    “Fatece largo che passa il corteo e si riempiono le strade. Via Merulana, così pare un presepe… E semo tanti che quasi fa paura, o solo 3 sfigati come dice la Questura…”

    E cammino e sorrido, siamo decine di migliaia. E siamo una massa di geni, di artisti, di persone, di anime, di combattenti, di resistenti, di partigiani, di rivoluzionari. Geniali scritte sui muri. “Dai da bere alla tua sete di Rivolta“. Un finto Berlusconi che dichiara: “Ma quale sentenza ma quale cassazione, io non mi fermo se non c’è una Rivoluzione“.

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    Fotografo con il cellulare, leggo la diretta su twitter seguendo #19O.

    Mentre cammino alzo lo sguardo e alla mia destra scopro Erri DeLuca. Anziano, cammina piano. Cammina piano e sorride. Gli sorrido, vorrei dire qualcosa di bello, a quanto mi fa bene sapere di vederlo qui con me. Con noi. Lui mi sorride di rimando. E forse non c’è bisogno di dire altro.

    #19O

    Mentre arriviamo in Piazza Santa Maria Maggiore sentiamo rumore di scontri. Ma non con la polizia, sono i fascisti di CasaPound che lanciano sassi contro la testa del corteo. Mentre la polizia, girata verso il corteo, si prepara a proteggerli.
    Giusto per dare un’idea di dove siamo quando parliamo di Stato. Da che parte sta lo Stato Italiano, sempre.

    Il percorso continua: via Liberiana, via Cavour, via Giovanni Amendola, viale delle Terme di Diocleziano, piazza della Repubblica, via Cernaia, via XX Settembre, via Goito, piazza dell’Indipendenza, via San Martino della Battaglia, viale Castro Pretorio, piazza della Croce Rossa, viale del Policlinico, sino a Porta Pia.

    Siamo tanti, siamo consapevoli. Qualcuno dice 70.000. Qualcuno 100.000. In Via Goito sentiamo le esplosioni degli scontri, più indietro, davanti al Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    Mi fanno ridere gli Italiani. Quelli che si credono democratici e che sono schiavi. Quelli che ti dicono che “bisognerebbe prendere d’assalto il parlamento e ucciderli tutti quei politici ladri”, e poi si indignano e chiamano questi incappucciati di nero “violenti”. Che tristi gli italiani.

    Si possono non condividere le azioni, ma forse bisognerebbe cominciare a riconsiderare sia cosa si intende per “violenza” sia cosa significhi “essere violenti“.

    Chi è violento? I manifestanti? Lo Stato? Chi occupa le case per il diritto ad abitare? Le banche che ti portano via la casa perché sei disoccupato? I NoTav? Chi realizza un’opera inutile distruggendo territorio e indebitandoci per le prossime 4 generazioni? Dov’è la violenza? Lo scontro non era contro la polizia. Ma contro il Ministero delle Finanze e dell’Economia. Non c’è differenza? Allora non avete ancora capito nulla.

    #19OAlla fine di Via Goito c’è un palazzo occupato. Da gente che non aveva più una casa, e ha ritrovato non solo un posto dove stare, ma anche una nuova idea di comunità. Passiamo sotto il palazzo, gli occupanti sono schierati e applaudono. Loro applaudono noi, che andiamo a manifestare anche per loro. Noi da sotto applaudiamo loro, che continuano a resistere. E’ il momento più bello della manifestazione. Questo è il senso. Il senso di fratellanza. Di poter costruire qualcosa di grande, in qualche modo, da tutte le macerie che ci hanno lasciato.

     

    Alla fine, a Porta Pia, l’assedio. Trovo simbolico farlo qui. Ha un che di storico. Di continuità. Quasi di una cittadinanza che torni alle sue origini storiche per ritrovare se stessa. E tende, tende che vengono montate, per circondare lo Stato. Per fare in modo che venga a trattare la resa.

    Cosa rimane a chi non c’era? Gli scontri. L’indignazione per la violenza di pietre contro tenute antisommossa. E tutto il resto? Quello i giornali e le televisioni non ve lo faranno mai vedere. Perché ne hanno paura. Tutto il resto è nelle emozioni e nei ricordi di chi c’era. Potete credere ciò che volete, ormai che importa? Ma voi non c’eravate in quei colori. Su quelle strade. E non potete parlarne.

    Quell’applauso mi scroscia ancora dentro, ed è molto più forte di qualsiasi bomba carta, di qualsiasi carica di polizia, di qualsiasi menzogna della questura o della disinformazione giornalistica.

    Quell’applauso è l’eco dei passi di una popolazione intera con la maschera di Guy Fawkes.

    A bocca chiusa
    Daniele Silvestri

  • La vera prigione

    La vera prigione

    Gli eroi più grandi sono quelli che nessuno conosce. Quelli che non vengono ricordati dai media o dai post su Facebook.

    Gli eroi più grandi sono quelli che si sacrificano per il bene comune, che sacrificano il loro tempo, le loro risorse, le loro energie. La loro vita.

    Ken Saro-Wiwa era un poeta. Uno scrittore. Un produttore televisivo. Era nato a Bori, in Nigeria, nel 1941. Aveva una vita tranquilla, soddisfacente. Realizzata. Era celebre nel suo paese, aveva fatto lavori importanti nella pubblica amministrazione (autorità portuale e pubblica istruzione). Che altro voleva di più?

    Ken Saro-Wiwa voleva che le popolazioni del Delta del Niger (in particolare l’etnia Ogoni, che rappresenta la maggioranza in quel territorio) potessero far prosperare le loro colture di sussistenza, che potessero far sopravvivere il loro delicato ecosistema. Voleva che le perdite di petrolio delle multinazionali non distruggessero la sua terra, la terra dove era nato, che amava. Non voleva l’ambiente distrutto per miseri soldi.

    Nel 1990, appena uscito dal carcere per una detenzione di alcuni mesi per cui non è stato celebrato nessun processo, guida il Moviment for the Survival of the Ogoni People (MOSOP) ad una manifestazione con oltre 300.000 persone.

    Nel Maggio del 1994 viene arrestato una seconda e una terza volta, con l’accusa di omicidio, insieme ad altri 8 attivisti del MOSOP. Non passa anni in carcere come il Nelson Mandela dell’apartheid. Non scrive “Le mie prigioni” come Silvio Pellico. Ken Saro-Wiwa viene impiccato, il 10 Novembre 1995. Non negli anni ’50, 17 anni fa. Non da una dittatura fascista, militarista e violenta, ma da un governo “democratico” appoggiato dagli Stati Uniti, quelli della Libertà Infinita. Insieme a lui vengono impiccati gli altri 8 attivisti.

    Sul patibolo, prima di morire, dice:

    “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”

    L’anno dopo, nel 1996, l’avvocato del Center for Constitutional Rights di New York, Jenny Green, avvia una causa contro la multinazionale del petrolio Shell, per dimostrare un loro coinvolgimento nell’esecuzione dello scrittore nigeriano.
    Il processo comincia nel Maggio 2009. La Shell patteggia immediatamente, accettando di pagare un risarcimento da 15 milioni e mezzo di dollari. Per aiutare il processo di riconciliazione, dicono, mica perché sono colpevoli.

    Ken Saro-Wiwa è un simbolo, oltre che un eroe e un grande artista.

    Il simbolo della lotta delle popolazioni contro lo strapotere delle multinazionali. Il simbolo della difesa dell’ambiente, della salute, della sopravvivenza di molti contro il guadagno economico e lo sfruttamento di pochi.

    Ken Saro-Wiwa, la sua vita e soprattutto la sua morte ci possono insegnare molto. Ci possono insegnare a capire qual’è la vera prigione. Può insegnarci a liberarci.

    Non i mass-media. Per loro quelli del Delta del Niger si chiamano pirati. Non partigiani.

    Se difendiamo l’ambiente in cui viviamo con le nostre energie e la nostra rabbia contro gli interessi particolari… Siamo tutti Saro-Wiwa. Come la Rete Antinocività Bresciana.

    “La vera prigione”
    Ken Saro-Wiwa

    Non è il tetto che perde
    Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
    Nella umida, misera cella.
    Non è il rumore metallico della chiave
    Mentre il secondino ti chiude dentro.
    Non sono le meschine razioni
    Insufficienti per uomo o bestia
    Neanche il nulla del giorno
    Che sprofonda nel vuoto della notte
    Non è
    Non è
    Non è.
    Sono le bugie che ti hanno martellato
    Le orecchie per un’intera generazione
    È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
    Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
    In cambio di un misero pasto al giorno.
    Il magistrato che scrive sul suo libro
    La punizione, lei lo sa, è ingiusta
    La decrepitezza morale
    L’inettitudine mentale
    Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
    La vigliaccheria travestita da obbedienza
    In agguato nelle nostre anime denigrate
    È la paura di calzoni inumiditi
    Non osiamo eliminare la nostra urina
    È questo
    È questo
    È questo
    Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
    In una cupa prigione.

     


    A sangue freddo
    Il teatro degli orrori

  • Il ribelle

    Aforismi di un pazzo | Il ribelle

    Seduto
    con vene pulsanti
    trattenute da catene
    adamantine
    che lo legano
    ad un seggio di totalitarismo;

    Bagnato
    da cascate continue
    di sangue sgorgate
    da innocenti immolati,
    a fomentare la rabbia che gli fermenta dentro.

    Rabbia che sale,
    che sale e fermenta,
    come una malattia
    che porta alla pazzia
    più nera e infinita.

    Fino a che
    le catene indistruttibili
    che lo legano
    cadono in frantumi,
    il ribelle è in piedi,
    il suo sangue
    è il sangue degli innocenti
    che pulsa
    incessantemente
    in testa
    e chiama
    il velenifero siero
    dei suoi carnefici.

  • La rivolta del Rag.Fantozzi

    Aforismi di un pazzo | La rivolta del Rag.Fantozzi

    Sono quello che ha sempre subito le angherie dei capi, lavoravo al posto dei miei colleghi, io mi sbattevo e loro venivano promossi, sono l’archetipo del dipendente della megaditta, costretto a lavorare in un sottoscala, ad umiliarsi per i capricci di una direzione viziosa, a partecipare alle inutili attività ricreative del solito rag. Filini, costretto a sopportare la vergogna di uno stipendio da fame, necessario alla mia sopravvivenza ma del tutto inadeguato all’esigenza di sollevarmi dalla mia condizione di paria.

    Vedo i miei colleghi fare finta di nulla, percepire il mio stesso stipendio da fame, vivere ancora con i genitori a trent’anni e fottersi i soldi con cui costruirsi un futuro in vestiti, macchine, e status quo, che li illudano di essere come i mostri che vogliono imitare. Pagando di fatto per essere rinchiusi in una gabbia auto-costruita, auto-sorvegliata. Auto-condannati a morte. Pensando di essere liberi, pensando di scegliere come vivere.

    E’ un mondo senza futuro, dove la massa è una macchia informe e scura piena di anime butterate e scorciate vestite a festa, come cadaveri decomposti vestiti con l’ultimo doppiopetto di Hugo Boss. E’ una massa che ci fa paura, da cui vogliamo fuggire dichiarando a gran voce la nostra unicità, il nostro essere individuali. Facendo di fatto il loro gioco, perché le stanze del potere temono la massa. Uomini e donne comuni, diventano famosi senza alcuna particolare abilità, senza alcun particolare talento che giustifichi la loro sete di immortalità, mentre le telecamere del Grande Fratello immortalano le loro bugie, la loro finzione. La loro falsità. Telecamere che li controllano, per vietare che un qualche barlume di idea o fantasia passi ad infettare le masse, come un virus incurabile.

    Sogno i favori di una voluttuosa Signorina Silvani, sapendo già nel mio inconscio che sarà una cocente delusione; che non saprà capirmi, che non saprà apprezzarmi, che non saprà o non vorrà proteggermi, perché il suo bisogno di soddisfazione estetica non le permetterà di amare l’outsider, l’escluso, il solitario che la sua società deride, anche se ne è irrimediabilmente attratta, perché io ho la forza della verità, perché il mio odore ha il profumo del purezza del bianco, la purezza del bene.

    Voglio di più della mia vita, più della mia piccola Pina che mi attende, a casa ogni sera, dolce e innamorata, che subisce i miei sfoghi, la mia rabbia e la mia aggressività, non per necessità o per sopravvivenza ma per amore. Che sa come prendermi, che sa come farmi ridere, che mi consola quando tocco il fondo, che mi rialza quando piango. Che sa rendermi felice. La Pina è la mia salvezza, ma ancora non lo so. Quando lo saprò sarà inevitabilmente troppo tardi, Questa è l’essenza di una tragedia destinata a compiersi. Avere già la soluzione ad ogni problema e fottersi l’esistenza a trovare un’alternativa, perché la nostra insoddisfazione è il motore del mondo, scontata e prevedibile come il finale di un romanzo rosa.

    Sono insoddisfatto perché invidio chi sta meglio di me, lo osservo con i miei pregiudizi perché mi auto-convinco di essere migliore. Mai per un momento mi passa per la mente che il mondo sia giusto così com’è. Se abbiamo la presunzione di essere migliori di un meccanico mondo naturale, allora non accetto un mondo basato su caste auto-determinate o determinate da falsi valori di benessere e denaro. Forse non del tutto giusto. Sicuramente quasi niente sbagliato.

    La mediocrità mi ribrezza. E soprattutto sono stanco di subire. Il problema non è la vergogna. Io vivo come voglio sono loro che dovrebbero vergognarsi. Il problema è la rabbia, questa rabbia che mi assale e che non mi lascia stare, che mi mangia dentro, che si riproduce in maniera incontrollata come un tumore in fase terminale.

    Mi uccido di anestetici, mi ubriaco di vino da quattro soldi in sacchetti di carta marrone, fumo erba grassa che mi ottenebra la mente, che mi rilassa, smette di farmi pensare. Ma la rabbia rimane al risveglio, amplificata dal mal di testa del giorno dopo.

    Forse non c’è speranza. Comincio a picchiare la Pina e mia figlia Mariangela (l’ennesimo mio fallimento come uomo) per poi subire i miei sensi di colpa e ricominciare ad autodistruggermi per farli tacere…

    E’ forse questa la Rivolta?!?!?!

    La ballata di Fantozzi
    Paolo Villaggio