Tag: capitalismo

  • Citazioni di Wu Ming: “Non c’è nessun dopoguerra…

    Citazioni di Wu Ming: “Non c’è nessun dopoguerra…

    “Non c’è nessun dopoguerra. Gli stolti chiamavano pace il semplice allontanarsi del fronte. Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro. Oltre la prima duna gli scontri proseguivano. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il cielo pieno di acciaio e fumi, intere culture estirpate dalla Terra. Gli stolti combattevano i nemici di oggi foraggiando quelli di domani. Gli stolti gonfiavano il petto, parlavano di libertà, democrazia, qui da noi, mangiando i frutti di razzie e saccheggi. Difendevano la città da ombre cinesi di dinosauri. Difendevano il pianeta da simulacri di asteroidi. Difendevano l’ombra cinese di una civiltà. Difendevano un simulacro di pianeta.”

    Wu Ming, 54

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  • Citazioni di Cesare Pavese: “Per strada gli chiesi…”

    Citazioni di Cesare Pavese: “Per strada gli chiesi…”

    “Per strada gli chiesi se era proprio convinto che fosse la miseria a imbestialire la gente.
    «Non hai mai letto sul giornale di quei milionari che si drogano e si sparano? Ci sono dei vizi che costano soldi…»
    Lui mi rispose che ecco, sono i soldi, sempre i soldi: averli o non averli, fin che esistono loro non si salva nessuno.”

    Cesare Pavese, La luna e i falò

  • Citazioni di Stefano Valenti: La miseria nostra

    Citazioni di Stefano Valenti: La miseria nostra

    “La miseria nostra, di altri come noi, è procurata dalla ricchezza di altri, diversi da noi. La miseria è procurata dal desiderio di ricchezza di altri, e così dobbiamo cambiarla questa cosa di classe, dei poveri e dei ricchi, dei proletari e dei borghesi. La mia vita è cominciata qui, nei monti, dice Ulisse, che prima non era vivere”

    Stefano Valenti, Rosso nella notte bianca

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  • Più sicurezza

    Più sicurezza

    Più sicurezza. Ecco quello che ci vuole.

    Io a casa non ho la televisione, ma ieri pomeriggio mi è capitato di dovermi sorbire Rai Uno per tutto il giorno, ed era un pessimo giorno per guardare quel canale, dopo gli attentati di Bruxelles.

    Ho visto una pletora di politici e opinionisti dire che siamo in guerra e che dobbiamo combattere il terrorismo, che abbiamo bisogno di più sicurezza. Ho sentito il Presidente del Consiglio che nessuno ha eletto dire che dobbiamo difendere la nostra libertà, soprattutto grazie ai nostri servizi segreti che hanno grande esperienza di terrorismo (mafia, terrorismo e brigatismo) e che possiamo insegnare qualcosa all’Europa. E nessuno che ha ribattuto, tutti annuivano, tutti con gli occhi lucidi di commozione.

    Ma siete impazziti? Tutti?

    Non si difende la nostra libertà permettendo che i servizi segreti si infiltrino nelle nostre vite. Non si difende la libertà limitandola. E poi… I nostri servizi segreti hanno esperienza? Quale esperienza? Della mafia? Che per far finire la stagione delle bombe mafiose lo Stato è sceso a patti e ha trattato la resa? Del brigatismo? Delle bombe in Piazza e delle Stragi di Stato, dove buona parte dei servizi era in combutta con terroristi di destra per alimentare una strategia della tensione che ha distrutto la passione politica di tutta una generazione?

    Se i servizi segreti italiani hanno esperienza di terrorismo dovremmo averla anche tutti noi italiani, almeno a quarant’anni di distanza: la tensione serve a distogliere lo sguardo, a distruggere le lotte, a sacrificare le libertà individuali in nome di una sicurezza che non ha mai risolto un cazzo. Andatelo a chiedere agli Statunitensi, come sono più sicuri dopo l’11 Settembre 2001 e dopo il Patriot Act e l’ascesa dell’NSA.

    Mi dispiace per i morti di Bruxelles, perché i morti fanno sempre dispiacere, perché potremmo essere noi. Perché abbiamo paura e siamo arrabbiati e vogliamo che finisca. Ma se al Bataclan eravamo tutti francesi e oggi siamo tutti belga, quando saremo tutti Siriani? O Iracheni? Perché i loro morti sono morti come i nostri. E sono molti di più.

    I morti di Bruxelles non sono morti per l’integralismo islamico. I morti di Bruxelles, quelli di Parigi, quelli in Turchia sono morti per soldi. Soldi e petrolio. E’ tutto molto più complicato di quello che ci raccontano, ed è troppo facile odiare il diverso e additare il nemico. I morti di Bruxelles sono morti per il capitalismo e per le politiche estere dei paesi europei e statunitensi degli ultimi 25-30 anni. Perché se siamo in guerra, un motivo c’è, e non sono delle nuove crociate, sono sempre le stesse, come quelle dei cavalieri templari e degli Ospitaleri: fatte per espandersi e per dominare, non per religione o ideologia.

    Apriamo gli occhi e smettiamola di nasconderci dietro la paura. Non è buonismo, è realismo. Non abbiamo bisogno di più sicurezza, ma di meno capitalismo.

    “Non c’è migliore schiavo di chi si crede libero”

  • La vera prigione

    La vera prigione

    Gli eroi più grandi sono quelli che nessuno conosce. Quelli che non vengono ricordati dai media o dai post su Facebook.

    Gli eroi più grandi sono quelli che si sacrificano per il bene comune, che sacrificano il loro tempo, le loro risorse, le loro energie. La loro vita.

    Ken Saro-Wiwa era un poeta. Uno scrittore. Un produttore televisivo. Era nato a Bori, in Nigeria, nel 1941. Aveva una vita tranquilla, soddisfacente. Realizzata. Era celebre nel suo paese, aveva fatto lavori importanti nella pubblica amministrazione (autorità portuale e pubblica istruzione). Che altro voleva di più?

    Ken Saro-Wiwa voleva che le popolazioni del Delta del Niger (in particolare l’etnia Ogoni, che rappresenta la maggioranza in quel territorio) potessero far prosperare le loro colture di sussistenza, che potessero far sopravvivere il loro delicato ecosistema. Voleva che le perdite di petrolio delle multinazionali non distruggessero la sua terra, la terra dove era nato, che amava. Non voleva l’ambiente distrutto per miseri soldi.

    Nel 1990, appena uscito dal carcere per una detenzione di alcuni mesi per cui non è stato celebrato nessun processo, guida il Moviment for the Survival of the Ogoni People (MOSOP) ad una manifestazione con oltre 300.000 persone.

    Nel Maggio del 1994 viene arrestato una seconda e una terza volta, con l’accusa di omicidio, insieme ad altri 8 attivisti del MOSOP. Non passa anni in carcere come il Nelson Mandela dell’apartheid. Non scrive “Le mie prigioni” come Silvio Pellico. Ken Saro-Wiwa viene impiccato, il 10 Novembre 1995. Non negli anni ’50, 17 anni fa. Non da una dittatura fascista, militarista e violenta, ma da un governo “democratico” appoggiato dagli Stati Uniti, quelli della Libertà Infinita. Insieme a lui vengono impiccati gli altri 8 attivisti.

    Sul patibolo, prima di morire, dice:

    “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”

    L’anno dopo, nel 1996, l’avvocato del Center for Constitutional Rights di New York, Jenny Green, avvia una causa contro la multinazionale del petrolio Shell, per dimostrare un loro coinvolgimento nell’esecuzione dello scrittore nigeriano.
    Il processo comincia nel Maggio 2009. La Shell patteggia immediatamente, accettando di pagare un risarcimento da 15 milioni e mezzo di dollari. Per aiutare il processo di riconciliazione, dicono, mica perché sono colpevoli.

    Ken Saro-Wiwa è un simbolo, oltre che un eroe e un grande artista.

    Il simbolo della lotta delle popolazioni contro lo strapotere delle multinazionali. Il simbolo della difesa dell’ambiente, della salute, della sopravvivenza di molti contro il guadagno economico e lo sfruttamento di pochi.

    Ken Saro-Wiwa, la sua vita e soprattutto la sua morte ci possono insegnare molto. Ci possono insegnare a capire qual’è la vera prigione. Può insegnarci a liberarci.

    Non i mass-media. Per loro quelli del Delta del Niger si chiamano pirati. Non partigiani.

    Se difendiamo l’ambiente in cui viviamo con le nostre energie e la nostra rabbia contro gli interessi particolari… Siamo tutti Saro-Wiwa. Come la Rete Antinocività Bresciana.

    “La vera prigione”
    Ken Saro-Wiwa

    Non è il tetto che perde
    Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
    Nella umida, misera cella.
    Non è il rumore metallico della chiave
    Mentre il secondino ti chiude dentro.
    Non sono le meschine razioni
    Insufficienti per uomo o bestia
    Neanche il nulla del giorno
    Che sprofonda nel vuoto della notte
    Non è
    Non è
    Non è.
    Sono le bugie che ti hanno martellato
    Le orecchie per un’intera generazione
    È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
    Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
    In cambio di un misero pasto al giorno.
    Il magistrato che scrive sul suo libro
    La punizione, lei lo sa, è ingiusta
    La decrepitezza morale
    L’inettitudine mentale
    Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
    La vigliaccheria travestita da obbedienza
    In agguato nelle nostre anime denigrate
    È la paura di calzoni inumiditi
    Non osiamo eliminare la nostra urina
    È questo
    È questo
    È questo
    Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
    In una cupa prigione.

     


    A sangue freddo
    Il teatro degli orrori

  • Weekend al centro commerciale

    Weekend al centro commerciale

    Questa gente da centro commerciale. Quasi uomini vestiti all’ultima moda, con i loro pantaloni da 200 €, le loro pettinature alla moda, le loro sopracciglia rifatte. Con gli occhiali da sole alle 5 di un pomeriggio d’inverno, con la foschia, con i loro sorrisi di superiorità.

    Questa gente da centro commerciale. Quasi donne tiratissime iper-truccate, iper-impostate, talmente tirate da essere vuote, che si riuniscono in branchi per sentirsi qualcuna e invece sono soltanto altra merce in vetrina, da acquistare al giusto prezzo, in saldo o nella nuova collezione.

    Questa gente da centro commerciale.
    Queste famiglie assurde che si spostano sui suv e sono in tre; lui imprenditore che vede la famiglia solo nei fine settimana, che urla alla figlia di stare ferma stare tranquilla, stare come morta. Una moglie che fa la casalinga con la donna di servizio, quarantenne rifatta vestita come una ventenne. Come se il tempo dei saldi non fosse ancora finito. E la bambina impazzita, iperattiva, che cerca divertimento in questo tempio dei soldi e del potere d’acquisto.

    Questa gente da centro commerciale.
    Adepta di questa religione capitalista, del dio denaro, dell’avere tutto e subito, della crisi che se compri ancora allora non esiste.

    Questa gente da centro commerciale mi fa ribrezzo.