Il governo Forlani conferma la già decisa chiusura dell’Asinara ma la annuncia «in tempi brevi».
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I terroristi affermano:
«L’Asinara è il più infame dei campi speciali. È lo specchio fedele della barbarie imperialista. Esso rappresenta infatti il massimo della repressione e della disumana volontà di massacro di questo regime. Questo mostruoso luogo di tortura è il ricatto costante, la minaccia sempre presente, col quale sperano di piegare la lotta dei proletari prigionieri».
Torna il clima del sequestro Moro. Nella totale inerzia dei servizi di sicurezza, le forze politiche sono duramente contrapposte: c’è chi ritiene che ai terroristi si debba rispondere con la fermezza rifiutando qualunque forma di trattativa (il PCI e il PLI), e chi invece sostiene la necessità “umanitaria” che lo Stato patteggi coi terroristi per salvare la vita del prigioniero e ottenerne la liberazione (il PSI e il Partito radicale).
Stavolta la DC assume una ambigua posizione intermedia.
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Il quadro politico della solidarietà nazionale è irreversibilmente incrinato, le divisioni fra i partiti e nei partiti della maggioranza, innescate dal lungo sequestro, benché ancora latenti sono molto profonde.
La prima ripercussione è istituzionale: su richiesta di PCI, PRI e radicali, e con i sostanziale assenso di una parte della DC, il 15 giugno si dimette il chiacchierato presidente della Repubblica Giovanni Leone;
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Il contatto avviene nella prospettiva di un segnale di apertura alla trattiva. Fanfani dà incarico al Sen. Bartolomei di seguire il caso, che tuttavia non conduce ad apprezzabili sviluppi né novità.
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Proprio nel momento in cui il braccio di ferro Br-Sta-to sembra volgere a favore dei brigatisti – i quali non solo tengono sequestrato Moro da 50 giorni, ma sono riusciti a incrinare il fronte della fermezza e l’unità della DC – arriva il colpo di scena finale.
Il 5 maggio le Br diffondono il comunicato n. 9, l’ultimo: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato»; in chiusura, il comunicato precisa: «Le risultanze dell’interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, e un bilancio complessivo politico-militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. [Organizzazioni comuniste combattenti, ndr] attraverso gli strumenti di propaganda clandestini».
L’apparente incongruenza del comunicato n. 9 è rivelatoria: la trattativa con la DC era solo strumentale, l’ostaggio viene assassinato, e la pubblicazione di quanto Moro ha rivelato durante gli interrogatori – fatti gravi e anche gravissimi – è rimandata a un generico futuro e a vaghi «strumenti di propaganda clandestini».
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I contenuti sono di nuovo contraddittori e stupefacenti. Infatti le BR ignorano il loro stesso ultimatum, rilevano che la DC non ha detto «con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta del lo scambio di prigionieri politici», e scrivono:
«Riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico, e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: dia la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” nei campi di concentramento [le carceri speciali, ndr]… Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà… Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di tutti i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportare in battaglia, Cristoforo Piancone. Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti. A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite, e solo una risposta immediata e positiva della De e del suo Governo, data senza equivoci, e concretamente attuata, potrà consentire il rilascio di Aldo Moro. E se così non sarà, trarremo immediatamente le debite conseguenze e eseguiremo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».
Al comunicato n. 8 (nel quale è inclusa l’enigmatica frase: «Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”»), i brigatisti allegano una ultimativa lettera di Moro indirizzata al segretario democristiano Zaccagnini («Per una evidente incompatibilità», scrive il prigioniero, «chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito»), La richiesta di scarcerazione dei 13 detenuti “comunisti” (molti dei quali condannati con sentenza definitiva per gravi reati di sangue) è chiaramente pretestuosa e improponibile: l’accettazione, totale o parziale, costituirebbe un vero e proprio suicidio dello Stato di diritto. Infatti lo stesso Psi, motore politico della linea contraria alla fermezza, è costretto a definire la richiesta dei terroristi «inaccettabile».
Il capo delle BR, intanto, continua a essere un terrorista straordinariamente fortunato. Se ne ha una riprova alla fine di Aprile, quando la Procura della Repubblica di Roma spicca mandato di cattura a carico di 9 brigatisti: due, Corrado Alunni e Prospero Gallinari, accusati della strage di via Fani e del sequestro Moro; gli altri sette – Adriana Faranda, Patrizio Peci, Enrico Bianco, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, Valerio Morucci – di costituzione di banda armata; manca solo il nome del capo delle BR, del regista della strage di via Fani, del domìnus del sequestro Moro.
«Il nome di Mario Moretti non c’era, il nome del capo brigatista non compariva tra i catturandi per l’eccidio di via Fani, e neppure per la costituzione della banda armata “Brigate rosse”. Dopo essere sfuggito all’arresto per ben tre volte, Moretti risultava assurdamente escluso dai mandati di cattura emessi dall’autorità giudiziaria romana il 24 aprile 1978 – era l’ennesima, incredibile “coincidenza”».
Dunque, benché a carico di Moretti già ci siano ben tre mandati di cattura emessi dalla Procura di Milano, benché sia notoriamente latitante dal 1972, benché la sua foto sia stata inclusa tra quelle diffuse dal Viminale il 16 marzo, benché sia ben noto al Sismi e all’Ucigos come «elemento pericolosissimo, uno dei maggiori esponenti della organizzazione terroristica», nei mandati di cattura emessi dalla Procura romana a fine aprile – cioè in pieno sequestro Moro – il nome di Moretti non c’è.
Una omissione così assurda da legittimare qualunque tipo di sospetto.
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Intanto la direzione del Partito Socialista Italiano fa sapere di essere favorevole a trattare con i sequestratori di Moro, lasciando la via della fermezza adottata dal resto del mondo politico.
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Il comunicato viene ritrovato poco dopo le 12 grazie ad una telefonata a “Il Messaggero”, e viene ritrovato dietro la sede del giornale, in Via dei Maroniti; allegata anche una Polaroid con in mano una copia de “La Repubblica” del 19 Aprile, prova del fatto che il politico sia ancora in vita.
Il comunicato viene poi diffuso anche a Milano, Genova e Torino.
Nello stesso giorno Moro scrive ancora a Zaccagnini, rimproverandolo per la sua linea intransigente nei confronti dei propri rapitori.
Il testo del comunicato è contraddittorio e venato di doppiezza. Le Br definiscono il falso comunicato «lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica», «macabra messa in scena», una provocazione di «Andreotti e dei suoi complici»; accusano la De di essere «un partito putrido», corrotto e pervaso di «putrido potere», un «immondo partito, lurida organizzazione del potere dello Stato [dedita] al genocidio politico e fisico delle avanguardie comuniste [mediante] le leggi speciali, i tribunali speciali, i campi di concentramento»; e come logica conseguenza, confermano che «la condanna di Aldo Moro verrà eseguita».
Ma subito dopo avere chiuso la porta, con uno scarto improvviso la riaprono scrivendo: «Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti. La De dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili. La De e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo, a partire dalle ore 15 del 20 aprile; trascorso questo tempo e in caso di un’ennesima viltà della DC, noi risponderemo solo al proletariato e al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell’esecuzione della sentenza emessa dal Tribunale del Popolo».
L’improvvisa proposta di trattativa comprensiva di ultimatum tradisce la doppiezza della “operazione Moro”, e conferma perché il presidente della De non sia stato ucciso in via Fani insieme alla scorta. L’obiettivo tattico del sequestro Moro è certo l’eliminazione fisica dell’architetto dell’intesa governativa DC-PCI; ma l’obiettivo strategico – non meno importante – è quello di avvelenare la “solidarietà nazionale”, di logorarla e di frantumarla (l’uccisione di Moro in via Fani avrebbe potuto sortire l’effetto opposto, quello di “cementarla”, almeno per un certo periodo).
E il vero comunicato Br n. 7 è appunto l’affondo strategico: infatti, subito dopo l’ultimatum brigatista, il Psi craxiano si pronuncia apertamente contro la linea della fermezza e si muove alacremente per la trattativa con le Br. Arrivato al 35° giorno, scandito dalle disperate lettere di Moro e dalla totale mancanza di qualunque risultato investigativo, il drammatico sequestro sta effettivamente logorando l’intesa fra i partiti della “solidarietà nazionale”; il comunicato Br n. 7 con l’ultimatum la incrina, e gli sviluppi successivi ne provocheranno l’irreversibile rottura. Il cardine dell’operazione continua a essere Mario Moretti, con tutti gli altri brigatisti – uno sparuto gruppo di modesti esecutori intossicati di fanatismo – a fare da inconsapevoli comparse.
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