Tag: Edgardo Sogno

Monarchico e liberale, accesamente anticomunista, nell’estate del 1938 combatte in Spagna con i Franchisti.

Nel 1940 si laurea in Lettere e poi in Scienze Politiche cercando per la seconda volte di diventare diplomatico, fallendo.

All’inizio del 1943 si schiera con gli Alleati, viene scoperto ed arrestato per Alto Tradimento; esce dal carcere il 25 Luglio 1943 una volta caduto il Fascismo e prende parte alla Resistenza, entrando nel CLN del Piemonte con il nome di battaglia “Franchi”.

Dopo aver conosciuto in Svizzera John McCaffery, capo della Special Force britannica per l’Europa, aveva organizzato la brigata Franchi, struttura clandestina che svolgeva un’intensa attività militare e di intelligence.

All’inizio di Febbraio 1945 viene catturato dai tedeschi, e evitata il plotone di esecuzione solo grazie all’intercessione di Alien W. Dulles, il capo dell’Oss-Office of strategie services americano, presso il comandante delle SS in Italia, generale Karl Wolff, che stava trattando la resa.

Membro della Consulta nazionale nel settembre 1945 in rappresentanza del Pii, lo stesso anno eredita dal PWB (l’organizzazione degli Alleati per la guerra psicologica) il quotidiano della sera “Corriere Lombardo”.

Si schiera coi monarchici nel referendum del 2 giugno 1946, Sogno all’inizio del 1947 comincia finalmente la carriera diplomatica: segretario d’ambasciata prima a Buenos Aires, poi, nel 1950, a Parigi.

Su incarico del ministro dell’Interno Mario Scelba, aveva cominciato a organizzare formazioni paramilitari anticomuniste sotto la sigla “Atlantici d’Italia” (embrione della struttura paramilitare segreta della Nato Stay Behind Gladio), e nell’ambito di questa sua attività segreta aveva seguito un corso di difesa psicologica presso il Nato Defence College di Parigi, dopo il quale – col sostegno dei ministri della Difesa Randolfo Pacciardi e Paolo Emilio Taviani – aveva organizzato un “Comitato italiano per la difesa psicologica” dal comunismo.

Rientrato in Italia, alla fine del 1953 Sogno aveva fondato a Milano, con gli ex comunisti Luigi Cavallo e Roberto Dotti, l’organizzazione anticomunista Pace e libertà (ispirata all’analoga “Paix et liberté” organizzata a Parigi dall’ex funzionario Nato Jean Paul David), la cui attività era finanziata dalla Fiat di Vittorio Vailetta, dal ministero dell’Interno, dalla Confindustria, dall’Usis-United States Information Service, e soprattutto dal capo della Cia Alien Dulles 74.

Nel 1955, poiché la sigla Pace e libertà «si era logorata», Sogno aveva dato vita a un nuovo organismo anticomunista paramilitare e di intelligence, il “Comitato di difesa nazionale” comprensivo di un “Ufficio operazioni speciali”, «tutti nomi di copertura dati all’azione anticomunista, prima sostenuta dallo Stato, poi da Washington».

All’attività del nuovo organismo collabora l’ufficiale del Sifar Renzo Rocca, che alla fine del 1956 aveva accompagnato Sogno in missione nell’Ungheria invasa dalle truppe sovietiche.

Nel 1966 era stato nominato ambasciatore in Birmania, ma a partire dall’estate dell’anno dopo aveva avuto forti contrasti col presidente del Consiglio Aldo Moro e col ministro degli Esteri Amintore Fanfani per la loro politica filo-araba e per la freddezza del governo italiano di centro-sinistra verso l’intervento americano in Vietnam.

Alla fine del 1969, postosi in aspettativa, Sogno era ritornato in Italia, preoccupato della situazione politica “minacciata” dalla crescente forza elettorale del Partito comunista e da una DC ritenuta debole, imbelle e soprattutto troppo orientata a sinistra.

L’ex ambasciatore Sogno che nella tarda primavera del 1970 si appresta a organizzare in Italia i Comitati di resistenza democratica è dunque uno straordinario crocevia di collegamenti, una vera centrale atlantica dell’anticomunismo in Italia. Ha contatti diretti, personali e di lunga data con i vertici della Cia, con i Servizi della Nato in Europa, con l’intelligence britannica e francese. In Italia ha solide entrature nelle Forze armate, nel Sifar prima e nel Sid poi, nella classe politica ai massimi livelli, nella massoneria, e in settori dell’estrema destra.

Durante la Resistenza, Sogno ha appreso l’importanza politico-militare del lavoro di intelligence (infiltrazione, propaganda e provocazione), e nel formare i suoi Crd ne tiene conto. Infatti si avvale di due stretti collaboratori ben collaudati e della massima fiducia, entrambi ex partigiani comunisti poi votati all’anticomunismo: Luigi Cavallo e Roberto Dotti.

L’attività anticomunista che a partire dal 1970 Sogno intende sviluppare è su due piani. Uno ufficiale, classicamente propagandistico con giornali, manifesti, convegni, per attaccare il PCI “da destra”; e un secondo livello riservato, occulto, da intelligence, connotato di attacchi e provocazioni contro il PCI “da sinistra”.

Una doppia strategia a tenaglia molto sofisticata, come racconterà lo stesso Sogno: «Cavallo custodiva un archivio formidabile. Teneva in pugno carte, segreti, punti deboli dei capi del PCI.

E aveva una teoria: occorreva parlare ai comunisti facendo leva sulle contraddizioni e i lati oscuri del loro partito. Era inutile accusare il PCI di essere antipatriottico: quell’argomento poteva funzionare con i borghesi, che erano già persuasi; non con gli operai, che del patriottismo se ne fregavano.

Si trattava invece di insinuare nel loro animo il dubbio che [la dirigenza del PCI fosse] la palla al piede del movimento operaio… Non era difficile vedere che l’azione contro il PCI era tanto più efficace quanto più veniva svolta da sinistra».

  • 17 Maggio 1973

    Strage della Questura di Milano.

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  • 17 Maggio 1972

    Il commissario Luigi Calabresi viene ucciso per strada in Via Cerubini 6.

    In un’abitazione di via Cherubini il giornale radio delle 7:30 parla di un operaio caduto da un’impalcatura a Dalmine, della visita di Nixon a Mosca, dello sciopero di trecentomila statali e della guerra in Vietnam. Come tanti a quell’ora, anche il commissario Luigi Calabresi lo ascolta mentre si prepara per recarsi nel suo ufficio nella questura milanese.

    Quasi due ore dopo, esattamente alle 9:15, alla centrale operativa di via Fatebenefratelli, sede della questura, arriva la comunicazione radio di un equipaggio della squadra volante: «C’è un uomo ferito da colpi di pistola in via Cherubini», dice, «bisogna trasportarlo all’ospedale San Carlo». Alla centrale chiedono spiegazioni e la risposta è raggelante: «Si tratta del commissario Luigi Calabresi, ferito da colpi di pistola, sta sanguinando dal capo, chiamate altre vetture, che arrivino subito, fate presto, non si può perdere un attimo». I poliziotti che raggiungono il civico 6 di via Cherubini trovano «un uomo privo di sensi, ricurvo, col volto sporco di sangue, le punte dei piedi e le ginocchia appoggiate al suolo, il braccio sinistro piegato sotto il petto e la spalla inclinata verso terra». Calabresi, caduto tra la sua Cinquecento rossa e una Opel Kadett, parcheggiate con la parte anteriore accostata allo spartitraffico, viene trasportato all’ospedale San Carlo da un’autolettiga della Croce Bianca, con i lettighieri Zamproni e Bassi. Muore alle 9:47. Vani risultano infatti i tentativi di rianimazione da parte della dottoressa Crapis e dell’infermiere Monteleone su un corpo che presenta ferite d’arma da fuoco al capo, alla base dell’emitorace destro e alla regione media polmonare sinistra posteriore. Il giornale radio ha già trasmesso un’edizione straordinaria sull’uccisione del commissario di polizia dell’ufficio politico della questura di Milano. Uno dei primi giornalisti che assiste alla scena dell’omicidio è Carlo Rossella – all’epoca inviato di «Panorama» – che molti anni dopo, a «Italia Radio», fornirà questa ricostruzione:

    Stavo al giornale e un poliziotto mi ha avvertito che il commissario Luigi Calabresi era stato ammazzato da un killer. Presi la macchina, una veloce, e arrivai sul posto che il cadavere era ancora sul selciato. C’erano poliziotti arrabbiati, davano subito la colpa alla sinistra extraparlamentare, al clima di veleni. Un commissario amico di Calabresi disse che c’era una guerra in corso. C’era un’atmosfera molto pesante. Iniziai a raccogliere voci, testimonianze. Venne fuori che gran parte dei testimoni oculari videro un uomo sparare e una donna a bordo di una FIAT 125. Descrissero una donna dai lunghi capelli, dal volto affilato. Tutti andavano in quella direzione. In questura dissero che bisognava indagare negli ambienti della sinistra extraparlamentare, su Potere Operaio, su Lotta Continua, sui GAP. A Milano c’era un’atmosfera plumbea. Era stato trovato morto Giangiacomo Feltrinelli sul traliccio di Segrate, cortei duri invadevano le strade, c’era tensione. Polizia e carabinieri si consideravano in guerra contro i gruppi della sinistra.

    Calabresi, stretto collaboratore di Antonino Allegra, cade tra una Cinquecento rossa e una Opel Kadett. Viene trasportato all’Ospedale San Carlo dalla Croce Bianca (lettighieri Zamproni e Bassi).

    Muore alle 9:47.

    Sono vani i tentativi di rianimazione della dottoressa CRapis e dell’infermiere Monteleone.

    Nessuna organizzazione rivendica il delitto.

    Una parte della sinistra extraparlamentare accusava Calabresi per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (ingiustamente indiziato della strage di piazza Fontana, e precipitato dalla finestra della Questura milanese il 15 dicembre 1969 durante un interrogatorio).

    “Lotta continua”, che ha condotto una vera e propria campagna contro Calabresi, titola a tutta pagina: «Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell’assassinio di Pinelli», e definisce il delitto «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Il settimanale “Potere operaio” dedica al delitto un artìcolo in prima pagina («Morte di un poliziotto») sostenendo che «quello che era successo Luigi Calabresi se lo era andato a cercare e, tutto sommato, anche meritato»

    Carlo Rossella, giornalista, all’epoca inviato di “Panorama”, ricostruirà così l’evento:

    “Stavo al giornale e un poliziotto mi ha avvertito che il commissario Luigi Calabresi era stato ammazzato da un killer. Presi la macchina, una veloce, e arrivai sul posto che il cadavere era ancora sul selciato. C’erano poliziotti arrabbiati, davano subito la colpa alla sinistra extraparlamentare, al clima dei veleni. Un commissario amico di Calabresi disse che c’era una guerra in corso. C’era un’atmosfera molto pesante. Iniziai a raccogliere voci, testimonianze. Venne fuori che gran parte dei testimoni oculari videro un uomo sparare e una donna a bordo di una FIAT 125. Descrissero una donna dai lunghi capelli, dal volto affilato. Tutti andavano in quella direzione. In questura dissero che bisognava indagare sulla sinistra extraparlamentare, su Potere Operaio, su Lotta Continua, sui GAP. A Milano c’era un’atmosfera plumbea. Era stato trovato morto Giangiacomo Feltrinelle sul traliccio di Segrate, cortei duri invadevano le strade, c’era tensione. Polizia e Carabinieri si consideravano in guerra contro i gruppi della sinistra.”

    Sull’omicidio ci sono diversi testimoni:

    • Emma Maffini
    • Paolo Ratti (amico personale di Luigi Calabresi)
    • Pietro Pappini
    • Adelia Dal Piva
    • Margherita Decio
    • Luciano Gnappi
    • Giuseppe Musicco

    Anche Renato Curcio commenta l’omicidio di Calabresi:

    “L’omicidio Calabresi capitò in un momento particolare della nostra esistenza: quando, con l’acqua alla gola, eravamo in fuga. La notizia ci colse completamente di sorpresa. Negli ambienti che frequentavamo non avevamo avuto nessun sentore che si stesse preparando qualcosa del genere. Si trattava di un’azione dirompente che ci preoccupò parecchio, perché poteva avere conseguenze gravi e anche imprevedibili. Quale sarebbe stata la reazione repressiva nei confronti del movimento e dei gruppi dell’ultrasinistra? Era un’iniziativa isolata o preludeva ad altri episodi di quel tipo? Queste domande ci coinvolgevano direttamente. Comunque capimmo subito che si trattava di un gesto compiuto da appartenenti a un’area della sinistra molto vicina alla nostra. Un atto “giustizialista” che raccoglieva evidentemente tutte le tensioni espresse nella manifestazioni di piazza e nelle campagne di stampa contro Calabresi, “assassino” di Pinelli.”

    Edgardo Sogno è prontissimo a cavalcare l’uccisione del commissario. In un telegramma indirizzato al ministro dell’Interno Rumor, il capo dei Crd non ha dubbi sulla matrice del misterioso delitto:

    «I tupamaros che si annidano nella nostra società, cercando di scalzare l’ordine e distruggere la democrazia, hanno barbaramente assassinato il commissario capo Luigi Calabresi».

    E il numero di maggio della rivista “Resistenza Democratica”, sotto il titolo «La morte rossa colpisce a Milano», scrive che «un filo inquietante unisce piazza Fontana e Feltrinelli, le Brigate rosse, la pista nera e il delitto Calabresi»; per la rivista dei Crd, il commissario assassinato era «il grande nemico dei rivoluzionari rossi», dunque gli assassini sono loro.

    Come ormai di consueto, le espressioni di sdegno per l’ultima azione delle BR si uniscono a quelle di solidarietà per il rapito. Per la FLM di Torino «un fatto del genere rappresenta una provocazione di chiara marca fascista. La FLM si augura che i responsabili vengano al più presto individuati, anche per fare luce». I dirigenti FIAT «esternano il loro più amaro sdegno per il ripetersi di fenomeni criminosi che hanno il chiaro obiettivo di distruggere i principi di una civile convivenza e di scatenare l’odio di classe». Luciano Lama, segretario generale della CGIL, tuona: «Chiunque si mette contro la legge, da qualunque parte pretenda di essere, deve essere rapidamente colpito e punito». Il procuratore capo di Torino La Marca, incarica dell’inchiesta il suo vice e braccio destro Severino Rosso, mentre Taviani, ministro dell’Interno, ordina di «agire con la massima energia» incaricando il vicecapo della polizia Parlato di affiancare il questore di Torino Massagrande.

    Sergio Flamigni tra le righe attribuisce l’omicidio al Superclan di Giorgio Simioni.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 11 Ottobre 1971

    Muore a Milano Roberto Dotti.

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  • 17 Giugno 1970

    A Milano Sogno organizza una riunione dei Comitati di Resistenza Democratica (altro…)

  • Aprile 1970

    Mario Moretti si trasferisce in Via Ande, 15 a Milano. (altro…)