Tag: Giorgio Semeria

  • 17 Maggio 1976

    Comincia a Torino il processo alla “banda armata denominata Brigate Rosse”.

    Il processo avviene in un clima socio-politico di estrema tensione, per i fatti che vanno dal febbraio 1973 (sequestro Labate) alla fine del 1975 (compreso il sequestro Sossi).

    Dei 46 imputati, 12 detenuti presenti in aula appartengono al nucleo originario delle BR: Pietro Bassi, Piero Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Umberto Farioli, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Arialdo Lintrami, Piero Morlacchi, Roberto Ognibene, Tonino Parali, Giorgio Semeria; in più, c’è il morettiano ex Superclan Prospero Gallinari.

    La lista dei capi di imputazione è copiosa, fra le accuse rapina, sequestro di persona, furto, lesioni gravissime, cospirazione politica mediante associazione, sostituzione di persona, associazione sovversiva costituita in banda armata.

    I brigatisti colgono l’occasione per trasformare l’aula in una specie di campo di battaglia, per gestire il dibattimento e condurre un «processo di guerriglia». Contestano clamorosamente i propri difensori.

    In un documento redatto durante la notte sostengono:

    Se difensori devono esservi, questi servono a voi, egregie «eccellenze»! Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai vostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso che fossero nominati d’ufficio a rifiutare ogni collaborazione col potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato!

    È una mossa a sorpresa alla quale segue il rifiuto dei difensori designati dalla corte. In un silenzio assoluto, con voce ferma, Paolo Maurizio Ferrari, legge il lungo documento:

    La nostra decisione di presentarci in aula non modifica le valutazioni che già in altre sedi abbiamo espresso rispetto al ruolo e alla funzione della legalità borghese, ma tende al contrario a denunciare l’uso politico che la borghesia, nelle sue diverse componenti (dai reazionari ai democratici ai revisionisti), intende farne in questa particolare congiuntura politica.

    Il processo, aggiunge il brigatista,

    tende a colpire una tendenza storica, un programma strategico: la lotta armata per il comunismo! Ma volendo essere il processo alla rivoluzione proletaria, esso sancisce per ciò stesso la sua impossibilità. S’illude infatti questa corte di poter esorcizzare la lotta armata per il comunismo con il terrore delle condanne, perché è nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle galere, ovunque vi sia un proletario, che essa vive e si sviluppa. Cero la rivoluzione comunista passa anche dai vostri tribunali, ma non in veste di imputata: Sossi, Di Gennaro, Margariti, Paolino Dell’Anno hanno tracciato la strada e per tutti quelli della loro risma è solo questione di tempo!

    Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermato questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo: gli «imputati» non hanno niente da cui difendersi, mentre, al contrario, gli «accusatori» hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano.

    La dichiarazione pone tuttavia in evidenza lo stato di isolamento politico in cui le bierre sembrano trovarsi. È il «compromesso storico», l’idea di una collaborazione fra comunisti e cattolici, che viene posta sotto accusa:

    Gli agenti riformisti operano per modificare la struttura della coscienza di classe del proletariato. La manipolazione consiste nel dirottare il potenziale di violenza accumulato in ogni proletario verso falsi obiettivi non pericolosi per la sopravvivenza del sistema.

    Ancora:

    Il «compromesso storico», al di là delle sue velleità e dei fronzoli ideologici di cui si ammanta, non può che rappresentare una soluzione tutta interna alla controrivoluzione imperialista. Nel migliore dei casi sarà un proiettile di gomma nel fucile degli sbirri.

    Inutili, anzi dannose, quindi, le elezioni politiche:

    Mai come in questo momento diventa chiaro che partecipare alla farsa elettorale significa eleggere i propri carnefici! Mai come in questo momento diventa chiaro che l’interesse proletario è quello di acutizzare la guerra civile in atto e trasformarla in lotta armata per il comunismo!

    Indispensabile, dunque

    portare l’attacco al cuore dello stato; costruire l’unità del movimento rivoluzionario nel partito combattente! Se lo stato è lo strumento della controrivoluzione, compito delle forze rivoluzionarie è disarticolarlo nei suoi centri vitali, portando l’attacco a tutte le sue articolazioni a partire dai suoi apparati direttamente coercitivi.

    Il dibattimento, conclude la lunga dichiarazione, dovrà diventare

    una occasione di confronto politico militare e di unità nella prospettiva del partito combattente per tutte le organizzazioni comuniste.

    Il processo è rinviato. Nodo centrale e complesso è la difesa d’ufficio, che lo stato al tempo stesso offre e impone all’imputato: i brigatisti la rifiutano, non vogliono mediatori, spiegano, fra sé e la corte. È finito il tempo dei «processi di connivenza», sostengono. Gli avvocati di fiducia hanno anticipato che non sosterranno difese d’ufficio e le bierre nel «Diario al processo» commentano:

    Accogliendo l’invito a rifiutare la difesa anche d’ufficio gli avvocati si allontanano non solo dal processo ma chiudono un’epoca: quella dei processi politici. Da questo momento in avanti questo processo assume i connotati di un’azione di guerriglia (Processo di guerriglia!)

    Con lo smantellamento del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e dopo gli arresti di Curcio e Semeria, lo Stato sembra pago, e l’azione anti-BR delle forze dell’ordine sta segnando il passo.

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  • 22 Marzo 1976

    I carabinieri arrestano Giorgio Semeria.

    Ore 21:30. Il rapido Venezia-Torino spunta in perfetto orario in fondo al binario 8 della Stazione Centrale di Milano. Sulle pensiline c’è agitazione, uomini armati, alcuni indossano corpetti antiproiettile. Alla spicciolata vanno incontro al treno che avanza lento. Prima dell’arresto del convoglio, uno sportello si apre dalla parte del marciapiede bagagli, un uomo balza a terra, ma subito due carabinieri gli sono ai fianchi: il capitano Francesco Delfino, di Brescia, e il brigadiere Pietro Aztori del gruppo speciale che impugna una pistola.

    «Fermo, sei Giorgio Semeria. Ti abbiamo riconosciuto».

    Il giovane ha uno scatto, tenta la fuga, ma l’ufficiale lo afferra alle spalle. Bloccarlo, però, non è facile. Si divincola, gli inquirenti diranno che ha tentato di puntare la pistola dall’interno della tasca e sparare. Il sottufficiale preme il grilletto e il brigatista è colpito al torace, il proiettile passato fra carotide e aorta fuoriesce sotto la scapola.

    Diranno i carabinieri:

    «Lui ha cacciato una mano in tasca, si è intravista la sagoma di un’arma: l’ha puntata contro il brigadiere. Avrebbe sparato.

    L’arma, una Smith and Wesson calibro 38, sarebbe stata nella tasca destra: al contrario, c’erano soltanto un paio di occhiali da vista di ricambio mentre il giovane avrebbe tenuto la rivoltella sotto la cintura. Il sottufficiale Pietro Aztori (che è in contatto con il brigatista-informatore Francesco Marra) che ha sparato finirà sotto inchiesta.

    In questo momento Semeria è l’unico componente del nucleo storico [delle Br] ancora in libertà, impegnato a contrastare la svolta “guerrigliera” di Moretti.

    Franceschini qualche anno dopo ricostruirà così l’arresto di Semeria:

    «Fecero alzare le mani a Semeria sopra la testa e il maresciallo Atzori gli sparò un colpo sotto l’ascella con una calibro 22 munita di silenziatore. Giorgio cadde su una panchina, agonizzante. I carabinieri restarono a guardare, forse aspettavano che morisse. Ma Giorgio non moriva: il proiettile gli aveva trapassato un solo polmone, poi un osso lo aveva deviato impedendogli di forare anche l’altro polmone. La gente non capiva perché i carabinieri se ne stessero ll a osservare, con le mani in mano, un uomo agonizzante. Molti cominciarono a protestare, chiedendo che venisse chiamata un’ambulanza. Semeria venne finalmente trasportato al Pronto soccorso.»

    L’ex brigatista Michele Galati testimonierà che in carcere

    «Semeria aveva una fissazione su Moretti, al quale attribuiva la responsabilità del suo arresto… Lui [ripeteva] che il vero problema era Mario Moretti».

    Secondo Franceschini, in carcere Semeria supportava i suoi sospetti sul conto di Moretti raccontando un episodio significativo:

    «Giorgio doveva trovare una sistemazione momentanea per due nuovi arruolati nell’organizzazione, così aveva domandato a Moretti se la base milanese di via Balestrati, dove avevano abitato Mario e Paola Besuschio, fosse “pulita”, cioè sicura, e lui gli aveva risposto che era un appartamento di massima sicurezza; ma appena i due nuovi brigatisti ci si erano installati, nella base aveva fatto irruzione la polizia…

    E quando Giorgio a muso duro gli aveva chiesto spiegazioni, Mario si era giustificato dicendo di essersi sbagliato, in effetti quella base era tenuta d’occhio dalla polizia… Semeria era convinto che Moretti fosse una spia».

    I sospetti dei brigatisti del nucleo originario, tutti detenuti, sul conto di Moretti – l’unico rimasto libero – danno luogo a un’inchiesta interna alle BR, affidata a Lauro Azzolini e Franco Bonisoli (entrambi del Comitato esecutivo).

    L’inchiesta non sortisce risultati: origina solo le proteste dell’ex pupillo dei Casati Stampa, il quale, venutolo a sapere, pretende le scuse scritte da parte dei brigatisti detenuti che l’hanno voluta. Ormai è lui il nuovo numero uno delle BR: non solo per la modesta caratura di tutti gli altri brigatisti ancora in libertà, ma anche perché fra loro è il terrorista di più antica data, il solo che conosce tutti i risvolti dell’organizzazione, e l’unico che da quattro anni riesce a sottrarsi ai carabinieri e alla polizia.

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  • 17 Giugno 1974

    17 Giugno 1974

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del MSI e uccide le persone che ci sono all’interno.
    Giovanna Legoratto e Antonio Savino vengono nuovamente arrestati.

    La mattina di lunedì 17 giugno 1974 un duplice delitto fa perdere alle BR l’immagine incruenta trasformandole in una banda omicidiaria.

    A Padova un commando brigatista irrompe nella sede provinciale del Movimento sociale, in via Zabarella, e uccide le due persone che vi sono all’interno.

    È un attentato sanguinario che somiglia a un’efferata esecuzione: le due vittime – il trentenne Graziano Giralucci, e il sessantenne ex appuntato dei carabinieri Giuseppe Mazzola – sono state ammanettate, e secondo le autopsie fatte sdraiare per terra e freddate con un colpo di pistola alla nuca.

    L’eco dei due colpi viene udito alle 10:10 da Luigia Zambianchi, assistente sanitaria dell’ambulatorio Enpas, al piano di sotto. Corre a dare l’allarme e sparano alla porta del gabinetto dentistico del dottor De Martini. Un suo paziente, missino, sale al piano di sopra e rinviene i cadaveri.

    Si scatena una ridda di ipotesi su piste nere e regolamenti di conti tra fascisti, fino a che le BR non diffondono un comunicato in cui si assumono la responsabilità di un duplice omicidio comunque non voluto e addebitando l’accaduto alla reazione inconsulta dei due missini. Nell’azione, Martino Serafini era il “palo”, Giorgio Semeria guidava l’auto, Susanna Ronconi attendeva sulle scale con una borsa per prelevare i documenti dalla sede missina, mentre Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli erano i due brigatisti entrati negli uffici e, dei due, solo il Pelli avrebbe sparato a fronte di un tentativo di reazione di Mazzola e Giralucci. Per quanto funestata da “un incidente sul lavoro”, l’azione di Padova non modifica certamente la linea strategica né l’impostazione tattica delle BR. Essa infatti va ricollegata, per gli obbiettivi che si poneva, alle altre incursioni incruente compiute contro il cri e il Centro Sturzo a fini “di inchiesta”.

    Un’anonima telefonata al Corriere della Sera di Milano avverte che in una cabina di Piazzale Lavater, fra le pagine dell’elenco telefonico, c’è un messaggio delle Brigate Rosse. Una seconda copia del volantino i brigatisti la lasciano a Ponte di Brenta, a pochi chilometri da Padova.

    In serata le BR diffondono un comunicato di imbarazzata rivendicazione, giustificando il duplice delitto con una presunta reazione delle vittime.

    Leggi il testo integrale del Comunicato

    «Un nucleo armato delle Brigate rosse ha occupato la sede provinciale del MSI a Padova, in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati. Il MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e persone protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni.

    [I fascisti padovani] hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi. Il loro più recente delitto è la strage di Brescia. Questa strage è stata voluta dalla Democrazia cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno dalla secca sconfitta del referendum e dal “caso” Sossi: più in generale, per rilanciare, anche attraverso le “leggi speciali” sull’ordine pubblico, il progetto neogollista.

    Gli 8 compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni; sia perché le forze rivoluzionarie sono da Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato».

    Il comunicato brigatista, dunque, tenta non solo di giustificare il duplice delitto adducendo una “violenta reazione” delle due vittime, ma anche di motivare politicamente l’irruzione nella sede padovana del MSI come risposta militante alla strage di Brescia e alle “trame nere” del neofascismo.

    A queste due motivazioni si atterrà Curcio, quando anni dopo parlerà del duplice delitto di via Zabarella:

    «Non furono morti programmate: giunsero improvvise, inattese, imbarazzanti. Come cinicamente è stato detto, si è trattato di un “incidente sul lavoro”… L’incursione nella sede padovana del MSI per cercare qualche documento collegato alla strage di Brescia fu l’iniziativa autonoma di un gruppo di compagni veneti… Il clima di quei giorni può fornire una certa spiegazione dell’episodio pur senza giustificarlo: i morti e i feriti della strage di piazza della Loggia, aggiungendosi a quelli di tutte le altre stragi precedenti, avevano suscitato una grande commozione e indignazione; immaginare una perquisizione in una sede missina, anche se non rientrava nei progetti delle BR, era in sintonia con le forti tensioni presenti in ampi settori del movimento.

    Comunque, si è trattato di un’azione organizzata malamente e sfortunata. Durante la perquisizione ci fu uno scontro imprevisto con i missini, e uno dei nostri compagni, per evitare che gli altri venissero sopraffatti e catturati, sparò e uccise.

    Che fare? Dire o non dire che eravamo stati noi? Ne discussi con Margherita, Moretti, Franceschini e altri. Il clima in giro era bollente: una certa fetta del movimento applaudiva all’azione sostenendo che i fascisti colpevoli della strage andavano ammazzati… Mi preoccupai moltissimo. C’era il rischio di stravolgere l’immagine delle BR, pazientemente costruita per quattro anni, riducendola a quella di un gruppo di scalmanati che dava ordine di andare ad ammazzare la gente nelle sedi missine.

    Non nascondo che la tentazione di non rivendicare l’azione c’è stata… I morti di via Zabarella li considerai subito un disastro politico, un errore molto grave».

    In realtà il doppio delitto di Padova, più che collegato alla strage di Brescia, è probabilmente conseguenza dello scontro che all’interno delle BR contrappone i “politici” (capeggiati da Curcio e Franceschini) ai “militaristi” (guidati da Moretti).

    Vittoriosi i primi con la conclusione incruenta del sequestro Sossi, i secondi hanno inteso pareggiare il conto con la sanguinaria impresa di via Zabarella.

    Molti anni dopo, Moretti sosterrà – mentendo – che l’azione di Padova era stata autorizzata dal vertice dell’organizzazione:

    «I compagni del Veneto ci dissero che volevano perquisire con le armi la sede del Msi di Padova, demmo l’assenso… L’azione andò male. Nell’entrare, un compagno rimase isolato, venne assalito dai due missini presenti e sopraffatto. Quando sopraggiunse il secondo compagno, inesperto e agitato, sparò e li uccise entrambi».

    Tesi smentita non solo dai rilievi medico-legali circa la dinamica del delitto, ma anche da Franceschini

    «Né io né Curcio sapevamo che erano state le BR a compiere quell’azione, infatti passarono parecchie ore prima del nostro comunicato. Se fosse stata un’azione preparata e condivisa, il volantino di rivendicazione sarebbe stato lasciato sul posto o comunque diffuso immediatamente».

    Anche la brigatista Susanna Ronconi confermerà che quella di Padova «non fu un’azione decisa dalle BR».

    Le due persone uccise nella sede del MSI di Padova erano collaboratori dello spione Tom Ponzi, impegnato in uno scontro interno al servizio segreto di cui faceva parte, e in una faida all’interno del MSI – infatti i giornali l’indomani ipotizzano che il doppio delitto possa essere un regolamento di conti tra neofascisti. Secondo altre voci, il vero bersaglio dell’attentato era l’ex appuntato dei carabinieri Mazzola, il quale, alle prese con un’inchiesta all’interno della federazione missina di Padova, aveva scoperto alcuni infiltrati che sarebbero stati «collegati alle Brigate rosse».

    Fatto sta che il duplice delitto di Padova vanifica il successo propagandistico ottenuto dalle BR meno di un mese prima con l’incruento sequestro Sossi, e preannuncia la mutazione sanguinaria dell’organizzazione teorizzata da Moretti.

    Lo stesso giorno, Giovanna Legoratto e Antonio Savino, già arrestati nel Dicembre 1973 vengono arrestati per «partecipazione a banda armata». Allo scadere della carcerazione preventiva torneranno in libertà: il giudice ha imposto obblighi di soggiorno a Borgomanero, ma poche settimane dopo Antonio Savino scompare dandosi alla clandestinità. La latitanza finirà il 10 Novembre 1976 quando, a Pavia, gli uomini dell’ufficio politico lo sorprenderanno in un appartamento di galleria Manzoni.

    Evaderà poi il 3 Giugno 1977 dal carcere di Forlì.

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  • 2 Maggio 1972

    2 Maggio 1972

    A Milano viene scoperta la base brigatista di Via Boiardo e viene arrestato Marco Pisetta, compagno di università di Renato Curcio.

    Cinque giorni prima delle elezioni anticipate, a Milano, la polizia ha l’opportunità di sgominare le BR. Ma qualcosa non va – o non viene fatta andare – per il verso giusto, e tutto il vertice brigatista si sottrae con facilità alla cattura

    Dopo «meticolose indagini condotte dall’Ufficio politico milanese agli ordini del suo dirigente, dottor Antonino Allegra» 38, vengono scoperti due covi – in via Boiardo 33, e in via Delfico 20 – e fermate una decina di persone, fra le quali i brigatisti Marco Pisetta e Giorgio Semeria, nonché la moglie di Mario Moretti, Amelia C. I giornali scrivono che nei due covi sono stati trovati – insieme a quantità di armi, munizioni, esplosivi, apparecchiature radio, documenti di identità in bianco e materiale propagandistico – un passaporto dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, e i negativi delle foto scattate all’ingegner Macchiarini durante il sequestro.

    All’interno del covo di via Boiardo (un ex negozio di vini con sottostante scantinato) viene trovata anche una cella insonorizzata, con un aspiratore d’aria e un impianto di registrazione, preparata dai brigatisti – scrivono i giornali – in vista del sequestro del noto esponente della destra DC milanese Massimo De Carolis.

    Nei giorni successivi la polizia scoprirà altri due covi: in via Pelizza da Volpedo 7 (dove fra l’altro viene trovata una radiografia appartenente a Maria Carla Brioschi), e in via Carlo D’Adda 37 (sede di una attrezzata officina, allestita per conto delle BR da Umberto Farioli, dipendente della Sit-Siemens).

    L’operazione dell’Ufficio politico della Questura milanese, cinque giorni prima delle elezioni, è tuttavia gravida di ambiguità, e non solo perché sembra essere un «colpo di scena elettorale».

    Anzitutto, non si sa come gli inquirenti siano arrivati a via Boiardo: alcuni giornali scrivono che «non è stata una soffiata» bensì il fatto che la polizia «sorvegliava da mesi i terroristi», in particolare pedinava Giorgio Semeria, «uno dei capi delle BR segnato sul taccuino del dirigente dell’Ufficio politico dottor Allegra»; ma la circostanza è molto dubbia, date le modalità temporali e operative del blitz.

    L’aspetto più grave della vicenda è che il 2 maggio le forze dell’ordine hanno la possibilità di arrestare lo stato maggiore brigatista al gran completo, ma l’opportunità viene vanificata dal repentino arrivo sul posto di una frotta di giornalisti.

    Infatti la polizia entra nel covo di via Boiardo alle ore 5 del mattino, e vi si apposta in attesa dell’arrivo dei brigatisti. Ma finiscono nella trappola solo Marco Pisetta e Giorgio Semeria, poiché fin dalla prima mattinata in via Boiardo accorrono giornalisti e cameraman.

    Lo confermerà, molti anni dopo, Antonino Allegra:

    «Purtroppo si verificò un fatto che… forse dipese da un po’ di leggerezza da parte di chi ritenne di indire una conferenza-stampa in quel posto, in contrasto con quelle che erano state le nostre decisioni, cioè lasciare [dei poliziotti nel covo]… La conferenza stampa fu indetta dal questore Allitto [Ferruccio Allitto Bonanno, nclr]. Noi fummo contrariati, perché pensavamo che egli intendesse dare lustro alla Questura, o forse credeva di fare bella figura con la stampa (ci teneva a diventare, forse, vice capo della Polizia). Sta di fatto che, una volta che i giornalisti erano stati avvertiti, noi non potevamo fare più niente».

    Fra i giornalisti accorsi in via Boiardo c’è Enzo Tortora, liberale di destra che collabora al mensile “Resistenza Democratica”, la rivista ufficiale dei CRD di Sogno.

    Il primo beneficiario dell’improvvido arrivo mattutino dei giornalisti in via Boiardo (richiamati sul posto non si sa da chi) è colui che diventerà il più fortunato terrorista della storia delle BR, Mario Moretti.

    Ecco come lui racconterà gli accadimenti del 2 maggio:

    «Quella volta la scampai per miracolo, perché avevo passato la notte a discutere con un compagno recuperato dai disciolti GAP di Feltrinelli, e quando la mattina alle 8 andai in via Boiardo, la polizia c’era già da diverse ore… Arrivo sulla meravigliosa 500 blu di mia moglie, intontito dal sonno, e mentre la parcheggio fra due macchine davanti alla base, qualcosa mi scatta dentro, c’è qualcosa che non va. Scendo, mi guardo attorno, la macchina davanti alla mia ha un tipo di antenna particolare. Polizia. Non penso che sia lì per noi, vicino c’è una piazzetta in cui fanno un po’ di traffico di sigarette, forse si prepara una retata. Comunque mi dirigo dalla parte opposta della strada, e aspetto, tenendo d’occhio i due che ho individuato come poliziotti… Ero seduto in un bar col giornale, non si decidevano a andarsene, avevo sonno, ancora un po’ e sarei finito per entrare [nel covo, ndr]. In quella arriva Enzo Tortora con una troupe della Tv e un codazzo di gente. E si appoggia proprio sul tetto della mia 500 per scrivere qualcosa su un taccuino. Chiedo a una vecchina: ma che succede? E lei: hanno trovato uno scantinato pieno di armi. Tutto quel trambusto era per noi, la frittata è fatta, devo andarmene alla svelta. Se soltanto Tortora non fosse appoggiato alla mia macchina… Sono in un bel casino. Perdipiù la macchina è intestata a mia moglie. Tento di recuperare la macchina andando in un bar più distante e chiamando mia moglie in ufficio: vieni a prendere la macchina nel tal posto, ti aspetto. Ma quando torno la macchina non c’è più, la polizia l’ha individuata e presa. Me ne devo andare».

    Secondo Allegra, invece:

    «Moretti sfuggì il pomeriggio, pochi minuti prima che si facesse questa conferenza stampa. Arrivò in via Boiardo con la 500 di sua moglie… Già si sapeva che Moretti faceva parte dì questa organizzazione… Una persona del terzo piano ci disse che era scappato qualcuno su quella macchina… E una volta aperta abbiamo visto che era intestata a C. Amelia, abitante in via delle Ande 15, proprio di fronte a casa mia, e nel covo abbiamo trovato una fotografia [di suo figlio]… Io ho poi interrogato la moglie di Moretti; lei diceva che era stata costretta, sebbene non con la forza, a vivere per un po’ di tempo in una comune con un certo Gaio Di Silvestro e altri. A me questa donna fece anche pena. Però già si sapeva che Moretti era un pezzo importante in quel momento, i capi si riteneva fossero Curcio e Franceschini» .

    L’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e il capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano sanno anche di più, come ammetterà in un rapporto Federico D’Amato:

    «Contemporaneamente [alle indagini sui Gap di Feltrinelli] furono intensificate anche le indagini sulle BR, che, si era saputo, si apprestavano a sequestrare, qualche giorno prima delle elezioni politiche del 7 maggio 1972, un esponente democristiano. In conseguenza di riusciti appostamenti e pedinamenti, il 2 maggio la polizia poté operare una serie di perquisizioni che ebbero un vistosissimo risultato».

    Franceschini confermerà che effettivamente da aprile le BR stavano pedinando De Carolis in quanto ne avevano programmato il sequestro, ma da una decina di giorni avevano perso le tracce del politico della destra milanese:

    «Chi aveva il compito di seguirlo ci segnalava che non era più a Milano, e non si riusciva a sapere dove fosse. Evidentemente, informata del progetto brigatista, la polizia aveva preso adeguate misure di sicurezza con “appostamenti e pedinamenti”. Moretti aveva avuto l’incarico di preparare la prigione (insieme a Semeria e Pisetta), così si recava in via Boiardo tutti i giorni e sempre usando la macchina di sua moglie, per cui è molto probabile che fosse stato individuato nei giorni precedenti il 2 maggio».

    Fatto sta che la mattina del 2 maggio non sfugge alla cattura solo Moretti, ma si salvano anche Curcio, la Cagol, Franceschini e Morlacchi, cioè l’intero nucleo dirigente delle Br.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quel giorno stavamo per essere arrestati anche noi quattro, sfuggimmo alla polizia quasi per caso… Mara e Renato [vedendo il trambusto dei giornalisti] si allontanarono velocemente… Moretti fuggì lasciando la macchina sul posto. Io avevo usato più prudenza: ero arrivato in metropolitana e mi ero fermato a bere un caffè nel bar da dove si controllava l’ingresso [della base]; avevo visto le cineprese [delle tv, ndr] e mi ero immediatamente allontanato».

    Curcio dirà che il 2 maggio 1972 «le forze dell’ordine sono state a un pelo dal prenderci tutti. Se lo avessero fatto, le BR sarebbero finite sul nascere. Invece, da quel momento, diventarono un gruppo armato, provvisoriamente allo sbaraglio, ma davvero clandestino».

    Ai brigatisti in fuga precipitosa risulta chiaro che il blitz di via Boiardo è stato determinato da una “soffiata”, temono infiltrati, e i sospetti si appuntano su Marco Pisetta, ma non solo.

    Altri sospetti li provoca il fatto che la polizia nel covo di via Delfico ha trovato i negativi delle foto scattate da Moretti all’ingegner Macchiarini durante il sequestro, fotogrammi che permettono agli inquirenti di identificare agevolmente uno dei sequestratori, il brigatista Giacomo Cattaneo detto
    Lupo.

    Franceschini:

    «Erano negativi di foto che non dovevano stare là, avrebbero dovuto essere stati distrutti, e Moretti ci aveva garantito di averli distrutti! Erano gravi prove a carico di compagni ancora sconosciuti che avevano partecipato al sequestro, e infatti per quei negativi Lupo è stato poi arrestato. Moretti si giustificò dicendo di essersi sbagliato in quanto i negativi si erano incollati fra loro e lui non se n’era accorto, poi tentò di dare la colpa alla Besuschio… Ma quello fu un episodio gravissimo. La presenza di quei negativi in via Delfico era talmente assurda che Giacomo Cattaneo, arrestato a causa di quelle foto, si era convinto che Moretti fosse una spia».

    Non è tutto: nel covo di via Boiardo la polizia trova anche una foto di Curcio, foto che Moretti ha “dimenticato” di distruggere dopo avere preparato un falso passaporto per il capo brigatista.

    Osserverà Franceschini:

    «La foto di Curcio non venne trovata nel covo dove c’erano gli attrezzi per la falsificazione dei documenti e dove era stato confezionato il falso passaporto [cioè in via Delfico, ndr], ma venne trovata nella “prigione del popolo” di via Boiardo, e questo nonostante che a Moretti fosse stato raccomandato di eliminare da quella sede-prigione ogni cosa superflua, dato che eravamo alla vigilia del programmato rapimento di De Carolis».

    Anni dopo, uno dei giornalisti presenti il 2 maggio in via Boiardo, Marco Nozza, scriverà:

    «Era arrivata una Cinquecento e aveva accostato al marciapiede opposto. Ne era disceso un giovanotto, piccolo di statura, la faccia strana, gli occhi scuri, il quale, come aveva visto tutta quella gente, era risalito svelto in macchina, aveva cercato di innestare la retromarcia e non c’era riuscito, aveva fatto solo un gran fracasso. Allora aveva abbandonato la macchina e s’era dato alla fuga, inseguito da tre fotografi. Uno dei tre aveva preso il numero di targa. Ed è stato grazie a quel numero di targa che siamo venuti a sapere a chi apparteneva l’auto. Apparteneva a una certa signora Amelia C., abitante a Milano in via Gallarate 131… Il marito si chiamava Mario Moretti […].»

    La polizia, intanto, ha arrestato Marco Pisetta. Interrogato in questura da Calabresi e Viola, viene convinto a collaborare:

    “Il dottor viola mi ha chiesto se volevo quindici anni di galera […] oppure uscire subito […]. «Diciamo che tu non hai mai partecipato alle bande rosse, eri lì per dare una mano a imbiancare l’ufficio». Mentre diceva queste cose, il dottor Viola mi sventolava sotto il naso il mandato di scarcerazione.”

    La scoperta di questa base convincerà le BR a scegliere la clandestinità totale.

    Spiegheranno in un documento:

    “La clandestinità si è posta nei suoi termini reali solo dopo il 2 Maggio 1972. Fino ad allora, impigliati come eravamo una situazione di semilegalità, essa era vista più nei suoi aspetti tattici e difensivi che nella sua portata strategica.”

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 1 Novembre 1969

    Convegno di Chiavari del CPM

    Il convegno dura dall’1 al 5 Novembre 1969; partecipano circa settanta persone provenienti da relatà diversissime.

    Partecipano Renato Curcio, Margherita Cagol, Giorgio Semeria, Giovanni Mulinaris, Corrado Simioni, Duccio Berio, Giorgio Semeria, Franco Troiano, Arialdo Lintrami, Orietta Tunesi, Renato Ferro, Gaio Di Silvestro, Lucia Martini, Antonio Saporiti, Raffaello De Mori, Roberto Iussi, Mario Angelini, Marco Bazzani, Marisa Lupo, Jean Muggia, Lea Melandri, Luciana Negro, Giuseppe Sartori, Tiziana Maiolo, Mario Casati, Fabrizio Pelli, Angela Minella, Enrico Castellani, Daniela Torresini, Luca Balestri, Gabriella Giuliani, Innocente Salvoni, Franfoise Tuscher, Alberto Nason, Maria Zantonello, Domenico Tavoliere, Italo Saugo, Paolo Strambio De Castiglia, Adriana Redaelli, Francesco Mattioli, Carlo Rizzi.

    Il convegno si svolge nella sala Marchesani, adiacente la pensione “Stella Maris“, nel quale un gruppo di partecipanti guidati da Curcio dichiara la propria adesione ad una visione di lotta armata ed il successivo passaggio alla clandestinità.

    La pensione è gestita dalla Curia Arcivescovile, e ufficialmente il convegno viene organizzato dall’organizzazione cattolica “Gioventù Studentesca”. La sala viene concessa proprio perché richiesta con lettera formale dall’alto funzionario della CISL don Giorgio Battifora.

    Per qualcuno è la data di nascita delle BR, anche se molti lo spostano al convegno di Pecorile nell’Agosto del 1970.

    L’ipotesi di passare alla lotta armata diviene concreta. Il convegno produce il «Libretto giallo»: un documento di ventotto pagine dal titolo Lotta sociale e organizzazione nella metropoli che traccia le linee di un movimento che «esprime, in forme ancora embrionali e parziali (spontanee, appunto), una contraddizione antagonistica con il sistema generale di sfruttamento economico, politico, culturale»: la lotta dell’autonomia proletaria deve dunque diventare sociale, superando le limitate posizioni operaiste e studentiste dei gruppuscoli extraparlamentari.

    In un altro passaggio si stigmatizza il “tradimento” del PCI e della sinistra storica, precisando gli obiettivi rivoluzionari del proletariato moderno, e si fa quindi riferimento al modello di guerriglia urbana assunto dai
    Tupamaros uruguaiani.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”