Categoria: Brigate Rosse

  • 17 Maggio 1976

    Comincia a Torino il processo alla “banda armata denominata Brigate Rosse”.

    Il processo avviene in un clima socio-politico di estrema tensione, per i fatti che vanno dal febbraio 1973 (sequestro Labate) alla fine del 1975 (compreso il sequestro Sossi).

    Dei 46 imputati, 12 detenuti presenti in aula appartengono al nucleo originario delle BR: Pietro Bassi, Piero Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Umberto Farioli, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Arialdo Lintrami, Piero Morlacchi, Roberto Ognibene, Tonino Parali, Giorgio Semeria; in più, c’è il morettiano ex Superclan Prospero Gallinari.

    La lista dei capi di imputazione è copiosa, fra le accuse rapina, sequestro di persona, furto, lesioni gravissime, cospirazione politica mediante associazione, sostituzione di persona, associazione sovversiva costituita in banda armata.

    I brigatisti colgono l’occasione per trasformare l’aula in una specie di campo di battaglia, per gestire il dibattimento e condurre un «processo di guerriglia». Contestano clamorosamente i propri difensori.

    In un documento redatto durante la notte sostengono:

    Se difensori devono esservi, questi servono a voi, egregie «eccellenze»! Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai vostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso che fossero nominati d’ufficio a rifiutare ogni collaborazione col potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato!

    È una mossa a sorpresa alla quale segue il rifiuto dei difensori designati dalla corte. In un silenzio assoluto, con voce ferma, Paolo Maurizio Ferrari, legge il lungo documento:

    La nostra decisione di presentarci in aula non modifica le valutazioni che già in altre sedi abbiamo espresso rispetto al ruolo e alla funzione della legalità borghese, ma tende al contrario a denunciare l’uso politico che la borghesia, nelle sue diverse componenti (dai reazionari ai democratici ai revisionisti), intende farne in questa particolare congiuntura politica.

    Il processo, aggiunge il brigatista,

    tende a colpire una tendenza storica, un programma strategico: la lotta armata per il comunismo! Ma volendo essere il processo alla rivoluzione proletaria, esso sancisce per ciò stesso la sua impossibilità. S’illude infatti questa corte di poter esorcizzare la lotta armata per il comunismo con il terrore delle condanne, perché è nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle galere, ovunque vi sia un proletario, che essa vive e si sviluppa. Cero la rivoluzione comunista passa anche dai vostri tribunali, ma non in veste di imputata: Sossi, Di Gennaro, Margariti, Paolino Dell’Anno hanno tracciato la strada e per tutti quelli della loro risma è solo questione di tempo!

    Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermato questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo: gli «imputati» non hanno niente da cui difendersi, mentre, al contrario, gli «accusatori» hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano.

    La dichiarazione pone tuttavia in evidenza lo stato di isolamento politico in cui le bierre sembrano trovarsi. È il «compromesso storico», l’idea di una collaborazione fra comunisti e cattolici, che viene posta sotto accusa:

    Gli agenti riformisti operano per modificare la struttura della coscienza di classe del proletariato. La manipolazione consiste nel dirottare il potenziale di violenza accumulato in ogni proletario verso falsi obiettivi non pericolosi per la sopravvivenza del sistema.

    Ancora:

    Il «compromesso storico», al di là delle sue velleità e dei fronzoli ideologici di cui si ammanta, non può che rappresentare una soluzione tutta interna alla controrivoluzione imperialista. Nel migliore dei casi sarà un proiettile di gomma nel fucile degli sbirri.

    Inutili, anzi dannose, quindi, le elezioni politiche:

    Mai come in questo momento diventa chiaro che partecipare alla farsa elettorale significa eleggere i propri carnefici! Mai come in questo momento diventa chiaro che l’interesse proletario è quello di acutizzare la guerra civile in atto e trasformarla in lotta armata per il comunismo!

    Indispensabile, dunque

    portare l’attacco al cuore dello stato; costruire l’unità del movimento rivoluzionario nel partito combattente! Se lo stato è lo strumento della controrivoluzione, compito delle forze rivoluzionarie è disarticolarlo nei suoi centri vitali, portando l’attacco a tutte le sue articolazioni a partire dai suoi apparati direttamente coercitivi.

    Il dibattimento, conclude la lunga dichiarazione, dovrà diventare

    una occasione di confronto politico militare e di unità nella prospettiva del partito combattente per tutte le organizzazioni comuniste.

    Il processo è rinviato. Nodo centrale e complesso è la difesa d’ufficio, che lo stato al tempo stesso offre e impone all’imputato: i brigatisti la rifiutano, non vogliono mediatori, spiegano, fra sé e la corte. È finito il tempo dei «processi di connivenza», sostengono. Gli avvocati di fiducia hanno anticipato che non sosterranno difese d’ufficio e le bierre nel «Diario al processo» commentano:

    Accogliendo l’invito a rifiutare la difesa anche d’ufficio gli avvocati si allontanano non solo dal processo ma chiudono un’epoca: quella dei processi politici. Da questo momento in avanti questo processo assume i connotati di un’azione di guerriglia (Processo di guerriglia!)

    Con lo smantellamento del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e dopo gli arresti di Curcio e Semeria, lo Stato sembra pago, e l’azione anti-BR delle forze dell’ordine sta segnando il passo.

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  • 28 Aprile 1976

    Cinque brigatisti irrompono nella sede dell’Intersind di Genova.

    La sede è in Via Orti Sauli, presso Brignole: legati con catene quattro impiegati, un fattorino e un dirigente. Molti documenti finiscono nelle mani degli sconosciuti che, prima di andarsene, tracciano sui muri la stella e alcune scritte: «Portare l’attacco alle organizzazioni del potere padronale»; «Attaccare e distruggere i covi della Confindustria e dell’Intersind».

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  • 26 Aprile 1976

    Un commando brigatista gambizza a Milano Roberto Anzalone, presidente dei medici mutualistici.

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    Testi

  • 22 Aprile 1976

    A Milano un commando misto di Brigate Rosse, NAP e GAP fa irruzione negli uffici dell’Ispettorato Distrettuale per gli Istituti di prevenzione e di pena per adulti in via Crivelli 20.

    Tre impiegate vengono incatenate, asportati numerosi dossiers di detenuti, sui muri sono tracciati la stella e lo slogan: «Attaccare e distruggere i centri della repressione».

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  • 21 Aprile 1976

    Giovanni Theodoli, presidente dell’Unione Petrolifera Italiana, viene ferito dalle FAC, Formazioni Armate Combattenti.

    Delle FAC fa parte Adriana Faranda, che poi entrerà nelle Brigate Rosse. Ricorda così l’episodio:

    «Giovanni Thedoli abitava in Via Giulia. Anch’io avevo condotto l’inchiesta necessaria all’agguato e avevo annotato tutte le sue abitudini: a che ora usciva di casa, quando rientrava. Andai avanti per settimane, finché il giorno fissato partecipai all’azione: avevo il compito di fare da copertura ravvicinata sull’uomo. Armata di pistola, in caso di necessità, dovevo intervenire in aiuto del compagno incaricato di sparare. Era la primavera del 1976. […] Quella mattina Theodoli uscì presto, come d’abitudine. Salì sulla sua Mercedes e mise in moto. Dopo pochi metri gli facemmo trovare la strada sbarrata. L’auto si fermò. Valerio aprì la portiera sinistra e gli sparò alle gambe con la mitraglietta Skorpion. La stessa arma che venne usata due anni dopo in Via Fani e che in seguito ci portammo dietro quando uscimmo dalle BR. […] Io non esplosi neanche un colpo, ma era la prima volta che partecipavo a un ferimento. La prima volta che la nostra violenza aveva un obiettivo umano. Fino ad allora avevo preso parte solo a qualche rapina che era servita ad autofinanziarci. O ad attentati contro luoghi e strutture. Avevamo sempre sottovalutato l’atrocità che il minacciare qualcuno con la pistola comporta: non avevamo mai voluto considerare il rischio che qualcuno ci potesse lasciare la pelle. […] Il ferimento di Theodoli ebbe su di me un effetto sconvolgente. Qualche notte dopo lo sognai. Era su un autobus, seduto. Completamente vestito di bianco e con le gambe tutte insanguinate. In quell’incubo lui chiedeva sommessamente aiuto, ma nessuno lo soccorreva. Ci misi un po’ per superare lo choc. Mi ripetevo che la violenza era una necessità ineludibile, che per arrivare a cambiare le cose bisognava passare attraverso quella durissima esperienza e accettarla. Che noi eravamo nel giusto e che eravamo legittimati ad odiare e ad agire di conseguenza. Quindi non restava che far presto e attaccare».

    Le FAC erano un’organizzazione armata operante nel Centro Italia, con la funzione di cerniera con le Brigate Rosse.

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  • 20 Aprile 1976

    Un nucleo armato delle Brigate Rosse penetra nella notte nella sede dell’Associazione Industriali di Brescia.

    Vengono frugati gli schedari e presi alcuni appunti.

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  • 22 Marzo 1976

    I carabinieri arrestano Giorgio Semeria.

    Ore 21:30. Il rapido Venezia-Torino spunta in perfetto orario in fondo al binario 8 della Stazione Centrale di Milano. Sulle pensiline c’è agitazione, uomini armati, alcuni indossano corpetti antiproiettile. Alla spicciolata vanno incontro al treno che avanza lento. Prima dell’arresto del convoglio, uno sportello si apre dalla parte del marciapiede bagagli, un uomo balza a terra, ma subito due carabinieri gli sono ai fianchi: il capitano Francesco Delfino, di Brescia, e il brigadiere Pietro Aztori del gruppo speciale che impugna una pistola.

    «Fermo, sei Giorgio Semeria. Ti abbiamo riconosciuto».

    Il giovane ha uno scatto, tenta la fuga, ma l’ufficiale lo afferra alle spalle. Bloccarlo, però, non è facile. Si divincola, gli inquirenti diranno che ha tentato di puntare la pistola dall’interno della tasca e sparare. Il sottufficiale preme il grilletto e il brigatista è colpito al torace, il proiettile passato fra carotide e aorta fuoriesce sotto la scapola.

    Diranno i carabinieri:

    «Lui ha cacciato una mano in tasca, si è intravista la sagoma di un’arma: l’ha puntata contro il brigadiere. Avrebbe sparato.

    L’arma, una Smith and Wesson calibro 38, sarebbe stata nella tasca destra: al contrario, c’erano soltanto un paio di occhiali da vista di ricambio mentre il giovane avrebbe tenuto la rivoltella sotto la cintura. Il sottufficiale Pietro Aztori (che è in contatto con il brigatista-informatore Francesco Marra) che ha sparato finirà sotto inchiesta.

    In questo momento Semeria è l’unico componente del nucleo storico [delle Br] ancora in libertà, impegnato a contrastare la svolta “guerrigliera” di Moretti.

    Franceschini qualche anno dopo ricostruirà così l’arresto di Semeria:

    «Fecero alzare le mani a Semeria sopra la testa e il maresciallo Atzori gli sparò un colpo sotto l’ascella con una calibro 22 munita di silenziatore. Giorgio cadde su una panchina, agonizzante. I carabinieri restarono a guardare, forse aspettavano che morisse. Ma Giorgio non moriva: il proiettile gli aveva trapassato un solo polmone, poi un osso lo aveva deviato impedendogli di forare anche l’altro polmone. La gente non capiva perché i carabinieri se ne stessero ll a osservare, con le mani in mano, un uomo agonizzante. Molti cominciarono a protestare, chiedendo che venisse chiamata un’ambulanza. Semeria venne finalmente trasportato al Pronto soccorso.»

    L’ex brigatista Michele Galati testimonierà che in carcere

    «Semeria aveva una fissazione su Moretti, al quale attribuiva la responsabilità del suo arresto… Lui [ripeteva] che il vero problema era Mario Moretti».

    Secondo Franceschini, in carcere Semeria supportava i suoi sospetti sul conto di Moretti raccontando un episodio significativo:

    «Giorgio doveva trovare una sistemazione momentanea per due nuovi arruolati nell’organizzazione, così aveva domandato a Moretti se la base milanese di via Balestrati, dove avevano abitato Mario e Paola Besuschio, fosse “pulita”, cioè sicura, e lui gli aveva risposto che era un appartamento di massima sicurezza; ma appena i due nuovi brigatisti ci si erano installati, nella base aveva fatto irruzione la polizia…

    E quando Giorgio a muso duro gli aveva chiesto spiegazioni, Mario si era giustificato dicendo di essersi sbagliato, in effetti quella base era tenuta d’occhio dalla polizia… Semeria era convinto che Moretti fosse una spia».

    I sospetti dei brigatisti del nucleo originario, tutti detenuti, sul conto di Moretti – l’unico rimasto libero – danno luogo a un’inchiesta interna alle BR, affidata a Lauro Azzolini e Franco Bonisoli (entrambi del Comitato esecutivo).

    L’inchiesta non sortisce risultati: origina solo le proteste dell’ex pupillo dei Casati Stampa, il quale, venutolo a sapere, pretende le scuse scritte da parte dei brigatisti detenuti che l’hanno voluta. Ormai è lui il nuovo numero uno delle BR: non solo per la modesta caratura di tutti gli altri brigatisti ancora in libertà, ma anche perché fra loro è il terrorista di più antica data, il solo che conosce tutti i risvolti dell’organizzazione, e l’unico che da quattro anni riesce a sottrarsi ai carabinieri e alla polizia.

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  • 11 Febbraio 1976

    Le Brigate Rosse appiccano un incendio nel parcheggio sotterraneo dei dirigenti della FIAT nei pressi di Mirafiori Sud.

    L’episodio è illustrato in un comunicato nel quale le Brigate Rosse, sostenuto di aver «incendiato diverse automobili di dirigenti che vi erano parcheggiate», sottolineano come «la FIAT ha molta paura ed è per questo che ha spudoratamente taciuto il fatto, come se nulla fosse successo, mentre si è visto benissimo il movimento dei guardiani che si davano da fare per spegnere l’incendio e ad allontanare gli operai che si avvicinavano nel sotterraneo».

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  • 10 Febbraio 1976

    Le Brigate Rosse danno alle fiamme due auto: quella del dott. Ezio Ponte, direttore del personale della Pininfarina, e del direttore del personale della Michelin Giovanni Bertolotti.

    Ezio Ponte, direttore del personale della Pininfarina, viene indicato in un volantino come «un reazionario della DC per la quale ha preso parte alle campagne elettorali del ’68 e del ’70»; e di Giovanni Bertolotti, direttore del personale della Michelin di Stura, secondo il documento «noto agli operai come piccolo lacchè della direzione aziendale, egli tende a ricordare “che tutti possono diventare dei dirigenti, basta essere responsabili verso il padrone”. Infatti da capo officina è diventato capo del personale.

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  • 6 Febbraio 1976

    Mario Moretti e Barbara Balzerani soggiornano all’Hotel Excelsior di Reggio Calabria. (altro…)