Categoria: Brigate Rosse

  • 2 Giugno 1977

    A Milano viene gambizzato Indro Montanelli de “Il Giornale Nuovo”.
    A Firenze vengono distrutte le macchine di alcuni giornalisti de «La Nazione» e «Il Telegrafo»

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  • 1 Giugno 1977

    Viene ferito a Genova il giornalista Valerio Bruno, del «Secolo XIX».

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  • 15 Maggio 1977

    Viene rilasciato Guido De Martino, rapito a Napoli il 5 Aprile.

    Viene liberato dopo il pagamento a alcuni criminali comuni di un riscatto di circa un miliardo. Denaro di non chiara origine, comprensivo di banconote provenienti dal riscatto pagato alle BR dalla famiglia Costa. L’oscura vicenda avrà un solo dato certo: comprometterà definitivamente la carriera politica all’interno del PSI di Francesco De Martino (uno dei leader socialisti più aperti al PCI).

    La latitanza di Moretti prosegue indisturbata, come fosse coperta da una superprotezione: né una casualità, né una “soffiata”, né un incidente, niente la insidia mai.

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  • 3 Maggio 1977

    Il processo alle Brigate Rosse, già slittato di un anno dalla sua apertura, viene rimandato ancora a data da destinarsi.

    Il presidente della Corte d’Assise, Guido Barbaro, appurata l’impossibilità di formare una giuria popolare, rinvia a nuovo ruolo il processo ai cinquantatré imputati delle Brigate Rosse.

    Roberto Ognibene spiegherà:

    «Noi dovevamo dimostrare che, per quanto prigionieri, eravamo in grado di paralizzare la giustizia e, con le azioni dei compagni fuori, che la rivoluzione continuava».

    Per Moretti:

    «Al processo di Torino i compagni mettono in atto il rifiuto del processo, è la rottura. E si modifica la procedura, il processo si celebra senza la presenza dell’imputato: salta il ruolo della mediazione della magistratura. Il conflitto è totale, ultimativo […] bastava rivendicare le azioni in aula per cambiare diametralmente la nostra posizione, da accusati si diventava accusatori».

    Considererà Sergio Zavoli:

    «La mancata realizzazione del processo è una vittoria delle BR, che puntano alla cosiddetta germanizzazione dello Stato di diritto. Se lo Stato viene costretto a rinunciare alle regole costituzionali, teorizzano le BR, per ciò stesso ne esce accelerato il processo rivoluzionario e l’aspetto militare diventa quello predominante».

    «Se fra il ’75 e il ’76 non fosse ripartita l’eruzione sociale», aggiungerà Giorgio Bocca, «la guerriglia urbana sarebbe probabilmente finita lì». In realtà, “l’eruzione sociale” riprende solo alla fine del ’76 e raggiunge l’apice con il movimento del ’77. Movimento col quale, secondo Prospero Gallinari, c’erano più divergenze che punti di contatto, e solo dopo la fine di quell’esperienza molti di quei giovani abbracceranno la lotta armata. Opinione condivisa da Mario Moretti, per il quale quel movimento – col quale le BR interagirono pochissimo – resterà «un oggetto sconosciuto».

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  • 28 Aprile 1977

    A Torino le Brigate Rosse uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati.

    Le BR tornano a uccidere: la vittima è un avvocato. Un avvocato particolare: si chiama Fulvio Croce e ha cominciato a morire quasi un anno prima, quando il 17 Maggio 1976 era iniziato a Torino il processo contro la «banda armata denominata Brigate Rosse».

    Tra gli imputati, alcuni nomi eccellenti dell’organizzazione, quali Pietro Bassi, Pietro Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Valerio De Ponti, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Tonino Paroli.

    Il rifiuto dei brigatisti imputati di accettare la difesa d’ufficio minacciando vendette aveva fatto rinviare il processo al 3 maggio 1977.

    Pochi giorni prima di quella data quindi, le BR colpiscono il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino. Croce ha settantasei anni e vive sulle colline torinesi. Il suo ruolo gli impone di risolvere la più grossa grana che gli sia capitata in cinquant’anni di professione: quella di nominare i difensori d’ufficio per i cinquanta brigatisti (di cui una trentina in carcere e una ventina a piede libero) nel “processone” contro le BR. I militanti della stella a cinque punte l’hanno detto chiaramente: nessuno assuma la nostra difesa, pena la morte, perché la rivoluzione non si processa. «Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati», aveva detto in aula Maurizio Ferrari, «ci professiamo combattenti, e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo, viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Considereremo gli avvocati che accetteranno il mandato d’ufficio collaborazionisti e complici del tribunale di regime. Essi si assumeranno tutte le responsabilità che ciò comporta di fronte al movimento rivoluzionario».

    Nessun difensore quindi. Né di fiducia né d’ufficio. E senza difensori, niente processo. Chiaro. Inoltre, non si trovano giudici popolari. Chi riceve la comunicazione del Tribunale risponde con un certificato medico.

    Nel suo studio in via Perrone, Fulvio Croce deve risolvere la grana degli avvocati: i dieci difensori d’ufficio che ha nominato hanno rifiutato in massa. Così manda nuove nomine e al primo posto della nuova lista scrive il suo nome.

    Il 28 aprile, Croce esce con la sua FIAT 125 dalla sua abitazione in via Val Pattonera, raggiunge via Perrone, parcheggia come sempre dentro il cortile del palazzo, scende dall’auto e viene raggiunto dalle sue segretarie Gabriella e Tiziana, arrivate anch’esse in quel momento. Insieme si avviano verso le scale, quando dal cortile giungono tre persone: una si ferma sul portone d’ingresso, le altre due avanzano verso Croce. «Avvocato!». Il tempo di girarsi, e l’avvocato Croce riceve due pallottole. Gabriella si volta, sta per ridiscendere gli scalini che intanto ha salito: «Ferma o sparo», le intima una donna che le punta una pistola. Intanto Croce viene raggiunto da altri tre proiettili: alla fine se ne conteranno due alla testa e tre al torace. È tutto finito: le segretarie possono raggiungere il corpo dell’avvocato mentre il commando si dilegua.

    «Qui Brigate Rosse, siamo stati noi a sopprimere il servo del potere capitalista Fulvio Croce, segue comunicato».

    La telefonata arriva a «La Stampa» e all’ANSA, il processo alle BR salta e viene rinviato a data da destinarsi. I brigatisti in carcere firmano un documento che porta i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Tonino Paroli, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli:

    Il primo degli avvocati di regime che si era assunto questo compito infame, Fulvio Croce, è stato giustiziato. Ribadiamo ancora una volta che chiunque accetta coscientemente il ruolo di agente attivo della controrivoluzione imperialista deve essere anche disposto ad assumersi sin da ora le sue responsabilità.

    Fanno parte del commando che uccide l’avvocato Croce Angela Vai, Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa e Raffaele Fiore.

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    Il cortile dell’agguato in Via Perrone
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  • 22 Aprile 1977

    Antonio Munari, capofficina alle presse della Mirafiori, viene gambizzato dalle Brigate Rosse.

    Poco dopo l’una di pomeriggio un commando di cui fa parte anche Angela Vai spara alle gambe di Antonio Munari, capofficina alle presse della Mirafiori.

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  • 9 Aprile 1977

    Le Brigate Rosse emettono un comunicato stampa sul rapimento De Martino del 5 Aprile 1977.

    Il sequestro è una lurida manovra che il traballante regime democratico ha messo in atto nel tentativo di isolare e sconfiggere il movimento di resistenza popolare che, negli ultimi tempi, con lo svilupparsi della lotta armata per il comunismo, ha messo alle corde, il famigerato governo Andreotti.

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  • 5 Aprile 1977

    Guido De Martino, segretario provinciale del PSI, viene rapito a Napoli.

    È il figlio dell’ex-segretario nazionale del PSI: verrà rilasciato il 15 Maggio dietro pagamento di circa un miliardo. Un’oscura vicenda, si parlerà anche di rapimento politico. Le Brigate emetteranno il 9 Aprile un perentorio comunicato stampa.

    Il sequestro è misterioso: la famiglia De Martino non è facoltosa, e si susseguono inattendibili rivendicazioni “politiche” firmate BR e NAP.

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  • 3 Aprile 1977

    Le Brigate Rosse rilasciano l’industriale Pietro Costa.

    Era stato rapito all’inizio del mese di Gennaio, e frutta un riscatto di un miliardo e mezzo di lire: soldi che serviranno anche per “l’operazione Friz”, ovvero il rapimento di Aldo Moro.

    Al momento del rilascio, il rampollo della dinastia dei noti armatori genovesi aveva fatto notare ai suoi rapitori che fra gli effetti personali che le BR gli avevano restituito mancava un biglietto del tram «ancora buono».

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  • Marzo 1977

    Mario Moretti organizza una tipografia a Roma: il mistero della macchina da stampa modello Ab-Dik 360.

    La tipografia viene organizzata in via Pio Foà.

    E in quella tipografia Mario Moretti trasporta personalmente una macchina da stampa, modello Ab-Dik 360, proveniente dal RUS, il Raggruppamento unità speciali del Sid, e una fotocopiatrice proveniente dal ministero dei
    Trasporti.

    Lo testimonierà Enrico Triaca, il brigatista preposto alla tipografia:

    «Nell’estate del 1976 [nel corso di una delle assemblee del movimento studentesco di Roma che si tenevano presso l’Università] ebbi modo di conoscere un giovane di circa trent’anni che si presentò come Maurizio [Mario Moretti, ndr]. Da quell’epoca, io e Maurizio cominciammo a frequentarci con una certa assiduità incontrandoci sia all’Università, più spesso a piazza Navona e a piazza Venezia, e comunque nella zona del centro [di Roma, ndr]…

    Verso la fine del 1976 il Maurizio mi disse che faceva parte delle Brigate rosse. Mi invitò a fare parte della organizzazione, spiegandomi che avrei dovuto avere contatti soltanto con lui ed eventualmente col nucleo che egli avrebbe costituito. Il Maurizio mi propose di aprire una tipografia a Roma in un luogo che avrei dovuto scegliere io stesso; egli avrebbe finanziato l’acquisto di tutta la attrezzatura necessaria, mi avrebbe dato tutto il denaro occorrente per svolgere la nostra attività; mi disse, anche, che la tipografia avrebbe svolto attività apparentemente regolare, mentre in realtà doveva servire a stampare materiale per conto delle BR. Per circa un mese cercai un locale adatto alla tipografia, e finalmente, nel marzo 1977, trovai il locale in via Pio Foà 31. Presi contatti con il proprietario, tale Carpi Pierluigi, con il quale fu convenuto un canone mensile di 150 mila lire; versai tre mensilità anticipate in denaro contante che mi era stato dato dal Maurizio. Diedi incarico a una ditta di eseguire lavori di ristrutturazione del locale, e pagai 600 mila lire; anche questa somma mi venne data dal Maurizio. Siccome io ero inesperto in tipografia, chiesi al Maurizio di indicarmi il materiale che dovevo acquistare: egli mi suggerì di acquistare una macchina “Rotaprint” e mi consegnò lire 5 milioni in contanti che io versai alla ditta venditrice… Il prezzo complessivo era di lire 14 milioni: firmai cambiali per la rimanente parte… con scadenze bimestrali. Tutte le cambiali sono state pagate regolarmente alla scadenza con denaro datomi dal Maurizio. Fu lo stesso tecnico della “Rotaprint” a insegnarmi l’uso delle macchine.

    Il Maurizio portò nella tipografia due macchine Ab-Dik di cui una serviva per le fotocopie e l’altra per la stampa. Il Maurizio portò le due macchine con un furgone bianco da lui stesso condotto. Fu quella l’unica volta che vidi il Maurizio con una macchina. Con lo stesso furgone il Maurizio portò anche un bromografo per lo sviluppo delle matrici e un ingranditore per lo sviluppo delle fotografie»

    La spiegazione che Moretti tenterà di dare della vicenda della macchina da stampa proveniente dal Rus del Sid, e da lui personalmente portata nella tipografia brigatista di via Foà, sarà menzognera:

    «Ci imbattiamo nella maledetta macchina da stampa [Ab-Dik 360, ndr] che ci attirerà a distanza di anni le petulanti attenzioni dei dietrologi. Pare accertato che originariamente appartenesse a non so quale ufficio dei servizi segreti militari di Forte Braschi. L’avevano comprata in un magazzino dell’usato dalle parti di Porta Portese un gruppo di compagni che all’epoca lavoravano all’Eni per stampare il materiale del loro comitato, compreso un giornale. E probabile che fosse finita da quel rigattiere per una di quelle magie che permettono a un sacco di piccoli funzionari statali di farsi la barca e la villa al mare con uno stipendio ufficiale di due milioni al mese. Insomma, nell’impiantare la colonna [romana delle Br, ndr] non solo cooptiamo i compagni ma ne “ereditiamo” il materiale compresi i rottami, che non si buttano perché, si sa, tutto può servire. In realtà la stampatrice è tanto vecchia che non sarà mai adoperata. A immaginare come ne sarebbe stata strumentalizzata la presenza fra le nostre cose, avremmo fatto meglio a mangiarcela bullone per bullone».

    Anche il capo del Sismi, il generale Giuseppe Santovito, fornirà delle spiegazioni menzognere. Alla Commissione parlamentare Moro, interessata a conoscere la provenienza della stampatrice e i reali compiti del Rus (Raggruppamento unità speciali), il generale Santovito risponderà:

    «Non c’è niente di speciale. Si tratta del sostegno del personale di leva in servizio: gli autisti, i marconisti, si chiamano unità speciali. Anzi adesso non si chiamano più così, si chiamano unità di difesa… Quella macchina [da stampa] è stata messa fuori uso e venduta come rottame insieme ad altro rottame. È stato ricostruito tutto l’iter di quella macchina: chi l’ha comprata, chi l’ha rimessa in ordine, chi l’ha rivenduta. Sappiamo tutto su questa macchina».

    Ma i commissari appureranno poi, attraverso i documenti esaminati, come fosse falso che il Rus non avesse «niente di speciale», poiché era parte dei servizi segreti, e come fosse menzognero il racconto del generale Santovito in merito alla stampatrice del Rus.

    È falso che la stampatrice Ab-Dik fosse stata venduta come «rottame insieme ad altro rottame»: infatti, la macchina è stata installata nella tipografia da Moretti verso la metà di marzo 1977, mentre tale Franco Bentivoglio aveva ritirato il rottame dal Genio militare nell’ottobre 1977 (infatti fra il materiale pagato dal Bentivoglio non c’è la stampatrice, come risulta dall’elenco del materiale ritirato).

    Il colonnello del servizio segreto militare Federico Appel racconterà di aver consegnato la stampatrice a suo cognato Renato Bruni dietro versamento, senza quietanza, di 30 mila lire «agli affari burocratici del magazzino della Magliana» (in Corte di assise, Bruni correggerà la somma: non 30, bensì 60 mila lire). Ma quel tipo di macchina aveva una durata media di oltre dieci anni, ed era del tutto inverosimile che l’amministrazione militare la dichiarasse fuori uso a soli tre anni dall’acquisto, e che la rivendesse a 30 (o 60) mila lire avendola pagata 10 milioni e mezzo…

    Secondo la menzognera ricostruzione del colonnello Appel, dopo altri due passaggi la stampatrice sarebbe finita alle Br morettiane come per un caso di ordinario peculato. I passaggi che la stampatrice Ab-Dik ha compiuto prima di arrivare alle Br verranno coperti da una catena di mendaci. Compreso Stefano Noto (addetto alla manutenzione della macchina presso il Rus), il quale sosterrà di avere prima riparato e poi venduto la stampatrice a Stefano Ceriani Sebregondi (fiancheggiatore delle Br) e a Enrico Triaca per 3 milioni in contanti, e di averla consegnata nell’agosto
    1977 presso i locali della tipografia in via Fucini a Monte Sacro, dove aveva spiegato loro il funzionamento. Anche qui falsità: in agosto i locali di via Fucini non erano più a disposizione della tipografia Br (trasferitasi dalla fine di febbraio), e inoltre la stampatrice dei servizi segreti si trovava in via Foà dal marzo 1977, portatavi da Moretti, e in aprile aveva già stampato un opuscolo e altri documenti delle Br.

    La gravissima vicenda della macchina tipografica verrà elusa anche nell’ambito del IV processo Moro: la sentenza si limiterà infatti ad attribuire al colonnello Appel il semplice reato di peculato, «reato estinto per morte del reo»; alla risibile conclusione processuale seguirà una tardiva dichiarazione del generale Ambrogio Viviani (invitato ad affiliarsi alla P2 dal vicecapo della Cia a Roma Mike Sednaoui), secondo il quale «nel 1974 il colonnello Appel era caduto nell’attenzione del controspionaggio per le sue relazioni con l’ambasciata di Albania» – insomma, era un “traditore”…

    A dispetto di tutti i depistaggi tentati e attuati dal Sismi, e della passività della magistratura, rimane un fatto certo, chiaro, inoppugnabile: una stampatrice appartenente a un ufficio del controspionaggio militare (il Raggruppamento unità speciali), nel marzo 1977 viene portata da Moretti nella tipografia romana delle Br, e verrà utilizzata per stampare materiale della propaganda brigatista. Per giunta, il Rus non è un ufficio militare qualsiasi: tra le unità speciali, gestisce anche quelle dell’organizzazione paramilitare della Nato “Gladio”. Infatti il Rus è l’ufficio dove si osservano le regole della compartimentazione nel modo più rigoroso, e che provvede alle chiamate per l’addestramento dei “gladiatori”: lo rivelerà il generale Serravalle, già capo di “Gladio”, alla Commissione parlamentare stragi.

    È dunque uscita da quell’ufficio, adibito ai compiti più occulti del servizio segreto militare, la stampatrice utilizzata dalle BR morettiane prima e durante il delitto Moro.

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