Categoria: Brigate Rosse

  • 19 Febbraio 1977

    Viene arrestato sulla provinciale per Rho il brigatista Enzo Fontana.

    A sera sulla provinciale per Rho una pattuglia della stradale controlla lo scarso traffico. Gli agenti scorgono avvicinarsi una Simca, il fanale di posizione spento. Fermano l’auto. Sopra, un giovane biondo, capelli corti, jeans, maglione dolcevita, e una ragazza. Al brigadiere Lino Ghedini, 45 anni, e all’appuntato Adriano Comizzoli, di 41, che chiedono i documenti, il guidatore consegna la patente intestata a Enzo Fontana. Ha precedenti, «gappista» all’epoca di Feltrinelli, il suo nome figura al settimo posto nell’elenco del sostituto procuratore milanese Viola. È in attesa di giudizio. La ragazza è sconosciuta. Quando i poliziotti dicono a Fontana di seguirli in caserma, l’ex-gappista afferra dal cruscotto una rivoltella calibro 38 e spara all’impazzata. Il sottufficiale stramazza al suolo, fulminato; l’appuntato è ferito in modo serio. Il giovane tenta di fuggire a piedi, ma cade malamente e lo trovano ancora riverso a terra i carabinieri della stazione di Rho accorsi all’allarme. Sulla macchina ci sono alcuni documenti delle Brigate Rosse. Quando i polsi gli vengono stretti dalle manette, Fontana dichiara:

    «Sono un prigioniero politico, un combattente comunista e ho dovuto sparare. Umanamente mi rincresce di avere ucciso, ma ritengo di avere la coscienza a posto».

    Più tardi lo indicheranno come uno degli uccisori del procuratore Coco.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 13 Febbraio 1977

    A Roma Valerio Traversi, dirigente del Ministero di Grazia e Giustizia, viene ferito alle gambe dalle Brigate Rosse.

    È indicato dai brigatisti come il regista delle ristrutturazione dei penitenziari in chiave antievasioni.

    Alle ore 8,50, Valerio Traversi, dirigente superiore del Ministero di GG. GG., veniva avvicinato all’incrocio tra via Giulia e vicolo della Moretta, da una donna e un giovane. Quest’ultimo lo feriva alle gambe con numerosi colpi sparati con una pistola munita di silenziatore. Il Traversi aveva curato una inchiesta presso le carceri di Firenze e un’altra presso il carcere di Treviso, ove c’era stata un’evasione.

    Il ferimento fu deciso e attuato dal Fronte delle carceri (v. dichiarazioni Morucci); ad esso parteciparono 4 persone (2 regolari e 2 irregolari), tra cui il Bonisoli e la Brioschi;

    Adriana Faranda fa parte del gruppo operativo che realizza l’azione.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 12 Gennaio 1977

    Piero Costa è catturato davanti alla porta di casa da un commando della Brigate Rosse.

    Genova, Belvedere Montaldo, ore 20.

    Piero Costa 42 anni, ingegnere, armatore, secondo dei nove figli di Giacomo II, già presente della Confindustria, è catturato davanti alla porta di casa da un commando di uomini armati. In due balzano alle spalle dell’industriale che tenta di sottrarsi alla cattura, urla, si divincola. Lo scaraventano su una 132 in attesa, motore acceso. I rapitori, che armi in pugno avevano bloccato la stretta strada, scompaiono. Nel più assoluto segreto cominciano le trattative per il rilascio dietro riscatto. Saranno lunghe e laboriose. Forse i rapitori sono a conoscenza dell’assicurazione antisequestro, per 1.300 milioni, stipulata con Lloyds di Londra da ogni membro della famiglia ed è pure possibile che conoscano un particolare: nella polizza c’è una clausola, il pagamento avverrà soltanto dopo 40 giorni di prigionia. I sequestratori hanno dettato precise condizioni. Alla famiglia è giunta una fotografia Leica di Maria, sorella del rapito, scattata il giorno del funerale del padre. Toccherà alla donna, che lavora presso l’istituto religioso Gesù di Nazareth di Roma, consegnare il denaro. Secondo gli inquirenti, la sera del 26 Marzo, presso il parco di villa Sciarra, nel quartiere Monteverde, a Roma, a ritirare i 1.500 milioni del riscatto sarebbero, secondo la polizia, Maria Pia Vianale e Antonio Lo Muscio, nappisti. Il prigioniero verrà rilasciato il 2 Aprile, dopo 81 giorni di detenzione.

    II rapimento è a scopo di riscatto. Il sequestrato è uno dei nipoti dell’armatore Angelo Costa, capostipite di una delle più facoltose famiglie dell’imprenditoria italiana. Presidente della Confindustria nel primo dopoguerra, Angelo Costa aveva organizzato, con altri industriali, una campagna contro il PCI, comprensiva di finanziamenti per «armare gruppi anticomunisti»; il denaro dell’industriale genovese aveva poi finanziato l’attività anticomunista di Edgardo Sogno.

    Il sequestro di Piero Costa è stato concepito e organizzato da Moretti, il quale ne cura personalmente la gestione concordando col prigioniero i messaggi ai familiari per il riscatto, stabilito nell’ingente somma di un miliardo e mezzo di lire (equivalente a circa 5 milioni di euro odierni).

    Il rapimento è rivendicato dalle Brigate Rosse con un documento infilato nella tasca della giacca dell’armatore al momento del rilascio:

    La capacità della nostra organizzazione di resistere alla repressione e anzi intensificare sul altri obiettivi l’attacco allo stato, ha incrinato l’apparente omogeneità politica e di interessi pomposamente sbandierati con ripetuti vertici in questura. Al fine di approfondire la contraddizione apertasi tra la multinazionale Costa e gli altri organi dello stato abbiamo scelto tatticamente di mantenere riservata la prima fase dell’operazione. Questa lacerazione del fronte nemico ha consentito di imporre alla multinazionale Costa la tassazione di un miliardo e cinquecento milioni, che si inserisce coerentemente nella linea di esproprio totale dei beni e dei mezzi di produzione rapinati dalla borghesia al proletariato.

    L’ingente somma di denaro ottenuta col sequestro Costa permette a Moretti di consolidarsi come capo-padrone delle Br, e di dotare l’organizzazione di una disponibilità finanziaria quale mai ha avuto prima. Denaro che verrà utilizzato per comprare armi, appartamenti, per stipendiare vecchi e nuovi arruolati, e per preparare la “operazione Moro”. In pratica i Costa, trent’anni dopo avere volontariamente finanziato l’attività anticomunista di Edgardo Sogno, sono stati costretti a finanziare il terrorismo “comunista” delle Br.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 2 Gennaio 1977

    Prospero Gallinari evade dal carcere di Treviso dov’era detenuto.

    «Avevamo avvertito più volte il ministero della assoluta insicurezza di questo carcere», dichiara il direttore del penitenziario, «ma non ci hanno mai nemmeno risposto. L’ultimo fonogramma lo avevamo fatto il 31 dicembre».

    Molti anni dopo l’ex ministro Taviani farà in proposito una gravissima rivelazione: «Il generale Dalla Chiesa mi disse che la fuga di Gallinari dal carcere venne favorita con lo scopo di scovare Moretti». In effetti il brigatista ex del Superclan, appena evaso, raggiunge Moretti a Genova, dove si sta organizzando il sequestro Costa, ma nessuno “scova” il capo delle Br. E Gallinari potrà partecipare prima al sequestro Costa, poi alla strage di via Fani, svolgendo un importante ruolo durante il sequestro Moro.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 15 Dicembre 1976

    A Sesto San Giovanni (Milano), il brigatista Walter Alasia uccide il vicequestore Vittorio Padovani e il maresciallo Sergio Bezzega, ma rimane ucciso a sua volta.

    Alle prime ore dell’alba del 15 Dicembre in Via Leopardi a Sesto San Giovanni dieci poliziotti si appostano agli angoli di un caseggiato popolare che dà sulla strada. Fa freddo, fuori è ancora buio. Altri cinque uomini infilano la scala G, si fermano sul primo pianerottolo davanti a una porta con una targhetta d’ottone con scritto «Alasia». Due hanno giubbotto e maschera antiproiettile, gli altri tre indossano soltanto un cappotto: sono Vito Plantone e Sergio Bazzega dell’antiterrorismo e Vittorio Padovani, commissario di Sesto San Giovanni. Hanno un mandato di perquisizione per Walter Alasia, ex studente, vent’anni, famiglia operaia. Suonano, un trillo secco. «Polizia, aprite» e bussano col calcio dei fucili alla porta di casa.

    Secondo il racconto della sorella, la madre va a vedere chi è alla porta, pensando inizialmente ad uno scherzo di qualche amico di Walter, e quindi che la polizia stia cercando il figlio per la sua renitenza alla leva.

    Poi chiama il padre che nell’agitazione creatasi non riesce a trovare le chiavi di casa.

    Ad aprire la porta  è un uomo in pigiama, capelli bianchi. È Guido Alasia, il padre di Walter. In fondo al breve corridoio c’è la madre, Ada Tibaldi, in camicia da notte. Entra Sergio Bazzega, va verso l’ultima porta sulla destra seguito da Vittorio Padovani. Walter Alasia è già in piedi accanto al letto del fratello Oscar che di anni ne ha ventitre. Rivoltella in pugno, scosta la porta, allunga il braccio e spara sui due poliziotti un intero caricatore. Poi richiude, ricarica l’arma, indossa i pantaloni e il giubbotto, si avvicina alla finestra del balcone, alza la tapparella e si butta in cortile, il salto è poco più alto di un metro.

    Parte una raffica. Colpito alle gambe Walter Alasia cade, resta raggomitolato sulla ghiaia. Passa qualche minuto, si avvicina la sirena di un’ambulanza. Esplodono gli ultimi colpi. È un solo proiettile che uccide Walter Alasia.

    Nel conflitto a fuoco rimangono uccisi in casa Sergio Bazzega, 32 anni, maresciallo dell’antiterrorismo, il vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani, di 47 anni e lo stesso Alasia, colpito in cortile, dove sta fuggendo dopo essere saltato da una finestra, mentre i genitori, secondo il racconto della madre, sono tenuti sotto la minaccia delle armi da parte delle forze dell’ordine.

    Il racconto della madre, Ada Tibaldi

    «Mi sono svegliata subito, ho il sonno leggero. Non ho guardato la sveglia, non ho pensato che ora fosse. Faccio le punture e capita che mi vengano a chiamare anche di notte, inquilini della casa. Mi alzo, accendo la luce nel corridoio, guardo nello spioncino della porta. Vedo due quasi inginocchiati, sull’orlo della scala, con qualcosa sulla faccia, come una maschera quadrata. Non mi viene in mente la polizia, penso che sia uno scherzo, penso che siano gli amici di Walter, che andavano e venivano a qualsiasi ora. Non ero preoccupata. Chi è? chiedo. Polizia, aprite, mi rispondono. È una voce ferma, dura, non poteva essere uno scherzo. Non me la sento di aprire, vado a svegliare mio marito, lo scrollo per una spalla. Se gh’è? fa lui. Polizia, dico io. Polizia? Rovescia le coperte, si alza, si mette a cercare le chiavi. Battono contro la porta con il calcio del fucile, aprite aprite, sappiamo che è in casa. Mio marito trova la chiave, apre e si spalanca la porta, mentre nella stanza dei ragazzi c’è qualcuno che si muove, ma è questione di secondi. Vedo entrare un uomo giovane, coi baffi, che con un foglio in mano va dritto verso la camera di Walter. C’è un altro subito dietro, anche lui giovane, ma non faccio in tempo a guardarlo perché Walter è già sulla porta e si mette a sparare. Non avevo mai sentito dei colpi di rivoltella, erano come scoppi di mortaretto. L’uomo coi baffi si gira, fa un lamento, cade nel ripostiglio, all’indietro, la faccia che ha cambiato di colpo colore. Non posso togliergli gli occhi di dosso, penso che sia morto, e Walter continua a sparare, tanti colpi. Basta, per carità, gli grido, ma lui sposta il braccio e spara sull’altro, che però io non vedo cadere. Poi Walter mi guarda senza dire una parola. Ha la faccia tranquilla, nessun segno di agitazione. Ma cos’hai fatto, gli grido, ma lui accosta la porta. Ho il cervello vuoto, come paralizzato. Vedo che stanno tirando per i piedi l’uomo che era caduto nello sgabuzzino e sento un rumore metallico, come se strisciassero dei chiodi. Mi metto davanti alla porta dei ragazzi, sento la tapparella che si alza, poi sento un ah, come un mi fa male, mi hanno beccato. Mi scostano, mi prendono per un braccio, mi portano in soggiorno, dove c’è mio marito sdraiato sul divano. Ma io ritorno nella stanza dei ragazzi mi affaccio alla finestra e vedo Walter disteso su un fianco, con le gambe piegate. Corro in soggiorno, l’hanno ammazzato, dico a mio marito, e lui forse non capisce. È pallido, disfatto, un vecchio. La casa è piena di gente che va, viene, parla, grida, esce, ritorna. Bastardo, sento dire e sento anche la voce di Oscar che protesta, ma è mio fratello. Poi sento la sirena dell’autoambulanza e ancora dei colpi, colpi di rivoltella, mi sembra. Viene Oscar e mi dice di non preoccuparmi, che Walter l’avevano solo ferito alle gambe. Mio marito stava male, bisognava chiamare un dottore, chiedo se si può telefonare al nostro dottore. Telefoni pure, mi dicono, ma è Oscar che telefona, e io mi avvolgo in una coperta di lana che mi avevano buttata addosso. C’era un freddo da battere i denti e io ero con una camicia da notte leggera. C’era un poliziotto giovane con i capelli lunghi e la barba seduto vicino a noi, e io ogni tanto, cos’è successo in cortile? Lui rispondeva che non c’era da preoccuparsi. Non riuscivo a pensare agli altri due, pensavo solo a Walter, e chiedevo di Walter a tutti quelli che andavano e venivano. Allora un brigadiere coi gambali che si era messo proprio sulla porta mi dice che loro non ammazzavano la gente, che sparavano solo alle gambe. Avevo quasi la certezza che Walter non fosse morto ma lo stesso facevo domande, perché non potevo avvicinarmi alla finestra. Poi, in mezzo a quella confusione, gente in divisa, gente in borghese, forse pezzi grossi della polizia, vedo arrivare un inquilino del terzo piano con addosso una giacca di lana della moglie. S’intrufola dentro, va alla finestra, guarda attraverso le fessure della tapparella, si volta e mi dice, ma signora Alasia, Walter è ancora là fuori. Erano passati venti minuti, mezz’ora, e se Walter era ancora in cortile doveva essere morto. Ma io non accettavo l’idea della morte, non potevo credere che Walter fosse morto. Faccio per alzarmi ma non mi lasciano, mi dicono di stare seduta. Si accorgono dell’inquilino, lo investono, ma chi è?, cosa fa?, lo sa che adesso lei non va più via?, e lo portano fuori. Arriva il medico, dice che ha fatto fatica ad arrivare perché ci sono camionette dappertutto. Visita mio marito, che si è ripreso, e io continuo a chiedere di Walter, se è ancora là, cos’è successo in cortile. Mi dicono, non lo sappiamo, lo sapremo, lo portano in ospedale, non si preoccupi. Ero con questo filo di speranza, non riuscivo a vedere Walter morto, lo immaginavo in un letto di ospedale, con qualcuno attorno che lo curava. Ogni tanto mio marito mi parlava, sottovoce, ma perché?, e io non sapevo cosa dire. Era già chiaro, giorno fatto, ci dicono di vestirci. Davanti a tutti? Non si preoccupi, rispondono. Mi metto sottana e golf, mi infilo il paltò e un poliziotto in blue-jeans, un ragazzo, mi prende sottobraccio e mi fa, signora, là fuori sono come avvoltoi, si tiri su il bavero, mi stia vicino. Avevo sempre provato rabbia quando in televisione vedevo certa gente disperata e i fotografi attorno che fotografavano quella disperazione. Mi tiro su il bavero, esco, sento un mormorio, vedo una gran folla. Tiro dritto, mi mettono in una stanza piena di borse e di sedie. Fumo una sigaretta dietro l’altra e loro sono gentili, signora, non si preoccupi, stia calma. Passa un’ora, forse due, e mi spostano in uno stanzone dove c’era mio marito. Ci sediamo uno di fronte all’altra, ci guardiamo, e allora si avvicina un uomo coi capelli grigi, la pipa in bocca, che appoggia le mani sul bordo del tavolo: ma non lo sapete che vostro figlio era delle brigate rosse? volete piangere per quel delinquente là? Io ho abbassato la testa e non l’ho più rialzata.»

    Il racconto del padre, Guido Alasia

    «La polizia picchiava contro la porta e io non riuscivo a trovare le chiavi. Vengo, dico, e continuo a cercare. Le chiavi erano nella tasca della giacca che era infilata sullo schienale di una seggiola, vicino al letto. Vado, apro e mi vedo davanti due mostri, due marziani, con una maschera sulla faccia. Mi tiro da parte, mi metto sulla porta del soggiorno e ho l’impressione che qualcuno mi passi di fianco, un’ombra, e intanto mi viene questo pensiero, che venivano a prendere Walter perché non aveva risposto alla cartolina militare. Ma è un lampo, sento subito sparare. Volto gli occhi, vedo il braccio teso di Walter, sento altri spari, come colpi di martello su un legno stagionato. Mi mancano le gambe, faccio qualche passo indietro e con le mani cerco la tavola per appoggiarmi. Cado per terra, di schiena, non riesco a tirarmi su, avevo le gambe molli che non rispondevano. Non ricordo come ho fatto a sedermi sul divano, se qualcuno mi abbia aiutato. Non avevo più saliva in bocca, avevo l’affanno, cercavo di prendere respiro ma non mi veniva, e vedo passare, ma confusa, una macchia scura che trascinavano per il corridoio. È un uomo, penso, è stato mio figlio. Da fuori arrivano altri colpi e dico, qui stanno sparando a Walter, Walter è morto, non poteva scamparla. Il fiato mi mancava sempre, come stessi per affogare. Sentivo della gente che parlava, che gridava, ma in distanza, vedevo tutto sfumato, tante ombre. Poi il fiato mi viene di colpo, tiro su e mi viene, e vedo allora la faccia di Oscar, spaventata, stravolta. Sotto la pendola c’era un ragazzo col mitra sulle ginocchia che mi guardava. Mia moglie mi era di fianco, e io le chiedo, ma chi è Walter?, cos’ha fatto Walter? Lei scuote la testa, continua a sospirare. Cercavo di riordinare le idee, pensavo a Walter, pensavo al senso di insicurezza che mi aveva sempre dato quel ragazzo là. L’avevo visto io sparare, l’avevo visto io con la rivoltella in pugno. Arriva il medico e mi visita, un poliziotto mi chiede se voglio andare in ospedale. Rispondo di no, voglio stare con mia moglie, con Oscar. Ci portano i vestiti, ci fanno vestire e allora mi dico, qua bisogna uscire calmi, qua bisogna controllarsi. Fuori c’è un mare di gente ma io non vedo nessuno. M’accorgo solo di un gruppo di bambini che mi girano attorno per farsi fotografare, ma non mi danno fastidio, so come sono fatti i bambini. Mi portano da una macchina all’altra e non trovano le chiavi, continuano a dire, andiamo di qua, andiamo di là, e questi bambini che saltano in giro. Mi fanno entrare su un’Alfa Romeo, mi siedo di dietro. Era la prima volta che mi trovavo con un poliziotto di fianco. Appena partiti mi manca ancora il respiro e loro vogliono farmi fermare, vogliono portarmi in ospedale. Io dico di no, dico che vado dove va mio figlio, dove va mia moglie, e penso, qua non torno più a casa, me se dovevo pagare avrei pagato anche io, era giusto. Non ero mai stato in questura, non sapevo neanche dove fosse e adesso mi sembrava di entrare dentro una caserma, coi corridoi e le camerate. Chiedo di poter prendere un caffè, perché ho sempre la gola secca. Mi accompagnano al bar, è un poliziotto che vuole pagare, a tutti i costi. Non ricordo bene ma mi sembra che sia stato allora che mi hanno detto di Walter, delle brigate rosse. Come operaio non potevo neanche credere che ci fosse quella gente là, per me le brigate rosse era quello della vespa che aveva sparato a Genova contro un fattorino. Ascoltavo e stavo zitto, e mi dicevo, adesso telefoneranno in ditta, chiederanno cosa sono, cosa faccio. Mi portano di sopra in uno stanzone dove poi arriva anche mia moglie. Ci sediamo di fronte senza parlare e s’avvicina un uomo sui cinquant’anni, in borghese, con la rivoltella nella cintura, che dice che non era il caso di piangere per quel delinquente. Io lo guardo e gli dico, cosa vuole, io sono solo un padre disperato. Restiamo lì io e mia moglie e passa altro tempo, e quello con la rivoltella che ci gira sempre attorno. Poi mi fanno andare in un altro stanzone dove arrivano di continuo dei poliziotti che prendono della roba, la riportano, l’appoggiano sul bancone. Reclamavano, protestavano, in meridionale, perché in piazza c’era un’altra manifestazione. Io continuo a pensare a Walter, le brigate rosse, cosa mi chiederanno, cosa mi faranno, cosa faranno a mia moglie, cosa succederà a Oscar, e mi dico, venga quel che venga, qua non posso più farci niente. Saranno state le quattro, le cinque, quando mi chiama il magistrato, un uomo alto, gentile. Mi fa sedere, mi parla, mi fa delle domande e mi mostra una patente con su una foto di Walter, una faccia brutta, spiritata, i capelli lunghi, una di quelle foto che si fanno ai baracchini della stazione. Sotto c’era un nome che cominciava per De, De Ruggero, De Francesco, non ricordo. Ma Walter non ha mai avuto la patente, dico io. Il magistrato sorride, l’aveva, l’aveva, aveva questa. Mi dice anche che Walter s’era preso un nome di battaglia, Luca, e che girava con una 126. Poi mi fa vedere un portafoglio con 60 000 lire dentro, anche quello di Walter. Ma doveva aveva preso quei soldi se non lavorava? Mi dice che era un mese che tenevano sott’occhio Walter, che controllavano le sue telefonate. Avevano trovato i suoi occhiali in un appartamento di brigatisti, a Pavia, un mese prima, e poi erano arrivati a Walter attraverso l’ottico che glieli aveva venduti. Da allora Walter era ormai incasellato. Quando poi il magistrato mi dice che potevo andare, non mi sembra neanche vero. Nell’uscire incontro Oscar e tutti e due ritorniamo in taxi. Ci dice il taxista, vi ho preso su perché avete due facce oneste, di questi tempi bisogna stare attenti. Arrivati in via Leopardi ci chiede se quella era la casa della sparatoria, e io gli dico che era proprio quella. Io e mia moglie siamo poi rimasti svegli tutta la notte, a parlare, a lambiccarci il cervello. Avevamo visto Walter in obitorio, sotto il lenzuolo, e ci era sembrato perfino più alto, cresciuto di venti centimetri, un bell fioeul. La giornata dopo l’ho passata steso sul divano, con un mal di testa che andava e veniva. Ma quando ho visto aprire la porta, quando ho visto che entravano quelli del consiglio di fabbrica, prima Castiello, poi Pizzetti, poi Giotto, mi sono detto, ci siamo, mi è venuto il groppo in gola.»

    Il racconto del fratello, Oscar Alasia

    «Ho sentito un colpo e poi un uomo che parlava a voce alta, ma non ho capito la parola polizia. Ho socchiuso gli occhi, ero ancora impastato di sonno. Mio fratello invece era sveglio e stava per alzarsi. Vedo che va all’attaccapanni, nell’angolo, e tira fuori qualcosa dal suo giubbotto. Mi tiro su dal letto, cosa stai facendo? gli dico. Lui mi guarda senza rispondermi e va dietro l’armadio. Dal mio letto non lo vedo più ma sento che apre la porta. Poi dei colpi, come se scoppiassero petardi. Walter, cosa fai Walter? mi metto a gridare. Lui è sempre dietro l’armadio e partono altri colpi, sempre come petardi. Walter si gira, sfiora il mio letto, va ancora all’attaccapanni, s’infila il giubbotto e i calzoni, carica di nuovo la rivoltella. Aveva gesti rapidi, sicuri, non mostrava eccitazione. Aveva una faccia tranquilla, solo un po’ cupa, come se fosse contrariato. Walter, cos’hai fatto Walter? Lui non mi dà neanche un’occhiata, si infila la rivoltella nella cintura, si avvicina alla finestra, due strattoni alla tapparella e salta giù. Sento una raffica, breve, corro al balcone, gridando, Walter, Walter. Era steso su un fianco, le gambe piegate, immobile. Lo chiamo ancora, Walter, Walter, e uno allora mi prende per un braccio, una leggera stretta, vieni via che è pericoloso. Vado in soggiorno, mio padre era mezzo coricato sul divano, con la faccia terrea, agitatissimo. Qua gli viene un infarto, penso. Si sentono altri colpi e mio padre mi dice, vai a vedere Walter. C’era la casa già piena di poliziotti, mi infilo in mezzo a loro, ritorno al bancone. Walter era supino, a faccia in su, con le gambe leggermente piegate. Qua gli hanno sparato ancora, penso, e un poliziotto giovane, avrà avuto la mia età, coi capelli lunghi e la barba, mi afferra forte per un braccio e mi dà uno strattone, vieni via che è pericoloso. Mio padre era sempre smorto, col respiro faticoso. Mia madre gli era vicino e piangeva. Dei tre il più controllato ero io, forse perché non mi sembrava vero quel che stava succedendo, avevo sempre quel senso di irrealtà. Vado in cucina, preparo un caffè per mio padre e mi viene dietro un uomo anziano, col cappotto, un maresciallo, penso. Mi dice piano, parlandomi quasi alle spalle, tuo fratello è morto, era delle brigate rosse. Brigate rosse? Brigate rosse, fa lui, era un pezzo grosso. Verso il caffè, mi trema la mano, vedo entrare i barellieri: ma non siete stati in cortile? non avete portato via mio fratello? gli dico. Porto il caffè a mio padre e mia madre mi chiede, e Walter? È ferito alle gambe, adesso lo portano via, in ospedale, le dico io. Poi mi portano nella mia stanza e cominciano a perquisire, Questa agendina?, mi fanno. È mia. La guardano, fanno scorrere le pagine, la rimettono sul tavolino da notte. Aprono l’armadio, tirano fuori i vestiti: di chi è questo? è mio, e questo? è di mio fratello. Guardano sotto il letto di Walter, frugano fra i materassi, tirano fuori una maschera da carnevale, di quelle maschere mostruose che si adattano alla faccia. Era la prima volta che la vedevo. Poi uno si avvicina a una pila di giornali e di riviste che Walter raccoglieva in un angolo, dietro la libreria. Cerca, disfa il mucchio, trova dei pacchetti sigillati con lo scotch. Ne apre uno, estrae un foglietto e fa, ecco, brigate rosse, questo era tuo fratello, e mi mostra un foglio con la stella a cinque punte. Stentavo a credere a quel che vedevo coi miei occhi e loro continuavano a cercare, senza fretta. Sarà passata mezz’ora, tre quarti d’ora, la perquisizione era quasi finita, quando uno, come per caso, solleva il divano letto. Nascosta fra il materasso e la rete c’era una borsa grigia, di plastica, di quelle che si usano per il tennis. Guarda cosa c’è qua, dice. Dentro c’era una carabina col calcio segato, di quelle col caricatore che si infila dall’alto. E tu non sapevi niente di tutta questa roba? mi fanno, e io pensavo, ma cosa può aver fatto Walter? cosa credeva di fare? ha rovinato una famiglia e basta. Ma non pensavo tanto a me, pensavo a mia madre, a mio padre, pensavo a Walter, che avevo sempre visto come un ragazzo tenero, per niente violento. Allora mi dico, è un omicida ma non è un delinquente. Fumavo una sigaretta dietro l’altra e quando mi hanno portati in questura ne avevo già finito un pacchetto. Ma riuscivo ancora a tenermi su, a controllarmi. Solo verso sera mi è venuto il crollo e ho avuto una crisi di pianto che non smetteva più.»

    Secondo quanto è scritto da chi ne condivideva le idee, Alasia si trovava in casa perché «nei giorni della più dura repressione cerca dove dormire, ma tutte le porte si chiudono o lui non si fida più di nessuno»

    I militanti dei Comitati Comunisti Rivoluzionari lo onoreranno così dalle pagine di «Lotta Continua» il giorno del suo funerale:

    «La lotta di classe è fatta anche di morti, come di morti è fatto il mondo del lavoro salariato a cui siamo costretti per vivere (sei operai ogni giorno muoiono sul luogo di lavoro). A volte muoiono anche i nemici degli operai. Ognuno piange i suoi […]. Il vero terrorismo è quello economico che fanno i padroni, è quello della stampa, è quello che cinquanta poliziotti armati di mitra hanno fatto a Sesto […]. Il terrorismo l’ha fatto la polizia nei confronti di tutti noi. Walter ha risposto col fuoco: possiamo essere d’accordo o no con lui, ma il terrorismo contro gli operai non è stato il suo, ma quello dello Stato e dei suoi uomini armati, è quello che si attua con scioperi come quello di oggi, che mettono operai e padroni insieme per difendere solo il potere e chi lo detiene; cioè quelli che nella storia passata e di oggi ammazzano operai e contadini in lotta. Salutiamo il compagno Walter, militante comunista».

    È dal 1962 che gli Alasia abitano lì. Ada e Guido, genitori di Walter, sono originari di Nole, in Piemonte. Lui lavora in una media impresa, l’Ortofrigor, come operaio specializzato, modellista; lei decide proprio in quel periodo di lasciare i bambini con la suocera a casa, e di lavorare alla sapsa, del gruppo Pirelli. È una storia che parla del lavoro in fabbrica, degli orari, del cottimo, degli scioperi e delle difficoltà dell’industria italiana. Ada e Guido fanno parte della CGIL e delle commissioni operaie interne alle fabbriche dove lavorano. Poi arriva il ’69, le lotte operaie, e mentre Walter cresce quelle lotte arrivano anche alle scuole medie, protagonisti il movimento studentesco della Statale di Milano e poi Lotta Continua. Walter è un ragazzo come tanti. Fa parte dei comitati studenteschi, partecipa ai tentativi di occupazione, poi si stufa e lascia la scuola, ma non la politica. Cambia diversi lavori, ma ciò non preoccupa tanto i genitori, fra un po’ dovrà partire militare, poi magari gli troveranno qualcosa lì dove lavora il padre, magari come modellista. Walter ha una certa inclinazione per il disegno, all’inizio lo avevano mandato a Milano, in una scuola per cartellonisti. Non era andata bene e lui aveva preferito frequentare l’ITIS di fronte casa, lì a Sesto.

    Walter scriveva alla cugina a Nole e le mandava alcuni libri fra cui Omaggio alla nuova Resistenza, una fotocronaca di quel che era avvenuto a Milano fra il 16 aprile 1975, giorno dell’omicidio di Claudio Varalli, studente di diciassette anni ucciso a rivoltellate da un neofascista, e il 21 aprile 1975, giorno dei funerali di un altro studente, Giannino Zibecchi, travolto da un camion dei carabinieri durante i disordini scoppiati due giorni prima in corso XXII Marzo, vicino alla sede del MSI. Nella fotocronaca, immagini di cortei, scontri con la polizia, agenti schierati con lo scudo di plexiglas ai piedi, giovani acquattati dietro le automobili, i bastoni in pugno e il fazzoletto alla bocca: «L’altro libro te lo mando per farti vedere come vivo io a Milano, o perlomeno dov’ero nei giorni dal 16 aprile al 21 aprile 1975. Capirai che ho poco tempo per imparare a ballare!».

    Walter era stato scoperto quando furono trovati i suoi occhiali in una base brigatista a Pavia. Il mandato di cattura per associazione sovversiva e banda armata resta ineseguito. Il telefono di casa Alasia viene messo sotto controllo. Grazie a questi controlli e alla testimonianza degli impiegati risale l’accusa di aver partecipato all’irruzione negli uffici di Democrazia Nuova, un gruppo politico che fa capo a Massimo de Carolis. Lui e tre ragazze avevano legato i quattro impiegati alle seggiole e gli avevano tappato la bocca con i cerotti. Avevano tagliato i fili del telefono, rovistato nei cassetti, preso documenti, schede, denaro: un milione e mezzo.

    Mario Moretti ricorderà così il ragazzo:

    Walter era un compagno molto giovane, quasi un ragazzo, con una intelligenza non comune delle tensioni sociali di quegli anni. Veniva da una famiglia di operai di Sesto San Giovanni, gente del PCI. Erano un mucchio i ragazzi della sua età e della sua provenienza che ci giravano attorno. E anche se erano studenti, tendevano a prendere subito un punto di vista rigidamente operaio.

    Anche Curcio spenderà parole d’affetto e comprensione per quel giovane militante che al ballo e alle discoteche aveva preferito la lotta armata:

    Quando lo incontrai nell’hinterland milanese aveva vent’anni: figlio di operai ancora orgogliosi del loro lavoro, apparteneva a quella nuova realtà di giovani arrabbiatissimi nati nei desolati centri della cintura industriale: San Donato, Desio, San Giuliano, Sesto San Giovanni. Ragazzi spoliticizzati che vivevano di furti e di lavoro nero, individualisti, ma con un forte senso di solidarietà sociale… Mi convinsi che poteva essere estremamente importante per le BR sviluppare un collegamento con quella nuova area di ribellione sociale. Dovevamo tentare di politicizzare quelle bande.

  • 10 Novembre 1976

    A Pavia viene arrestato Antonio Savino e viene scoperto un covo brigatista. (altro…)

  • 1 Settembre 1976

    A Biella le Brigate Rosse uccidono il vicequestore Francesco Cusano. (altro…)

  • 10 Luglio 1976

    A Roma viene assassinato a raffiche di mitra il sostituto procuratore Vittorio Occorsio. (altro…)

  • 9 Giugno 1976

    Prospero Gallinari legge in aula il comunicato sull’omicidio di Francesco Coco.
    Viene fatto pervenire ai giornali un altro Comunicato.

    Durante la settima udienza, alle 16:10 Prospero Gallinari si alza e, come ha annunciato pochi minuti prima, comincia a leggere una dichiarazione da un foglio dattiloscritto.

    Il presidente della corte Guido Barbaro cerca di interromperlo grazie all’aiuto dei carabinieri, ma Gallinari prosegue la lettura grazie all’intervento di altri compagni.

    I brigatisti vengono tutti ammanettati, e il foglio del comunicato tolto dalle mani di Gallinari. La parte non letta verrà trovata addosso agli 11 brigatisti dopo essere stati denudati e perquisiti.

    Il pubblico dell’aula viene caricato dalla polizia.

    Il proclama collega l’attentato terroristico al sequestro Sossi (solo per sancire una qualche continuità fra le “vecchie” e le “nuove” BR), ma annuncia che con il delitto Coco «si apre una nuova fase della lotta di classe che punta a disarticolare l’apparato dello Stato colpendo gli uomini che ne impersonificano e dirigono la sua iniziativa controrivoluzionaria»; né mancano precisi riferimenti alle imminenti elezioni: «Le elezioni del 20 giugno dovrann stabilire il quadro politico [e] si potrà solo scegliere chi realizzerà lo Stato delle multinazionali, chi darà l’ordine di sparare ai proletari. Chi ritiene oggi che per via elettorale si potranno determinare equilibri favorevoli al proletariato o addirittura creare una alternativa di potere… indica una linea avventuristica e suicida. L’unica alternativa di potere è: la lotta armata per il comunismo».

    Non c’è più traccia del “pericolo neogollista” denunciato dalle prime BR, e il riferimento allo “Stato delle multinazionali” è un generico richiamo all’ultima risoluzione della Direzione strategica BR dell’aprile 1975, là dove Curcio aveva sì scritto, per la prima volta, di “Stato imperialista delle multinazionali”, ma aveva poi argomentato: «Il passaggio a una fase più avanzata di disarticolazione militare dell0o Stato e del regime è prematuro e dunque sbagliato per due ordini di motivi:

    1. la crisi politica del regime è molto avanzata, ma ancora non siamo vicini al “punto di tracollo”;
    2. l’accumulazione di forze rivoluzionarie sul terreno della lotta armata, che sempre ha visto negli ultimi due anni una grande accelerazione, ancora non è tale per espansione sul territorio e per maturità politica e militare da consentire il passaggio a una nuova fase della guerra»

    Per cui l’eccidio di Genova è in aperto contrasto con la risoluzione di Curcio.

    Testo integrale del Comunicato n°6 sull’Omicidio di Francesco Coco

    “Ieri 8 Giugno 1976 nuclei armati delle Brigate Rosse hanno giustiziato il boia di Stato Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo. Questa azione realizza i seguenti obiettivi:

    1. dà corpo alla linea strategica dell’attacco al cuore dello stato evidenziando al movimento rivoluzionario che la contraddizione principale di questa fase e quella che oppone il proletariato allo stato in tutte le sue articolazioni coercitive e le sue appendici politiche apparentemente in conflitto dai fascisti assassini di Saccucci ai riformisti e revisionisti. Non ci stupisce affatto perciò che peri compagni comunisti assassinati dalle bande fasciste di Milano e di Sezze e per le decine di operai assassinati sul lavoro in questi giorni non sia stato proclamato dal PCI e dal sindacato neppure un minuto di sciopero mentre per una famigerata canaglia antiproletaria quale è sempre stato Coco sia stato proclamato uno sciopero nazionale. Ciò conferma ancora una volta da che parte stanno i revisionisti e il ruolo consapevole apertamente controrivoluzionario che essi svolgono in difesa dello stato imperialista delle multinazionali.
    2. Sviluppa certamente non conclude l’operazione Sossi il cui scopo era evidenziare dietro la maschera democratica il contenuto ferocemente controrivoluzionario dello stato imperialista. A Coco in tutta la vicenda era stato assegnato, ed egli coscientemente se lo era assunto, il compito di impersonificare fino a diventarne il simbolo questo contenuto. Ma giustiziare Coco non è stata una rappresaglia “esemplare” . Con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe che punta a disarticolare l’apparato dello stato colpendo gli uomini che ne impersonificano e dirigono la sua iniziativa controrivoluzionaria.
      All’interno quindi di questo programma giustiziare i due mercenari guardia del corpo è stato assolutamente giusto: essi non erano due figli del popolo ma sgherri al servizio della controrivoluzione . Gli altri mercenari che non vogliono seguire la loro sorte non hanno che da cambiare mestiere.
    3. Dimostra quanto avevamo affermato nel comunicato numero uno letto in questa aula. Il processo alla rivoluzione proletaria è impossibile. Certamente esso passa anche dai nostri tribunali, ma non in veste di imputata. Oggi insieme a Coco anche voi “egregie eccellenze” siete stati giudicati. Dobbiamo precisare infine che la posizione assunta dagli avvocati di regime è di fatto la motivazione con cui loro escono da questo processo. Ne prendiamo atto e li esortiamo perciò ad andarsene. A questo punto la contraddizione ha come poli noi e voi, signori della corte. Le forze comuniste armate sapranno trarne le debite conseguenze!

    Onore alla compagna Mara Cagol!
    Onore alla compagna Anna M. Mantini!
    Onore alla compagna Ulrike Meinhof!
    Onore a tutti i compagni caduti combattendo per il comunismo!
    Portare l’attacco al cuore dello stato!

    Ventitré ore dopo la furibonda sparatoria di Salita Santa Brigida una voce di uomo chiama la redazione del “Corriere Mercantile”:

    “In Via Cantore, al numero 30 troverete un volantino delle Brigate Rosse. Cercate nella cassetta intestata a Villa.”

    Il messaggio è in una busta commerciale arancione, in cinque copie, battuto a macchina a “spazio uno” e ciclostilato sulle due facciate.

    Testo integrale del Comunicato n°6 sull’Omicidio di Francesco Coco

    Martedì 8 Giugno un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato il procuratore generale della Repubblica di Genova Francesco Coco. La scorta armata che lo proteggeva è stata annientata. Vale la pena ricordare alcune tappe che hanno costellato la lunga carriera di questo feroce nemico del proletariato e della sua avanguardia armata.

    Settembre 1970. In Via Digione crollano gli edifici di un intero quartiere che i pescecani dell’edilizia avevano costruito con i consueti criteri criminali. Risultato 18 proletari massacrati. Per Coco “il fatto non costituisce reato”.

    Ottobre 1971. Nel carcere di Marassi vengono denunciati una serie di pestaggi, nei confronti di molti detenuti, che persino la stampa borghese definirà «di stampo nazista». Coco archivia il tutto sostenendo che il pestaggio senza alcun motivo dei detenuti costituisce «legittima difesa preventiva».

    Novembre 1972. Tramite il suo fedele scudiero Mario Sossi, costituirà quello che lo collocherà all’avanguardia dell’attacco controrivoluzionario sferrato dalla borghesia contro le avanguardie comuniste: il processo al gruppo rivoluzionario «22 Ottobre». L’obiettivo era quello di distruggere sul nascere ogni tentativo di sviluppare la lotta armata per il comunismo. A distanza di quattro anni possiamo constatare che questo obiettivo è chiaramente fallito, ma a suo tempo Coco non lasciò nulla di intentato e si adoperò con la consueta ferocia. Raggruppò attorno a sé l’intera equipe politica della questura di Genova manovrandola come un vero e proprio corpo speciale che con una serie incredibile di provocazioni «costruì» fatti e prove che utilizzati dal tribunale speciale assicurerà il risultato finale: quattro ergastoli e alcuni secoli di galera per tutti i compagni. L’uso in chiave militare di tutti gli organi dello Stato, che è oggi la linea scelta dalla borghesia per affrontare la sua crisi, trovò così in Coco un miserabile precursore.

    Maggio 1974. Le BR catturano e processano il manutengolo di Stato Mario Sossi. Lo Stato deve fornire una nuova prova di forza. Se ne incarica il generale Dalla Chiesa effettuando un massacro di detenuti e ostaggi al carcere di Alessandria. Coco un anno dopo cancellerà l’episodio archiviando tutto. Concluso il processo a Sossi le BR riescono ad imporre lo scambio con i detenuti  compagni della «22 Ottobre». Rispettando la parola data le BR liberano Sossi, ma Coco, dando prova di infinita viltà, nega la libertà ai compagni. A questo punto il tribunale del popolo decide di porre fine al suo bieco operato e lo condanna a morte. Ora questa sentenza è stata eseguita, e gli aguzzini del popolo possono stare sicuri che se il proletariato ha una pazienza infinita, ha anche una memoria prodigiosa e che alla fine niente resterà impunito.

    Compagni, nel tentativo di arginare la sua crisi la borghesia ha scelto la linea della crescente militarizzazione dello Stato. Incapace di controllare il movimento proletario e la sua avanguardia comunista con strumenti esclusivamente politici ha accelerato l’uso delle strutture dello Stato in chiave militare. Da tempo è così iniziato un rapido rafforzamento di tutto l’apparato coercitivo, con la creazione dei corpi speciali dei CC e della PS, che, coperti dalla famigerata legge Reale, scorrazzano come bande di assassini. Senza alcun clamore né atto formale la magistratura in blocco si è mobilitata istituendo veri e propri tribunali speciali che negli ultimi tempi hanno distribuito senza parsimonia secoli di galera alle avanguardie proletarie. Il tentativo di distruggere la resistenza proletaria viene completato dagli aguzzini che nelle carceri nulla tralasciano per arrivare alla distruzione fisica dei proletari detenuti. Magistratura, polizia e carabinieri, carceri, costituiscono ormai un blocco unico, sono le articolazioni cardine di uno stesso fronte militare che lo stato delle multinazionali schiera contro il proletario. Questo è il progetto della borghesia che, caduta ogni possibilità di uscire dalla crisi in maniera indolore, vuole imporre il suo ordine nell’unica maniera che gli è possibile: con le armi, le rifondazioni dello Stato delle multinazionali dovrà venire su queste direttrici, dovrà essere imposta con la distruzione di ogni movimento proletario autonomo.

    In questa situazione, cadono le elezioni del 20 giugno, che dovranno stabilire il quadro politico, le alleanze politiche, che si faranno gestori della realizzazione di questo progetto. Il 20 Giugno si potrà solo scegliere chi realizzerà lo stato delle multinazionali, chi darà l’ordine di sparare ai proletari. Chi ritiene oggi che per via elettorale si potranno determinare equilibri favorevoli al proletariato o addirittura creare un’alternativa di potere, non solo opera una meschina mistificazione, ma indica una linea avventuristica e suicida. L’unica alternativa di potere è: la lotta armata per il comunismo. Occorre acuire la crisi di regime puntando l’attacco al cuore dello stato. Occorre rafforzare il potere proletario armato costruendo il partito combattente.

    In merito al processo di Torino, ripetiamo che tutti i militanti detenuti della nostra organizzazione sono prigionieri politici. Ad essi va riservato il trattamento dei prigionieri di guerra stabilito dalla Convenzione di Ginevra. Il non rispetto di queste norme, sia per quanto riguarda la detenzione, sia per quanto riguarda l’andamento processuale, verrà giudicato per quello che è: crimini di guerra. Ad essi risponderemo con la giustizia proletaria e la rappresaglia.

    Ricordiamo, ad un anno dalla sua uccisione la compagna Mara, caduta in combattimento nella battaglia di Arzello. Il suo sacrificio non è stato vano. Altri hanno raccolto il suo esempio di militanza comunista e lo porteranno avanti fino alla vittoria.

    Genova, 8 giugno 1976.
    Brigate rosse.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 8 Giugno 1976

    Le Brigate Rosse uccidono il magistrato Francesco Coco.

    Dopo essere partita dal palazzo di Giustizia di Genova, in via Pammatone, una FIAT 132 blu del servizio di Stato si ferma all’altezza della salita Santa Brigida, un ripido e stretto pendio con gradoni in selciato, grossi ciottoli rotondi ai lati e mattonata al centro. Un tipico carruggio genovese che si sviluppa da via Balbi, tra il caffè dell’università e la farmacia Contardi. Per strada, pochi passanti, i negozi sono chiusi. La città è avvolta in un torpore dal quale si rianimerà solo dopo un paio d’ore. Dalla 132 scendono il procuratore Francesco Coco e la sua guardia del corpo, il brigadiere Giovanni Saponara.

    Antonio Decana, l’autista, rimane in macchina, a sudare e aspettare. L’altra vettura di scorta, una Giulia con tre agenti a bordo, come sempre, dopo aver accompagnato l’auto del procuratore fino a quel punto, prosegue. Una prassi quotidiana, collaudata e monotona. Francesco Coco e Giovanni Saponara salgono ventiquattro gradoni: ancora una quarantina di passi e l’abitazione del giudice sarà raggiunta. Hanno superato da poco lo slargo di vico Tana, dove ha sede la Camera del Lavoro e l’archivolto con la statua di santa Brigida, quando sentono lo scalpiccìo di altri passi. Il tempo di voltarsi ed essere investiti da una serie di colpi esplosi con pistole silenziate. L’agente di scorta non riesce neppure a mettere mano alla sua arma: cade con le braccia allargate e il viso rivolto in alto. Coco cade invece in avanti, prono. Li troveranno così, uno a fianco all’altro, centrati alla schiena e alla testa: dei tanti proiettili sparati, uno solo andrà fuori bersaglio, conficcandosi nel muro. È finito tutto in un attimo, in un silenzio irreale. Ma non basta: l’autista ha parcheggiato la 132 blu a cento metri dalla salita, occupando un posto per lo scarico merci nello slargo di via Balbi, all’altezza del civico 139, un negozio di abbigliamento. Antonio Decana è un appuntato dei carabinieri, e quello non è il suo lavoro. È la prima volta che funge da autista a un magistrato, perché per quel giorno Stefano Agnesetta, la guardia carceraria preposta a quel compito, ha chiesto un permesso, ignaro che quell’impegno familiare improvviso gli avrebbe salvato la vita. Così come Decana ignorava che per quella sostituzione l’avrebbe persa senza rendersene nemmeno conto, seduto al volante, in attesa del rientro del brigadiere Saponara, sotto un sole che picchia in modo anomalo per quei primi giorni di giugno. Non ha dato peso a quelle due persone ferme a parlottare vicino all’hotel Milano-Terminus, che poi sono improvvisamente scattate verso di lui e, una volta giunti a due passi dalla 132, gli hanno sparato. Antonio Decana muore quasi senza accorgersene. Non sono ancora scoccate le due del pomeriggio quando chi ha sparato si dilegua nei carruggi.

    L’eccidio di Genova rappresenta una svolta nella pratica terroristica delle BR: è una vera e propria azione di guerra, in un Paese che abiura la guerra per principio costituzionale. «È un passaggio importantissimo per quel che diventeremo» dirà Moretti.

    Di fatto, la feroce uccisione di un magistrato, di un poliziotto e di un carabiniere sembra avere un solo obiettivo pratico: insanguinare la campagna elettorale con un delitto “rosso” e “comunista”. Più in generale, la strage è l’adesione pratica delle BR morettiane alla proposta del Mossad di assumere un ruolo nell’ambito del terrorismo internazionale, proposta che le vecchie BR avevano invece rifiutato.

    Francesco Coco, procuratore di Genova, aveva sessantacinque anni, era sposato, aveva tre figli. E aveva cominciato a morire due anni prima: nel maggio del ’74, quando era venuto meno alla parola data alle Brigate Rosse, bloccando la liberazione degli otto appartenenti alla 22 Ottobre dopo il rilascio del giudice Sossi. Quella di Coco è la cronaca di una morte annunciata. Su un muro del palazzo di Giustizia di Genova, pochi giorni prima di quell’8 giugno, si leggeva: «Uccidendo Coco uccideremo gran parte dello stato borghese». Sei ore dopo l’agguato arriva una telefonata alla redazione del «Secolo XIX», il quotidiano genovese:

    «Siamo le Brigate Rosse. L’attentato a Coco è stato fatto da noi. Vi manderemo un comunicato».

    Che arriva puntuale. Ci sarà anche una seconda rivendicazione, all’interno di un’aula di tribunale: quella del primo processo alle Brigate Rosse apertosi davanti alla Corte d’Assise di Torino, nel quale erano implicati Alberto Franceschini, Renato Curcio, ed altri nove del nucleo storico. Uno di loro, Prospero Gallinari, cercherà di leggere
    un comunicato:

    «Ieri i nuclei armati delle Brigate Rosse hanno assassinato il boia Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo…».

    Il magistrato lo interromperà subito, i carabinieri sottrarranno a Gallinari il foglio del comunicato, che però arriverà comunque nelle mani dei giornalisti. Che leggeranno così anche l’inquietante minaccia rivolta alla corte: «Giustiziare Coco non è stata una rappresaglia esemplare, con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe, oggi insieme a Coco siete stati giudicati anche voi, egregia eccellenza».

    La “propaganda armata” delle prime BR (Curcio – Franceschini – Cagol) non c’è più, sostituita dal terrorismo militare e sanguinario delle nuove BR di Moretti.

    Il quale è arrivato a cancellare il “Fronte di massa”, cioè l’organismo che nelle prime BR si occupava delle problematiche di fabbrica: a conferma che la classe operaia non è al centro dell’azione delle BR morettiane.

    Il giorno dopo, il 9 Giugno 1976, le Brigate Rosse faranno pervenire il Comunicato sull’omicidio.