Tag: Adriana Faranda

Adriana Faranda nasce il 7 Agosto 1950. Cresce a Palermo, dietro Via Libertà. Discende da una delle famiglie più nobili della Sicilia, quella degli Joppolo-Paterniti: duchi di Sinagra, conti di Naso, baroni di Sant’Andrea e proprietari fin dal 1200 di boschi, agrumeti e terreni.

Nel 1969 si avvicina a Potere Operaio, dove conosce Luigi Rosati che sposerà nel Dicembre 1970.

Nel Febbraio 1971, i due anno una figlia, Alexandra (che diventerà poi il suo nome di battaglia). Nel 1972 lascia Luigi Rosati (che peraltro spesso la picchiava e la relegava a una vita borghese che Adriana non poteva accettare) e incontra nuovamente un ragazzo che aveva conosciuto con Potere Operaio: Valerio Morucci.

Nel Luglio 1974 Adriana rimane di nuovo in cinta, ma è il momento in cui si sta avvicinando alla lotta armata e alle Brigate Rosse: con Valerio decidono di abortire per continuare la lotta rivoluzionaria.

  • 29 Maggio 1979

    Adriana Faranda e Valerio Morucci vengono arrestati a Roma.

    I due erano usciti dalle Brigate Rosse già dall’Aprile del 1979. Erano coinquilini di Giuliana Conforto, del tutto ignara della loro identità.

    Alle 23:00 suonano il campanello dell’appartamento. Adriana e Valerio erano in una stanza, Giuliana nell’altra. Fortunatamente le due figlie di Giuliana non c’erano. Adriana cerca di bloccare la padrona di casa, ma non fa in tempo. Dall’uscio appena dischiuso sbuca un mitra. Adriana Faranda finge di non sapere che cosa stia succedendo, dà le generalità false, ma un poliziotto le da due ceffoni che la fanno cadere a terra. Valerio cerca di difenderla, ma lo bloccano.

    I due vengono portati alla Questura centrale e messi in isolamento. Solo la mattina dopo verranno trasferiti in carcere.

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  • 21 Dicembre 1978

    A Roma vengono feriti Gian Antonio Pellegrini e Giuseppe Rainone, due agenti della scorta di Giovanni Galloni.

    Il commando delle Brigate Rosse agisce da un auto. Alla guida c’è Alessio Casimirri, dietro sua moglie Rita Algranati. Mentre a sparare dalla parte destra dell’auto sono Prospero Gallinari e Adriana Faranda.

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  • 10 Ottobre 1978

    A Roma le Brigate Rosse uccidono Gerolamo Tartaglione, magistrato di Cassazione e direttore generale degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia.

    Gerolamo Tartaglione è un uomo mite, molto amato dai suoi colleghi. All’agguato prendono parte Alessio Casimirri, Massimo Cianfanelli, Alvaro Loiacono e Adriana Faranda. Lei viene coinvolta all’ultimo momento, con il ruolo di copertura. È armata di mitra.

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  • 9 Maggio 1978

    Aldo Moro viene ucciso, e il suo cadavere viene fatto ritrovare nel baule di una Renault 4 rossa in Via Caetani, a Roma.

    Intorno alle sei e mezzo sette del mattino, ad Aldo Moro vengono riconsegnati i vestiti, spruzzati di acqua e della sabbia di Ostia per depistare le indagini. Non gli viene detto che va a morire. Aldo Moro va a salutare tutti i suoi carcerieri, anche quelli che non ha mai visto. Viene bendato, chiuso in una gerla di vimini e condotto nel garage, dov’è parcheggiata la Renault rossa.

    Anna Laura Braghetti ricorda:

    «Era molto presto, forse le sei e mezzo, le sette. Casualmente quella mattina, proprio in quel momento uscì una signora della casa. Io ero fuori dal box e, poichè la serranda non era completamente chiusa, lei vide la parte posteriore della Renault. Nel garage c’era già Aldo Moro e anche chi lo avrebbe ucciso… La signora si allontanò quasi subito… Insegnava fuori Roma… I colpi furono sparati con il silenziatore, e di lì a breve la macchina uscì da Via Montalcini».

    «Ricordo che avevo il cuore in gola. Nel box della donna c’erano due macchine… Per prendere la sua ne doveva spostare una e andava molto di fretta. Da dove si trovava, la signora poteva vedere benissimo il fascione della Renault, un particolare inconfondibile… Mi prese il panico, non sapevo cosa fare: infine, mi offrii di aiutarla. Lei mi rispose gentilmente che non era necessario, che doveva far presto. Fece molto rumore. Io ero agitatissima. Dentro al box con Moro c’erano già Moretti e il “quarto uomo”… Prospero Gallinari era rimasto a casa».

    A sparare a Moro è stato Mario Moretti.

    «Non avrei permesso che lo facesse un altro. Era una prova terribile, uno si porta addosso la cicatrice per tutta la vita… Eravamo nel box dell’auto di Lauretta. Con Moro. Era buio. Controlliamo che dalle scale non stia scendendo nessuno. Il colpi sono di due armi, tutti con il silenziatore…»

    Valerio Morucci incontra Bruno Seghetti intorno alle sette del mattino. Poco dopo, a bordo di una Simca verde, i due brigatisti si affiancano alla Renault 4 rossa che sta trasportando il cadavere di Aldo Moro. Il luogo prescelto per il contatto è l’isola Tiberina. Da lì le due auto procedono insieme fino a Via Caetani, con la Simca in testa a fare da battistrada, una strada attigua a via delle Botteghe Oscure e a pochi passi da Piazza del Gesù. La Renault rossa viene parcheggiata al posto di un’altra auto che stava tenendo il posto, e che se ne va al momento opportuno.

    La scelta cade su Morucci all’ultimo momento, prima era stata presa in considerazione Adriana Faranda.

    Sulla Renault 4 viaggiano Mario Moretti e Germano Maccari, sulla Simca oltre a Valerio Morucci viaggia Bruno Seghetti.

    Alle 11 Valerio Morucci e Adriana Faranda si incontrano alla Piramide davanti alla stazione della metropolitana. Durante tutta l’operazione Adriana resta in ascolto alle radio della polizia. Solo quando passa abbastanza tempo senza che si sappia nulla si reca al luogo dell’incontro.

    Poi si recano insieme alla Stazione Termini, un luogo pieno di gente, per chiamare il professor Tritto, per annunciargli dove era stato lasciato il cadavere di Moro.

    Ci arrivano poco dopo mezzogiorno. Era sempre Valerio a telefonare per conto delle Brigate Rosse.

    Trascrizione della telefonata di Valerio Morucci al professor Tritto

    «È il professor Tritto?»
    «Chi parla?»
    «Il dottor Nicolai.»
    «Chi, Nicolai?»
    «È lei il professor Franco Tritto?»
    «Sì, ma voglio sapere chi parla.»
    «Brigate rosse, ha capito.»
    «Sì.»
    «Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro. Mi sente?»
    «Che devo fare? Se può ripetere…»
    «Non posso ripetere. Guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Moro in Via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri di targa sono N5…»
    «Devo telefonare?»
    «No, dovrebbe andare personalmente.»
    «Non posso…»
    «Non può? Dovrebbe per forza.»
    «Per cortesia, no, mi dispiace…»
    «Se lei telefona, verrebbe meno all’adempimento delle richieste che ci aveva fatto espressamente il presidente.»
    «Parli con mio padre, la prego.»
    «Va bene.»
    «Pronto…»
    «Guardi, lei dovrebbe andare dalla famiglia dell’onorevole Moro, oppure mandare suo figlio, comunque telefonare. Basta che lo sappiano. Il messaggio ce l’ha già suo figlio.»
    «Non posso andare io?»
    «Certamente, purché lo faccia con urgenza, perché la volontà, l’ultima volontà dell’onorevole è questa, cioè di comunicare alla famiglia, perché la famiglia doveva riavere il suo corpo… Va bene? Arrivederci.»
    «Va bene».

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  • 8 Maggio 1978

    Vengono organizzati gli ultimi dettagli per l’omicidio di Aldo Moro.
    Fanfani si impegna con Craxi a intervenire all’indomani, durante la direzione DC, s favore della trattativa.

    Si incontrano in “Ufficio”, l’appartamento di Via Cabrera, alle spalle della basilica di San Paolo, Mario Moretti, Barbara Balzerani e Bruno Seghetti.

    L’incarico di guidare la Simca verde da affiancare alla Renault 4 rossa che trasporta il cadavere di Moro viene in un primo momento affidato ad Adriana Faranda. Poi la scelta ricade su Valerio Morucci.

    Il cambio di scelta è causato dalla forte avversione all’incarico di Adriana Faranda: insieme a Valerio Morucci era la parte minoritaria che sosteneva con fermezza la non uccisione di Moro. Impartire quell’incarico ad Adriana Faranda le sembrava una scelta gratuita e perfida, oltre che molto violenta.

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  • 7 Maggio 1978

    Adriana Faranda e Valerio Morucci cercano di posticipare di qualche giorno la sentenza di morte di Aldo Moro, dopo essersi incontrati con Lanfranco Pace di Potere Operaio.

    Adriana Faranda e Valerio Morucci si incontrano con Lanfranco Pace in un bar di Piazza Cola di Rienzo, un locale spazioso e tranquillo che le BR avevano usato spesso in passato per i loro appuntamenti.

    «Potrebbe essere un segnale importante», aveva fatto notare Pace: per il 9 Maggio 1978 era stato messo in programma un intervento di Fanfani. Le parole di un uomo così rappresentativo avrebbero potuto attenuare l’opposizione della DC all’ipotesi dello scambio preteso dalle BR per la liberazione di Moro. Se non nella sostanza almeno nella forma. Ma era soltanto una speranza, troppo poco perché Moretti potesse convocare di nuovo l’Esecutivo e congelare la decisione già presa.

    I due brigatisti informano Mario Moretti che durante la direzione DC fissata per la mattina del 9 Maggio, sarebbe finalmente intervenuto Fanfani. I due avevano insistito che un piccolo passo era stato compiuto: era stata annunciata la convocazione del Consiglio Nazionale, proprio come Moro aveva inutilmente chiesto tante volte nelle sue lettere. Dunque, perché non aspettare ancora… Almeno qualche giorno?

    Moretti reagisce con durezza. La DC non avrebbe ceduto di un millimetro, quell’ennesimo stratagemma si sarebbe rivelato soltanto un’ulteriore presa in giro e le parole di Fanfani sarebbero state acqua fresca. Quindi. aveva concluso il capo delle Brigate Rosse confermando la condanna a morte dell’ostaggio, non ci sarebbe stato più alcun rinvio.

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  • 30 Aprile 1978

    Mario Moretti telefona a Eleonora Moro per cercare di dare una svolta alle trattative per la liberazione di Aldo Moro.

    Anche la DC opta per la “Linea Dura”. Nei giorni successivi, la medesima fermezza verrà adottata dalle segreterie dei cinque partiti della maggioranza di governo.

    La chiamata di Mario Moretti avviene alle 16:30 da una cabina telefonica nei pressi della Stazione Termini, mentre Adriana Faranda, Valerio Morucci e Barbara Balzerani sono di copertura.

    Una mossa arrischiata (dato che il telefono di casa Moro è ovviamente tenuto sotto controllo dalla polizia) e altrimenti incomprensibile. Moretti dice alla figlia di Moro, che risponde al telefono:

    «Io sono uno di quelli che hanno a che fare con suo padre… Le devo fare un’ultima comunicazione, questa telefonata è per puro scrupolo. Siete stati un po’ ingannati e state ragionando sull’equivoco. Finora avete fatto soltanto cose che non servono assolutamente a niente. Ma crediamo che ormai i giochi siano fatti e abbiamo già preso una decisione. Nelle prossime ore non possiamo fare altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile l’intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso. Se ciò non avviene, rendetevi conto che non potremmo fare altro che questo. Mi ha capito esattamente? Ecco, è possibile solo questo. L’abbiamo fatto semplicemente per scrupolo, nel senso che, sa, una condanna a morte non è una cosa che si possa prendere alla leggera. Noi siamo disposti a sopportare le responsabilità che ci competono, e vorremmo appunto, siccome sono stati zitti… non siete intervenuti direttamente, perché mal consigliati… Il problema è politico, e a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo, è l’unica maniera in cui si può arrivare a una trattativa. Se questo non avviene… solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore, preciso di Zaccagnini può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient’altro da dirle».

    L’intrepido Moretti è fino alla fine il padrone assoluto del sequestro. I tre brigatisti della presunta “prigione” di via Montalcini continuano a svolgere diligentemente le loro mansioni: di copertura la Braghetti e Maccari, di guardiano del prigioniero Gallinari. I due brigatisti “postini”, la coppia Morucci e Faranda, continuano a ubbidire a Moretti recapitando i comunicati Br e le lettere di Moro che lui gli dà, e autorizzati da Moretti tengono contatti con i capi di Autonomia operaia Lanfranco Pace e Franco Piperno (i quali a loro volta sono in contatto con la segreteria del Psi per la pseudotrattativa “umanitaria”). Il Comitato esecutivo brigatista è più che mai un organismo-fantasma puramente formale che in sostanza ratifica l’operato di Moretti. Il capo brigatista è il crocevia del sequestro, il dominus dell’intera operazione: è lui che ha “interrogato” il prigioniero dopo avergli fornito le domande (scritte non si sa da chi), e che ha prelevato personalmente dalla prigione le risposte manoscritte di Moro; è lui che ha esaminato le circa 100 lettere scritte dal prigioniero, è lui che ha stabilito di recapitarne solo 30 censurando tutte le altre 9; è lui che tiene i contatti col Comitato esecutivo, è lui che dirige, dà gli ordini, fa e disfa – Moretti è il solo brigatista che sa tutto, e per il quale non vale la regola della compartimentazione.

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  • 19 Aprile 1978

    A Roma le Brigate Rosse assaltano la caserma Talamo dei carabinieri.

    L’agguato prevedeva il lancio di tre bombe artigianali sul muro dei locali adibiti al parcheggio dei mezzi pesanti dei carabinieri. Contemporaneamente i brigatisti avrebbero colpito l’edificio a colpi di mitra.

    Ricorda Adriana Faranda:

    «Oltre a me, nel commando c’erano Valerio, Franco Piccioni, Varo Loiacono e Renato Arreni. Ci incontrammo in una piazzetta dell’incrocio tra la Via Olimpica e la Via Salaria. Uno snodo delicato, con una strada di defilamento non molto trafficata, ma parecchio pericolosa. Cominciò male: qualcuno arrivò in ritardo, qualcun’altro aveva dimenticato i guanti, un altro ancora non aveva indossi i baffi che avrebbe dovuto avere. Insomma la tensione si tagliava a fette. […] A Piccioni era stato affidato il compito di lanciare le tre bombe. Lo fece, ma una non esplose. Io avrei dovuto sparare sull’edificio subito dopo Valerio. Ma il suo via non arrivava. Mi girai verso di lui, interdetta. Compresi che il suo mitra non funzionava, poiché cercava di sbloccarlo sbattendone il calcio contro il muro. Allora decisi di anticiparlo e di aprire io il fuoco di copertura, finché anche lui non riuscì a sparare. […] Fuggimmo. In ordine sparso arrivammo alla macchina che ci aspettava, senza rispettare le posizioni previste. Infine riuscimmo comunque a montare su tutti. Avevamo progettato di coprirci la fuga spargendo sul terreno olio e chiodi a quattro punte per evitare che qualcuno ci potesse inseguire. L’incarico lo aveva Piccioni, ma se ne dimenticò. E pensò bene di rimediare quando eravamo già tutti a bordo. Lanciò i chiodi dal finestrino, proprio sotto le nostre ruote. E naturalmente… fummo noi i primi a bucare. Arreni, che era al volante, cominciò a sbraitare. Allora Piccioni, per riuscire a gettare la bottiglia d’olio e gli ultimi chiodi senza provocare ulteriori disastri, aprì lo sportello anteriore di destra, proprio mentre  a tutta velocità percorrevamo una curva, e gli cadde fuori la pistola. Arreni non si fermò e Piccioni perse la sua arma. La scampammo per puro miracolo. […] Il giorno successivo, non ci eravamo ancora ripresi da quella disfatta, leggiamo sui giornali che alla caserma Talamo dormiva spesso in tutta segretezza il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Grossi titoloni inneggiavano alla nostra potenza militare e ipotizzavano la presenza della solita “talpa” per spiegare come potevamo essere entrati in possesso della riservatissima informazione. Trasecoliamo, soprattutto ripensando a com’era andata nella realtà. Noi quella caserma l’avevamo scelta solo perché custodiva i mezzi pesanti dei carabinieri. E perché era considerata un simbolo rappresentativo delle forze dell’ordine. […] Ricordo perfettamente come andò: eravamo in Ufficio e avevamo già preparato il volantino con la rivendicazione. Ovviamente lo buttammo nel cestino e ne preparammo un altro. Aggiornato con le rivelazioni dei giornali. Non potevamo certo perdere l’occasione di valorizzare la nostra azione. Sebbene per caso, anche la nostra immagine – quanto a potere di informazione e di penetrazione – aveva guadagnato parecchio terreno».

  • 18 Aprile 1978

    Viene scoperto il covo di Via Gradoli a Roma.
    Viene ritrovato il Comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. Solo successivamente sarà dichiarato falso.

    A far scoprire il covo di Via Gradoli è una copiosa perdita di acqua; l’inquilina del piano sotto all’interno 11, l’appartamento in cui abitavano Barbara Balzerani e Mario Moretti, chiama i vigili del fuoco, che sfondano la porta e trovano del tutto casualmente il covo brigatista. Barbara Balzerani lo scopre dal telegiornale mentre è con Adriana Faranda nell’Ufficio, in Via Chiabrera.

    Mario Moretti e Barbara Balzerani erano usciti insieme dall’appartamento-covo di via Gradoli 96 alle ore 7.30. L’inquilina che abita l’appartamento sottostante, Nunzia Damiano, viene svegliata da frettolosi passi nell’appartamento soprastante, e poco dopo, verso le ore 8.15, vede che sul soffitto si sta allargando una macchia di infiltrazione d’acqua. Allertato l’amministratore dello stabile, Domenico Catracchia, questi fa accorrere l’idraulico Jean Tschofen, il quale chiama i pompieri.

    La perdita d’acqua è provocata dalla doccia a telefono lasciata aperta e appoggiata con un manico di scopa alla parete piastrellata della vasca da bagno.

    All’interno dell’appartamento c’erano armi (un mitra, un fucile e un paio di bombe a mano), l’intero archivio del “Fronte Logistico” e gli oggetti personali. Forse di nessuna importanza, ma le lenti a contatto ritrovate nell’appartamento porteranno all’identificazione di Barbara Balzerani, nome di battaglia “Sara”

    «Siamo entrati nell’appartamento n° 11», testimonierà il maresciallo dei pompieri Giuseppe Leonardi, «per mezzo di una scala a ganci applicata alla ringhiera del balcone sottostante, cioè il n° 7. Abbiamo trovato il rubinetto della doccia aperto a getto forte. Esso era appoggiato a una scopa che si trovava all’interno della vasca. Il getto dell’acqua era diretto verso la parete sulla vasca. La scopa si trovava nella posizione in cui è rappresentata nella fotografia [orizzontale sui bordi della vasca, ndr]. Il getto d’acqua era diretto verso le mattonelle sul bordo della vasca da bagno, mattonelle che si trovano in corrispondenza del cordone della doccia… In quel punto, tra le mattonelle e il bordo della vasca, si notava una piccola fessura, nella quale con ogni probabilità l’acqua penetrava».

    Ma nell’appartamento i vigili del fuoco non possono non vedere che c’è sparpagliato dappertutto materiale delle BR.

    Dal brogliaccio della Sala operativa della Questura del 18 aprile 1978 (firmato dal commissario di Ps Antonio Esposito, affiliato alla P2) risulta che i vigili del fuoco chiedono l’intervento della polizia in via Gradoli 96 alle ore 10.08. Sul posto viene inviata la volante 5, poi le volanti Beta 3 e 4; vengono allertati l’Ufficio di gabinetto del questore, la Digos, la Squadra mobile, la Criminalpol, il commissariato Flaminio nuovo, la polizia scientifica, un artificiere dell’esercito, i carabinieri, e infine il magistrato Luciano Infelisi. Le volanti accorrono in via Gradoli 96 a sirene spiegate, e quando il funzionario della Digos arriva sul posto, davanti alla palazzina c’è già raccolta una piccola folla di curiosi nonché diversi giornalisti (subito informati, non si sa da chi, della “scoperta” del covo). In pratica, tutto avviene con modalità esattamente contrarie a quelle – ovvie – impiegate dai carabinieri del disciolto Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa, per esempio quando avevano scoperto la base Br di Robbiano di Mediglia: con la massima discrezione, avevano atteso l’arrivo dei brigatisti, e li avevano arrestati uno dopo l’altro. In questo caso, invece, la notizia è stata diffusa in tempo reale, e gli stessi inquilini del covo di via Gradoli – cioè i brigatisti Moretti e Balzerani – possono seguire lo svolgersi dei fatti attraverso la Rai-Tv. L’infiltrazione d’acqua è una deliberata manovra finalizzata alla “scoperta” della base Br, preservando però la libertà del capo brigatista che la abita insieme alla partner. Infatti, appena entrati nell’appartamento-covo i vigili del fuoco si sono trovati davanti uno scenario inequivocabile: bombe a mano sparse sul pavimento «tra i piedi del letto e la porta del bagno» con il rischio di inciamparvi; un cassetto, platealmente abbandonato sul letto, contenente «una pistola mitragliatrice, un fucile da caccia e relative munizioni»; abiti tolti dall’armadio e sparpagliati sul pavimento, comprese alcune «divise della Ps e dell’Alitalia» (cioè le divise utilizzate dai terroristi-killer nell’agguato di via Fani); una radio ricetrasmittente in bella evidenza; e sparsi un po’ dappertutto volantini ciclostilati con i comunicati e l’emblema delle Br, e molti documenti falsi (passaporti, carte d’identità, patenti, libretti di circolazione, assicurazioni per le auto, tessere ferroviarie).

    La polizia, chiamata dai vigili del fuoco, entra nell’appartamento-covo alle 10.30. Gli artificieri neutralizzano il materiale esplosivo; la polizia scientifica effettua i rilievi tecnici; le armi e le munizioni vengono portate nei laboratori della polizia scientifica. Tutto il restante materiale presente nel covo viene sequestrato, chiuso in alcuni contenitori e trasportato in Questura per essere inventariato e esaminato. Alle ore 17 le operazioni si concludono, e l’appartamento-covo viene sigillato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria. Nel verbale del materiale trovato nel covo – compilato in Questura fra il 19 e il 28 aprile – vengono elencati ben 1.115 reperti, comprese le
    targhe delle auto utilizzate dal commando terrorista in via Fani.

    Il comunicato viene annunciato tramite una telefonata al giornale “Il Messaggero” intorno alle 9:30 della mattina del 18 Aprile. Nella telefonata si parla di due messaggi, ma la busta arancione trovata in Piazza Belli a Roma ne contiene uno solo.

    Piazza Belli, tra l’altro, è il luogo dove quasi un anno prima moriva Giorgiana Masi.

    Il messaggio annuncia l’avvenuta esecuzione di Moro e il luogo dove trovare il corpo: il Lago della Duchessa, a 1800 metri d’altitudine in località Cartore (provincia di Rieti).

    La relazione degli esperti garantisce l’autenticità del comunicato, nonostante vi siano numerose differenze:

    • È molto breve;
    • È scritto con uno stile satirico;
    • Contiene diversi errori di ortografia;
    • Non ci sono gli slogan conclusivi;
    • Il foglio è più corto rispetto agli altri
    • Invece del numero “1” viene usata la lettera “l” minuscola;
    • L’intestazione “Brigate Rosse” è scritta a mano
    Comunicato n°7 (falso) delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro

    Il processo ad Aldo Moro

    “Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo “dittatoriale” della DC che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante “suicidio”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio.
    È soltanto l’inizio di una lunga serie di “suicidi”: il “suicidio” non deve essere soltanto una “prerogativa” del gruppo Baader Meinhof.
    Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime.
    P.S. – Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà “vigilata”.

    18/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Tra i brigatisti questo falso comunicato fa pensare ad un’azione dei servizi segreti: un’azione che servirebbe a capire la reazione dell’opinione pubblica ad una eventuale morte di Aldo Moro. I brigatisti capiscono che almeno una parte del governo della DC aveva già mollato Moro.

    Nel 1984 si scoprirà che il falso autore del comunicato era stato Alberto Chichiarelli, un falsario di quadri ucciso il 28 Settembre di quell’anno (1984).

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  • 2 Novembre 1977

    A Roma Publio Fiori, capogruppo del Consiglio Regionale DC del Lazio, viene ferito dalle Brigate Rosse.

    La vittima racconta l’agguato a Sergio Zavoli, per “La notte della Repubblica”:

    «Quella mattina, quando uscii di casa, stavano giù ad aspettarmi. Erano loro, i terroristi. Sedevano su una panchina di un giardinetto. Come fossero una coppietta che flirtava. Mi diressi verso di loro, capii chi erano, misi mano alla pistola che da qualche giorno portavo all’interno della giacca, alzai il cane della mia Smith and Wesson 38. Mi vennero incontro: ci incrociammo, non successe niente. Pensai per un attimo che ero stato vittima della psicosi del terrore che si stava diffondendo in tutto il paese. Non feci in tempo a finire questo pensiero, che sentii un ordine secco, la ragazza si voltò e mi sparò una raffica alle gambe. Anch’io mi girai estraendo la pistola e cominciai a sparare. Uno, due, tre colpi. Non mi accorsi che alle mie spalle un altro terrorista mi sparava a sua volta, mirando al bersaglio grosso. Fui colpito da quattro colpi al torace, caddi. Mia moglie aveva assistito a tutta la scena, con in braccio la bambina, la nostra figlia di due mesi…».

    L’anno successivo Fiori riconoscerà Adriana Faranda come la donna che gli aveva sparato da una foto segnaletica. Invece la ragazza del commando è Barbara Balzerani.

    Publio Fiori era un personaggio di spicco della destra democristiana.

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