Tag: BR

  • 21 Aprile 1978

    La direzione della DC ribadisce la «linea dura», mentre la famiglia dello statista chiede di accettare le condizioni dettate dalle Br.

    Intanto la direzione del Partito Socialista Italiano fa sapere di essere favorevole a trattare con i sequestratori di Moro, lasciando la via della fermezza adottata dal resto del mondo politico.

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    Testi

  • 28 Giugno 1973

    Le Brigate Rosse rapiscono l’ingegner Michele Mincuzzi, dirigente tecnico dell’Alfa Romeo iscritto all’UCID.

    Michele Mincuzzi è originario di Bari ma vive al nord da molto tempo. Ha 56 anni, è sposato e ha due figli.

    Da tempo all’Alfa Romeo sono in corso lunghe e non facili trattative sindacali. Il 28 Giugno è proprio il giorno dopo la fine della soluzione della vertenza.

    Alle 19:30 l’ingegnere lascia lo stabilimento e sale sulla sua Alfetta. Mezz’ora di strada e sarà a casa, in via Ruffini 8. Gli aggressori lo aspettano sotto l’abitazione, sanno che il momento più favorevole è quando l’uomo scende dall’auto per aprire il cancello del box.

    Quando infila la chiave nella serratura qualcuno alle spalle gli chiede un’informazione. Si volta, ha appena il tempo di di intravedere il volto di un uomo a meno di un metro. Scorge altri due con un passamontagna rossa che si avvicinano. Pensa a una rapina, ha lo stipendio in tasca. Tenta di reagire, ma viene colpito al naso, che si frattura.

    I tre gli mettono un cappuccio in testa e se ne vanno con un furgone 850 targato MI 902338, targa presa da almeno tre testimoni.

    Viene portato in un covo e interrogato dalle 21:30.

    Di quella strana udienza Mincuzzi dirà:

    Non lo chiamerei un processo. È stata più che altro una discussione abbastanza pacata. I miei rapitori esponevano le loro teorie sulla società, ma mi permettevano di controbattere.

    Mario Moretti, armato e mascherato, fa parte del commando che lo rapisce.

    Le modalità dell’azione sono le solite: l’ingegnere viene aggredito, caricato su un furgone (legato mani e piedi, imbavagliato e incappucciato) e condotto in un covo, dove viene interrogato; quindi, di nuovo incatenato e imbavagliato, viene abbandonato sul bordo di una strada con un cartello appeso al collo, in un campo a poche decine di metri dallo stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese:

    Mincuzzi Michele dirigente fascista dell’Alfa Romeo, processato dalle Brigate rosse. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato. Per il comunismo.

    Ma diversamente dal solito, sul cartello il simbolo brigatista – la stella cerchiata – non è a cinque punte, ma a sei: è cioè la stella israelita di David.

    Il responsabile dell’errore grafico è proprio Mario Moretti.

    Alberto Franceschini dirà:

    “Lui era incaricato di preparare il cartello per la foto di rivendicazione, e invece del nostro simbolo disegnò la stella di Davide… Disse che si era sbagliato, ma io oggi mi domando se non fosse un messaggio per qualcuno.”

    Per pura combinazione, poco tempo dopo il servizio segreto di Israele, il Mossad, prende contatti con le BR.

    Scriverà Franceschini:

    “Gli uomini dei servizi segreti di Tel Aviv, come prova della loro affidabilità, ci avevano dato l’indirizzo di Friburgo dove si era nascosto Pisetta dopo le sue soffiate, e i nomi di alcuni operai della Fiat che, per conto dei Servizi italiani, stavano cercando di infiltrarsi al nostro interno. Volevano fornirci armi e munizioni moderne senza chiedere una lira in cambio: avremmo solo dovuto continuare a fare quello che stavamo facendo, a loro interessava che i Paesi mediterranei come l’Italia, [in buoni] rapporti con i palestinesi, continuassero a vivere in una situazione di instabilità al loro interno. Non fu necessaria una lunga discussione tra noi, eravamo tutti d’accordo: niente armi dagli israeliani, anche se le notizie che ci avevano fornito erano assolutamente esatte e ci furono utili. Stavamo per far entrare in una brigata della Fiat un falso compagno pagato dai carabinieri.”

    Tra le schede individuali “requisite” nel raid all’UCID, c’è anche quella dell’ingegnere Michele Mincuzzi, un dirigente dell’Alfa specializzato in organizzazione del lavoro. Informazione che viene utilizzata dalle BR, che lo sequestrano pochi mesi dopo, esattamente il 28 giugno: un’azione strettamente collegata con l’attacco alla sede degli imprenditori cattolici e inquadrata nella lotta contro «il fascismo in camicia bianca».

    Accanto a Mincuzzi i brigatisti lasciano anche un comunicato che spiega le ragioni di quell’azione. Tornato libero, Mincuzzi viene sequestrato dalla stampa: gli si vuole estorcere un giudizio negativo sulle BR ma, soprattutto, fargli confermare che i brigatisti sono fascisti mascherati da rossi. Il «Corriere della Sera» gli domanda se sia possibile che i discorsi del “giudice” mascherino posizioni di destra. «Se è così», rispondeMincuzzi, «il mio interlocutore non si è mai tradito». Il «Corriere» commenta: «Ora a Milano abbiamo anche un Tribunale volante che sequestra e giudica. Un Tribunale di cui non si sa nulla e che domani potrebbe ricomparire e imporre le sue leggi di violenza». Si tratta di un «ennesimo episodio di violenza inserito nell’atmosfera tesa di una città turbata» che è servito «per montare le tensioni d questi giorni. La condanna perciò non ammette alcuna differenziazione, sia che gli esecutori appartengano alle frange di sinistra, sia che vengano invece dalla parte opposta». «Indaghiamo in tutte le direzioni», dichiara il magistrato D’Alessio, «in particolare sulle BR e sui Giustizieri d’Italia». La stessa tesi degli opposti estremismi viene ripresa dall’«Avanti!», che la integra con la teoria della criminalizzazione della politica. Dure condanne arrivano anche da parte dei sindacati e dell’Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali (ALDAI), mentre la federazione milanese CGL-CSL-UIL condanna gli «organizzatori dell’incivile e banditesco atto» e per il PCI si tratta di una «banditesca organizzazione che agisce con metodi delinquenziali, il cui scopo è quello di alimentare la strategia della tensione».

    Testo del comunicato del Sequestro Mincuzzi

    Giovedì 28 Giugno 1973 alle ore 20 un nucleo armato delle Brigate Rosse ha prelevato, interrogato e processato Mincuzzi Michele, dirigente dell’Alfa Romeo. Per capire chi effettivamente sia costui, iniziamo con alcune delle sue frasi celebri: «L’appiattimento delle categorie è contro natura», «l’equalitarismo è disumano». Queste frasi sono il perno dell’impostazione politica dei corsi di addestramento per dirigenti intermedi che tiene periodicamente in fabbrica. Mincuzzi non si accontenta di essere un maestro degli aguzzini che ci impongono i ritmi e i tempi infernali ai quali siamo sottoposti all’Alfa Romeo, ma impartisce i suoi insegnamenti fascisti anche  ai dirigenti di altre fabbriche, tenendo corsi all’UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti).

    In fabbrica è uno dei massimi responsabili della direzione della produzione (Dipro), ed è lui che dirige l’organizzazione dei tempi e dei ritmi delle linee. È sempre lui che decide e controlla i passaggi di categoria. Per le sue «alte qualità» è ritenuto dall’Alfa Romeo un «esperto» nelle questioni sindacali e ne rappresenta gli interessi nelle vertenze e nelle contrattazioni. Siamo in molti a ricordare la sua attiva collaborazione al controsciopero dei dirigenti per il «diritto al lavoro» e contro la «violenza» che ci ha fatto finalmente conoscere chi sono realmente i nostri padroni di stato. E c’è da credere ai suoi sentimenti «contro ogni violenza» visto che il 2-12-1971 non ha esitato un attimo a sfondare con la propria auto un picchetto, in accordo con la polizia che successivamente ha caricato gli operai.

    […]

    Anche più recentemente Mincuzzi si è distinto nelle manovre che la direzione ha posto in atto contro l’autonomia operaia e le sue manifestazioni di lotta, come i cortei interni, gli scioperi a scacchiera, ecc. L’ultimo fatto, poi, (1.000 operai sospesi in seguito allo sciopero della verniciatura), dimostra che i nostri padroni di stato hanno intenzione di essere all’avanguardia della repressione antioperaia. Mincuzzi è dunque un gerarca in camicia bianca, è della stirpe dei Macchiarini e dei tanti altri che nelle fabbriche private e statali cercano di far pagare la crisi agli operai usando gli strumenti del ricatto, del caro vita, del terrorismo, della provocazione, in una parola della violenza anti-operaia.

    […]

    Il gerarca Mincuzzi ha molti soci dentro e fuori la fabbrica. Uno di questi è Pierani Luigi, della direzione del personale, che pur agendo nell’ombra, è tra i più accaniti esecutori della repressione padronale. Sul suo conto c’è un lungo elenco di pesanti colpe ultima tra le quali, quella di aver architettato l’affare Calandra. Diamo a Calandra, elemento debole e corruttibile, quel che è di Calandra,  senza giustificazione alcuna, ma ai dirigenti che hanno progettato la sporca macchinazione, giocando cinicamente sulle sue condizioni materiali e familiari, non esitando a farlo arrestare e licenziare per poi comprarlo, la parte che gli spetta. Pierani, a quanto pare, è talmente cosciente della sua funzione che si fa scortare dal «gorilla» di turno che gli passa la questura e fa tenere costantemente sotto controllo la sua abitazione da un paio di auto civetta. Pierani non ha capito una cosa, che se i padroni hanno la memoria lunga, i proletari hanno una pazienza smisurata, e che alla fine niente resterà impunito.

    […]

    Compagni, rafforziamo in ogni reparto della fabbrica gli strumenti del nostro potere. Impariamo a conoscere ad uno ad uno i nostri nemici, a controllarli e a punirli ogni qualvolta si rendano direttamente responsabili di iniziative anti-operaie. Le politiche terroristiche dei padroni camminano con piedi ben definiti e sono quelli dei nostri dirigenti, dei nostri capi e dei loro servi fascisti. Il pesce puzza dalla testa, ma a squamarlo si comincia dalla coda. Questa è la premessa per andare avanti sulla strada aperta con le lotte del ’69-73 per sviluppare i temi della guerra all’organizzazione capitalistica del lavoro e della resistenza alla ristrutturazione antioperaia, per consentire al movimento di massa di avanzare nella lotta per una società comunista. Lotta armata per il comunismo.

    Per qualche tempo Mincuzzi rimane in mezzo al prato, non lontano dalla strada deserta. Soltanto alle 23:30 lo scorge l’autista di un pullman. Mincuzzi è medicato all’infermeria dello stabilimento Alfa, poi è condotto all’ospedale San Carlo di Milano.

    Stavolta l’azione ottiene un considerevole successo. Il «Corriere della Sera» dedica al fatto un titolo a quattro colonne in prima pagina:

    Rapito a Milano e ritrovato un dirigente dell’Alfa Romeo

    Tornando alle reazioni sul sequestro Mincuzzi, «il Manifesto» tace. Non così Avanguardia Operaia, che non ha alcun dubbio che si tratti di una provocazione messa in atto da agenti della strategia della tensione. Condanna anche da parte di «Lotta Continua», che fornisce tuttavia un giudizio più articolato e meditato. L’unico a dare il pieno appoggio alle BR è «Potere Operaio»: Si è colpito con l’intera organizzazione di fabbrica titola un articolo a tutta pagina. Per POTOP le serrate discussioni fatte tra compagni confermano che l’iniziativa armata è attuale. L’organo di Potere Operaio apre poi una polemica violenta e dai toni sprezzanti con Lotta Continua, cui rimprovera l’essersi allineata a «il manifesto». Il voltafaccia viene evidenziato dalla riproduzione fotografica su una pagina di «Potere Operaio» del lunedì di due articoli di LC, messi in contrapposizione e illustranti il primo il sequestro Macchiarini, il secondo il rapimento Mincuzzi. L’articolo di LC su Mincuzzi, intitolato Frutti di stagione viene da POTOP parafrasato in Opportunismi di stagione. Ma la voce di POTOP è debole e isolata. Il concentrarsi della repressione statale su questo gruppo, violentissima dopo l’incendio di Primavalle13 (che ha ucciso due figli di un missino) in cui sono coinvolti alcuni suoi appartenenti, unitamente a una singolare forma di scomunica da parte di LC (il rifiuto quasi sistematico di partecipare a manifestazioni, assemblee, firmare volantini insieme a POTOP) danno a questo gruppo il colpo di grazia: molti militanti di POTOP confluiscono nelle fila dell’autonomia operaia, e la sigla Potere Operaio scompare quasi del tutto.

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 15 Gennaio 1973

    Le Brigate Rosse irrompono in una sede dell’UCID.

    Il 15 gennaio un gruppo di brigatisti armati e mascherati – fra i quali c’è l’informatore della polizia Francesco Marra – fa irruzione nella sede dell’UCID (Unione cristiana imprenditori dirigenti, legata alla destra DC), nel centro di Milano.

    Legano e imbavagliano il segretario dell’associazione, Giulio Barana di 50 anni,  rubano documenti e schedari degli iscritti, dopodiché fuggono lasciando sul posto un volantino di rivendicazione con scritto:

    «In questa situazione vogliamo dimostrare come la DC non sia soltanto lo strumento che per trent’anni ha sorretto fedelmente il potere dei padroni, ma sia essa stessa una mostruosa macchina di oppressione e sfruttamento. Infatti oltre ai fascisti assassini di Almirante operano, ugualmente pericolosi, i fascisti in camicia bianca di Andreotti: coloro che in fabbrica ci controllano, ci schedano, ci licenziano, che fuori parlano di libertà e di democrazia ma che in realtà organizzano la più spietata repressione antioperaia.
    Contro tutti questi nemici i proletari hanno cominciato a organizzarsi per resistere, riaffermando che risponderanno al sopruso con la giustizia proletaria, alla violenza dei padroni con la lotta rivoluzionaria degli sfruttati. Contro i fascisti assassini di Almirante, contro il fascismo in camicia bianca della DC di Andreotti, i proletari costruiranno la resistenza armata!».

    Quando stanno per andarsene entra Claudio Massazza di 20 anni. È il commesso di una salumeria che doveva consegnare un pacco in un’abitazione vicina ma, distratto, ha infilato il portone sbagliato. Prima di rendersi conto di quel che accade è afferrato e immobilizzato.

    Il gruppo quindi si allontana indisturbato.

    Benché incruenta, l’irruzione brigatista all’Ucid suscita scalpore. Il “Corriere della Sera” gli dedica un’intera pagina di cronaca. Ne scrive anche il quotidiano comunista “Il manifesto” (che fino a quel momento ha censurato col silenzio le azioni brigatiste): ma per mettere in dubbio «che il commando appartenga alle BR», e per esprimere i «dubbi che già da tempo esistono sulla stessa esistenza delle BR».

    Questa attenzione verso l’azione delle Brigate Rosse è dovuta alla giornata di tensione vissuta dai cittadini di Milano: una bomba era scoppiata davanti alla sede del gruppo neofascista di Avanguardia Nazionale in Via Adige, 4; un altro ordigno sventra alle 3:15 la serranda a maglie della sede del MSI in Viale dei Mille a Lambrate; una bomba a miccia lenta devasta il Caffè Motta in Piazza San Babila, cuore nero di Milano.

    Il sostituto procuratore Guido Viola esprime perplessità su questa azione, considerando che in quel momento le BR hanno trenta militanti in libertà provvisoria, dieci latitanti e due capi in attesa di scarcerazione che «debbono rispondere di reati ben precisi». Possibile che non si rendano conto di peggiorare la loro situazione? Intanto i sindacati, unitariamente, emettono un duro comunicato in cui l’impresa è definita criminale e inquadrata nella strategia della tensione. «L’Unità» è sulla stessa lunghezza d’onda, parlando di «gravi provocazioni a Milano per ricreare un clima di tensione». Dopo aver ricordato che il Barana è padre di sei figli, conclude ammonendo che «in vista del congresso fascista di Roma maggiore deve essere l’unità antifascista per combattere e vincere le forze eversive».

    E le varie forze politiche? Mentre il Partito Liberale chiede a gran voce maggiori mezzi per polizia e carabinieri, i socialisti non fanno uscire neanche un rigo su l’«Avanti!», imitati da Avanguardia Operaia, nel cui «Quotidiano dei lavoratori» non si trova traccia dell’episodio. Da parte sua, «il Manifesto» per la prima volta dà un qualche rilievo alle BR, per metterne però in dubbio la stessa esistenza, mentre «Lotta continua», dopo aver colto l’occasione per polemizzare con «il Manifesto» sul tema della violenza, critica le «velleità delle BR», anche se un mese dopo ritornerà sull’azione contro l’UCID rivedendo la propria posizione rispetto a quella presa in occasione del sequestro Macchiarini. Ma per le BR, che valore aveva questa azione? La “perquisizione” all’UCID è un segnale preciso nella fase della propaganda armata, perché rappresenta il primo atto diretto contro il vero nemico: la Democrazia Cristiana, di cui bisogna smascherare la vera natura reazionaria. In questa ottica vanno lette altre azioni immediatamente successive, quali quelle a Torino contro il Centro Sturzo, e l’altra a Milano contro il democristiano di destra Massimo De Carolis.

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  • 29 Settembre 1972

    Marco Pisetta scrive il memoriale sulle Brigate Rosse.

    (altro…)

  • 17 Settembre 1970

    Prime azioni di Guerriglia Urbana delle Brigate Rosse.

    Franceschini e Mara Cagol, utilizzando bidoni di benzina e ordigni incendiari, danno alle fiamme la serranda del box-auto del capo del personale della Sit-Siemens Giuseppe Leoni, in via Moretto da Brescia.

    L’attentato viene “firmato” con la sigla BR e col simbolo dell’organizzazione, una stella a cinque punte.

    Benché lavori ancora alla Sit-Siemens, Moretti è del tutto estraneo alla primissima azione delle BR, delle quali non fa parte: dopo avere lasciato il CPM accusando Simioni di inconcludenza, sembra essersi ritirato a vita privata.

    Ricorda Franceschini:

    «Non solo io, ma anche Margherita Cagol e altri
    di noi, sospettavamo che il dissidio tra Moretti e Simioni fosse stato una messinscena collegata alla rete clandestina che Simioni stava costruendo allo scopo di infiltrare le organizzazioni dell’estrema
    sinistra per egemonizzarle inducendole a praticare la sua linea militarista del terrorismo selettivo.»

    Nel Cpm prima e in Sinistra proletaria poi, Simioni aveva tessuto la sua rete per il passaggio alla clandestinità in gran segreto – lo stesso Curcio ne sapeva ben poco. Era capitato più volte che Simioni si scontrasse “pubblicamente” con qualcuno della sua rete clandestina proprio per buttare fumo negli occhi a noi. Il fatto certo è che dalla primavera del 1970 e per un anno circa Moretti sparisce dalla circolazione, non lo si vede più a nessuna manifestazione politica, non c’è quando nasce “Sinistra proletaria”, e non c’è neanche al convegno di Pecorile dove si decide la fondazione delle BR e il passaggio alla propaganda armata».

    La stessa notte si registra un altro episodio. L’ingegner Giorgio Villa, dirigente centrale della Sit-Siemens trova, infilato sotto il tergicristallo dell’auto sportiva parcheggiata in via Vittorio Pisani, un foglio quadrettato:

    «Ingegner Villa, quanto durerà la Ferrarina? Fino a quando noi decideremo che è ora di finirla con i teppisti.»

    Brigate Rosse

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    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”