Tag: Carlo Alberto Dalla Chiesa

Da una biografia attendibile e ufficiale: «Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato a Saluzzo (CN) il 27-9-1920. Generale in servizio permanente effettivo nell’arma dei carabinieri e comandante la prima brigata di Torino dal 1° Ottobre 1973, dopo oltre sette anni di comando nell’arma della Sicilia occidentale col grado di colonnello. È insignito delle seguenti decorazioni: passaggio in servizio effettivo per merito di guerra; medaglia d’argento al V.M.; medaglia di bronzo al V.C.; due croci al merito di guerra; oltre a numerose altre decorazioni, ha conseguito durante il servizio nell’arma una ventina di encomi solenni per importanti operazioni contro il banditismo e la delinquenza organizzata, anche a seguito di conflitti a fuoco. È laureato in giurisprudenza e scienze politiche. Ufficiale di fanteria in zona di guerra (Montenegro) fu al comando di plotoni “guerriglieri”. Come «ufficiale inferiore nell’arma dei carabinieri», fra l’altro ha comandato la «speciale compagnia di Casoria per la lotta contro il brigantaggio del 1946-1948, il gruppo e raggruppamento squadriglie di Corleone nella lotta contro il Bandito Giuliano». È stato quindi comandante del gruppo interno, del nucleo di polizia giudiziaria, del gruppo unificato di Milano fra il 1960 e il 1966, capo ufficio addestramento della scuola allievi di Torino.

«Il 1° Luglio 1966 prende il comando della importante legione di Palermo con giurisdizione anche sulle province di Agrigento, Trapani e Caltanissetta».

Ancora dalla biografia: «se è vero che su tutti rimane lo sviluppo dato, dopo la scomparsa del giornalista De Mauro, alle indagini che, condotte in ogni parte d’Italia, portarono l’arma fin dalla fine del 1970 ad intuire e a conoscere come la mafia, superando i confini di Sicilia, si fosse estesa a molte zone dell’Italia del nord, del centro e della Campania, fino a colpirla, direttamente e frontalmente nelle note operazioni contemporanee dell’estate 1971, è anche vero che non possono essere dimenticati i successi conseguiti contro l’abigeato, contro la mafia della droga e delle baracche, contro le sofisticazioni, contro gli episodi di gravissima delinquenza, quali quelli del “delitto Ciuni”, contro molteplici faide e prepotenze nell’entroterra e nei cantieri, contro tanti e tanti catturandi da tempo dati per irreperibili in Italia e all’estero. Da ricordare ancora che su tutte e quattro le province, i reparti dipendenti, sotto il profilo assistenziale, civico e di umano altruismo, si sono particolarmente distinti alll’epoca della nota frana di Agrigento e (per corale gratitudine espressa da autorità governative, regionali e locali), in occasione della violenta tragedia del sisma dell’inverno 1968. I carabinieri ebbero allora, tra le loro file, un morto e 86 tra feriti e contusi e tanti, tanti episodi di autentico valore.

Generale a Torino, nel Maggio 1974, sotto la direzione del procuratore generale Carlo Reviglio della Veneria, guida personalmente le operazioni che portano alla strage del carcere di Alessandria. Nello stesso periodo costituisce lo speciale nucleo di polizia giudiziaria la cui attività se non unica, per lo meno principale, consiste nella caccia alle Brigate Rosse. Dopo la scoperta della base di Robbiano di Mediglia tiene una conferenza stampa: a molti rappresentanti degli organi d’informazione appare scostante, particolarmente reattivo alle domande molte delle quali pensa siano poste in malafede.

Tiene a chiarire:

«Ho fatto la guerra di Liberazione. Sono stato io a scoprire, a Roma, il primo “fascio di combattimento” e ne ho arrestato i componenti».

Ad Acqui Terme, dopo la “battaglia di Arzello” tiene una nuova conferenza stampa drammatica e sconcertante.

Di famiglia con solide tradizioni militari, ha per l’arma un vero culto. Due episodi appaiono significativi. Negli anni sessanta, un un centro dell’hinterland milanese, un carabiniere catturò un bandito, durante un conflitto a fuoco. Erano anni ancora relativamente tranquilli, la notizia fece grande sensazione. Interessava, ai giornali, la foto di quel carabiniere. Dalla Chiesa, presente nella caserma, benché orgoglioso dell’impresa non voleva che il militare fosse fotografato. Poco alla volta, dietro le insistenze, la resistenza dell’ufficiale sembra fiaccarsi. A mezza voce spiega: «Niente foro: è brutto». Infine cede, chiama il milite e prima di abbandonarlo ai flashes dei fotografi gli ravvia personalmente i capelli col suo pettine. Con compiacimento più volte ha raccontato l’aneddoto, vero, di quando, giovane ufficiale, alla fine della guerra andò col fratello alla stazione a ricevere il padre, ufficiale superiore reduce dalla prigionia. Un abbraccio commosso, poi l’alto ufficiale, gli occhi ancora umidi di pianto, disse: «Ringrazio entrambi, ma tu considerati agli arresti: non si saluta così un ufficiale».

Nella primavera 1975 indirizza alla procura generale di Torino un esposto-denuncia col quale accusa il giudice istruttore milanese Ciro De Vincenzo di connivenza con le Brigate Rosse: accusa infondata, stabilirà l’inchiesta.

Nominato il 2 Aprile 1982 prefetto di Palermo, «senza poteri speciali ma con compiti speciali», il 3 Settembre viene assassinato dalla mafia con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

  • 8 Settembre 1974

    8 Settembre 1974

    Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo.

    I carabinieri hanno deciso la cattura di Curcio, tentano soltanto di non scoprire il confidente.

    Curcio è puntuale. «Vieni con noi». L’ex-frate risponde che anche lui è in macchina e che deve lasciarla a Torino. «Seguici, lascia l’auto a Torino, dove vuoi, e poi vieni con noi». Appena il brigatista si allontana, per radio Girotto dà il via all’operazione. Il frate si ferma ancora per chiedere quale sia la macchina da seguire. Curcio non è più solo, al fianco ha un giovane, media statura, magro, con gli occhiali, silenzioso: Alberto Franceschini. «Non venirci dietro, ci vediamo a Torino tra un’ora,» ordina Curcio. Si dividono. Girotto continua a trasmettere, imbocca un senso vietato, un vigile lo ferma e lo multa. La 128 blu con i guerriglieri si allontana in direzione di Torino, ma alle porte dell’abitato un passaggio a livello li costringe a fermarsi. Un momento dopo sopraggiungono due macchine. Le portiere si spalancano e uomini armati di mitra e pistole balzano a terra. Curcio, al volante, rimane impassibile, il suo compagno reagisce, cerca di scappare a piedi verso i campi, ma sei mani lo immobilizzano. Inutilmente si divincola, grida, rivolto agli stupiti passanti: «Aiutatemi, è un’aggressione fascista».

    La versione dei fatti che racconterà Moretti è la seguente:

    «Terminiamo [la riunione di Parma] nel tardo pomeriggio [di sabato 7 settembre]. Io me ne vado per primo, tornando a Milano. Curcio mi dice che resterà a dormire a Parma per andare a Pinerolo la mattina dopo a incontrare Girotto.

    Franceschini ripartirà per Roma la sera stessa. Arrivo a Milano e trovo ad aspettarmi Attilio Casaletti, Nanni, che mi fa: guarda, attraverso un giro un po’ lungo è arrivata la notizia che un compagno di Torino ha ricevuto una telefonata anonima in cui si avverte che domenica Curcio verrà arrestato a Pinerolo. Cristo santo, io so che è vero, domani Curcio va a Pinerolo. Ma perché dovrebbe essere arrestato? Che è successo?…

    Risalgo in macchina e con Nanni mi precipito a Parma dove Curcio, tre ore prima, mi aveva detto che sarebbe rimasto la notte. Arriviamo un po’ dopo le dieci, non ho le chiavi, non è una base della colonna di Milano, suono il campanello, non funziona. Dobbiamo avvertirlo assolutamente, cerchiamo di farci sentire, ma la casa non ha finestre sul davanti e non possiamo metterci a urlare in piena notte davanti a una base. Nessuno ci sente. Ma non può sfuggirci, dovrà uscire molto presto per andare a Pinerolo, ci mettiamo in macchina davanti al portone e aspettiamo. Dopo qualche tempo ci viene in mente che, se nessuno risponde, è forse perché Curcio ha cambiato idea e se ne è andato a Torino, nella base dove sta con Margherita. Io quella base non saprei trovarla neanche se mi ci portassero davanti, c’ero stato una volta sola per una riunione d’emergenza, ed è abitudine di clandestini non memorizzare quel che può nuocere alla compartimentazione: la sola cosa che non potrai mai dire è quella che non sai…

    Rimaniamo a Parma fino all’alba e quando siamo certi che Curcio lì non c’è andiamo sulla strada per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella cittadina, e ci mettiamo sul bordo della strada sperando che Curcio ci noti mentre passa. Non è un granché, è quasi impossibile che funzioni, ma non possiamo fare altro».

    Curcio dirà:

    «Negli anni successivi ho condotto una serie di indagini per capire la meccanica della vicenda, e mi sono convinto che Moretti non è responsabile di colpe più gravi di quelle da addebitare a una certa sbadataggine e smemoratezza… Il messaggio [la “soffiata”, ndr] arriva a Moretti tra giovedì e venerdì. Ma lui non ritiene di agire subito perché sa che io e Franceschini stiamo lavorando [in una base] di Parma e che da quel posto non mi sarei mosso fino a sabato notte o domenica mattina.

    Pensa dunque di avvertirmi nella giornata di sabato… Tenta di farlo ma non ci riesce. Arriva a Parma sabato pomeriggio, quando noi eravamo già partiti. Infatti io, che dovevo essere a Pinerolo domenica mattina, non avevo voglia di fare tutta una tirata in macchina e avevo preferito tornarmene a Torino nel pomeriggio di sabato. Da lì sarebbe stato più agevole raggiungere il luogo dell’appuntamento la mattina seguente. E avevo chiesto a Franceschini di accompagnarmi».

    A commento della vicenda, Franceschini scriverà:

    «Non capii il comportamento di Mario [Moretti], sapevo che, al di là della sicurezza che palesava, era capace di perdersi in un bicchier d’acqua. Ma quella volta aveva fatto esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto. Invece che girare avanti e indietro per mezza Italia, come aveva raccontato, avrebbe potuto, semplicemente, attenderci sulla strada che portava al luogo dell’appuntamento (conosceva il percorso che avremmo seguito e anche la macchina che avremmo usato) per avvisarci del pericolo che stavamo per correre. Mario lo incontrai sette anni dopo… nel carcere di Cuneo, e gli chiesi subito conto di quell’8 settembre 1974: “Perché non ci avvisasti che stavano per arrestarci?”.

    Lui mi guardò stupito, come se non si aspettasse quella domanda: “Ma come vuoi che faccia a ricordarmi di cosa successe sette anni fa? Tu ti ricordi tutto perché quel giorno ti beccarono”. Avrei voluto picchiarlo».

    In sede di Commissione parlamentare stragi, molti anni dopo, sia il presidente Giovanni Pellegrino, sia Silvano Girotto, esprimeranno incredulità nel constatare la scarsa fantasia del capo brigatista che gestirà il sequestro di Moro.

    Sarebbe bastata una telefonata anonima per dire che alla stazione di Pinerolo c’era una bomba, oppure bastava incendiare un cassonetto di spazzatura nella piazza, e la zona si sarebbe riempita di forze dell’ordine: Curcio, abituato a stare all’erta, avrebbe facilmente schivato la trappola.

    Ma chi aveva fatto la telefonata a casa Levati per avvertire le BR che a Pinerolo c’era la trappola?

    «Non lo so», dirà Moretti, «è l’unico mistero di tutta la storia delle BR che né io né altri ci sappiamo spiegare».

    In realtà di “misteri” la vicenda di Pinerolo ne assomma vari altri. E il solo fatto certo è che l’Arma dei carabinieri eviterà di fare un’inchiesta per scoprire chi avrebbe voluto impedire l’arresto di Curcio. Informato da Levati della telefonata, Girotto ne parla col capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, il quale si dice stupito in quanto i carabinieri che hanno proceduto all’arresto di Curcio e Franceschini sono stati informati dell’obiettivo della operazione solo poche ore prima: secondo Girotto, «lo sapevano lui, il generale Dalla Chiesa e qualcuno al ministero dell’interno», e il capitano «disse che poi avrebbe verificato, ma con mio stupore, nell’incontro seguente con il capitano, quando ripresi l’argomento (perché mi aspettavo che fosse diventato un argomento di primo piano, da chiarire), gli chiesi se stavano indagando per quella fuga di notizie, perché era una cosa grave. Ricordo che ho ricevuto una risposta vaga, ha lasciato cadere il discorso, non ha voluto approfondire l’argomento, mi ha detto che stavano vedendo».

    Franceschini si dirà convinto, «pur senza averne elementi di prova», che la “soffiata” arrivasse dal Mossad: «Solo gli israeliani [erano] in ottimi rapporti con carabinieri e servizi segreti e, come avevano dimostrato offrendoci armi, per nulla ostili all’attività delle BR».

    Secondo il magistrato Luigi Moschella, «c’era qualcuno in ambiente qualificato [il Viminale, ndr] che aveva interesse a che le scorrerie delle BR continuassero e che cercò quindi di evitare l’arresto di Curcio… Possiam credere che le BR avessero un informatore all’Ufficio affari riservati»

    Fatto sta che a Pinerolo la mattina di domenica 8 settembre Curcio e Franceschini si incontrano con “Frate mitra”. Girotto (che è in contatto-radio con i carabinieri) dice ai due capi brigatisti di essere arrivato anche lui in macchina, e di doverla però riportare subito a Torino perché se l’è fatta prestare; così concordano di vedersi un’ora dopo in città, e si separano – è l’espediente deciso dai carabinieri per procedere all’arresto di Curcio senza “bruciare” l’informatore.

    I due capi delle Br vengono arrestati pochi minuti dopo, mentre con la loro auto sono fermi a un passaggio a livello chiuso.

    Sempre allo scopo di non “bruciare” l’infiltrato Girotto, i carabinieri del Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa inviano alla magistratura torinese un primo rapporto sull’operazione, attribuendone l’origine al fatto che un brigadiere «in servizio nell’abitato di Pinerolo, si accorgeva della presenza di un individuo che… presentava forte somiglianza con [il brigatista ricercato] Franceschini».

    A tutta prima Girotto è ancora “coperto”, tanto è vero che, dopo l’arresto di Curcio e Franceschini, si incontra un’altra volta con Enrico Levati. Ma è solo questione di giorni.

    Resterà senza risposta un altro interrogativo cruciale: perché i carabinieri di Dalla Chiesa hanno di fatto concluso l’infiltrazione di Girotto nelle Br l’8 settembre, dopo soli tre incontri? Se fosse proseguita, l’operazione avrebbe potuto essere molto più efficace, sarebbe penetrata in profondità e avrebbe permesso ai carabinieri di scoprire di più e meglio l’articolazione delle BR e l’identità di molti altri brigatisti.

    Non verrà mai accertato se si sia trattato di “un errore” di Dalla Chiesa, o se invece il generale abbia dovuto eseguire ordini superiori: del comandante della divisione Pastrengo generale Giovanbattista Palumbo, o del comandante generale dell’Arma Enrico Mino (entrambi risulteranno poi affiliati alla Loggia massonica segreta P2).

    Un’altra ipotesi è che lo scopo del blitz non fosse solo l’arresto dei due capi brigatisti, ma anche la necessità di recuperare le carte dei Crd di Sogno che Curcio e Franceschini, prima di partire per Pinerolo, avevano riposto nel portabagagli della loro automobile.

    Racconterà Curcio:

    «Avevamo compiuto un’incursione negli uffici milanesi di Edgardo Sogno impadronendoci di centinaia di lettere e elenchi di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e dei carabinieri: insomma tutta la rete delle adesioni al cosiddetto “golpe bianco” preparato dall’ex partigiano liberale con l’appoggio degli americani. Giudicavamo quel materiale esplosivo e lo volevamo raccogliere in un documento da rendere pubblico.

    Purtroppo avevamo tutto il malloppo con noi al momento dell’arresto e così anche quella documentazione preziosa finì in mano ai carabinieri. Qualche anno dopo, al processo di Torino, chiesi al presidente Barbaro di rendere noto il contenuto del fascicolo che [era stato trovato] nella mia macchina quando mi arrestarono, e lui rispose imbarazzato: “Non si trova più… Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari”. E la cosa finì lì. Sarebbe stato interessante invece sapere qualcosa di più su quella sparizione»

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  • 23 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi, dopo la sua liberazione a Milano.
    Il generale Dalla Chiesa comincia a preparare un Nucleo Antiterrorismo dei Carabinieri.

    Invece della solita colazione, caffè e fette biscottate, a Sossi viene dato un sedativo. Poi gli bendano gli occhi con un cerotto, gli infilano grossi occhiali scuri, in capo gli calcano un berretto a visiera; gli restituiscono gli oggetti tolti al momento della cattura, tranne la “ventiquattrore” e le due agende. Prima di spingerlo sul sedile posteriore di un auto gli consegnano un foglio, il comunicato n. 8, intimandogli di farlo giungere al “Corriere della Sera” pena rappresaglie contro il p.g. Coco e il ministro Taviani. Il prigioniero viene avvisato che sarà rilasciato a Milano, ma che la cosa migliore, per lui, è tornare a Genova col primo treno. Ogni sua mossa, lo avvertono, sarà controllata.

    Testo integrale del Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi

    “Perché rilasciamo Mario Sossi

    Primo: la Corte d’Assise d’Appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria agli 8 compagni comunisti del 22 Ottobre subordinandola a garanzie sulla incolumità e la liberazione del prigioniero; queste garanzie sono state volutamente ignorate da Coco, servo fedele di Taviani e del governo. Coco vorrebbe così costringerci ad un braccio di ferro che si protragga nel tempo, in modo da poter invalidare il preciso significato politico della ordinanza della Corte d’Assise d’Appello. Non intendiamo fornire nessun pretesto a questo gioco. Liberando Sossi mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi.

    Secondo: in ogni battaglia bisogna “combattere fino in fondo.” Combattere fino in fondo in questo momento significa sviluppare al massimo le contraddizioni che in questi 35 giorni si sono manifestate all’interno e fra i vari organi dello stato, e non fornire pretesti per una loro sicura ricomposizione. Questa battaglia ci ha fatto conoscere più a fondo il nostro nemico: la sua forza tattica e la sua debolezza strategica: la sua maschera democratica e il volto sanguinario e fascista. Questa battaglia ha riconfermato che tutte le contraddizioni in questa società si risolvono solo sulla base di precisi rapporti di forza. Mai come ora dunque diventa chiaro il senso strategico della nostra scelta: la classe operaia prenderà il potere solo con la lotta armata. Riconfermiamo che punto irrinunciabile del nostro programma politico è la liberazione di tutti i compagni detenuti politici.”

    Durante il suo ritorno a casa Sossi ha un comportamento assai strano. Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell’arrivo si rivela a un compagno di viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità mentale. Più tardi dichiarerà: «Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato. Non volevo arrivare a casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri». Per non tornare a casa solo infatti, il giudice si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali più tardi dirà: «Che forse dovevo servire a parargli una pallottola l’ho pensato più tardi, e mi tremano ancora le gambe». In una conferenza stampa, alla domanda: «Lei ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?», così risponde: «Delle BR no». «E allora di chi?» «È una cosa vaga, non posso dire di chi… Forse voi lo capite». Riferisce inoltre «Panorama» che Sossi

    rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano quattro guardie di finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono perché è controllato. Si sposta su un’alfetta blu della Finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo.

    Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui tenuto, fornirà dei testimoni solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire. Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR:

    Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho chiesto di farlo. Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito cioè maltrattamenti o torture… Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano, se non cordiali, almeno civili.

    Pone anche l’accento sul carattere pedagogico della sua detenzione: per dura che sia stata la drammatica esperienza, è pur sempre un’esperienza, aggiungendo che in una cosa erano assolutamente d’accordo lui e le BR: «Che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevano già. Io l’ho capito in quei trentacinque giorni».

    Sossi arriva in incognito alla stazione di Genova, telefona a un amico, e si fa portare a casa, da dove chiama il collega pretore Gianfranco Amendola. Poi si consegna alla Guardia di finanza, di cui si fida. «Per amore di verità debbo dire che durante la detenzione mi è stato usato un trattamento umano», dichiara. «Non sono mai stato costretto con la violenza a dire alle BR cose importanti, cioè non ho subito maltrattamenti né torture». E dei brigatisti dice: «Li rispetto come nemici di una certa lealtà. Sono però fuori dalla realtà, sono a sinistra di qualunque sinistra. Sostanzialmente sono anticomuniste, nel senso che sono contro il Partito comunista».

    Il procuratore generale Coco afferma che «l’ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità del lo scambio: Sossi è libero fisicamente ma non spiritualmente… Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la liberazione». Sossi gli replica: «Il dottor Coco è più stanco di me, è anziano, per lui è stato un brutto periodo». Secondo il “Corriere della Sera”, «questi dubbi sull’equilibrio psico-fisico di Sossi sono soltanto l’inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente, e invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia». Il settimanale “L’Espresso” commenta: «L’ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la più scaltra del loro lungo duello con lo Stato italiano… Se lo avessero ucciso, si sarebbero isolati totalmente… Essi volevano porre l’opinione pubblica di fronte a una nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato? Ci sono riusciti».

    Prima di liberarlo Alberto Franceschini gli dice:

    “Vai Mario, metti giudizio”.

    In effetti, l’operazione Girasole è un clamoroso successo per le BR. Nella città più operaia e antifascista d’Italia, i brigatisti hanno sequestrato, senza spargimento di sangue, un giudice-simbolo della destra reazionaria come Mario Sossi, e minacciando di ucciderlo hanno chiesto e ottenuto dalla magistratura una sentenza di scarcerazione per 8 “detenuti politici”.

    Durante il lungo sequestro (protrattosi per più di un mese senza che le forze dell’ordine siano riuscite a interromperlo), l’ostaggio ha rivelato torbidi retroscena dei vari apparati dello Stato, e i brigatisti li hanno puntualmente divulgati. Infine, mantenendo gli impegni assunti (disattesi invece dallo Stato), hanno liberato il prigioniero incolume, e il ritorno di Sossi sta provocando altre imbarazzanti situazioni.

    Ciò spiega il favore di cui cominciano a godere le BR presso consistenti settori della sinistra operaia, studentesca e intellettuale. Un risultato sociopolitico che sarebbe stato ben diverso se il magistrato prigioniero fosse stato assassinato come pretendeva Mario Moretti.

    Benché sia stato chiaro nella dinamica dei fatti, limpido nella gestione e conseguente nella conclusione, il sequestro Sossi successivamente farà emergere zone d’ombra e gravi ambiguità. Emergerà per esempio che il capo del Sid generale Vito Miceli, in pieno sequestro, ha organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori illustrando un piano per intervenire, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove Sossi era tenuto prigioniero.

    Secondo la testimonianza di un ufficiale del servizio segreto militare presente a quella riunione, il generale Miceli avrebbe voluto «attivare il Sid non per contrastare l’azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento».

    Il generale Miceli voleva attivare il Sid perché il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo così concepito: rapire e uccidere l’avvocato Giovambattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante dell’estrema sinistra, già implicato nell’inchiesta sui Gap di Feltrinelli); poi, il luogo dove Sossi era detenuto – «“scoperto” da qualcuno che già lo conosceva», cioè la polizia – sarebbe stato «accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna».

    Il piano non era stato attuato per le forti perplessità di alcuni degli ufficiali del servizio segreto militare presenti alla riunione. Ma testimonia di come settori di apparati dello Stato fossero impegnati a alimentare il terrorismo e a “pilotarlo”, anziché combatterlo, così da accrescere l’allarme sociale e i conseguenti riflessi politici; per questo
    erano più opportune BR “sanguinarie”, e non solo “dimostrative” e propagandistiche.

    Nel 1981 il brigatista pentito Alfredo Bonavita, impegnato a raccontare ai magistrati la dinamica del sequestro Sossi, elencherà i nomi dei 18 brigatisti che avevano attivamente partecipato all’operazione, ma avrà cura di non citare “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra.

    Invece di fare il nome di Marra (che insieme a lui aveva materialmente afferrato Sossi al momento del rapimento), Bonavita tirerà in ballo Mario Moretti (che al sequestro non ha affatto partecipato).

    Un espediente per tenere nascosta l’identità dell’informatore, che infatti resterà “coperto” per molti anni.

    Lo stesso giorno in cui le Br rilasciano Sossi, il 23 maggio 1974, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa incomincia a preparare un Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri.

    Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello Stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di Conso e dell’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; quest’ultimo dichiara che, mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole finisce col perdere ogni credibilità. Lo Stato non deve attaccarsi a cavilli e usare il potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha in precedenza garantito la libertà, concludendo con una domanda allarmante: chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?

    Con queste ultime lacerazioni all’interno dello Stato e dell’establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare l’effetto della loro azione: giornali, periodici, radio e televisioni fanno a gara a commentare l’onestà delle BR e la disonestà dello Stato. La stella a cinque punte brilla più che mai.

  • 28 Aprile 1974

    Le indagini per il sequestro di Mario Sossi, che si erano interrotte per qualche giorno come chiesto dalle Brigate Rosse, riprendono.

    In mancanza di indizi sembra che si agisca a caso, mentre alcuni servizi giornalistici tentano di coinvolgere Lotta Continua, basandosi su alcuni volantini del Circolo Ottobre (organizzazione collegata a Lotta Continua) nei quali, nell’ambito della campagna nazionale del processo Marini, si chiedeva la liberazione dell’anarchico. Si vuole cioè collegare il Circolo Ottobre (sigla contratta del gruppo 22 Ottobre) a LC e di conseguenza alle BR, formulando nello stesso tempo l’ipotesi di uno scambio Sossi-Marini. Sarà lo stesso Giovanni Marini, più tardi condannato a dodici anni di reclusione, a non prestarsi al gioco. Con un messaggio dal carcere di Potenza così dichiarerà: «La mia liberazione deve scaturire solo dal processo che non potrà che smascherare inequivocabilmente la montatura fascista e affermare la mia innocenza».

    Arriva a Genova il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante di Brigata dei Carabinieri di Torino.

    Genova è in stato di assedio, presidiata e rastrellata da migliaia di uomini delle forze dell’ordine, ma è una rappresentazione di impotenza: dei brigatisti e del loro ostaggio non c’è traccia.

    Il “Corriere della Sera” scrive:

    «A dieci giorni dal sequestro di Sossi, le BR sembrano vincere su tutta la linea. Vincono materialmente, perché il magistrato è ancora nelle loro mani; vincono politicamente, perché stanno seminando lo scompiglio nella struttura statale».

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