Tag: Carlo Alberto Dalla Chiesa

Da una biografia attendibile e ufficiale: «Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato a Saluzzo (CN) il 27-9-1920. Generale in servizio permanente effettivo nell’arma dei carabinieri e comandante la prima brigata di Torino dal 1° Ottobre 1973, dopo oltre sette anni di comando nell’arma della Sicilia occidentale col grado di colonnello. È insignito delle seguenti decorazioni: passaggio in servizio effettivo per merito di guerra; medaglia d’argento al V.M.; medaglia di bronzo al V.C.; due croci al merito di guerra; oltre a numerose altre decorazioni, ha conseguito durante il servizio nell’arma una ventina di encomi solenni per importanti operazioni contro il banditismo e la delinquenza organizzata, anche a seguito di conflitti a fuoco. È laureato in giurisprudenza e scienze politiche. Ufficiale di fanteria in zona di guerra (Montenegro) fu al comando di plotoni “guerriglieri”. Come «ufficiale inferiore nell’arma dei carabinieri», fra l’altro ha comandato la «speciale compagnia di Casoria per la lotta contro il brigantaggio del 1946-1948, il gruppo e raggruppamento squadriglie di Corleone nella lotta contro il Bandito Giuliano». È stato quindi comandante del gruppo interno, del nucleo di polizia giudiziaria, del gruppo unificato di Milano fra il 1960 e il 1966, capo ufficio addestramento della scuola allievi di Torino.

«Il 1° Luglio 1966 prende il comando della importante legione di Palermo con giurisdizione anche sulle province di Agrigento, Trapani e Caltanissetta».

Ancora dalla biografia: «se è vero che su tutti rimane lo sviluppo dato, dopo la scomparsa del giornalista De Mauro, alle indagini che, condotte in ogni parte d’Italia, portarono l’arma fin dalla fine del 1970 ad intuire e a conoscere come la mafia, superando i confini di Sicilia, si fosse estesa a molte zone dell’Italia del nord, del centro e della Campania, fino a colpirla, direttamente e frontalmente nelle note operazioni contemporanee dell’estate 1971, è anche vero che non possono essere dimenticati i successi conseguiti contro l’abigeato, contro la mafia della droga e delle baracche, contro le sofisticazioni, contro gli episodi di gravissima delinquenza, quali quelli del “delitto Ciuni”, contro molteplici faide e prepotenze nell’entroterra e nei cantieri, contro tanti e tanti catturandi da tempo dati per irreperibili in Italia e all’estero. Da ricordare ancora che su tutte e quattro le province, i reparti dipendenti, sotto il profilo assistenziale, civico e di umano altruismo, si sono particolarmente distinti alll’epoca della nota frana di Agrigento e (per corale gratitudine espressa da autorità governative, regionali e locali), in occasione della violenta tragedia del sisma dell’inverno 1968. I carabinieri ebbero allora, tra le loro file, un morto e 86 tra feriti e contusi e tanti, tanti episodi di autentico valore.

Generale a Torino, nel Maggio 1974, sotto la direzione del procuratore generale Carlo Reviglio della Veneria, guida personalmente le operazioni che portano alla strage del carcere di Alessandria. Nello stesso periodo costituisce lo speciale nucleo di polizia giudiziaria la cui attività se non unica, per lo meno principale, consiste nella caccia alle Brigate Rosse. Dopo la scoperta della base di Robbiano di Mediglia tiene una conferenza stampa: a molti rappresentanti degli organi d’informazione appare scostante, particolarmente reattivo alle domande molte delle quali pensa siano poste in malafede.

Tiene a chiarire:

«Ho fatto la guerra di Liberazione. Sono stato io a scoprire, a Roma, il primo “fascio di combattimento” e ne ho arrestato i componenti».

Ad Acqui Terme, dopo la “battaglia di Arzello” tiene una nuova conferenza stampa drammatica e sconcertante.

Di famiglia con solide tradizioni militari, ha per l’arma un vero culto. Due episodi appaiono significativi. Negli anni sessanta, un un centro dell’hinterland milanese, un carabiniere catturò un bandito, durante un conflitto a fuoco. Erano anni ancora relativamente tranquilli, la notizia fece grande sensazione. Interessava, ai giornali, la foto di quel carabiniere. Dalla Chiesa, presente nella caserma, benché orgoglioso dell’impresa non voleva che il militare fosse fotografato. Poco alla volta, dietro le insistenze, la resistenza dell’ufficiale sembra fiaccarsi. A mezza voce spiega: «Niente foro: è brutto». Infine cede, chiama il milite e prima di abbandonarlo ai flashes dei fotografi gli ravvia personalmente i capelli col suo pettine. Con compiacimento più volte ha raccontato l’aneddoto, vero, di quando, giovane ufficiale, alla fine della guerra andò col fratello alla stazione a ricevere il padre, ufficiale superiore reduce dalla prigionia. Un abbraccio commosso, poi l’alto ufficiale, gli occhi ancora umidi di pianto, disse: «Ringrazio entrambi, ma tu considerati agli arresti: non si saluta così un ufficiale».

Nella primavera 1975 indirizza alla procura generale di Torino un esposto-denuncia col quale accusa il giudice istruttore milanese Ciro De Vincenzo di connivenza con le Brigate Rosse: accusa infondata, stabilirà l’inchiesta.

Nominato il 2 Aprile 1982 prefetto di Palermo, «senza poteri speciali ma con compiti speciali», il 3 Settembre viene assassinato dalla mafia con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

  • 1 Gennaio 1981

    Viene emesso il comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul sequestro D’Urso, in merito all’omicidio Galvaligi del giorno prima.
    La magistratura romana dispone l’arresto di Mario Scialoja, giornalista dell’Espresso.

    «La lotta dei proletari prigionieri continua. Il giorno 31-12-1980, alle ore 19.15, un nucleo armato della nostra Organizzazione ha giustiziato il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi… Era il braccio destro di Dalla Chiesa da tempi molto lontani. Insieme al suo degno compare aveva organizzato l’Ufficio di coordinamento per i servizi di sicurezza nelle carceri e, in concreto, aveva realizzato e pianificato le modalità della strategia di guerra nel carcerario… Galvaligi rappresentava la continuità della linea dell’intervento dei carabinieri dentro il ministero di Grazia e giustizia e, proprio per questo, il boia D’Urso lo conosceva bene. Erano due facce della stessa medaglia. La battaglia iniziata con la cattura del boia D’Urso continua, e nel proseguimento di essa le Brigate rosse sono incondizionatamente al fianco dei Proletari in lotta».

    Lo stesso 31 dicembre la magistratura romana dispone l’arresto del giornalista de “L’Espresso” Mario Scialoja. Il provvedimento è originato da un clamoroso scoop, firmato appunto da Scialoja, che il settimanale si appresta a pubblicare: alcuni brani degli interrogatori di D’Urso, una foto a colori del magistrato prigioniero, e il testo di un’autointervista curata dalle stesse Br. Tutto materiale che Scialoja sostiene essergli stato consegnato da un anonimo brigatista attraverso il collega giornalista Giampaolo Bultrini (il provvedimento di arresto colpirà anche quest’ultimo). La magistratura accusa i due giornalisti di favoreggiamento personale e falsa testimonianza, poiché non crede alla loro versione dei fatti (il brigatista anonimo verrà poi identificato in Giovanni Senzani).

    Il brigatista Buzzati ricorda:

    «Ricordo che il Senzani fu contento quando arrestarono [i giornalisti de “L’Espresso”] Scialoja e Bultrini, in particolare per lo Scialoja… Le Br ce l’avevano con Scialoja, e spesso si erano chieste chi mai fornisse allo Scialoja stesso le numerose, particolareggiate e esatte notizie che, in tema di Br, egli andava pubblicando… [Senzani] conosceva da tempo il Bultrini, e fu questi a metterlo in contatto con Scialoja… Comunque, Senzani era risentito con Moretti perché lo aveva esposto al rischio di questi incontri con Bultrini e Scialoja, facendolo scoprire. A proposito dei rapporti Moretti-Senzani, devo dire che il primo aveva notevole autorità sul secondo: Moretti era l’unico di fronte al quale il Senzani, riconoscendone l’autorità [dì capo delle Br, ndr], si piegava – con gli altri, o aveva ragione lui, o litigava. Il questionario dell’intervista fu compilato da Scialoja, ad alcune domande non fu data risposta perché ritenute inutili; altre furono poste in ordine diverso da quel lo originario. Le risposte furono date, ufficialmente, dall’esecutivo, ma in talune è riconoscibile lo stile un po’ retorico e per metafore di Moretti»

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  • 30 Marzo 1980

    Le Brigate Rosse con una telefonata all’ANSA fanno ritrovare il volantino di commemorazione per i brigatisti morti il 28 Marzo 1980.

    Il volantino è datato 29 Marzo 1980.

    Testo completo del volantino di commemorazione

    “Venerdì 28 marzo 1980 quattro compagni delle Brigate Rosse sono stati uccisi dai mercenari di Dalla Chiesa. Dopo aver combattuto, e trovandosi nell’impossibilità di rompere l’accerchiamento, dopo essersi arresi, sono stati trucidati. Sono caduti sotto le raffiche di mitra della sbirraglia prezzolata di regime i compagni:

    Roberto, operaio marittimo, militante rivoluzionario praticamente da sempre, membro della direzione strategica della nostra organizzazione. Impareggiabile è stato il suo contributo nella guerra di classe che i proletari in questi anni hanno sviluppato a Genova. Dirigente dell’organizzazione dall’inizio della costituzione della colonna che oggi è intitolata a alla memoria di Francesco Berardi, con generosità e dedizione totale ha saputo fornire a tutti i compagni che hanno avuto il privilegio di averlo accanto nella lotta un esempio di militanza rivoluzionaria fatta di intelligenza politica, sensibilità, solidarietà, vera umanità, che le vigliacche pallottole dei carabinieri non potranno distruggere.

    Cecilia: si guadagnava da vivere facendo la segretaria. Come tutte le donne proletarie la borghesia aveva destinato ad una vita doppiamente da sfruttata, doppiamente subalterna e meschina. Non ha accettato questo ruolo aderendo e militando nella nostra organizzazione, dando con tutte le sue forze un enorme contributo per costruire una società diversa, dove la parola donna e la parola proletario non significano sfruttamento.

    Pasquale: operaio della Lancia di Chivasso.

    Antonio. Operaio Fiat e dirigente della nostra organizzazione. Sempre alla testa delle lotte della fabbrica e dei quartieri nei quali vivevano.

    Li hanno conosciuti tutti quegli operai e proletari che non si sono piegati all’attacco scatenato dalla multinazionale di Agnelli e del suo Stato. Proprio perché vere avanguardie avevano capito che lottare per uscire dalla miseria, dalla cassa integrazione, dai ritmi, dai cottimi, dal lavoro salariato, vuol dire imbracciare il fucile e organizzare il potere proletario che sappia liberare le forze per una società
    comunista. Imbracciare il fucile e combattere. Questi compagni erano consapevoli che decidendo di combattere avrebbero affrontato la furia omicida della borghesia e che avrebbero potuto essere uccisi. Ma la certezza che combattere per la vita, per la libertà in una posizione d’avanguardia, in prima fila, è compito che i figli migliori, più consapevoli, del popolo devono assumere su di sé per poter rompere gli argini da cui il movimento proletario spazzerà via la società voluta dai padroni. Per loro, come per molti altri operai, la scelta è stata molto precisa: combattere e vincere con la possibilità di morire; anziché subire e morire a poco a poco da servi e da strumenti usati da un pugno di sciacalli per accumulare profitti.

    Oggi Roberto, Pasquale, Cecilia, Antonio sono caduti combattendo. È grande il dolore per la loro morte, non riusciamo ad esprimere come vorremmo quel che sentiamo perché li hanno uccisi e non li avremo più tra noi. Ma nessuno di noi ha pianto, come sempre quando ammazzano dei nostri fratelli, e la ragione è una sola: altri hanno già occupato il loro posto nella battaglia. Proprio mentre ci tocca lo strazio della loro scomparsa e onoriamo la loro memoria, si rinsalda in noi la convinzione che non sono caduti invano come non sono morti invano tutti i compagni che per il comunismo hanno dato la vita. Alla fine niente resterà impunito”

    Copie del volantino sono diffuse lo stesso giorno nelle maggiori città e nei giorni successivi a Genova nel quartiere di Oregina, in via Napoli, a Granarolo, e a Sampierdarena. In un reparto dell’officina 76 dello stabilimento Fiat Mirafiori a Torino, nei giorni successivi compare una stella a cinque punte con la scritta rossa: “Onore ai compagni caduti a Genova”. Il volantino è chiaro. Non lascia possibilità alcuna di interpretazione. Annamaria Ludmann, “Cecilia”, fino a quel tempo praticamente sconosciuta agli inquirenti, apparteneva all’organizzazione armata, alle Brigate Rosse, quanto Lorenzo Betassa “Antonio”, Piero Panciarelli, “Pasquale” e Riccardo Dura, “Roberto”. Tutti morti con lei il 28 marzo 1980.

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  • 28 Marzo 1980

    Gli agenti di Dalla Chiesa irrompono nel covo Br di via Fracchia a Genova (sede della Direzione strategica).

    Uccidono i quattro brigatisti che vi sono all’interno (Anna Maria Ludmann, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli e Riccardo Dura); nel covo sarebbe stata trovata copia dei manoscritti di Moro, ma nei verbali di perquisizione e di sequestro compilati dai carabinieri ciò non risulta.

    La casa è di proprietà di Anna Maria Ludmann, fino a quel momento inimmaginabile come appartenente alle Brigate Rosse.

    Le confessioni di Peci sono devastanti per l’organizzazione brigatista, e anche per Prima linea: nelle BR c’è chi – come Lauro Azzolini – sospetta che Peci fosse un infiltrato dei carabinieri, forse addirittura un sottufficiale dell’Arma.

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  • 18 Febbraio 1980

    I carabinieri del generale Dalla Chiesa arrestano a Torino i brigatisti Patrizio Peci e Rocco Micaletto.

    Patrizio Peci decide di collaborare con i carabinieri.

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  • 4 Ottobre 1978

    Il generale Dalla Chiesa si incontra con il giornalista Mino Pecorelli.

    Tre giorni dopo il blitz milanese in via Monte Nevoso – il generale Dalla Chiesa si incontra col giornalista Mino Pecorelli, direttore-fondatore del periodico “Op”.

    Iscritto alla P2 e da anni in stretti rapporti con settori dei servizi segreti, Pecorelli è una spina nel fianco del potere politico romano, specialmente di quello andreottiano: attraverso “Op” pubblica dossier riservati e notizie scabrose, anticipando scandali e rivelando manovre e intrighi di potere.

    Dopo l’incontro del 4 ottobre con Dalla Chiesa, Pecorelli comincia a pubblicare una serie di articoli pesantemente allusivi sul delitto Moro, insinuando il vero: cioè che le carte di Moro trovate nel covo Br di via Monte Nevoso siano state “manipolate” e “censurate” dai carabinieri in quanto contenenti “segreti di Stato”, come in effetti è avvenuto. Il direttore di “Op” si sofferma più volte anche sulle Br e sul loro imprendibile capo:

    «L’obiettivo primario [del sequestro Moro] è senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area di potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. È un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un Paese industriale… È Yalta che ha deciso via Mario Fani»

    «Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione della rotta dell’astronave Italia».

    «Ma torneremo a parlare… Perché Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato e forse la mattina che il presidente è stato ucciso, [Cossiga] era insieme a altri notabili DC a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo fare anche noi un po’ di fantapolitica. Le trattative con le BR ci sarebbero state. Come per i feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i “carabinieri” (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perché si voleva comunque l’anticomunista Moro morto, e le BR avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama “DC” e il macellaio Maurizio».

    «E a proposito di via Gradoli, è stato ammesso ufficialmente che, alla segnalazione, la polizia si precipitò a Gradoli e non a via Gradoli a Roma. Basta questo per mettere sotto processo gli inetti a  quali era stata affidata la vita di un uomo? E che dire della conoscenza, prima di marzo, della tipografia di via Pio Foà dove manovrava, con macchine offset, inchiostro e carta, il signor Mario Moretti, alias ing. Borghi di via Gradoli, nonché il correttore delle lettere di Aldo Moro scritte nel carcere del popolo!… Del caso Moro si sa ben poco; si pensa e si intuisce che gli elementi più attivi e più pericolosi della organizzazione eversiva ancora latitanti, abbiano potuto prendere parte all’operazione di via Fani e alle fasi successive a cominciare da Mario Moretti, forse Prospero Gallinari e gli altri. Ma niente di più. Da allora è stata ridimensionata l’attività di un’organizzazione che in caso contrario avrebbe forse dilagato con chissà quali conseguenze. Tutte le operazioni portate a termine, prima e dopo l’incarico al gen. Dalla Chiesa, hanno consentito di controllare e limitare l’attività; ma il colpo al cuore dell’organizzazione ancora non c’è stato»

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  • 30 Agosto 1978

    Giulio Andreotti conferisce poteri speciali anti-terrorismo al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

    Il 30 Agosto, con un apposito decreto-legge, Andreotti conferisce poteri speciali antiterrorismo al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: il decreto governativo stabilisce che, a partire dal successivo 10 settembre, il generale dovrà attuare «forme organiche di coordinamento e di cooperazione tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi», e che di tali specialissimi compiti operativi riferirà «direttamente al ministro dell’Interno».

    In pratica, il generale Dalla Chiesa diventa un supervisore dei servizi segreti in funzione antiterrorismo, svincolato dal collegamento con la magistratura.

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  • 19 Aprile 1978

    A Roma le Brigate Rosse assaltano la caserma Talamo dei carabinieri.

    L’agguato prevedeva il lancio di tre bombe artigianali sul muro dei locali adibiti al parcheggio dei mezzi pesanti dei carabinieri. Contemporaneamente i brigatisti avrebbero colpito l’edificio a colpi di mitra.

    Ricorda Adriana Faranda:

    «Oltre a me, nel commando c’erano Valerio, Franco Piccioni, Varo Loiacono e Renato Arreni. Ci incontrammo in una piazzetta dell’incrocio tra la Via Olimpica e la Via Salaria. Uno snodo delicato, con una strada di defilamento non molto trafficata, ma parecchio pericolosa. Cominciò male: qualcuno arrivò in ritardo, qualcun’altro aveva dimenticato i guanti, un altro ancora non aveva indossi i baffi che avrebbe dovuto avere. Insomma la tensione si tagliava a fette. […] A Piccioni era stato affidato il compito di lanciare le tre bombe. Lo fece, ma una non esplose. Io avrei dovuto sparare sull’edificio subito dopo Valerio. Ma il suo via non arrivava. Mi girai verso di lui, interdetta. Compresi che il suo mitra non funzionava, poiché cercava di sbloccarlo sbattendone il calcio contro il muro. Allora decisi di anticiparlo e di aprire io il fuoco di copertura, finché anche lui non riuscì a sparare. […] Fuggimmo. In ordine sparso arrivammo alla macchina che ci aspettava, senza rispettare le posizioni previste. Infine riuscimmo comunque a montare su tutti. Avevamo progettato di coprirci la fuga spargendo sul terreno olio e chiodi a quattro punte per evitare che qualcuno ci potesse inseguire. L’incarico lo aveva Piccioni, ma se ne dimenticò. E pensò bene di rimediare quando eravamo già tutti a bordo. Lanciò i chiodi dal finestrino, proprio sotto le nostre ruote. E naturalmente… fummo noi i primi a bucare. Arreni, che era al volante, cominciò a sbraitare. Allora Piccioni, per riuscire a gettare la bottiglia d’olio e gli ultimi chiodi senza provocare ulteriori disastri, aprì lo sportello anteriore di destra, proprio mentre  a tutta velocità percorrevamo una curva, e gli cadde fuori la pistola. Arreni non si fermò e Piccioni perse la sua arma. La scampammo per puro miracolo. […] Il giorno successivo, non ci eravamo ancora ripresi da quella disfatta, leggiamo sui giornali che alla caserma Talamo dormiva spesso in tutta segretezza il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Grossi titoloni inneggiavano alla nostra potenza militare e ipotizzavano la presenza della solita “talpa” per spiegare come potevamo essere entrati in possesso della riservatissima informazione. Trasecoliamo, soprattutto ripensando a com’era andata nella realtà. Noi quella caserma l’avevamo scelta solo perché custodiva i mezzi pesanti dei carabinieri. E perché era considerata un simbolo rappresentativo delle forze dell’ordine. […] Ricordo perfettamente come andò: eravamo in Ufficio e avevamo già preparato il volantino con la rivendicazione. Ovviamente lo buttammo nel cestino e ne preparammo un altro. Aggiornato con le rivelazioni dei giornali. Non potevamo certo perdere l’occasione di valorizzare la nostra azione. Sebbene per caso, anche la nostra immagine – quanto a potere di informazione e di penetrazione – aveva guadagnato parecchio terreno».

  • 2 Gennaio 1977

    Prospero Gallinari evade dal carcere di Treviso dov’era detenuto.

    «Avevamo avvertito più volte il ministero della assoluta insicurezza di questo carcere», dichiara il direttore del penitenziario, «ma non ci hanno mai nemmeno risposto. L’ultimo fonogramma lo avevamo fatto il 31 dicembre».

    Molti anni dopo l’ex ministro Taviani farà in proposito una gravissima rivelazione: «Il generale Dalla Chiesa mi disse che la fuga di Gallinari dal carcere venne favorita con lo scopo di scovare Moretti». In effetti il brigatista ex del Superclan, appena evaso, raggiunge Moretti a Genova, dove si sta organizzando il sequestro Costa, ma nessuno “scova” il capo delle Br. E Gallinari potrà partecipare prima al sequestro Costa, poi alla strage di via Fani, svolgendo un importante ruolo durante il sequestro Moro.

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  • 17 Maggio 1976

    Comincia a Torino il processo alla “banda armata denominata Brigate Rosse”.

    Il processo avviene in un clima socio-politico di estrema tensione, per i fatti che vanno dal febbraio 1973 (sequestro Labate) alla fine del 1975 (compreso il sequestro Sossi).

    Dei 46 imputati, 12 detenuti presenti in aula appartengono al nucleo originario delle BR: Pietro Bassi, Piero Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Umberto Farioli, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Arialdo Lintrami, Piero Morlacchi, Roberto Ognibene, Tonino Parali, Giorgio Semeria; in più, c’è il morettiano ex Superclan Prospero Gallinari.

    La lista dei capi di imputazione è copiosa, fra le accuse rapina, sequestro di persona, furto, lesioni gravissime, cospirazione politica mediante associazione, sostituzione di persona, associazione sovversiva costituita in banda armata.

    I brigatisti colgono l’occasione per trasformare l’aula in una specie di campo di battaglia, per gestire il dibattimento e condurre un «processo di guerriglia». Contestano clamorosamente i propri difensori.

    In un documento redatto durante la notte sostengono:

    Se difensori devono esservi, questi servono a voi, egregie «eccellenze»! Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai vostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso che fossero nominati d’ufficio a rifiutare ogni collaborazione col potere. Con questo atto intendiamo riportare lo scontro sul terreno reale e per questo lanciamo alle avanguardie rivoluzionarie la parola d’ordine: portare l’attacco al cuore dello stato!

    È una mossa a sorpresa alla quale segue il rifiuto dei difensori designati dalla corte. In un silenzio assoluto, con voce ferma, Paolo Maurizio Ferrari, legge il lungo documento:

    La nostra decisione di presentarci in aula non modifica le valutazioni che già in altre sedi abbiamo espresso rispetto al ruolo e alla funzione della legalità borghese, ma tende al contrario a denunciare l’uso politico che la borghesia, nelle sue diverse componenti (dai reazionari ai democratici ai revisionisti), intende farne in questa particolare congiuntura politica.

    Il processo, aggiunge il brigatista,

    tende a colpire una tendenza storica, un programma strategico: la lotta armata per il comunismo! Ma volendo essere il processo alla rivoluzione proletaria, esso sancisce per ciò stesso la sua impossibilità. S’illude infatti questa corte di poter esorcizzare la lotta armata per il comunismo con il terrore delle condanne, perché è nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle galere, ovunque vi sia un proletario, che essa vive e si sviluppa. Cero la rivoluzione comunista passa anche dai vostri tribunali, ma non in veste di imputata: Sossi, Di Gennaro, Margariti, Paolino Dell’Anno hanno tracciato la strada e per tutti quelli della loro risma è solo questione di tempo!

    Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata, presente e futura. Affermato questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo: gli «imputati» non hanno niente da cui difendersi, mentre, al contrario, gli «accusatori» hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano.

    La dichiarazione pone tuttavia in evidenza lo stato di isolamento politico in cui le bierre sembrano trovarsi. È il «compromesso storico», l’idea di una collaborazione fra comunisti e cattolici, che viene posta sotto accusa:

    Gli agenti riformisti operano per modificare la struttura della coscienza di classe del proletariato. La manipolazione consiste nel dirottare il potenziale di violenza accumulato in ogni proletario verso falsi obiettivi non pericolosi per la sopravvivenza del sistema.

    Ancora:

    Il «compromesso storico», al di là delle sue velleità e dei fronzoli ideologici di cui si ammanta, non può che rappresentare una soluzione tutta interna alla controrivoluzione imperialista. Nel migliore dei casi sarà un proiettile di gomma nel fucile degli sbirri.

    Inutili, anzi dannose, quindi, le elezioni politiche:

    Mai come in questo momento diventa chiaro che partecipare alla farsa elettorale significa eleggere i propri carnefici! Mai come in questo momento diventa chiaro che l’interesse proletario è quello di acutizzare la guerra civile in atto e trasformarla in lotta armata per il comunismo!

    Indispensabile, dunque

    portare l’attacco al cuore dello stato; costruire l’unità del movimento rivoluzionario nel partito combattente! Se lo stato è lo strumento della controrivoluzione, compito delle forze rivoluzionarie è disarticolarlo nei suoi centri vitali, portando l’attacco a tutte le sue articolazioni a partire dai suoi apparati direttamente coercitivi.

    Il dibattimento, conclude la lunga dichiarazione, dovrà diventare

    una occasione di confronto politico militare e di unità nella prospettiva del partito combattente per tutte le organizzazioni comuniste.

    Il processo è rinviato. Nodo centrale e complesso è la difesa d’ufficio, che lo stato al tempo stesso offre e impone all’imputato: i brigatisti la rifiutano, non vogliono mediatori, spiegano, fra sé e la corte. È finito il tempo dei «processi di connivenza», sostengono. Gli avvocati di fiducia hanno anticipato che non sosterranno difese d’ufficio e le bierre nel «Diario al processo» commentano:

    Accogliendo l’invito a rifiutare la difesa anche d’ufficio gli avvocati si allontanano non solo dal processo ma chiudono un’epoca: quella dei processi politici. Da questo momento in avanti questo processo assume i connotati di un’azione di guerriglia (Processo di guerriglia!)

    Con lo smantellamento del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e dopo gli arresti di Curcio e Semeria, lo Stato sembra pago, e l’azione anti-BR delle forze dell’ordine sta segnando il passo.

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  • 11 Luglio 1975

    Il generale dei Carabinieri Enrico Mino scioglie il Nucleo Operativo Antiterrorismo. (altro…)