Tag: Lauro Azzolini

  • 28 Marzo 1980

    Gli agenti di Dalla Chiesa irrompono nel covo Br di via Fracchia a Genova (sede della Direzione strategica).

    Uccidono i quattro brigatisti che vi sono all’interno (Anna Maria Ludmann, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli e Riccardo Dura); nel covo sarebbe stata trovata copia dei manoscritti di Moro, ma nei verbali di perquisizione e di sequestro compilati dai carabinieri ciò non risulta.

    La casa è di proprietà di Anna Maria Ludmann, fino a quel momento inimmaginabile come appartenente alle Brigate Rosse.

    Le confessioni di Peci sono devastanti per l’organizzazione brigatista, e anche per Prima linea: nelle BR c’è chi – come Lauro Azzolini – sospetta che Peci fosse un infiltrato dei carabinieri, forse addirittura un sottufficiale dell’Arma.

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  • 31 Marzo 1978

    La targa segnalata il 21 Marzo 1978 viene riconosciuta come quella di Norman Ehehalt, terrorista della RAF.

    La Digos di Roma il 31 marzo è in grado di comunicare all’autorità giudiziaria che la targa segnalata è relativa a un’auto intestata al sospetto terrorista Norman Ehehalt, il quale è in stretti rapporti col terrorista tedesco Willy Peter Stoll.

    Il successivo 18 maggio, durante una perquisizione nella tipografia del sospetto terrorista Ehehalt, la polizia tedesca trova le due targhe PAN-Y-521 (anteriore e posteriore) bruciacchiate, ma Ehehalt si rifiuta di rispondere alle domande degli inquirenti. L’Interpol ha accertato che un automezzo intestato a Ehehalt è stato utilizzato a Stoccarda dai terroristi tedeschi Cristian Wackragel e Peter Stoll.

    Quest’ultimo ha avuto un ruolo centrale nella strage di Colonia e nel sequestro Schleyer, attuati con la stessa tecnica della strage di via Fani e del rapimento di Moro.

    Anni dopo, il brigatista pentito Patrizio Peci dirà che il terrorista tedesco Willy Peter Stoll era in contatto con Moretti durante il sequestro di Moro. Il collegamento di Stoll con Moretti, scriverà il giudice istruttore Ferdinando Imposimato, «induce alla ragionevole conclusione della probabile implicazione dello Stoll nell’“impresa” di via Fani».
    Purtroppo la circostanza non potrà essere accertata: il terrorista tedesco Stoll verrà ucciso il 6 settembre 1978 in un ristorante di Dusseldorf, e addosso gli verranno trovati documenti comprovanti i suoi rapporti con le Br italiane.

    Moretti negherà che le Br abbiano avuto, durante il sequestro Moro, rapporti con la Raf, sostenendo di averli stabiliti solo successivamente (estate 1978), e solo per scambi di documenti falsi. Ma il capo brigatista verrà smentito anche da Lauro Azzolini, il quale confermerà di avere tenuto, su incarico del Comitato esecutivo, i rapporti con i rappresentanti della Raf durante i 55 giorni del sequestro Moro, attraverso periodici incontri con i terroristi tedeschi: «Venivano in Italia ogni quindici giorni», dirà Azzolini, precisando di averli ripetutamente ammoniti a non prendere iniziative arbitrarie sul tipo di quella che la Raf aveva assunto pochi mesi prima, durante il sequestro Schleyer (il dirottamento dell’aereo della Lufthansa a Mogadiscio).

    Il capo brigatista negherà sempre – mentendo – l’evidenza dei rapporti Br-Raf durante il sequestro Moro, allo scopo di smentire gli indizi sulla presenza di un killer tedesco nel commando di via Fani. Ma non c’è dubbio che l’agguato del 16 marzo richiama il modello operativo e la tecnica militare impiegati dalla Raf per il rapimento Schleyer; e del resto Willy Peter Stoll, in contatto con Moretti, è stato uno dei sequestratori di Schleyer, come lo sono stati Rolf Heissler e Elisabeth Von Dick. La Raf intratteneva rapporti con una fazione estremista dell’Olp e con l’Età, e le Br potevano comunicare con quelle organizzazioni tramite appunto la Raf, la quale era infiltrata ad alto livello dal Mossad, il servizio segreto israeliano.

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  • 1 Settembre 1976

    A Biella le Brigate Rosse uccidono il vicequestore Francesco Cusano. (altro…)

  • 22 Marzo 1976

    I carabinieri arrestano Giorgio Semeria.

    Ore 21:30. Il rapido Venezia-Torino spunta in perfetto orario in fondo al binario 8 della Stazione Centrale di Milano. Sulle pensiline c’è agitazione, uomini armati, alcuni indossano corpetti antiproiettile. Alla spicciolata vanno incontro al treno che avanza lento. Prima dell’arresto del convoglio, uno sportello si apre dalla parte del marciapiede bagagli, un uomo balza a terra, ma subito due carabinieri gli sono ai fianchi: il capitano Francesco Delfino, di Brescia, e il brigadiere Pietro Aztori del gruppo speciale che impugna una pistola.

    «Fermo, sei Giorgio Semeria. Ti abbiamo riconosciuto».

    Il giovane ha uno scatto, tenta la fuga, ma l’ufficiale lo afferra alle spalle. Bloccarlo, però, non è facile. Si divincola, gli inquirenti diranno che ha tentato di puntare la pistola dall’interno della tasca e sparare. Il sottufficiale preme il grilletto e il brigatista è colpito al torace, il proiettile passato fra carotide e aorta fuoriesce sotto la scapola.

    Diranno i carabinieri:

    «Lui ha cacciato una mano in tasca, si è intravista la sagoma di un’arma: l’ha puntata contro il brigadiere. Avrebbe sparato.

    L’arma, una Smith and Wesson calibro 38, sarebbe stata nella tasca destra: al contrario, c’erano soltanto un paio di occhiali da vista di ricambio mentre il giovane avrebbe tenuto la rivoltella sotto la cintura. Il sottufficiale Pietro Aztori (che è in contatto con il brigatista-informatore Francesco Marra) che ha sparato finirà sotto inchiesta.

    In questo momento Semeria è l’unico componente del nucleo storico [delle Br] ancora in libertà, impegnato a contrastare la svolta “guerrigliera” di Moretti.

    Franceschini qualche anno dopo ricostruirà così l’arresto di Semeria:

    «Fecero alzare le mani a Semeria sopra la testa e il maresciallo Atzori gli sparò un colpo sotto l’ascella con una calibro 22 munita di silenziatore. Giorgio cadde su una panchina, agonizzante. I carabinieri restarono a guardare, forse aspettavano che morisse. Ma Giorgio non moriva: il proiettile gli aveva trapassato un solo polmone, poi un osso lo aveva deviato impedendogli di forare anche l’altro polmone. La gente non capiva perché i carabinieri se ne stessero ll a osservare, con le mani in mano, un uomo agonizzante. Molti cominciarono a protestare, chiedendo che venisse chiamata un’ambulanza. Semeria venne finalmente trasportato al Pronto soccorso.»

    L’ex brigatista Michele Galati testimonierà che in carcere

    «Semeria aveva una fissazione su Moretti, al quale attribuiva la responsabilità del suo arresto… Lui [ripeteva] che il vero problema era Mario Moretti».

    Secondo Franceschini, in carcere Semeria supportava i suoi sospetti sul conto di Moretti raccontando un episodio significativo:

    «Giorgio doveva trovare una sistemazione momentanea per due nuovi arruolati nell’organizzazione, così aveva domandato a Moretti se la base milanese di via Balestrati, dove avevano abitato Mario e Paola Besuschio, fosse “pulita”, cioè sicura, e lui gli aveva risposto che era un appartamento di massima sicurezza; ma appena i due nuovi brigatisti ci si erano installati, nella base aveva fatto irruzione la polizia…

    E quando Giorgio a muso duro gli aveva chiesto spiegazioni, Mario si era giustificato dicendo di essersi sbagliato, in effetti quella base era tenuta d’occhio dalla polizia… Semeria era convinto che Moretti fosse una spia».

    I sospetti dei brigatisti del nucleo originario, tutti detenuti, sul conto di Moretti – l’unico rimasto libero – danno luogo a un’inchiesta interna alle BR, affidata a Lauro Azzolini e Franco Bonisoli (entrambi del Comitato esecutivo).

    L’inchiesta non sortisce risultati: origina solo le proteste dell’ex pupillo dei Casati Stampa, il quale, venutolo a sapere, pretende le scuse scritte da parte dei brigatisti detenuti che l’hanno voluta. Ormai è lui il nuovo numero uno delle BR: non solo per la modesta caratura di tutti gli altri brigatisti ancora in libertà, ma anche perché fra loro è il terrorista di più antica data, il solo che conosce tutti i risvolti dell’organizzazione, e l’unico che da quattro anni riesce a sottrarsi ai carabinieri e alla polizia.

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  • 5 Giugno 1975

    Margherita Cagol muore in uno scontro a fuoco a Cascina Spiotta ad Arzello (AL).

    Il giorno dopo il sequestro dell’industriale Gancia, una pattuglia di quattro carabinieri lo sta cercando in una zona collinosa di Acqui Terme, a Arzello (Alessandria), e arriva fino alla cascina Spiotta, dove la Cagol e un secondo brigatista, probabilmente Lauro Azzolini, tengono sequestrato l’industriale.

    Renato Curcio aspettava la chiamata di Margherita Cagol sull’esito dell’operazione in un bar di Milano, lei chiama puntuale. Curcio risponde all’apparecchio pubblico nel sottoscala del locale, mentre da sopra arrivavano i rumori di tazzine e bicchieri.

    Il prologo, alle 10, quando una pattuglia lascia la caserma dei carabinieri di Acqui per battere la zona alla ricerca del rapito Vittorio Vallarino Gancia. Su una 127 blu con targa militare salgono il tenente Umberto Rocca, 36 anni, genovese, sposato con un figlio, laurea in economia e commercio, spiccate attitudini per lo sport; il maresciallo Rosario Cattafi, 50 anni, sposato con quattro figli, comandante la stazione; gli appuntati Giovanni D’Alfonso, 44 anni, sposato, tre figli, e Pietro Barberis, 50 anni. L’itinerario non è stato deciso: nella zona esistono cascine e castelli diroccati, ovunque i rapitori possono aver trovato rifugio. Cinque fattorie sono visitate prima di arrivare alla Cascina Spiotta di Arzello, una come tante. Per raggiungerla, lasciata Acqui, vi sono alcuni chilometri sulla strada per Savona, poi, al bivio per Melazzo, si piega a sinistra; ancora un lungo tratto, quindi una nuova svolta a sinistra per un viottolo tortuoso e in salita. Sulla gobba verde di un colle sorge la costruzione, composta di due blocchi, il primo con i muri in pietra grezza, l’altro di mattoni intonacato in calce bianca. La zona è isolata, l’occhio spazia su un largo tratto delle colline del Monferrato. Prima di arrivare sullo stretto spiazzo antistante la cascina dove si trovano il pozzo e il forno all’aperto, il sentiero rompe una stretta curva da cui si vedono due finestre, una ha il vetro spezzato. Sulla facciata si aprono due porte. Non sono ancora le 11:30 quando l’auto dei carabinieri si arrampica lenta per il sentiero. Forse, all’interno della casa, qualcuno sorveglia la strada. O forse no. Quando la pattuglia arriva davanti alla cascina, tutto pare deserto. Una 127 e una 128, parcheggiate sotto il portico nella parte vecchia della casa, fanno supporre che all’interno vi sia qualcuno. La ricostruzione della tragedia è fatta su testimonianze rese in corte d’assise dai carabinieri. Il tenente Rocca, il maresciallo e l’appuntato D’Alfonso scendono. Seguito dal sottufficiale, il tenente si avvicina alla porta e bussa, l’appuntato si dirige al porticato e rileva le targhe delle macchine, l’altro carabiniere si ferma dietro la curva a gomito e comincia a trasmettere i dati sulle auto: «non avevamo sospetti particolari quando giungemmo alla Spiotta. Bussammo, nessuno rispose,» racconterà il tenente Rocca. Dall’interno, però, giunge il rumore di una radio. L’ufficiale, che si è spostato verso l’angolo della costruzione, alza lo sguardo verso una finestra con le persiane accostate.
    «Intravidi una donna. Gridai: “Ma allora c’è qualcuno. Signora, vuole venire giù?”. La sconosciuta si ritirò».

    Il maresciallo intanto da un calcio alla porta, chiama il proprietario della cascina il cui nome è sulla targhetta. «Dottor Caruso». La sequenza è serrata. Nel vano appare un uomo, «sui trent’anni, alto 1,75, distinto, viso emaciato». È seccato, c’è un breve battibecco con i carabinieri: «Che cosa volete?» chiede. E quando viene invitato ad uscire, ribatte: «Venite voi, venire». Dirà il maresciallo Cataffi: «Aveva la mano destra ancora all’interno. Lo vidi strappare con i denti la sicura della bomba e lanciarla. Poi richiuse la porta».

    L’ordigno è stato scagliato verso il tenente, che, preoccupato, ha ancora gli occhi alla finestra. Racconterà l’ufficiale: «”Attento! Attento!” sentii gridare. Mi voltai e scorsi la bomba cadere dall’alto. Alzai istintivamente il braccio per ripararmi. Quello che successe dopo… Vidi rosso, crollai a terra, poi mi rialzai». I brigatisti, l’uomo e la donna, irrompono all’esterno sparando. Rocca è a terra, il braccio sinistro spappolato, il volto sanguinante; colpito dalle schegge anche il maresciallo, mentre numerosi proiettili raggiungono l’appuntato D’Alfonso. Il sottufficiale sorregge il tenente, lo trasporta fino alla provinciale dove ferma un auto di passaggio, poi torna alla cascina: ormai è tutto finito.

    A fronteggiare i guerriglieri è rimasto l’appuntato Barberis, che ricevuto l’ordine di chiamare i rinforzi per radio, in attesa di risposta non si è mosso dalla 127 neppure agli spari e alle esplosioni. «Volevo tornare sull’aia, ma aspettavo la conferma. Ancora colpi di pistola, poi sento il rumore di due motori, esco e vedo venire avanti una 127 rossa e una 128. Sulla prima auto al volante un uomo. Come mi ha visto ha cominciato a sparare attraverso il vetro. Anche la donna sparava».

    Le auto fanno un largo giro, per evitare la macchina dei carabinieri messa di traverso sulla stradicciola. La corsa si interrompe, la 127 finisce contro un salice e l’altra macchina le piomba addosso. Ancora Barberis: «Si è spalancata la portiera, sono usciti sparando. Poi, lei credo, grida: “Basta, basta, non sparate. Siamo feriti”». Due colpi avevano già raggiunto la giovane: al braccio destro e alla schiena. La brigatista getta a terra la pistola, anche il suo compagno sembra disarmato. L’appuntato guarda in volto lo sconosciuto: «Lo fisso negli occhi, vedo che non è tranquillo. Ordino di spostarsi, e quello, appena arrivato dietro alla donna, tira fuori una bomba dalla tasca della camicia. La riconosco subito: ne ho lanciate a centinaia. Mi getto in avanti, per evitarla, e faccio fuoco tre volte, il primo proiettile colpisce la giovane». Il brigatista scappa verso la boscaglia, Barberis lo insegue. «L’ho sentito muoversi tra gli arbusti. Non avevo più colpi e sono tornato indietro». Soltanto in quel momento scorge l’appuntato D’Alfonso riverso al suolo, il sangue, le armi abbandonate. Pochi minuti dopo arrivano le gazzelle, ma i rinforzi ormai sono inutili. Per i feriti i medici possono fare poco: l’appuntato D’Alfonso è condannato; al tenente Rocca si deve amputare il braccio e l’occhio destro è perduto; soltanto le condizioni del maresciallo Cattafi non sono preoccupanti.

    In mezzo al prato la giovane donna muore. È stata colpita ad un braccio e alla schiena, poi al torace, sotto l’ascella sinistra. Nelle conclusioni dell’autopsia dirà il professor Athos La Cavera, dell’università di Genova (lo stesso che visitò Mario Sossi dopo la liberazione):

    «Il colpo mortale fu quello inferto al torace che ha prodotto la morte pressoché istantanea del soggetto, mentre le precedenti ferite sono state inferte, con ogni verosimiglianza, qualche minuto prima».

    La giovane indossa jeans e un pesante golf bianco, a tracolla ha una borsa, il volto è coperto di sangue, sembra alta poco più di un metro e sessanta, infilato all’anulare della mano sinistra ha un anellino: un cerchio d’oro bianco e tre piccole pietre. «È Margherita Cagol» dicono sicuri gli uomini del nucleo speciale giunti meno di mezz’ora dopo lo scontro. Della “battaglia di Arzello” le bierre faranno una ricostruzione diversa e discutibile, soprattutto perché sembra basarsi solo sul racconto del brigatista fuggito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dal giornale interno ‘Lotta armata per il comunismo’

    Entrato in contatto con i carabinieri, il nucleo doveva combattere e affrontare lo scontro con l’obiettivo esplicito di “annientare i CC”. Purtroppo i compagni hanno affrontato lo scontro in chiave difensiva, con l’illusione di potersi defilare senza annientare il nemico; e ciò ha portato ad un risultato parziale. Mara è rimasta ferita nello scontro. Essa, ormai disarmata, ha combattuto la sua ultima battaglia con le parole. Ma il nemico non si è accontentato di averla prigioniera. Dopo almeno cinque minuti dalla cattura una mano assassina l’ha abbattuta a freddo, in esecuzione di un ordine preciso. Un ordine che, in quelle circostanze è stato facile eseguire, ma sarà il tempo a dimostrare quale prezzo costerà a chi l’ha impartito.

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello dall’opuscolo ‘Mai più senza fucile’

    «Margherita Cagol uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Questi i titoli dei giornali. Telegrammi di felicitazione, medaglia al valore. Ma c’è un testimone, il compagno che si è sottratto alla cattura, che ha visto: Mara giaceva ferita ma viva e rantolante nell’erba, dopo la sparatoria. Un carabiniere ha chiesto per radio istruzioni poi si è avvicinato e le ha sparato a freddo. Uccidere i rivoluzionari non è reato. L’ordine del ministero degli interni è di fare il minor numero possibile di prigionieri».

    Ricostruzione della Battaglia di Arzello resa da Lauro Azzolini

    Copia trovata nella base occupata da Curcio, in Via Maderno a Milano

    «Arrivati alla “B” (la cascina Spiotta, n.d.r.) trovammo la “M” (Mara, n.d.r.) in ansia, in quanto, secondo le sue previsioni, eravamo in ritardo di 20 minuti e perché aveva sentito dalla radio del CC dell’auto 124.

    Scaricato “A” (Gancia, n.d.r.) e dato che altri lo avevano già messo nella “G” (cella, n.d.r.) andai subito al primo piano a sinistra, nel posto di osservazione; si vedevano bene i movimenti all’incrocio di Terzo e pezzi di altre strade che portavano sia a Savona che da noi. Sul tavolo di fianco alla finestra c’era una radio che faceva un casino del diavolo: era quella dei CC, mentre l’altra, quella dei PS, era spenta in quanto inservibile. Andai nell’altra stanza, aprii i vetri, tenendo chiusa la tapparella e guardai sotto. Mi prese un colpo nel vedere vicino alla porta un CC. Egli guardò su urlando chi ci fosse nella casa, mentre io per un attimo incredulo restai immobile. Corsi dalla “M” che era seduta a fianco della finestra e l’avvertii che c’erano i CC. La “M” urlando che era impossibile corse alla finestra, l’aprì tutta, si ritirò immediatamente dicendomi che erano in tre. Mi chiese da dove potevano essere venuti perché non li aveva visti: forse erano venuti dai campi o da Ovada.

    In quei minuti ci fu un trambusto indescrivibile. Io che caricavo le armi e mi riempivo le tasche di colpi e di bombe, la “M” che imprecando correva a prendere scartoffie e ventiquattrore. Andammo giù per le scale. Davanti alla porta chiusa armati (io di M1, pistola e 4 SRCM, da notare che le bombe svizzere le lasciammo su perché non ci sentivamo sicuri di adoperarle; la “M” borsetta e mitra a tracolla e, in mano, valigetta e pistola). Restammo qualche minuto dietro alla porta: la “M” insisteva che bisognava prendere le auto e scappare, io che volevo prendere l’”A”. Accortomi del casino che mi circondava decisi di verificare  aprendo la porta dove e come fossero disposti i carabinieri. Tolsi la sicura all’SRCM e mi affacciai. Messa fuori la testa vidi sulla mia sinistra all’angolo della casa un CC. Mi invitò ad uscire e cercai di prendere tempo per vedere dove fossero gli altri. Il mio temporeggiare fece siì che altri due CC uscissero dall’angolo e si mettessero allo scoperto. Dissi a “M” che avrei tirato le bombe e ci saremmo coperti la fuga con M1 e l’altro mitra, che tutti e tre si trovavano allo scoperto: infatti noi credevamo che fossero soltanto in tre. Ad un ennesimo invito ad uscire e a un altro mio che venissero loro, tirai la SRCM: sentii un gran botto, vidi un fuggi fuggi dei CC, tra urla e pianti. Uscii di corsa seguito dalla “M”, tirai un’altra SRCM a caso; mentre stavamo per entrare nel primo porticato sentimmo colpi alle spalle e urla. Mi voltai e vidi un CC che correva, la “M” urlò di sparare. Tirai il primo colpi con M1 ma non uscì il bossolo e l’arma si inceppò. Tirammo tutti e due con le pistole e ancora quando lo vedemmo disteso la “M” gli tirò ancora. La “M” mi urlò di prendere la macchina e scappare.

    Il CC urlava. Per primo gli dissi di non sparare, che ci arrendevamo, subito dopo anche la “M” urlava che ci arrendevamo. Sotto tiro ci ordinò di alzare le braccia sul capo. Feci presente alla “M” che mi restavano in tasca due SRCM e che appena il CC si fosse distratto lo avrei centrato, dissi che dopo ci sganciavamo subito e che se andava male correvamo nel bosco sottostante. Mi rispose affermativamente dicendomi che dovevamo pensare a scappare. Presi dalla tasca una SRCM e tolsi la sicura. Mentre il CC, chiamando gli altri, si avvicinava a quello disteso voltandoci le spalle, decisi di tirarla. Mentre la tiravo, vidi che si voltava, si accorse del pericolo e non so se si buttò a terra, si sentì un botto e il CC tutto pallido ancora in piedi. Era andata male. Urlai a “M” di svignare e di correre verso il bosco. Mentre correvo zigzagando nel campo sentii tre colpi intorno a me. Riuscii ad arrivare al bosco e con un tuffo mi buttai nella macchia piena di spini. Non riuscendo a districarmi, temetti il peggio. Da sopra sentivo la “M” che urlava imprecando verso il CC. Presi l’altra SRCM dalla tasca e pensai di cercare di centrare il CC. Mi affacciai alla buca e vidi la “M” seduta con le braccia alzate che imprecava verso il CC. Nel vedere la “M” ancora seduta e la mia impossibilità di arrivare a tiro decisi di sganciarmi velocemente, pensando che i rinforzi sarebbero arrivati a minuti. Corsi giù per il pendio e quando stavo per arrivare dall’altra parte della collina vicino a un bosco sotto il castello (saranno passati cinque minuti dal momento della mia fuga), ho sentito uno, forse due, colpi secchi, poi due raffiche di mitra. Per un attimo ho pensato che fosse stata la “M” ad adoperare il suo mitra, poi ebbi un brutto presentimento confermato dal modo in cui sparavano nei campi durante le ricerche».

    Prima di entrare nella cascina, i carabinieri per alcuni minuti sparano e gettano all’interno bombe lacrimogene. Nella cucina c’è una branda disfatta, gettate in un angolo, due magliette, una bombola a gas; nella stanza accanto si apre la finestra dalla quale si vede la vallata; su un lato della parete una porta alta non più di un metro e venti: la cella dell’industriale Gancia. Quando il battente viene spalancato, lui è in piedi, tremante, il volto pallido e disfatto per l’emozione, i polsi legati dietro la schiena. Ha udito la sparatoria, ha pensato a uno scontro fra bande rivali, e soltanto quando ha sentito i carabinieri chiamarsi con il grado ha capito che era tutto finito.

    Quanto accaduto alla cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno lascerà senza risposta molti interrogativi. Secondo la versione ufficiale dei carabinieri, si trattava di un controllo casuale, al quale i brigatisti hanno risposto con raffiche di mitra e col lancio di bombe a mano; la morte della Cagol sarebbe stata incidentale, e nella cascina «quasi certamente» c’era anche Renato Curcio.

    Ma è più probabile che la pattuglia dei carabinieri sia stata indirizzata nella zona della cascina Spiotta da una “soffiata” (c’è chi sospetta di Maraschi), ed è molto dubbio che nel casolare ci fosse anche Curcio.

    Infatti Curcio è a Milano, dove alle 14:00 un compagno con il quale aveva appuntamento in strada lo avvisa che a Cascina Spiotta c’è stato un conflitto a fuoco.

    Inoltre ci sono i segni dei proiettili sull’auto guidata dalla donna. Un colpo è finito contro la portiera, in corrispondenza della ferita al braccio, l’altro ha mandato in frantumi il lunotto. Sembra accertato che Margherita Cagol sia stata raggiunta dai proiettili quando era al volante e rimane incomprensibile la logica che fa negare la circostanza agli ufficiali dei carabinieri.

  • 17 Agosto 1970

    A Costa Ferrata in provincia di Reggio Emilia un centinaio di persone si riuniscono in un albergo per decidere la Lotta armata. Viene erroneamente ricordato come il convegno di Pecorile.

    A pochi chilometri dal grappolo di case allineate lungo la Provinciale, che non compare nemmeno sulla carta topografica, l’unica insegna stradale avvisa che ci si trova a Pecorile, il paese prima venendo da Reggio. Dopo, non ci sono più cartelli. E allora, per chi giunge da fuori, il convegno si tiene a Pecorile.

    Il convegno si svolge al ristorante Da Gianni a Costaferrata di Casina, seicentocinquanta metri sui monti intorno a Reggio Emilia, di fronte al castello di Matilde di Canossa.

    Le persone provengono dal CPM, dal Gruppo dell’Appartamento e dalla Facoltà di Sociologia di Trento. Si discute in maniera chiara e precisa la necessità della scelta della Lotta Armata.

    Le persone che partecipano a Pecorile, in un albergo proprietà di un parente di uno dei partecipanti (Tonino Parali) non sono tutti gli appartenenti al CPM, ma sono persone scelte da Curcio e Simioni.

    Partecipano, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Margherita Cagol, Corrado Simioni, Sandro D’Alessandro, Gaio Di Silvestro, Marco Fronza, Alberto Pinotti, Innocente Salvoni, Frantoise Tuscher, Annamaria Bianchi, Elvira Schiavi, Claudio Aguilar, Raffaello De Mori (ex iscritto al Psi), Maurizio Ferrari, Antonio Mottironi, Ivano Prati, Umberto Farioli, Roberto lussi, Dario Angelini, Marco Bazzani, Pietro Sacchi, Franco Troiano, Orietta Tunesi, Oscar Tagliaferri, Ezio Tabacco, Enrico Levati, Ravizza Garibaldi, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Attilio Casaletti, Lauro Azzolini, Ivan Maletti, Gino Simonazzi, Tonino Parali, Strambio De Castiglia (nipote dell’industriale Pirelli), Vanni Mulinaris (figlio del proprietario di un noto pastificio di Udine), Duccio Berio ( figlio di un noto professionista milanese legato al Mossad e genero del deputato comunista Alberto Malagugini), Piero Elefantino.

    “Il convegno di Pecorile venne materialmente organizzato da noi del Collettivo di Reggio Emilia su richiesta di Simioni e Curcio. […] Noi del Collettivo eravamo stati iscritti al PCI o alla FGCI. Simioni era venuto più volte a Reggio Emilia per coinvolgerci nei suoi progetti, ci teneva molto ad avere la nostra partecipazione nel costruire l’organizzazione clandestina: sembrava che senza l’impronta di noi ex iscritti al PCI o alla FGCI il progetto della lotta armata non avrebbe avuto senso politico”

    Alberto Franceschini

    Insieme a Simioni al convegno è presente anche Sabina Longhi, che Simioni presenta come sua segretaria, vantandosi anche che Sabina lavorasse i stretta collaborazione con il Segretario Generale della NATO Manlio Brosio (suggerendo che fosse una sua infiltrata).

    Lo scopo del convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio:

    «Il movimento operaio che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo
    si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati.
    Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”.
    Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande
    metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire»

    Incredibilmente a Pecorile non c’è Mario Moretti.

    Tonino Paroli ricorda così il convegno di Pecorile:

    «Fu un vero congresso, e durò dal lunedì al sabato. Parteciparono una settantina di compagni che avevano preso alloggio nelle case del paese e chiesto aiuto anche al parroco, don Emilio Manfredi. Il maresciallo dei carabinieri, avvertito della riunione, si informò se disturbassero, e poi non si occupò più della faccenda. E pensare che fra i partecipanti molti sarebbero stati dei protagonisti negli anni successivi. Come i duri di Reggio, quelli “dell’appartamento” quasi al completo, Sinistra Proletaria, i compagni di Milano, di Torino, di Genova, due di Trento. Tutti ragazzi seri, anche troppo, taciturni. A volte stavano insieme, altre volte si dividevano in gruppetti per boschi e campi.

    Discussioni roventi, ma quando parlava Curcio piombava il silenzio. Al contrario Mara, sua moglie, non era un’oratrice: fece soltanto un mezzo intervento. E verso l’una, tutti da Gianni a mangiare dopo lunghe camminate fra i boschi come se fossero marce sulla Sierra Madre, con Fidel, Ernesto Guevara o Camillo Cianfuegos. Soprattutto venivano letti Il diario del Che in Bolivia e il Piccolo manuale della guerriglia urbana del brasiliano Carlos Marighella. Ci dicevano che la nostra giungla sarebbe stata la strada della città, Roma, Milano, Torino, Genova e non le selve del Vietnam, o della Bolivia».

    Paroli racconta di grandi mangiate a base di prosciutti, salsicce, salame e, ovviamente, vino a volontà da ingollare con tortelli di bietola, lasagne, cannelloni, cappelletti in brodo, arrosti misti, coniglio, faraona, agnello e naturalmente cotechino. Quattromila lire, tutto compreso.

    Dagli interventi pubblici e meno pubblici emergono tre anime all’interno del convegno. La prima, più «movimentista», privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le «realtà di base»; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento.

    A Pecorile risulterà vincente la linea di Curcio: Simioni e il suo gruppo (Berio, Mulinaris) verranno isolati e tenuti fuori dalla discussione perché accusati di volere conquistare l’egemonia all’interno dell’organizzazione.

    Per la prima volta tra quei monti, in tanti, fra i quali Mara e Renato, proveranno le armi: Curcio denuncia subito la sua inadeguatezza, ma non desiste.

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