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  • Recensione di Orange is the new black di Piper Kerman

    Recensione di Orange is the new black di Piper Kerman

    “Orange is the new black. Da Manhattan al carcere: il mio anno dietro le sbarre” è un racconto biografico di Piper Kerman pubblicato da Rizzoli il 6 Aprile 2010, dal quale è stata tratta l’omonima serie televisiva di Netflix.

    Informazioni su ‘Orange is the new black’
    Titolo: Orange is the new black
    Autrice: Piper Kerman
    ISBN: 9788817072694
    Genere: Autobiografico
    Casa Editrice: Rizzoli
    Data di pubblicazione: 2010-04-06
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 427
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    Anobii

    Orange is the new blackEbbene sì, ho cominciato questo libro per la serie tv. Come tanti, del resto. Come forse tutti, almeno in Italia. Perché la spumeggiante serie televisiva è proprio ben costruita (almeno le prime serie, poi comincia un po’ a perdere di senso e intensità) e incuriosisce sul mondo carcerario statunitense.

    E sì, anche io, come quasi tutti quelli che hanno letto il libro di Piper Kerman, ritengo che la serie prodotta da Netflix sia decisamente più appassionante, divertente e piacevole.

    Ho letto molti commenti negativi su quest’opera. Tutti più o meno si riassumono con l’indignazione da parte del lettore per le promesse mancate: “Dannazione, questo libro non è minimamente all’altezza della serie televisiva!”.

    Io sono d’accordo, intendiamoci. Il libro scorre lento, non tanto per la scrittura della Kerman che comunque ho trovato piacevole e dettagliata, quanto più per la noia delle vicende raccontate. E sapete una cosa? Credo fosse così che doveva essere. Perché una serie televisiva è una serie televisiva, questo è il racconto di una storia vera, di una donna che passa un anno della sua vita in un carcere femminile. E non che ci avesse promesso dell’altro la nostra cara Piper. “Da Manhattan al carcere: il mio anno dietro le sbarre” era il sottotitolo della traduzione italiana. Ora: chi si aspettava qualcosa di diverso si aspettava qualcosa di sbagliato.

    La vita carceraria non è avvincente come le serie televisive, fatta di drammi, episodi divertenti e sesso lesbo. La vita carceraria è fatta di soprusi, di dimostrazioni di potere, di molestie sessuali. E di noia, soprattutto, in attesa che il tempo passi.

    Nessuno tra i lettori italiani si è chiesto come mai in America questo libro abbia avuto così successo e fatto così scalpore. O meglio: “mi chiedo come abbia fatto questo libro a fare così scalpore”, indica che la domanda è stata fatta, ma probabilmente era troppo difficile o complicato cercare di darsi una risposta.

    Io credo che la risposta sia che Piper Kerman è una buona osservatrice, e descrive bene le dinamiche di potere del sistema carcerario statunitense, fatto di razzismo, potere e repressione. E pare che per i borghesi bianchi protestanti americani (WASP) questa fosse una novità. Chiediamocelo anche noi, magari. Se le carceri servono, qual’è il loro scopo, se riescono nel loro intento e nei loro obiettivi.

    Forse mirava a questo il libro della Piper, non a divertire raccontando episodi surreali o assurdi. E se questo era il suo obiettivo, per conto mio ci è riuscita.

    Resta un libro pesante e lento. Ma se siete curiosi di capire qualcosa di più sul perché la popolazione carceraria americana si è decuplicata negli ultimi trent’anni, forse è il caso di arrivare alla fine del libro. Magari dimenticando la serie tv di Netflix.

  • L’arcobaleno della gravità

    L’arcobaleno della gravità

    Recensione de “L’arcobaleno della gravità”

    L’arcobaleno della gravità è un romanzo di Thomas Pynchon pubblicato nel 1973 e da Rizzoli in questa edizione nel 2001.

    Informazioni su ‘L’arcobaleno della gravità’
    Titolo: L’arcobaleno della gravità
    Autore: Thomas Pynchon
    ISBN: 9788817866903
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Rizzoli
    Data di pubblicazione: 2001-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 1039
    Goodreads
    Anobii

    L'arcobaleno della gravitàL’arcobaleno della gravità non ha mezze misure: o piace da impazzire o è illeggibile. E pur riconoscendone la forza e la bellezza io propendo di più per la seconda. Questo romanzo è pieno di personaggi, a volta anche solo citati, a volte compaiono all’inizio del libro e poi ricompaiono dopo 600 pagine senza una riga per spiegare chi sono, come se il lettore riuscisse perfettamente a ricordarli e a reinserirli all’interno della trama.

    Non si capisce nemmeno il genere di un romanzo così complesso e ricco di sottotrame, di canzoni/poesie, di racconti che non c’entrano nulla, di approfondimenti psicologici di personaggi inutili, di descrizioni infinite ininfluenti per quanto riguarda la trama; può sembrare quasi ucronico, all’inizio, o un romanzo di fantascienza con una squadra di supereroi dell’esercito alleato con poteri paranormali… Poi tutto diventa confuso e si sovrappone in un universo di delirio nella Germania post-sconfitta.

    Citazioni da “L’arcobaleno della gravità”

    “Basta guardare le forme espressive del capitalismo. I vari tipi di pornografia: la pornografia dell’amore, dell’amore erotico, dell’amore cristiano, del bambino con il suo cane, la pornografia dei tramonti, degli omicidi, della deduzione – ahh, il sospiro di piacere quando scopriamo chi è l’assassino – tutti questi romanzi, questi film, queste canzoni con cui loro ci cullano, sono un modo di guidarci, più o meno piacevole, al Benessere Assoluto.”

    “Ciò che viene detto è una verità talmente terribile che la storia – la quale nel migliore dei casi è un’associazione a scopo fraudolento, e non sempre composta da gentiluomini – non ammetterà mai. La verità sarà soppressa, e in epoche particolarmente raffinate, mascherata come qualcos’altro.”

    “Sei passata di sogno in sogno dentro di me. Hai avuto libero accesso ai miei angoli più spregevoli, e là, tra le macerie, hai trovato la vita.”

    “L’innocenza delle creature è inversamente proporzionale all’immoralità del loro signore.”

    “Non c’era alcuna differenza fra il comportamento di un dio e l’opera del caso.”

    “Il messaggio del Serpente, che annuncia: «Il mondo è un’entità chiusa, ciclica, risonante, che ritorna eternamente su se stessa», sarà consegnato a un sistema il cui solo scopo è quello di violare il Ciclo. Prendendo solo e non restituendo niente, esigendo un aumento della «produttività» e dei «guadagni» continuo nel tempo, il Sistema rimuove dal resto del  Mondo enormi quantità d’energia affinché la sua minuscola frazione disperata riveli un profitto – e nel corso di tutto questo, non solo la maggior parte dell’umanità, ma anche nel Mondo animale, vegetale, minerale, viene devastata, consumata. Il Sistema forse capisce, o forse no, che la sua attività serve solo a guadagnare tempo. E che il tempo, per di più, è una risorsa artificiale senza valore, per niente e per nessuno, tranne che per il Sistema, il quale prima o poi è destinato a crollare, quando il suo bisogno insaziabile d’energia sarà diventato più grande di quanto il resto del Mondo possa offrire, trascinando nel suo crollo un numero imprecisato di anime innocenti lungo tutta la catena dell’essere. Vivere dentro il Sistema è come attraversare la campagna su un autobus guidato da un maniaco con tendenze suicide… Anche se è cordiale quanto basta e racconta una battuta dopo l’altra all’altoparlante.”

    “L’amore nasce malgrado le macchinazioni causate dall’avidità, dalla meschinità, malgrado gli abusi di potere.”

    “Resa o non resa, il culto della morte perdura ancora: quello che le nonne definivano «delitto passionale» oggigiorno è diventato, vista la generale mancanza di passione, il sistema preferito per risolvere i conflitti interpersonali.”

    “Nel Creato, tutto ha il suo uguale e il suo contrario. Perché Gesù avrebbe dovuto essere un’eccezione? Se la sua venuta non rientra nella natura, nella creazione, possiamo provare qualcosa per lui, se non orrore? Oppure, se Gesù è davvero il figlio dell’uomo, e se quello che proviamo per lui non è orrore ma amore, allora dobbiamo amare anche Giuda.”

    “Lo sfollagente già sguainato, un cazzo artificiale nero ondeggiante nelle loro mani nervose, pronto a entrare in azione.”

    “La Guerra vera esiste sempre. Il numero delle morti diminuisce di tanto in tanto, ma la Guerra continua a uccidere un sacco di persone. Solo che adesso le uccide in modo più sottile, spesso troppo complicato, perfino per noi, a questo livello, per poterne rintracciare le cause. Però a morire sono sempre quelli giusti, proprio come quando gli eserciti si combattono. Quelli che si alzano in piedi durante il corso di addestramento reclute e si ritrovano nella rosa di tiro della mitragliatrice. Quelli che hanno fiducia nei loro Sergenti. Quelli che fanno un scivolone e per un attimo si rivelano deboli davanti al Nemico. Sono quelli che la Guerra non può usare, e perciò muoiono. Quelli giusti sopravvivono. Gli altri, come si suol dire, addirittura sanno che la loro vita probabile non è molto lunga. Però persistono nel loro comportamento. Nessuno sa perché.”

    “Il Sistema ha una succursale nel cervello di ognuno, il suo simbolo corporativo è un albatro bianco, tutti i suoi rappresentanti locali operano dietro una copertura nota come Io, la loro missione nel mondo è Spargere Merda.”

    “Perché instillano in noi un riflesso automatico, facendoci provare un senso di vergogna non appena si tocca l’argomento? Perché la Struttura consente tutti gli altri comportamenti sessuali tranne questo? Perché la Sottomissione e il Dominio sono le risorse di cui la Struttura ha bisogno per la propria sopravvivenza. Non si possono sprecare in un atto sessuale privato. Anzi, in un atto sessuale qualsiasi. La Struttura ha bisogno della nostra sottomissione per poter restare al potere. Ha bisogno delle nostra brame di dominio per cooptarci nel suo gioco di potere. In essa non vi è nessuna gioia, soltanto il potere puro e semplice. Te lo dico io, se il sadomasochismo potesse essere universalmente accettato, a livello di famiglia, lo Stato si indebolirebbe, fino a sparire.”

  • Il deserto dei Tartari

    Il deserto dei Tartari

    Il deserto dei Tartari è un romanzo di Dino Buzzati pubblicato da Rizzoli nel 1940.

    Informazioni su ‘Il deserto dei Tartari’
    Titolo: Il deserto dei Tartari
    Autore: Dino Buzzati
    ISBN: 9788804327035
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Mondadori
    Data di pubblicazione: 1989-11-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 234
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    Anobii

    Il deserto dei TartariGiovanni Drogo è un giovane tenente di belle speranze. Ha appena finito l’accademia nella grande città e viene assegnato per la prima volta. La sua destinazione è la Fortezza Bastiani, sulle montagne; un luogo inospitale, ultimo baluardo a picco sulle pianure del nord e dei Tartari che potrebbero invadere la nazione, anche se da decenni se ne stanno tranquilli lontani dalla fortezza. Quando però arriva alla fortezza la trova in uno stato di abbandono, insieme a commilitoni che stanno lì da troppo tempo in attesa di una guerra che dia senso alla loro guardia.

    Il romanzo di Buzzati è di una bellezza intensa. Giovanni Drogo è un militare che vede scorrere la sua vita in attesa di una guerra chiedendosi se arriverà mai o se la sua sarà solo un’altra vita sprecata. Un ritmo lento e costante, fino al bellissimo finale.

    Incredibilmente l’idea per il romanzo pare essergli venuta al tempo in cui faceva il giornalista e lavorava in una redazione notturna; ha trasportato in ambiente militare le lunghe inutili attese della redazione per la grande notizia che magari, un giorno, arriverà.

    Citazioni da “Il deserto dei Tartari”

    “Forse tutto è così, crediamo che attorno ci siano creature simili a noi e invece non c’è che gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli”.

    “Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. “Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce ch’è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai”.

  • Acciaio

    Acciaio

    Acciaio è il primo romanzo di Silvia Avallone, pubblicato nel 2010 da Rizzoli, da cui è stato tratto un adattamento cinematografico nel 2012 per la regia di Stefano Mordini.

    Informazioni su ‘Acciaio’
    Titolo: Acciaio
    Autore: Silvia Avallone
    ISBN: 9788817037631
    Genere: Narrativa
    Casa Editrice: Rizzoli
    Data di pubblicazione: 2010-01-01
    Formato: Paperback
    Pagine: 297
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    Anobii

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    AcciaioCon questo romanzo l’autrice sbanca quasi ogni premio letterario italiano: vince il Premio Campiello, il Premio Flaiano e il Premio Fregene e si classifica al secondo posto al Premio Edoardo Kihlgren e al Premio Strega, a soli 4 voti dal vincitore Antonio Pennacchi.

    Francesca Morganti ed Anna Sorrentino sono due adolescenti che vivono la realtà di emarginate dei palazzoni popolari di Piombino, paese in cui ogni momento della vita (e della morte) sembrano essere legati all’acciaieria Lucchini, potente industria italiana su cui ruota l’economia del paese.
    Entrambe molto belle, sono figlie di due uomini che ruotano intorno all’acciaieria, ed entrambe cercano un modo per sfuggire al grigiume della vita che le circonda. Entrambe sono invidiate dalle coetanee (soprattutto da Lisa, ragazza intelligente ma bruttina) e desiderate dai ragazzi più grandi, ma sembra non esserci nulla in grado di turbare o diminuire la loro amicizia e la loro complicità. Tranne un bellissimo ragazzo molto più grande di cui si innamora Anna, venendo ricambiata. Tranne l’amicizia di Francesca per Anna che si trasforma in amore. Tranne l’acciaio, e il grigiume dell’inquinamento e dei palazzoni di cemento, che sembrano soffocare la vita della persone di Via Stalingrado…

    Molte le critiche dei cittadini di Piombino e degli operai, che ritengono che il tema degli incidenti sul lavoro sia trattato troppo superficialmente e in maniera banale.

    Finalmente qualcosa di italiano ben scritto e abbastanza originale da non essere una copia di qualcosa.

    Citazioni da “Acciaio”

    “Non è una cosa possibile. Non sono due mondi comunicanti. Non basta fare un buco in una rete e infilarci dentro la testa per avere una vita diversa”

    “Cercava le parole senza cercarle. E il tempo non passava mai. Non si amano le parole, non ti cambiano. Le parole non aggiustano le cose”

    “Tu sei convinto che devi avere di più, di più, ogni giorno che passa. Che questa è la logica delle cose. Invece capita che di meno, di meno, ogni giorno che passa”

    “Non è qualcosa che perdi. E’ qualcosa che perde te”.

  • Quello che non si doveva dire

    Quello che non si doveva dire

    Quello che non si doveva dire è l’ultimo saggio scritto dal giornalista Enzo Biagi e pubblicato da Rizzoli nel 2006, meno di un anno prima della sua morte.

    Informazioni su ‘Quello che non si doveva dire’
    Titolo: Quello che non si doveva dire
    Autore: Enzo Biagi
    ISBN: 9788817013109
    Genere: Saggistica
    Casa Editrice: Rizzoli
    Data di pubblicazione: 2006-10-01
    Formato: Copertina rigida
    Pagine: 317
    Goodreads
    Anobii

    quello che non si doveva direNon lascia nessun dubbio già dal titolo e dalla copertina: il titolo del libro infatti attraversa come un cerotto bianco la bocca del giornalista. Quello che non si doveva dire è il motivo per cui il giornalista Biagi è stato allontanato dalla RAI nel 2002 con l’Editto di Sofia del dittatore morbido (parole di Montanelli) Silvio Berlusconi. Un giornalista, che oltre ad aver raccontato 50 anni di storia d’Italia dalla RAI e da numerosi giornali nazionali (Resto del Carlino, Corriere della Sera, Il Giornale…) aveva dato il 25 Aprile 1945 l’annuncio via radio della liberazione dal nazifascismo. Un personaggio così.

    Biagi non fa altro che raccontarci le trasmissioni de Il Fatto che avrebbe ancora voluto fare se non fosse stato allontanato: ci parla di RAI, dei ragazzi di Locri che in Calabra combattono l’ ‘ndrangheta, di Auditel, dell’informazione nei nuovi teatri di guerra, di fascismo… Sempre con il suo stile sobrio ma tagliente, condito da un’amarezza lasciatagli dall’essere licenziato da un’azienda a cui aveva dato quasi tutta la sua vita (e con raccomandata con ricevuta di ritorno) e dal fatto che ad essergli costato il posto fosse il desiderio dittatoriale di Silvio Berlusconi.

    Giusto per rinfrescarvi la memoria, che non fa mai male, il retrocopertina del libro recita questa scritta:

    Costituzione della Repubblica Italiana
    ART.3

    Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politiche, di condizioni personali e sociali.

    E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

    Ridateci Biagi. Al suo posto ci hanno messo Giuliano Ferrara. Per dire quanto abbiamo perso.