Tag: Trani

  • 10 Gennaio 1981

    Le Brigate Rosse divulgano il comunicato n. 9 sul sequestro D’Urso.

    Contiene uno sprezzante attacco alla “linea della fermezza” (cioè al PCI), e un ultimatum: «Noi non abbiamo alcuna intenzione di prolungare la prigionia di D’Urso oltre il necessario, e se entro 48 ore dalla pubblicazione di questo comunicato non leggeremo integralmente sui maggiori quotidiani italiani i comunicati degli organismi di massa di Trani e Palmi che sono stati emessi, daremo senz’altro corso all’esecuzione della sentenza a cui D’Urso è stato condannato».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 9 Gennaio 1981

    Il PSI annuncia che il quotidiano socialista “Avanti!” pubblicherà il documento dei detenuti di Trani e Palmi come chiesto dalle Br.

    Mentre alla Camera il ministro della Giustizia giustifica la decisione di chiudere l’Asinara assunta dal governo, il Psi annuncia che il quotidiano socialista “Avanti!” pubblicherà il documento dei detenuti di Trani e Palmi come chiesto dalle Br.

    Il segretario comunista Enrico Berlinguer denuncia il cedimento dello Stato al ricatto brigatista: «Dal repentino e ostentato sgombero della sezione di massima sicurezza dell’Asinara, ai colloqui e alle riunioni tollerate e autorizzate nelle carceri di Trani e di Palmi, fino al mutismo sulla questione dell’atteggiamento della stampa: uno scempio della legalità unito alla abdicazione inaudita del governo».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 6 Gennaio 1981

    Una delegazione di parlamentari del Partito radicale si reca in visita alle supercarceri di Palmi e Trani.

    Dalla direzione del penitenziario pugliese il deputato radicale Franco De Cataldo ha contatti telefonici con il ministro della Giustizia Adolfo Sarti (il quale di lì a poco verrà coinvolto nello scandalo P2).

    Intanto i direttori dei maggiori quotidiani italiani respingono il ricatto brigatista decretando «il completo silenzio stampa sulle richieste dei terroristi rapitori di D’Urso»; altre testate minori mostrano invece disponibilità. La situazione si fa drammatica, la classe politica è spaccata.

    I parlamentari radicali rendono noto il comunicato firmato dal “Comitato unitario di campo” del carcere di Palmi, alla cui pubblicazione i terroristi subordinano «la sospensione della condanna a morte» del giudice D’Urso. Il documento è un farneticante proclama che attacca la «suburra criminale democristiana» e le «stupide iene revisioniste» del PCI, approva la condanna a morte del «boia D’Urso» decisa dalle Br, ma infine precisa: «Tuttavia, poiché la forza del movimento rivoluzionario è tale da consentire atti di magnanimità, noi acconsentiamo alla decisione presa dalle Brigate rosse di rilasciare il boia D’Urso alla condizione che questo comunicato, come quello dei compagni di Trani espressione del più generale movimento dei proletari prigionieri organizzati nei vari Organismi di Massa Rivoluzionari, vengano resi pubblici sui canali della comunicazione sociale».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 4 Gennaio 1981

    Le Brigate Rosse diffondo il comunicato n°8 sul sequestro D’Urso.

    «L’interrogatorio del boia D’Urso è giunto a conclusione e ha confermato in pieno il suo ruolo infame di massacratore di proletari», scrivono i terroristi. «Questo “tecnico” chiamato a Roma e istruito dai maiali del ministero di Grazia e giustizia ha saputo svolgere fino in fondo la parte che la borghesia imperialista gli ha affidato… D’Urso è stato il più vile e feroce dei servi della banda imperialista al governo!».

    Scontata la “sentenza”: «Per noi e per il movimento rivoluzionario il processo D’Urso si chiude qui. Di fronte alla morte fisica e politica di centinaia di proletari prigionieri che D’Urso ha cinicamente perseguitato in questi anni, e alla piena consapevolezza che aveva del suo ruolo, la sentenza non può che essere di condanna a morte».

    Ma in chiusura di comunicato, ecco il colpo di scena: «La condanna a morte di D’Urso è sicuramente giusta, ma l’opportunità di eseguirla o di sospenderla deve essere valutata politicamente…». In sostanza, il ricatto brigatista è il seguente: in cambio della vita di D’Urso, i comunicati dei “Comitati di lotta” di Trani e Palmi dovranno essere pubblicati integralmente «sui maggiori quotidiani italiani, così come avevano chiesto i proletari di Trani in lotta».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 31 Dicembre 1980

    Un commando brigatista uccide il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, responsabile dell’Ufficio coordinamento delle carceri.

    È la risposta dei terroristi al blitz dei carabinieri nel supercarcere di Trani (ma alcuni brigatisti diranno poi che l’uccisione di Galvaligi era stata programmata da tempo).

    Il brigatista Buzzati ricorda:

    «Subito dopo la repressione della rivolta di Trani, fu consumato l’omicidio del generale Galvaligi […]. Nel pomeriggio del 31 dicembre era stato mandato sotto casa di Galvaligi un nucleo operativo formato da Silvia e Di Rocco più altri che non so chi siano. Si presentò però sul posto – ricordo il racconto di Senzani – l’intera direzione di colonna (non so da chi a quel tempo formata) e ritirò il nucleo operativo mandando via, per esempio, il Di Rocco, che tornò a casa sua. Moretti in un primo momento si schierò a favore della direzione di colonna, mentre Senzani insistè per l’esecuzione immediata dell’omicidio. In un secondo tempo Moretti si convinse alla tesi di Senzani, e di conseguenza convinse la direzione di colonna a riformare subito un nucleo operativo, quello che poi realizzò di fatto l’omicidio […]».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 29 Dicembre 1980

    I reparti speciali dei carabinieri penetrano nel supercarcere di Trani.
    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il comunicato n°6 sul sequestro D’Urso.

    Con un blitz cruento, ma senza provocare vittime (il bilancio sarà di varie decine di feriti), riescono a domare la rivolta e a liberare gli ostaggi.

    Le Br, lo stesso giorno, diffondono il comunicato n. 6 contenente un minaccioso ultimatum: «Gli organi di stampa e i vostri mezzi radiotelevisivi devono smetterla di essere solo gli strumenti della contro-guerriglia psicologica, e essere una volta tanto mezzi di informazione: i comunicati emessi da Trani e da Palmi devono essere pubblicati immediatamente e integralmente».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 28 Dicembre 1980

    Un’improvvisa perquisizione delle celle vanifica l’imminente evasione dei brigatisti dal supercarcere di Trani.
    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il comunicato n°5 sul sequestro D’Urso.

    Una improvvisa perquisizione delle celle -probabilmente originata da una “soffiata” – vanifica l’imminente evasione dei terroristi del supercarcere di Trani. I brigatisti detenuti sono costretti a ripiegare su una frettolosa rivolta, durante la quale prendono in ostaggio 19 guardie carcerarie.

    Poi diffondono un lungo comunicato nel quale dettano «le condizioni che poniamo per liberare D’Urso e gli agenti di custodia che sono nostri prigionieri»: l’immediata chiusura dell’Asinara, la fine del circuito carcerario “speciale”, modifiche ai rigori del regolamento carcerario, e infine «la pubblicazione integrale di questo comunicato sui seguenti quotidiani: “La Stampa”, “La Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Il Messaggero”, “La Nuova Sardegna”, “Il
    Tempo”, “Lotta continua”».

    Il comunicato dei terroristi detenuti si chiude con un monito: «Ribadiamo che le sorti di D’Urso e degli agenti di custodia che sono nostri prigionieri sono strettamente vincolati all’accoglimento di queste richieste… Ogni vostra mossa avventata pregiudicherebbe ogni possibilità di trattativa e metterebbe a repentaglio la stessa vita dei prigionieri».

    Le Br diffondono il comunicato n. 5, dal contenuto interlocutorio e tutto incentrato sulla chiusura del carcere dell’Asinara. I terroristi si dicono diffidenti («Le ipocrisie e le ridicole mistificazioni con cui si vuole inzuccherare il rospo che la lotta delle forze rivoluzionarie costringe la borghesia a ingoiare non ci riguardano»), e vogliono che all’annuncio del governo seguano i fatti concreti: «Siamo inguaribilmente materialisti e ci interessano solo le cose concrete; e l’unica cosa concreta che riguarda l’Asinara è: la sua chiusura immediata e definitiva».

    Il brigatista Buzzati commenta così:

    «Apprendemmo dalla televisione della rivolta di Trani. Eravamo io e i due fratelli Petrella. Io e Marina ne fummo contenti. Stefano invece andò in bestia, affermando che avrebbe dovuto essere un’evasione. A mia richiesta di spiegazioni, mi chiarì che l’organizzazione aveva fatto entrare nel carcere esplosivo, e aveva predisposto poi dei depositi di armi e delle macchine nelle vicinanze. Gli stessi detenuti avevano preso contatti, all’interno del carcere, con malavitosi del posto, che li avrebbero ospitati nell’immediatezza dell’evasione. L’operazione di Trani era prospettata in concomitanza con quella di D’Urso. La stessa sera, o l’indomani, arrivò a casa Senzani, e Petrella gli chiese come mai l’evasione si era trasformata in rivolta. Senzani rispose: “Domenica mattina gli hanno fatto una perquisizione e gli stavano per trovare la roba [gli esplosivi, ndr]. Sicché erano stati costretti ad anticipare i tempi, limitandosi a una rivolta”… Ho saputo dopo da Di Rocco che egli era stato mandato a Trani per noleggiare, con un documento falso, delle autovetture che sarebbero servite alla evasione e forse anche per il trasporto delle armi. Ci fu in seguito la repressione di questa rivolta. Io commentai questa rivolta come un errore tattico, cioè sul piano militare e anche strategico, perché non aveva alcuna incidenza sul carcerario. Petrella e Senzani asserivano che essa comunque rappresentava una vittoria per l’effetto di mobilitazione che essa aveva avuto sul proletariato prigioniero. Aggiungevano che se noi non avessimo avuto nelle mani D’Urso, la repressione si sarebbe trasformata in una strage […]».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente