Le Brigate Rosse feriscono a Roma Emilio Rossi, direttore del TG1.
Antonio Savino evade dal carcere di Forlì.
Adriana Faranda è nel commando e le è delegato il compito di sparare.
Testo incompleto del volantino di rivendicazione delle BR del ferimento di Emilio Rossi
“Compagni,
PORTARE L’ATTACCO ALLO STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI
DISARTICOLARE LE STRUTTURE DELLA CONTRO-GUERRIGLIA ATTIVA
COLPIRE GLI UOMINI E GLI STRUMENTI DELLA GUERRA PSICOLOGICA
COSTRUIRE L’UNITA’ DEL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO NEL PARTITO COMBATTENTEVenerdì 3 giugno 1977 alle ore 10 un nucleo armato delle Brigate Rosse ha colpito EMILIO ROSSI direttore “politico” del TG1, velinato del Ministero degli Interni e di Piazza del Gesù.
Ex condirettore centrale e capo della segreteria tecnica sotto il suo…
Lo stesso giorno evade dal carcere di Forlì Antonio Savino. Era stato arrestato il 10 Novembre 1976.
A Milano viene gambizzato Indro Montanelli de “Il Giornale Nuovo”.
A Firenze vengono distrutte le macchine di alcuni giornalisti de «La Nazione» e «Il Telegrafo»
Viene rilasciato Guido De Martino, rapito a Napoli il 5 Aprile.
Viene liberato dopo il pagamento a alcuni criminali comuni di un riscatto di circa un miliardo. Denaro di non chiara origine, comprensivo di banconote provenienti dal riscatto pagato alle BR dalla famiglia Costa. L’oscura vicenda avrà un solo dato certo: comprometterà definitivamente la carriera politica all’interno del PSI di Francesco De Martino (uno dei leader socialisti più aperti al PCI).
La latitanza di Moretti prosegue indisturbata, come fosse coperta da una superprotezione: né una casualità, né una “soffiata”, né un incidente, niente la insidia mai.
Il processo alle Brigate Rosse, già slittato di un anno dalla sua apertura, viene rimandato ancora a data da destinarsi.
Il presidente della Corte d’Assise, Guido Barbaro, appurata l’impossibilità di formare una giuria popolare, rinvia a nuovo ruolo il processo ai cinquantatré imputati delle Brigate Rosse.
Roberto Ognibene spiegherà:
«Noi dovevamo dimostrare che, per quanto prigionieri, eravamo in grado di paralizzare la giustizia e, con le azioni dei compagni fuori, che la rivoluzione continuava».
Per Moretti:
«Al processo di Torino i compagni mettono in atto il rifiuto del processo, è la rottura. E si modifica la procedura, il processo si celebra senza la presenza dell’imputato: salta il ruolo della mediazione della magistratura. Il conflitto è totale, ultimativo […] bastava rivendicare le azioni in aula per cambiare diametralmente la nostra posizione, da accusati si diventava accusatori».
Considererà Sergio Zavoli:
«La mancata realizzazione del processo è una vittoria delle BR, che puntano alla cosiddetta germanizzazione dello Stato di diritto. Se lo Stato viene costretto a rinunciare alle regole costituzionali, teorizzano le BR, per ciò stesso ne esce accelerato il processo rivoluzionario e l’aspetto militare diventa quello predominante».
«Se fra il ’75 e il ’76 non fosse ripartita l’eruzione sociale», aggiungerà Giorgio Bocca, «la guerriglia urbana sarebbe probabilmente finita lì». In realtà, “l’eruzione sociale” riprende solo alla fine del ’76 e raggiunge l’apice con il movimento del ’77. Movimento col quale, secondo Prospero Gallinari, c’erano più divergenze che punti di contatto, e solo dopo la fine di quell’esperienza molti di quei giovani abbracceranno la lotta armata. Opinione condivisa da Mario Moretti, per il quale quel movimento – col quale le BR interagirono pochissimo – resterà «un oggetto sconosciuto».
A Torino le Brigate Rosse uccidono Fulvio Croce, presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati.
Le BR tornano a uccidere: la vittima è un avvocato. Un avvocato particolare: si chiama Fulvio Croce e ha cominciato a morire quasi un anno prima, quando il 17 Maggio 1976 era iniziato a Torino il processo contro la «banda armata denominata Brigate Rosse».
Tra gli imputati, alcuni nomi eccellenti dell’organizzazione, quali Pietro Bassi, Pietro Bertolazzi, Alfredo Buonavita, Renato Curcio, Valerio De Ponti, Paolo Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Tonino Paroli.
Il rifiuto dei brigatisti imputati di accettare la difesa d’ufficio minacciando vendette aveva fatto rinviare il processo al 3 maggio 1977.
Pochi giorni prima di quella data quindi, le BR colpiscono il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino. Croce ha settantasei anni e vive sulle colline torinesi. Il suo ruolo gli impone di risolvere la più grossa grana che gli sia capitata in cinquant’anni di professione: quella di nominare i difensori d’ufficio per i cinquanta brigatisti (di cui una trentina in carcere e una ventina a piede libero) nel “processone” contro le BR. I militanti della stella a cinque punte l’hanno detto chiaramente: nessuno assuma la nostra difesa, pena la morte, perché la rivoluzione non si processa. «Revochiamo il mandato di fiducia ai nostri avvocati», aveva detto in aula Maurizio Ferrari, «ci professiamo combattenti, e come tali ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni iniziativa passata, presente e futura. Affermando questo, viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Considereremo gli avvocati che accetteranno il mandato d’ufficio collaborazionisti e complici del tribunale di regime. Essi si assumeranno tutte le responsabilità che ciò comporta di fronte al movimento rivoluzionario».
Nessun difensore quindi. Né di fiducia né d’ufficio. E senza difensori, niente processo. Chiaro. Inoltre, non si trovano giudici popolari. Chi riceve la comunicazione del Tribunale risponde con un certificato medico.
Nel suo studio in via Perrone, Fulvio Croce deve risolvere la grana degli avvocati: i dieci difensori d’ufficio che ha nominato hanno rifiutato in massa. Così manda nuove nomine e al primo posto della nuova lista scrive il suo nome.
Il 28 aprile, Croce esce con la sua FIAT 125 dalla sua abitazione in via Val Pattonera, raggiunge via Perrone, parcheggia come sempre dentro il cortile del palazzo, scende dall’auto e viene raggiunto dalle sue segretarie Gabriella e Tiziana, arrivate anch’esse in quel momento. Insieme si avviano verso le scale, quando dal cortile giungono tre persone: una si ferma sul portone d’ingresso, le altre due avanzano verso Croce. «Avvocato!». Il tempo di girarsi, e l’avvocato Croce riceve due pallottole. Gabriella si volta, sta per ridiscendere gli scalini che intanto ha salito: «Ferma o sparo», le intima una donna che le punta una pistola. Intanto Croce viene raggiunto da altri tre proiettili: alla fine se ne conteranno due alla testa e tre al torace. È tutto finito: le segretarie possono raggiungere il corpo dell’avvocato mentre il commando si dilegua.
«Qui Brigate Rosse, siamo stati noi a sopprimere il servo del potere capitalista Fulvio Croce, segue comunicato».
La telefonata arriva a «La Stampa» e all’ANSA, il processo alle BR salta e viene rinviato a data da destinarsi. I brigatisti in carcere firmano un documento che porta i nomi di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Tonino Paroli, Arialdo Lintrami, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli:
Il primo degli avvocati di regime che si era assunto questo compito infame, Fulvio Croce, è stato giustiziato. Ribadiamo ancora una volta che chiunque accetta coscientemente il ruolo di agente attivo della controrivoluzione imperialista deve essere anche disposto ad assumersi sin da ora le sue responsabilità.
Fanno parte del commando che uccide l’avvocato Croce Angela Vai, Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa e Raffaele Fiore.
Antonio Munari, capofficina alle presse della Mirafiori, viene gambizzato dalle Brigate Rosse.
Poco dopo l’una di pomeriggio un commando di cui fa parte anche Angela Vai spara alle gambe di Antonio Munari, capofficina alle presse della Mirafiori.
Le Brigate Rosse emettono un comunicato stampa sul rapimento De Martino del 5 Aprile 1977.
Il sequestro è una lurida manovra che il traballante regime democratico ha messo in atto nel tentativo di isolare e sconfiggere il movimento di resistenza popolare che, negli ultimi tempi, con lo svilupparsi della lotta armata per il comunismo, ha messo alle corde, il famigerato governo Andreotti.
Guido De Martino, segretario provinciale del PSI, viene rapito a Napoli.
È il figlio dell’ex-segretario nazionale del PSI: verrà rilasciato il 15 Maggio dietro pagamento di circa un miliardo. Un’oscura vicenda, si parlerà anche di rapimento politico. Le Brigate emetteranno il 9 Aprile un perentorio comunicato stampa.
Il sequestro è misterioso: la famiglia De Martino non è facoltosa, e si susseguono inattendibili rivendicazioni “politiche” firmate BR e NAP.
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