Autore: zorba

  • 3 Aprile 1977

    Le Brigate Rosse rilasciano l’industriale Pietro Costa.

    Era stato rapito all’inizio del mese di Gennaio, e frutta un riscatto di un miliardo e mezzo di lire: soldi che serviranno anche per “l’operazione Friz”, ovvero il rapimento di Aldo Moro.

    Al momento del rilascio, il rampollo della dinastia dei noti armatori genovesi aveva fatto notare ai suoi rapitori che fra gli effetti personali che le BR gli avevano restituito mancava un biglietto del tram «ancora buono».

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  • Marzo 1977

    Mario Moretti organizza una tipografia a Roma: il mistero della macchina da stampa modello Ab-Dik 360.

    La tipografia viene organizzata in via Pio Foà.

    E in quella tipografia Mario Moretti trasporta personalmente una macchina da stampa, modello Ab-Dik 360, proveniente dal RUS, il Raggruppamento unità speciali del Sid, e una fotocopiatrice proveniente dal ministero dei
    Trasporti.

    Lo testimonierà Enrico Triaca, il brigatista preposto alla tipografia:

    «Nell’estate del 1976 [nel corso di una delle assemblee del movimento studentesco di Roma che si tenevano presso l’Università] ebbi modo di conoscere un giovane di circa trent’anni che si presentò come Maurizio [Mario Moretti, ndr]. Da quell’epoca, io e Maurizio cominciammo a frequentarci con una certa assiduità incontrandoci sia all’Università, più spesso a piazza Navona e a piazza Venezia, e comunque nella zona del centro [di Roma, ndr]…

    Verso la fine del 1976 il Maurizio mi disse che faceva parte delle Brigate rosse. Mi invitò a fare parte della organizzazione, spiegandomi che avrei dovuto avere contatti soltanto con lui ed eventualmente col nucleo che egli avrebbe costituito. Il Maurizio mi propose di aprire una tipografia a Roma in un luogo che avrei dovuto scegliere io stesso; egli avrebbe finanziato l’acquisto di tutta la attrezzatura necessaria, mi avrebbe dato tutto il denaro occorrente per svolgere la nostra attività; mi disse, anche, che la tipografia avrebbe svolto attività apparentemente regolare, mentre in realtà doveva servire a stampare materiale per conto delle BR. Per circa un mese cercai un locale adatto alla tipografia, e finalmente, nel marzo 1977, trovai il locale in via Pio Foà 31. Presi contatti con il proprietario, tale Carpi Pierluigi, con il quale fu convenuto un canone mensile di 150 mila lire; versai tre mensilità anticipate in denaro contante che mi era stato dato dal Maurizio. Diedi incarico a una ditta di eseguire lavori di ristrutturazione del locale, e pagai 600 mila lire; anche questa somma mi venne data dal Maurizio. Siccome io ero inesperto in tipografia, chiesi al Maurizio di indicarmi il materiale che dovevo acquistare: egli mi suggerì di acquistare una macchina “Rotaprint” e mi consegnò lire 5 milioni in contanti che io versai alla ditta venditrice… Il prezzo complessivo era di lire 14 milioni: firmai cambiali per la rimanente parte… con scadenze bimestrali. Tutte le cambiali sono state pagate regolarmente alla scadenza con denaro datomi dal Maurizio. Fu lo stesso tecnico della “Rotaprint” a insegnarmi l’uso delle macchine.

    Il Maurizio portò nella tipografia due macchine Ab-Dik di cui una serviva per le fotocopie e l’altra per la stampa. Il Maurizio portò le due macchine con un furgone bianco da lui stesso condotto. Fu quella l’unica volta che vidi il Maurizio con una macchina. Con lo stesso furgone il Maurizio portò anche un bromografo per lo sviluppo delle matrici e un ingranditore per lo sviluppo delle fotografie»

    La spiegazione che Moretti tenterà di dare della vicenda della macchina da stampa proveniente dal Rus del Sid, e da lui personalmente portata nella tipografia brigatista di via Foà, sarà menzognera:

    «Ci imbattiamo nella maledetta macchina da stampa [Ab-Dik 360, ndr] che ci attirerà a distanza di anni le petulanti attenzioni dei dietrologi. Pare accertato che originariamente appartenesse a non so quale ufficio dei servizi segreti militari di Forte Braschi. L’avevano comprata in un magazzino dell’usato dalle parti di Porta Portese un gruppo di compagni che all’epoca lavoravano all’Eni per stampare il materiale del loro comitato, compreso un giornale. E probabile che fosse finita da quel rigattiere per una di quelle magie che permettono a un sacco di piccoli funzionari statali di farsi la barca e la villa al mare con uno stipendio ufficiale di due milioni al mese. Insomma, nell’impiantare la colonna [romana delle Br, ndr] non solo cooptiamo i compagni ma ne “ereditiamo” il materiale compresi i rottami, che non si buttano perché, si sa, tutto può servire. In realtà la stampatrice è tanto vecchia che non sarà mai adoperata. A immaginare come ne sarebbe stata strumentalizzata la presenza fra le nostre cose, avremmo fatto meglio a mangiarcela bullone per bullone».

    Anche il capo del Sismi, il generale Giuseppe Santovito, fornirà delle spiegazioni menzognere. Alla Commissione parlamentare Moro, interessata a conoscere la provenienza della stampatrice e i reali compiti del Rus (Raggruppamento unità speciali), il generale Santovito risponderà:

    «Non c’è niente di speciale. Si tratta del sostegno del personale di leva in servizio: gli autisti, i marconisti, si chiamano unità speciali. Anzi adesso non si chiamano più così, si chiamano unità di difesa… Quella macchina [da stampa] è stata messa fuori uso e venduta come rottame insieme ad altro rottame. È stato ricostruito tutto l’iter di quella macchina: chi l’ha comprata, chi l’ha rimessa in ordine, chi l’ha rivenduta. Sappiamo tutto su questa macchina».

    Ma i commissari appureranno poi, attraverso i documenti esaminati, come fosse falso che il Rus non avesse «niente di speciale», poiché era parte dei servizi segreti, e come fosse menzognero il racconto del generale Santovito in merito alla stampatrice del Rus.

    È falso che la stampatrice Ab-Dik fosse stata venduta come «rottame insieme ad altro rottame»: infatti, la macchina è stata installata nella tipografia da Moretti verso la metà di marzo 1977, mentre tale Franco Bentivoglio aveva ritirato il rottame dal Genio militare nell’ottobre 1977 (infatti fra il materiale pagato dal Bentivoglio non c’è la stampatrice, come risulta dall’elenco del materiale ritirato).

    Il colonnello del servizio segreto militare Federico Appel racconterà di aver consegnato la stampatrice a suo cognato Renato Bruni dietro versamento, senza quietanza, di 30 mila lire «agli affari burocratici del magazzino della Magliana» (in Corte di assise, Bruni correggerà la somma: non 30, bensì 60 mila lire). Ma quel tipo di macchina aveva una durata media di oltre dieci anni, ed era del tutto inverosimile che l’amministrazione militare la dichiarasse fuori uso a soli tre anni dall’acquisto, e che la rivendesse a 30 (o 60) mila lire avendola pagata 10 milioni e mezzo…

    Secondo la menzognera ricostruzione del colonnello Appel, dopo altri due passaggi la stampatrice sarebbe finita alle Br morettiane come per un caso di ordinario peculato. I passaggi che la stampatrice Ab-Dik ha compiuto prima di arrivare alle Br verranno coperti da una catena di mendaci. Compreso Stefano Noto (addetto alla manutenzione della macchina presso il Rus), il quale sosterrà di avere prima riparato e poi venduto la stampatrice a Stefano Ceriani Sebregondi (fiancheggiatore delle Br) e a Enrico Triaca per 3 milioni in contanti, e di averla consegnata nell’agosto
    1977 presso i locali della tipografia in via Fucini a Monte Sacro, dove aveva spiegato loro il funzionamento. Anche qui falsità: in agosto i locali di via Fucini non erano più a disposizione della tipografia Br (trasferitasi dalla fine di febbraio), e inoltre la stampatrice dei servizi segreti si trovava in via Foà dal marzo 1977, portatavi da Moretti, e in aprile aveva già stampato un opuscolo e altri documenti delle Br.

    La gravissima vicenda della macchina tipografica verrà elusa anche nell’ambito del IV processo Moro: la sentenza si limiterà infatti ad attribuire al colonnello Appel il semplice reato di peculato, «reato estinto per morte del reo»; alla risibile conclusione processuale seguirà una tardiva dichiarazione del generale Ambrogio Viviani (invitato ad affiliarsi alla P2 dal vicecapo della Cia a Roma Mike Sednaoui), secondo il quale «nel 1974 il colonnello Appel era caduto nell’attenzione del controspionaggio per le sue relazioni con l’ambasciata di Albania» – insomma, era un “traditore”…

    A dispetto di tutti i depistaggi tentati e attuati dal Sismi, e della passività della magistratura, rimane un fatto certo, chiaro, inoppugnabile: una stampatrice appartenente a un ufficio del controspionaggio militare (il Raggruppamento unità speciali), nel marzo 1977 viene portata da Moretti nella tipografia romana delle Br, e verrà utilizzata per stampare materiale della propaganda brigatista. Per giunta, il Rus non è un ufficio militare qualsiasi: tra le unità speciali, gestisce anche quelle dell’organizzazione paramilitare della Nato “Gladio”. Infatti il Rus è l’ufficio dove si osservano le regole della compartimentazione nel modo più rigoroso, e che provvede alle chiamate per l’addestramento dei “gladiatori”: lo rivelerà il generale Serravalle, già capo di “Gladio”, alla Commissione parlamentare stragi.

    È dunque uscita da quell’ufficio, adibito ai compiti più occulti del servizio segreto militare, la stampatrice utilizzata dalle BR morettiane prima e durante il delitto Moro.

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  • 19 Febbraio 1977

    Viene arrestato sulla provinciale per Rho il brigatista Enzo Fontana.

    A sera sulla provinciale per Rho una pattuglia della stradale controlla lo scarso traffico. Gli agenti scorgono avvicinarsi una Simca, il fanale di posizione spento. Fermano l’auto. Sopra, un giovane biondo, capelli corti, jeans, maglione dolcevita, e una ragazza. Al brigadiere Lino Ghedini, 45 anni, e all’appuntato Adriano Comizzoli, di 41, che chiedono i documenti, il guidatore consegna la patente intestata a Enzo Fontana. Ha precedenti, «gappista» all’epoca di Feltrinelli, il suo nome figura al settimo posto nell’elenco del sostituto procuratore milanese Viola. È in attesa di giudizio. La ragazza è sconosciuta. Quando i poliziotti dicono a Fontana di seguirli in caserma, l’ex-gappista afferra dal cruscotto una rivoltella calibro 38 e spara all’impazzata. Il sottufficiale stramazza al suolo, fulminato; l’appuntato è ferito in modo serio. Il giovane tenta di fuggire a piedi, ma cade malamente e lo trovano ancora riverso a terra i carabinieri della stazione di Rho accorsi all’allarme. Sulla macchina ci sono alcuni documenti delle Brigate Rosse. Quando i polsi gli vengono stretti dalle manette, Fontana dichiara:

    «Sono un prigioniero politico, un combattente comunista e ho dovuto sparare. Umanamente mi rincresce di avere ucciso, ma ritengo di avere la coscienza a posto».

    Più tardi lo indicheranno come uno degli uccisori del procuratore Coco.

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  • 13 Febbraio 1977

    A Roma Valerio Traversi, dirigente del Ministero di Grazia e Giustizia, viene ferito alle gambe dalle Brigate Rosse.

    È indicato dai brigatisti come il regista delle ristrutturazione dei penitenziari in chiave antievasioni.

    Alle ore 8,50, Valerio Traversi, dirigente superiore del Ministero di GG. GG., veniva avvicinato all’incrocio tra via Giulia e vicolo della Moretta, da una donna e un giovane. Quest’ultimo lo feriva alle gambe con numerosi colpi sparati con una pistola munita di silenziatore. Il Traversi aveva curato una inchiesta presso le carceri di Firenze e un’altra presso il carcere di Treviso, ove c’era stata un’evasione.

    Il ferimento fu deciso e attuato dal Fronte delle carceri (v. dichiarazioni Morucci); ad esso parteciparono 4 persone (2 regolari e 2 irregolari), tra cui il Bonisoli e la Brioschi;

    Adriana Faranda fa parte del gruppo operativo che realizza l’azione.

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  • 12 Gennaio 1977

    Piero Costa è catturato davanti alla porta di casa da un commando della Brigate Rosse.

    Genova, Belvedere Montaldo, ore 20.

    Piero Costa 42 anni, ingegnere, armatore, secondo dei nove figli di Giacomo II, già presente della Confindustria, è catturato davanti alla porta di casa da un commando di uomini armati. In due balzano alle spalle dell’industriale che tenta di sottrarsi alla cattura, urla, si divincola. Lo scaraventano su una 132 in attesa, motore acceso. I rapitori, che armi in pugno avevano bloccato la stretta strada, scompaiono. Nel più assoluto segreto cominciano le trattative per il rilascio dietro riscatto. Saranno lunghe e laboriose. Forse i rapitori sono a conoscenza dell’assicurazione antisequestro, per 1.300 milioni, stipulata con Lloyds di Londra da ogni membro della famiglia ed è pure possibile che conoscano un particolare: nella polizza c’è una clausola, il pagamento avverrà soltanto dopo 40 giorni di prigionia. I sequestratori hanno dettato precise condizioni. Alla famiglia è giunta una fotografia Leica di Maria, sorella del rapito, scattata il giorno del funerale del padre. Toccherà alla donna, che lavora presso l’istituto religioso Gesù di Nazareth di Roma, consegnare il denaro. Secondo gli inquirenti, la sera del 26 Marzo, presso il parco di villa Sciarra, nel quartiere Monteverde, a Roma, a ritirare i 1.500 milioni del riscatto sarebbero, secondo la polizia, Maria Pia Vianale e Antonio Lo Muscio, nappisti. Il prigioniero verrà rilasciato il 2 Aprile, dopo 81 giorni di detenzione.

    II rapimento è a scopo di riscatto. Il sequestrato è uno dei nipoti dell’armatore Angelo Costa, capostipite di una delle più facoltose famiglie dell’imprenditoria italiana. Presidente della Confindustria nel primo dopoguerra, Angelo Costa aveva organizzato, con altri industriali, una campagna contro il PCI, comprensiva di finanziamenti per «armare gruppi anticomunisti»; il denaro dell’industriale genovese aveva poi finanziato l’attività anticomunista di Edgardo Sogno.

    Il sequestro di Piero Costa è stato concepito e organizzato da Moretti, il quale ne cura personalmente la gestione concordando col prigioniero i messaggi ai familiari per il riscatto, stabilito nell’ingente somma di un miliardo e mezzo di lire (equivalente a circa 5 milioni di euro odierni).

    Il rapimento è rivendicato dalle Brigate Rosse con un documento infilato nella tasca della giacca dell’armatore al momento del rilascio:

    La capacità della nostra organizzazione di resistere alla repressione e anzi intensificare sul altri obiettivi l’attacco allo stato, ha incrinato l’apparente omogeneità politica e di interessi pomposamente sbandierati con ripetuti vertici in questura. Al fine di approfondire la contraddizione apertasi tra la multinazionale Costa e gli altri organi dello stato abbiamo scelto tatticamente di mantenere riservata la prima fase dell’operazione. Questa lacerazione del fronte nemico ha consentito di imporre alla multinazionale Costa la tassazione di un miliardo e cinquecento milioni, che si inserisce coerentemente nella linea di esproprio totale dei beni e dei mezzi di produzione rapinati dalla borghesia al proletariato.

    L’ingente somma di denaro ottenuta col sequestro Costa permette a Moretti di consolidarsi come capo-padrone delle Br, e di dotare l’organizzazione di una disponibilità finanziaria quale mai ha avuto prima. Denaro che verrà utilizzato per comprare armi, appartamenti, per stipendiare vecchi e nuovi arruolati, e per preparare la “operazione Moro”. In pratica i Costa, trent’anni dopo avere volontariamente finanziato l’attività anticomunista di Edgardo Sogno, sono stati costretti a finanziare il terrorismo “comunista” delle Br.

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  • 2 Gennaio 1977

    Prospero Gallinari evade dal carcere di Treviso dov’era detenuto.

    «Avevamo avvertito più volte il ministero della assoluta insicurezza di questo carcere», dichiara il direttore del penitenziario, «ma non ci hanno mai nemmeno risposto. L’ultimo fonogramma lo avevamo fatto il 31 dicembre».

    Molti anni dopo l’ex ministro Taviani farà in proposito una gravissima rivelazione: «Il generale Dalla Chiesa mi disse che la fuga di Gallinari dal carcere venne favorita con lo scopo di scovare Moretti». In effetti il brigatista ex del Superclan, appena evaso, raggiunge Moretti a Genova, dove si sta organizzando il sequestro Costa, ma nessuno “scova” il capo delle Br. E Gallinari potrà partecipare prima al sequestro Costa, poi alla strage di via Fani, svolgendo un importante ruolo durante il sequestro Moro.

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  • Covo di Via Gradoli

    Prima e durante il sequestro Moro, ben 24 appartamenti della palazzina Imico di via Gradoli 96, sede del covo BR, sono proprietà di società immobiliari nei cui organismi societari vi sono alcuni fiduciari del servizio segreto civile. A Roma e circondario si contano più di un milione di abitazioni: ma il capo brigatista Moretti, nel dicembre 1975, ha insediato il covo-base dell’operazione Moro proprio in via Gradoli 96, in un’abitazione letteralmente circondata da appartamenti controllati da fiduciari del servizio segreto del Viminale.

    Il 21 aprile 1978 – cioè tre giorni dopo la “scoperta” del covo Br di via Gradoli – il commercialista Aldo Bottai, amministratore unico della società Monte Valle Verde srl (intestataria di 8 appartamenti di via Gradoli 96, di cui 5 ubicati o sullo stesso piano, o nel piano sottostante il covo di Moretti), viene sostituito nell’incarico dal commercialista Galileo Bianchi. Il dimissionario Bottai è anche socio fondatore della finanziaria Nagrafin spa, una società di copertura del Sisde.

    La società immobiliare Gradoli spa, proprietaria di un altro appartamento dello stabile di via Gradoli 96, dal 30 aprile 1977 ha come sindaco revisore Gianfranco Bonori, collaboratore fidatissimo del Sisde al punto che negli anni successivi assumerà incarichi di massima segretezza.

    Anche Domenico Catracchia, amministratore unico della Caseroma srl prima e della Gradoli spa poi, è un professionista di fiducia del servizio segreto civile: eloquente il successivo incarico di amministratore dei beni intestati al funzionario e futuro capo del Sisde Vincenzo Parisi, il quale nel settembre 1979 diventerà proprietario di un appartamento al n° 75 di via Gradoli – cioè dove Moretti, fino a un anno prima, utilizzava il box affittatogli dai coniugi Ferrero-Bozzi; Parisi acquisterà poi altri appartamenti in via Gradoli, anche al civico 96, intestandoli alle figlie.

    L’appartamento-covo di via Gradoli 96 scelto dal capo brigatista Moretti per preparare, attuare e gestire la “operazione Moro”, continuerà a essere una vera fucina di misteri e ambiguità anche dopo il delitto, cioè quando, nel successivo ottobre, verrà riconsegnato al Ferrero: i sigilli risulteranno violati.

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  • 15 Dicembre 1976

    A Sesto San Giovanni (Milano), il brigatista Walter Alasia uccide il vicequestore Vittorio Padovani e il maresciallo Sergio Bezzega, ma rimane ucciso a sua volta.

    Alle prime ore dell’alba del 15 Dicembre in Via Leopardi a Sesto San Giovanni dieci poliziotti si appostano agli angoli di un caseggiato popolare che dà sulla strada. Fa freddo, fuori è ancora buio. Altri cinque uomini infilano la scala G, si fermano sul primo pianerottolo davanti a una porta con una targhetta d’ottone con scritto «Alasia». Due hanno giubbotto e maschera antiproiettile, gli altri tre indossano soltanto un cappotto: sono Vito Plantone e Sergio Bazzega dell’antiterrorismo e Vittorio Padovani, commissario di Sesto San Giovanni. Hanno un mandato di perquisizione per Walter Alasia, ex studente, vent’anni, famiglia operaia. Suonano, un trillo secco. «Polizia, aprite» e bussano col calcio dei fucili alla porta di casa.

    Secondo il racconto della sorella, la madre va a vedere chi è alla porta, pensando inizialmente ad uno scherzo di qualche amico di Walter, e quindi che la polizia stia cercando il figlio per la sua renitenza alla leva.

    Poi chiama il padre che nell’agitazione creatasi non riesce a trovare le chiavi di casa.

    Ad aprire la porta  è un uomo in pigiama, capelli bianchi. È Guido Alasia, il padre di Walter. In fondo al breve corridoio c’è la madre, Ada Tibaldi, in camicia da notte. Entra Sergio Bazzega, va verso l’ultima porta sulla destra seguito da Vittorio Padovani. Walter Alasia è già in piedi accanto al letto del fratello Oscar che di anni ne ha ventitre. Rivoltella in pugno, scosta la porta, allunga il braccio e spara sui due poliziotti un intero caricatore. Poi richiude, ricarica l’arma, indossa i pantaloni e il giubbotto, si avvicina alla finestra del balcone, alza la tapparella e si butta in cortile, il salto è poco più alto di un metro.

    Parte una raffica. Colpito alle gambe Walter Alasia cade, resta raggomitolato sulla ghiaia. Passa qualche minuto, si avvicina la sirena di un’ambulanza. Esplodono gli ultimi colpi. È un solo proiettile che uccide Walter Alasia.

    Nel conflitto a fuoco rimangono uccisi in casa Sergio Bazzega, 32 anni, maresciallo dell’antiterrorismo, il vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani, di 47 anni e lo stesso Alasia, colpito in cortile, dove sta fuggendo dopo essere saltato da una finestra, mentre i genitori, secondo il racconto della madre, sono tenuti sotto la minaccia delle armi da parte delle forze dell’ordine.

    Il racconto della madre, Ada Tibaldi

    «Mi sono svegliata subito, ho il sonno leggero. Non ho guardato la sveglia, non ho pensato che ora fosse. Faccio le punture e capita che mi vengano a chiamare anche di notte, inquilini della casa. Mi alzo, accendo la luce nel corridoio, guardo nello spioncino della porta. Vedo due quasi inginocchiati, sull’orlo della scala, con qualcosa sulla faccia, come una maschera quadrata. Non mi viene in mente la polizia, penso che sia uno scherzo, penso che siano gli amici di Walter, che andavano e venivano a qualsiasi ora. Non ero preoccupata. Chi è? chiedo. Polizia, aprite, mi rispondono. È una voce ferma, dura, non poteva essere uno scherzo. Non me la sento di aprire, vado a svegliare mio marito, lo scrollo per una spalla. Se gh’è? fa lui. Polizia, dico io. Polizia? Rovescia le coperte, si alza, si mette a cercare le chiavi. Battono contro la porta con il calcio del fucile, aprite aprite, sappiamo che è in casa. Mio marito trova la chiave, apre e si spalanca la porta, mentre nella stanza dei ragazzi c’è qualcuno che si muove, ma è questione di secondi. Vedo entrare un uomo giovane, coi baffi, che con un foglio in mano va dritto verso la camera di Walter. C’è un altro subito dietro, anche lui giovane, ma non faccio in tempo a guardarlo perché Walter è già sulla porta e si mette a sparare. Non avevo mai sentito dei colpi di rivoltella, erano come scoppi di mortaretto. L’uomo coi baffi si gira, fa un lamento, cade nel ripostiglio, all’indietro, la faccia che ha cambiato di colpo colore. Non posso togliergli gli occhi di dosso, penso che sia morto, e Walter continua a sparare, tanti colpi. Basta, per carità, gli grido, ma lui sposta il braccio e spara sull’altro, che però io non vedo cadere. Poi Walter mi guarda senza dire una parola. Ha la faccia tranquilla, nessun segno di agitazione. Ma cos’hai fatto, gli grido, ma lui accosta la porta. Ho il cervello vuoto, come paralizzato. Vedo che stanno tirando per i piedi l’uomo che era caduto nello sgabuzzino e sento un rumore metallico, come se strisciassero dei chiodi. Mi metto davanti alla porta dei ragazzi, sento la tapparella che si alza, poi sento un ah, come un mi fa male, mi hanno beccato. Mi scostano, mi prendono per un braccio, mi portano in soggiorno, dove c’è mio marito sdraiato sul divano. Ma io ritorno nella stanza dei ragazzi mi affaccio alla finestra e vedo Walter disteso su un fianco, con le gambe piegate. Corro in soggiorno, l’hanno ammazzato, dico a mio marito, e lui forse non capisce. È pallido, disfatto, un vecchio. La casa è piena di gente che va, viene, parla, grida, esce, ritorna. Bastardo, sento dire e sento anche la voce di Oscar che protesta, ma è mio fratello. Poi sento la sirena dell’autoambulanza e ancora dei colpi, colpi di rivoltella, mi sembra. Viene Oscar e mi dice di non preoccuparmi, che Walter l’avevano solo ferito alle gambe. Mio marito stava male, bisognava chiamare un dottore, chiedo se si può telefonare al nostro dottore. Telefoni pure, mi dicono, ma è Oscar che telefona, e io mi avvolgo in una coperta di lana che mi avevano buttata addosso. C’era un freddo da battere i denti e io ero con una camicia da notte leggera. C’era un poliziotto giovane con i capelli lunghi e la barba seduto vicino a noi, e io ogni tanto, cos’è successo in cortile? Lui rispondeva che non c’era da preoccuparsi. Non riuscivo a pensare agli altri due, pensavo solo a Walter, e chiedevo di Walter a tutti quelli che andavano e venivano. Allora un brigadiere coi gambali che si era messo proprio sulla porta mi dice che loro non ammazzavano la gente, che sparavano solo alle gambe. Avevo quasi la certezza che Walter non fosse morto ma lo stesso facevo domande, perché non potevo avvicinarmi alla finestra. Poi, in mezzo a quella confusione, gente in divisa, gente in borghese, forse pezzi grossi della polizia, vedo arrivare un inquilino del terzo piano con addosso una giacca di lana della moglie. S’intrufola dentro, va alla finestra, guarda attraverso le fessure della tapparella, si volta e mi dice, ma signora Alasia, Walter è ancora là fuori. Erano passati venti minuti, mezz’ora, e se Walter era ancora in cortile doveva essere morto. Ma io non accettavo l’idea della morte, non potevo credere che Walter fosse morto. Faccio per alzarmi ma non mi lasciano, mi dicono di stare seduta. Si accorgono dell’inquilino, lo investono, ma chi è?, cosa fa?, lo sa che adesso lei non va più via?, e lo portano fuori. Arriva il medico, dice che ha fatto fatica ad arrivare perché ci sono camionette dappertutto. Visita mio marito, che si è ripreso, e io continuo a chiedere di Walter, se è ancora là, cos’è successo in cortile. Mi dicono, non lo sappiamo, lo sapremo, lo portano in ospedale, non si preoccupi. Ero con questo filo di speranza, non riuscivo a vedere Walter morto, lo immaginavo in un letto di ospedale, con qualcuno attorno che lo curava. Ogni tanto mio marito mi parlava, sottovoce, ma perché?, e io non sapevo cosa dire. Era già chiaro, giorno fatto, ci dicono di vestirci. Davanti a tutti? Non si preoccupi, rispondono. Mi metto sottana e golf, mi infilo il paltò e un poliziotto in blue-jeans, un ragazzo, mi prende sottobraccio e mi fa, signora, là fuori sono come avvoltoi, si tiri su il bavero, mi stia vicino. Avevo sempre provato rabbia quando in televisione vedevo certa gente disperata e i fotografi attorno che fotografavano quella disperazione. Mi tiro su il bavero, esco, sento un mormorio, vedo una gran folla. Tiro dritto, mi mettono in una stanza piena di borse e di sedie. Fumo una sigaretta dietro l’altra e loro sono gentili, signora, non si preoccupi, stia calma. Passa un’ora, forse due, e mi spostano in uno stanzone dove c’era mio marito. Ci sediamo uno di fronte all’altra, ci guardiamo, e allora si avvicina un uomo coi capelli grigi, la pipa in bocca, che appoggia le mani sul bordo del tavolo: ma non lo sapete che vostro figlio era delle brigate rosse? volete piangere per quel delinquente là? Io ho abbassato la testa e non l’ho più rialzata.»

    Il racconto del padre, Guido Alasia

    «La polizia picchiava contro la porta e io non riuscivo a trovare le chiavi. Vengo, dico, e continuo a cercare. Le chiavi erano nella tasca della giacca che era infilata sullo schienale di una seggiola, vicino al letto. Vado, apro e mi vedo davanti due mostri, due marziani, con una maschera sulla faccia. Mi tiro da parte, mi metto sulla porta del soggiorno e ho l’impressione che qualcuno mi passi di fianco, un’ombra, e intanto mi viene questo pensiero, che venivano a prendere Walter perché non aveva risposto alla cartolina militare. Ma è un lampo, sento subito sparare. Volto gli occhi, vedo il braccio teso di Walter, sento altri spari, come colpi di martello su un legno stagionato. Mi mancano le gambe, faccio qualche passo indietro e con le mani cerco la tavola per appoggiarmi. Cado per terra, di schiena, non riesco a tirarmi su, avevo le gambe molli che non rispondevano. Non ricordo come ho fatto a sedermi sul divano, se qualcuno mi abbia aiutato. Non avevo più saliva in bocca, avevo l’affanno, cercavo di prendere respiro ma non mi veniva, e vedo passare, ma confusa, una macchia scura che trascinavano per il corridoio. È un uomo, penso, è stato mio figlio. Da fuori arrivano altri colpi e dico, qui stanno sparando a Walter, Walter è morto, non poteva scamparla. Il fiato mi mancava sempre, come stessi per affogare. Sentivo della gente che parlava, che gridava, ma in distanza, vedevo tutto sfumato, tante ombre. Poi il fiato mi viene di colpo, tiro su e mi viene, e vedo allora la faccia di Oscar, spaventata, stravolta. Sotto la pendola c’era un ragazzo col mitra sulle ginocchia che mi guardava. Mia moglie mi era di fianco, e io le chiedo, ma chi è Walter?, cos’ha fatto Walter? Lei scuote la testa, continua a sospirare. Cercavo di riordinare le idee, pensavo a Walter, pensavo al senso di insicurezza che mi aveva sempre dato quel ragazzo là. L’avevo visto io sparare, l’avevo visto io con la rivoltella in pugno. Arriva il medico e mi visita, un poliziotto mi chiede se voglio andare in ospedale. Rispondo di no, voglio stare con mia moglie, con Oscar. Ci portano i vestiti, ci fanno vestire e allora mi dico, qua bisogna uscire calmi, qua bisogna controllarsi. Fuori c’è un mare di gente ma io non vedo nessuno. M’accorgo solo di un gruppo di bambini che mi girano attorno per farsi fotografare, ma non mi danno fastidio, so come sono fatti i bambini. Mi portano da una macchina all’altra e non trovano le chiavi, continuano a dire, andiamo di qua, andiamo di là, e questi bambini che saltano in giro. Mi fanno entrare su un’Alfa Romeo, mi siedo di dietro. Era la prima volta che mi trovavo con un poliziotto di fianco. Appena partiti mi manca ancora il respiro e loro vogliono farmi fermare, vogliono portarmi in ospedale. Io dico di no, dico che vado dove va mio figlio, dove va mia moglie, e penso, qua non torno più a casa, me se dovevo pagare avrei pagato anche io, era giusto. Non ero mai stato in questura, non sapevo neanche dove fosse e adesso mi sembrava di entrare dentro una caserma, coi corridoi e le camerate. Chiedo di poter prendere un caffè, perché ho sempre la gola secca. Mi accompagnano al bar, è un poliziotto che vuole pagare, a tutti i costi. Non ricordo bene ma mi sembra che sia stato allora che mi hanno detto di Walter, delle brigate rosse. Come operaio non potevo neanche credere che ci fosse quella gente là, per me le brigate rosse era quello della vespa che aveva sparato a Genova contro un fattorino. Ascoltavo e stavo zitto, e mi dicevo, adesso telefoneranno in ditta, chiederanno cosa sono, cosa faccio. Mi portano di sopra in uno stanzone dove poi arriva anche mia moglie. Ci sediamo di fronte senza parlare e s’avvicina un uomo sui cinquant’anni, in borghese, con la rivoltella nella cintura, che dice che non era il caso di piangere per quel delinquente. Io lo guardo e gli dico, cosa vuole, io sono solo un padre disperato. Restiamo lì io e mia moglie e passa altro tempo, e quello con la rivoltella che ci gira sempre attorno. Poi mi fanno andare in un altro stanzone dove arrivano di continuo dei poliziotti che prendono della roba, la riportano, l’appoggiano sul bancone. Reclamavano, protestavano, in meridionale, perché in piazza c’era un’altra manifestazione. Io continuo a pensare a Walter, le brigate rosse, cosa mi chiederanno, cosa mi faranno, cosa faranno a mia moglie, cosa succederà a Oscar, e mi dico, venga quel che venga, qua non posso più farci niente. Saranno state le quattro, le cinque, quando mi chiama il magistrato, un uomo alto, gentile. Mi fa sedere, mi parla, mi fa delle domande e mi mostra una patente con su una foto di Walter, una faccia brutta, spiritata, i capelli lunghi, una di quelle foto che si fanno ai baracchini della stazione. Sotto c’era un nome che cominciava per De, De Ruggero, De Francesco, non ricordo. Ma Walter non ha mai avuto la patente, dico io. Il magistrato sorride, l’aveva, l’aveva, aveva questa. Mi dice anche che Walter s’era preso un nome di battaglia, Luca, e che girava con una 126. Poi mi fa vedere un portafoglio con 60 000 lire dentro, anche quello di Walter. Ma doveva aveva preso quei soldi se non lavorava? Mi dice che era un mese che tenevano sott’occhio Walter, che controllavano le sue telefonate. Avevano trovato i suoi occhiali in un appartamento di brigatisti, a Pavia, un mese prima, e poi erano arrivati a Walter attraverso l’ottico che glieli aveva venduti. Da allora Walter era ormai incasellato. Quando poi il magistrato mi dice che potevo andare, non mi sembra neanche vero. Nell’uscire incontro Oscar e tutti e due ritorniamo in taxi. Ci dice il taxista, vi ho preso su perché avete due facce oneste, di questi tempi bisogna stare attenti. Arrivati in via Leopardi ci chiede se quella era la casa della sparatoria, e io gli dico che era proprio quella. Io e mia moglie siamo poi rimasti svegli tutta la notte, a parlare, a lambiccarci il cervello. Avevamo visto Walter in obitorio, sotto il lenzuolo, e ci era sembrato perfino più alto, cresciuto di venti centimetri, un bell fioeul. La giornata dopo l’ho passata steso sul divano, con un mal di testa che andava e veniva. Ma quando ho visto aprire la porta, quando ho visto che entravano quelli del consiglio di fabbrica, prima Castiello, poi Pizzetti, poi Giotto, mi sono detto, ci siamo, mi è venuto il groppo in gola.»

    Il racconto del fratello, Oscar Alasia

    «Ho sentito un colpo e poi un uomo che parlava a voce alta, ma non ho capito la parola polizia. Ho socchiuso gli occhi, ero ancora impastato di sonno. Mio fratello invece era sveglio e stava per alzarsi. Vedo che va all’attaccapanni, nell’angolo, e tira fuori qualcosa dal suo giubbotto. Mi tiro su dal letto, cosa stai facendo? gli dico. Lui mi guarda senza rispondermi e va dietro l’armadio. Dal mio letto non lo vedo più ma sento che apre la porta. Poi dei colpi, come se scoppiassero petardi. Walter, cosa fai Walter? mi metto a gridare. Lui è sempre dietro l’armadio e partono altri colpi, sempre come petardi. Walter si gira, sfiora il mio letto, va ancora all’attaccapanni, s’infila il giubbotto e i calzoni, carica di nuovo la rivoltella. Aveva gesti rapidi, sicuri, non mostrava eccitazione. Aveva una faccia tranquilla, solo un po’ cupa, come se fosse contrariato. Walter, cos’hai fatto Walter? Lui non mi dà neanche un’occhiata, si infila la rivoltella nella cintura, si avvicina alla finestra, due strattoni alla tapparella e salta giù. Sento una raffica, breve, corro al balcone, gridando, Walter, Walter. Era steso su un fianco, le gambe piegate, immobile. Lo chiamo ancora, Walter, Walter, e uno allora mi prende per un braccio, una leggera stretta, vieni via che è pericoloso. Vado in soggiorno, mio padre era mezzo coricato sul divano, con la faccia terrea, agitatissimo. Qua gli viene un infarto, penso. Si sentono altri colpi e mio padre mi dice, vai a vedere Walter. C’era la casa già piena di poliziotti, mi infilo in mezzo a loro, ritorno al bancone. Walter era supino, a faccia in su, con le gambe leggermente piegate. Qua gli hanno sparato ancora, penso, e un poliziotto giovane, avrà avuto la mia età, coi capelli lunghi e la barba, mi afferra forte per un braccio e mi dà uno strattone, vieni via che è pericoloso. Mio padre era sempre smorto, col respiro faticoso. Mia madre gli era vicino e piangeva. Dei tre il più controllato ero io, forse perché non mi sembrava vero quel che stava succedendo, avevo sempre quel senso di irrealtà. Vado in cucina, preparo un caffè per mio padre e mi viene dietro un uomo anziano, col cappotto, un maresciallo, penso. Mi dice piano, parlandomi quasi alle spalle, tuo fratello è morto, era delle brigate rosse. Brigate rosse? Brigate rosse, fa lui, era un pezzo grosso. Verso il caffè, mi trema la mano, vedo entrare i barellieri: ma non siete stati in cortile? non avete portato via mio fratello? gli dico. Porto il caffè a mio padre e mia madre mi chiede, e Walter? È ferito alle gambe, adesso lo portano via, in ospedale, le dico io. Poi mi portano nella mia stanza e cominciano a perquisire, Questa agendina?, mi fanno. È mia. La guardano, fanno scorrere le pagine, la rimettono sul tavolino da notte. Aprono l’armadio, tirano fuori i vestiti: di chi è questo? è mio, e questo? è di mio fratello. Guardano sotto il letto di Walter, frugano fra i materassi, tirano fuori una maschera da carnevale, di quelle maschere mostruose che si adattano alla faccia. Era la prima volta che la vedevo. Poi uno si avvicina a una pila di giornali e di riviste che Walter raccoglieva in un angolo, dietro la libreria. Cerca, disfa il mucchio, trova dei pacchetti sigillati con lo scotch. Ne apre uno, estrae un foglietto e fa, ecco, brigate rosse, questo era tuo fratello, e mi mostra un foglio con la stella a cinque punte. Stentavo a credere a quel che vedevo coi miei occhi e loro continuavano a cercare, senza fretta. Sarà passata mezz’ora, tre quarti d’ora, la perquisizione era quasi finita, quando uno, come per caso, solleva il divano letto. Nascosta fra il materasso e la rete c’era una borsa grigia, di plastica, di quelle che si usano per il tennis. Guarda cosa c’è qua, dice. Dentro c’era una carabina col calcio segato, di quelle col caricatore che si infila dall’alto. E tu non sapevi niente di tutta questa roba? mi fanno, e io pensavo, ma cosa può aver fatto Walter? cosa credeva di fare? ha rovinato una famiglia e basta. Ma non pensavo tanto a me, pensavo a mia madre, a mio padre, pensavo a Walter, che avevo sempre visto come un ragazzo tenero, per niente violento. Allora mi dico, è un omicida ma non è un delinquente. Fumavo una sigaretta dietro l’altra e quando mi hanno portati in questura ne avevo già finito un pacchetto. Ma riuscivo ancora a tenermi su, a controllarmi. Solo verso sera mi è venuto il crollo e ho avuto una crisi di pianto che non smetteva più.»

    Secondo quanto è scritto da chi ne condivideva le idee, Alasia si trovava in casa perché «nei giorni della più dura repressione cerca dove dormire, ma tutte le porte si chiudono o lui non si fida più di nessuno»

    I militanti dei Comitati Comunisti Rivoluzionari lo onoreranno così dalle pagine di «Lotta Continua» il giorno del suo funerale:

    «La lotta di classe è fatta anche di morti, come di morti è fatto il mondo del lavoro salariato a cui siamo costretti per vivere (sei operai ogni giorno muoiono sul luogo di lavoro). A volte muoiono anche i nemici degli operai. Ognuno piange i suoi […]. Il vero terrorismo è quello economico che fanno i padroni, è quello della stampa, è quello che cinquanta poliziotti armati di mitra hanno fatto a Sesto […]. Il terrorismo l’ha fatto la polizia nei confronti di tutti noi. Walter ha risposto col fuoco: possiamo essere d’accordo o no con lui, ma il terrorismo contro gli operai non è stato il suo, ma quello dello Stato e dei suoi uomini armati, è quello che si attua con scioperi come quello di oggi, che mettono operai e padroni insieme per difendere solo il potere e chi lo detiene; cioè quelli che nella storia passata e di oggi ammazzano operai e contadini in lotta. Salutiamo il compagno Walter, militante comunista».

    È dal 1962 che gli Alasia abitano lì. Ada e Guido, genitori di Walter, sono originari di Nole, in Piemonte. Lui lavora in una media impresa, l’Ortofrigor, come operaio specializzato, modellista; lei decide proprio in quel periodo di lasciare i bambini con la suocera a casa, e di lavorare alla sapsa, del gruppo Pirelli. È una storia che parla del lavoro in fabbrica, degli orari, del cottimo, degli scioperi e delle difficoltà dell’industria italiana. Ada e Guido fanno parte della CGIL e delle commissioni operaie interne alle fabbriche dove lavorano. Poi arriva il ’69, le lotte operaie, e mentre Walter cresce quelle lotte arrivano anche alle scuole medie, protagonisti il movimento studentesco della Statale di Milano e poi Lotta Continua. Walter è un ragazzo come tanti. Fa parte dei comitati studenteschi, partecipa ai tentativi di occupazione, poi si stufa e lascia la scuola, ma non la politica. Cambia diversi lavori, ma ciò non preoccupa tanto i genitori, fra un po’ dovrà partire militare, poi magari gli troveranno qualcosa lì dove lavora il padre, magari come modellista. Walter ha una certa inclinazione per il disegno, all’inizio lo avevano mandato a Milano, in una scuola per cartellonisti. Non era andata bene e lui aveva preferito frequentare l’ITIS di fronte casa, lì a Sesto.

    Walter scriveva alla cugina a Nole e le mandava alcuni libri fra cui Omaggio alla nuova Resistenza, una fotocronaca di quel che era avvenuto a Milano fra il 16 aprile 1975, giorno dell’omicidio di Claudio Varalli, studente di diciassette anni ucciso a rivoltellate da un neofascista, e il 21 aprile 1975, giorno dei funerali di un altro studente, Giannino Zibecchi, travolto da un camion dei carabinieri durante i disordini scoppiati due giorni prima in corso XXII Marzo, vicino alla sede del MSI. Nella fotocronaca, immagini di cortei, scontri con la polizia, agenti schierati con lo scudo di plexiglas ai piedi, giovani acquattati dietro le automobili, i bastoni in pugno e il fazzoletto alla bocca: «L’altro libro te lo mando per farti vedere come vivo io a Milano, o perlomeno dov’ero nei giorni dal 16 aprile al 21 aprile 1975. Capirai che ho poco tempo per imparare a ballare!».

    Walter era stato scoperto quando furono trovati i suoi occhiali in una base brigatista a Pavia. Il mandato di cattura per associazione sovversiva e banda armata resta ineseguito. Il telefono di casa Alasia viene messo sotto controllo. Grazie a questi controlli e alla testimonianza degli impiegati risale l’accusa di aver partecipato all’irruzione negli uffici di Democrazia Nuova, un gruppo politico che fa capo a Massimo de Carolis. Lui e tre ragazze avevano legato i quattro impiegati alle seggiole e gli avevano tappato la bocca con i cerotti. Avevano tagliato i fili del telefono, rovistato nei cassetti, preso documenti, schede, denaro: un milione e mezzo.

    Mario Moretti ricorderà così il ragazzo:

    Walter era un compagno molto giovane, quasi un ragazzo, con una intelligenza non comune delle tensioni sociali di quegli anni. Veniva da una famiglia di operai di Sesto San Giovanni, gente del PCI. Erano un mucchio i ragazzi della sua età e della sua provenienza che ci giravano attorno. E anche se erano studenti, tendevano a prendere subito un punto di vista rigidamente operaio.

    Anche Curcio spenderà parole d’affetto e comprensione per quel giovane militante che al ballo e alle discoteche aveva preferito la lotta armata:

    Quando lo incontrai nell’hinterland milanese aveva vent’anni: figlio di operai ancora orgogliosi del loro lavoro, apparteneva a quella nuova realtà di giovani arrabbiatissimi nati nei desolati centri della cintura industriale: San Donato, Desio, San Giuliano, Sesto San Giovanni. Ragazzi spoliticizzati che vivevano di furti e di lavoro nero, individualisti, ma con un forte senso di solidarietà sociale… Mi convinsi che poteva essere estremamente importante per le BR sviluppare un collegamento con quella nuova area di ribellione sociale. Dovevamo tentare di politicizzare quelle bande.

  • 10 Novembre 1976

    A Pavia viene arrestato Antonio Savino e viene scoperto un covo brigatista. (altro…)

  • 1 Settembre 1976

    A Biella le Brigate Rosse uccidono il vicequestore Francesco Cusano. (altro…)