Autore: zorba

  • 22 Aprile 1976

    A Milano un commando misto di Brigate Rosse, NAP e GAP fa irruzione negli uffici dell’Ispettorato Distrettuale per gli Istituti di prevenzione e di pena per adulti in via Crivelli 20.

    Tre impiegate vengono incatenate, asportati numerosi dossiers di detenuti, sui muri sono tracciati la stella e lo slogan: «Attaccare e distruggere i centri della repressione».

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  • 21 Aprile 1976

    Giovanni Theodoli, presidente dell’Unione Petrolifera Italiana, viene ferito dalle FAC, Formazioni Armate Combattenti.

    Delle FAC fa parte Adriana Faranda, che poi entrerà nelle Brigate Rosse. Ricorda così l’episodio:

    «Giovanni Thedoli abitava in Via Giulia. Anch’io avevo condotto l’inchiesta necessaria all’agguato e avevo annotato tutte le sue abitudini: a che ora usciva di casa, quando rientrava. Andai avanti per settimane, finché il giorno fissato partecipai all’azione: avevo il compito di fare da copertura ravvicinata sull’uomo. Armata di pistola, in caso di necessità, dovevo intervenire in aiuto del compagno incaricato di sparare. Era la primavera del 1976. […] Quella mattina Theodoli uscì presto, come d’abitudine. Salì sulla sua Mercedes e mise in moto. Dopo pochi metri gli facemmo trovare la strada sbarrata. L’auto si fermò. Valerio aprì la portiera sinistra e gli sparò alle gambe con la mitraglietta Skorpion. La stessa arma che venne usata due anni dopo in Via Fani e che in seguito ci portammo dietro quando uscimmo dalle BR. […] Io non esplosi neanche un colpo, ma era la prima volta che partecipavo a un ferimento. La prima volta che la nostra violenza aveva un obiettivo umano. Fino ad allora avevo preso parte solo a qualche rapina che era servita ad autofinanziarci. O ad attentati contro luoghi e strutture. Avevamo sempre sottovalutato l’atrocità che il minacciare qualcuno con la pistola comporta: non avevamo mai voluto considerare il rischio che qualcuno ci potesse lasciare la pelle. […] Il ferimento di Theodoli ebbe su di me un effetto sconvolgente. Qualche notte dopo lo sognai. Era su un autobus, seduto. Completamente vestito di bianco e con le gambe tutte insanguinate. In quell’incubo lui chiedeva sommessamente aiuto, ma nessuno lo soccorreva. Ci misi un po’ per superare lo choc. Mi ripetevo che la violenza era una necessità ineludibile, che per arrivare a cambiare le cose bisognava passare attraverso quella durissima esperienza e accettarla. Che noi eravamo nel giusto e che eravamo legittimati ad odiare e ad agire di conseguenza. Quindi non restava che far presto e attaccare».

    Le FAC erano un’organizzazione armata operante nel Centro Italia, con la funzione di cerniera con le Brigate Rosse.

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  • 20 Aprile 1976

    Un nucleo armato delle Brigate Rosse penetra nella notte nella sede dell’Associazione Industriali di Brescia.

    Vengono frugati gli schedari e presi alcuni appunti.

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  • 2 Aprile 1976

    A Washington il Centro Studi Strategici Internazionali della Georgetown University organizza un convegno sul tema “La stabilità politica dell’Italia”. (altro…)

  • 22 Marzo 1976

    I carabinieri arrestano Giorgio Semeria.

    Ore 21:30. Il rapido Venezia-Torino spunta in perfetto orario in fondo al binario 8 della Stazione Centrale di Milano. Sulle pensiline c’è agitazione, uomini armati, alcuni indossano corpetti antiproiettile. Alla spicciolata vanno incontro al treno che avanza lento. Prima dell’arresto del convoglio, uno sportello si apre dalla parte del marciapiede bagagli, un uomo balza a terra, ma subito due carabinieri gli sono ai fianchi: il capitano Francesco Delfino, di Brescia, e il brigadiere Pietro Aztori del gruppo speciale che impugna una pistola.

    «Fermo, sei Giorgio Semeria. Ti abbiamo riconosciuto».

    Il giovane ha uno scatto, tenta la fuga, ma l’ufficiale lo afferra alle spalle. Bloccarlo, però, non è facile. Si divincola, gli inquirenti diranno che ha tentato di puntare la pistola dall’interno della tasca e sparare. Il sottufficiale preme il grilletto e il brigatista è colpito al torace, il proiettile passato fra carotide e aorta fuoriesce sotto la scapola.

    Diranno i carabinieri:

    «Lui ha cacciato una mano in tasca, si è intravista la sagoma di un’arma: l’ha puntata contro il brigadiere. Avrebbe sparato.

    L’arma, una Smith and Wesson calibro 38, sarebbe stata nella tasca destra: al contrario, c’erano soltanto un paio di occhiali da vista di ricambio mentre il giovane avrebbe tenuto la rivoltella sotto la cintura. Il sottufficiale Pietro Aztori (che è in contatto con il brigatista-informatore Francesco Marra) che ha sparato finirà sotto inchiesta.

    In questo momento Semeria è l’unico componente del nucleo storico [delle Br] ancora in libertà, impegnato a contrastare la svolta “guerrigliera” di Moretti.

    Franceschini qualche anno dopo ricostruirà così l’arresto di Semeria:

    «Fecero alzare le mani a Semeria sopra la testa e il maresciallo Atzori gli sparò un colpo sotto l’ascella con una calibro 22 munita di silenziatore. Giorgio cadde su una panchina, agonizzante. I carabinieri restarono a guardare, forse aspettavano che morisse. Ma Giorgio non moriva: il proiettile gli aveva trapassato un solo polmone, poi un osso lo aveva deviato impedendogli di forare anche l’altro polmone. La gente non capiva perché i carabinieri se ne stessero ll a osservare, con le mani in mano, un uomo agonizzante. Molti cominciarono a protestare, chiedendo che venisse chiamata un’ambulanza. Semeria venne finalmente trasportato al Pronto soccorso.»

    L’ex brigatista Michele Galati testimonierà che in carcere

    «Semeria aveva una fissazione su Moretti, al quale attribuiva la responsabilità del suo arresto… Lui [ripeteva] che il vero problema era Mario Moretti».

    Secondo Franceschini, in carcere Semeria supportava i suoi sospetti sul conto di Moretti raccontando un episodio significativo:

    «Giorgio doveva trovare una sistemazione momentanea per due nuovi arruolati nell’organizzazione, così aveva domandato a Moretti se la base milanese di via Balestrati, dove avevano abitato Mario e Paola Besuschio, fosse “pulita”, cioè sicura, e lui gli aveva risposto che era un appartamento di massima sicurezza; ma appena i due nuovi brigatisti ci si erano installati, nella base aveva fatto irruzione la polizia…

    E quando Giorgio a muso duro gli aveva chiesto spiegazioni, Mario si era giustificato dicendo di essersi sbagliato, in effetti quella base era tenuta d’occhio dalla polizia… Semeria era convinto che Moretti fosse una spia».

    I sospetti dei brigatisti del nucleo originario, tutti detenuti, sul conto di Moretti – l’unico rimasto libero – danno luogo a un’inchiesta interna alle BR, affidata a Lauro Azzolini e Franco Bonisoli (entrambi del Comitato esecutivo).

    L’inchiesta non sortisce risultati: origina solo le proteste dell’ex pupillo dei Casati Stampa, il quale, venutolo a sapere, pretende le scuse scritte da parte dei brigatisti detenuti che l’hanno voluta. Ormai è lui il nuovo numero uno delle BR: non solo per la modesta caratura di tutti gli altri brigatisti ancora in libertà, ma anche perché fra loro è il terrorista di più antica data, il solo che conosce tutti i risvolti dell’organizzazione, e l’unico che da quattro anni riesce a sottrarsi ai carabinieri e alla polizia.

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  • 11 Febbraio 1976

    Le Brigate Rosse appiccano un incendio nel parcheggio sotterraneo dei dirigenti della FIAT nei pressi di Mirafiori Sud.

    L’episodio è illustrato in un comunicato nel quale le Brigate Rosse, sostenuto di aver «incendiato diverse automobili di dirigenti che vi erano parcheggiate», sottolineano come «la FIAT ha molta paura ed è per questo che ha spudoratamente taciuto il fatto, come se nulla fosse successo, mentre si è visto benissimo il movimento dei guardiani che si davano da fare per spegnere l’incendio e ad allontanare gli operai che si avvicinavano nel sotterraneo».

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  • 10 Febbraio 1976

    Le Brigate Rosse danno alle fiamme due auto: quella del dott. Ezio Ponte, direttore del personale della Pininfarina, e del direttore del personale della Michelin Giovanni Bertolotti.

    Ezio Ponte, direttore del personale della Pininfarina, viene indicato in un volantino come «un reazionario della DC per la quale ha preso parte alle campagne elettorali del ’68 e del ’70»; e di Giovanni Bertolotti, direttore del personale della Michelin di Stura, secondo il documento «noto agli operai come piccolo lacchè della direzione aziendale, egli tende a ricordare “che tutti possono diventare dei dirigenti, basta essere responsabili verso il padrone”. Infatti da capo officina è diventato capo del personale.

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  • 6 Febbraio 1976

    Mario Moretti e Barbara Balzerani soggiornano all’Hotel Excelsior di Reggio Calabria. (altro…)

  • 24 Gennaio 1976

    A San Vittore alcuni uomini cercando di accoltellare Pasqualino Sirianni, Sergio Spazzali, Pietro Morlacchi e Giovanni Battista Miagostovich.

    Braccio Uno, cella 311. Uomini mascherati e armati di pugnale hanno fatto irruzione nella cella, cercato di accoltellare quattro detenuti: ne hanno ferito uno in modo serio, altri due leggermente e l’ultimo se l’è cavata per caso. Si avanzano due ipotesi: o delitto su commissione o vendetta della mafia disturbata nei suoi traffici all’interno della prigione dai detenuti politici. Tutto appare incerto. Tutto, tranne che le armi non hanno colpito a caso. Nella cella al primo piano ci sono Pasqualino Sirianni, di Lotta Comunista; l’avvocato Sergio Spazzali, che col fratello Giuliano ha sostenuto, attraverso l’organizzazione “Soccorso Rosso” la difesa di numerosi detenuti politici, arrestato nel Novembre precedente per l’oscura chiamata di correo di un anarchico svizzero, Daniel Von Arb; quindi Pietro Morlacchi e Giovanni Battista Miagostovich: è il più grave dei feriti, gli incappucciati gli hanno vibrato colpi al ventre, al fianco e al braccio; all’ospedale San Carlo, lo stesso dove anni prima aveva lavorato come infermiere, lo sottopongono a laparotomia. Morlacchi e Sirianni si sono difesi disperatamente, scagliando contro gli aggressori tutto quanto capitava sotto mano, le lame li hanno raggiunti di striscio; Spazzali, al contrario, stava tornando dalla doccia quando è avvenuta l’irruzione. Viene fatta un’inchiesta: prima due, poi sei, infine anche una guardia carceraria, il brigadiere Antonio Giannini, vengono indicati dal sostituto procuratore Luigi De Liguori come i responsabili. Il mandante sarebbe Francesco Guzzardi, in carcere perché coinvolto nei sequestri degli industriali Pietro Torielli, di Vigevano, e Luigi Rossi di Montelera, di Torino.

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  • 18 Gennaio 1976

    Viene arrestato a Milano Renato Curcio.

    Curcio viene di nuovo arrestato, e di nuovo in circostanze dense di ambiguità e sospetti.

    Il capo-fondatore delle Br – che secondo gli inquirenti «non è più il leader della organizzazione, è oramai emarginato, forse superato politicamente» – sarebbe stato individuato fin dall’Agosto 1975 dai carabinieri, mediante il pedinamento della brigatista Nadia Mantovani, ma «il contatto» si era perso ed era «ripreso almeno mezza dozzina di volte.

    Infine, ai primi di Gennaio 1976, [viene] individuato l’appartamento che Curcio e la giovane abitano: una stanza, servizi e ampio terrazzo al quarto piano in via Maderno 5. Lo hanno affittato da Adriano Colombo, operaio dell’Alfa di Arese. Di fronte alla casa sorge la chiesa di Santa Maria di Caravaggio.

    Dal parroco, don Luigi Lattuada, i carabinieri ottengono il permesso di appostarsi sul campanile: con teleobiettivi e macchine a raggi infrarossi fotografano ripetutamente Curcio e la Mantovani.

    Da Nadia Mantovani i carabinieri sono risaliti anche a un altro gruppo: due uomini e una donna, che per i loro spostamenti usano spesso una 127 con targa uguale a quella di un mezzo pubblico. L’operazione è decisa per la terza domenica del mese. Nella rete cadono prima i tre sconosciuti che vengono arrestati mentre camminano per strada intorno alle 9:00, prima la donna poi i suoi compagni. Si dichiarano “prigionieri politici”. I loro nomi, che vengono tenuti segreti per ventiquattr’ore, non dicono troppo: Vincenzo Guagliardo, un tunisino da anni in Italia, e sua moglie Silvia Rossi Marchesa di Cavour, entrambi di ventisette anni, oltre a Dario Lo Cascio, ventotto anni, di Catania. Soltanto tre giorni dopo quest’ultimo, davanti al magistrato, dirà di chiamarsi in realtà Angelo Basone.

    Secondo la versione ufficiale, dunque, l’individuazione della base di via Maderno sarebbe stata una pura casualità. Fatto sta che nel tardo pomeriggio di domenica 18 gennaio, appena Curcio e la Mantovani rientrano nell’appartamento-base, i carabinieri procedono all’arresto dei due brigatisti, che avviene dopo una furiosa sparatoria col ferimento di un brigadiere e dello stesso Curcio.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quando tornò in carcere (eravamo alle Nuove di Torino, al VI braccio, nel 1976) Curcio disse di avere raggiunto la certezza che Moretti fosse una spia. Raccontò che Mario stava a Genova, e venerdì 16 era venuto a Milano per partecipare alla riunione del Comitato esecutivo in programma quel giorno.

    Dopo la riunione, a sera, Moretti aveva detto di essere troppo stanco per tornarsene subito a Genova, e aveva insistito per passare la notte nell’appartamento-base dove stava Curcio insieme a Nadia Mantovani (era in via Maderno 5, ma per la compartimentazione nessun altro brigatista lo sapeva).

    Così Renato l’aveva ospitato per la notte nella base e l’indomani, Sabato, Mario se n’era tornato a Genova. La domenica, la polizia aveva fatto irruzione e aveva arrestato sia Curcio sia Nadia Mantovani… Renato diceva che se i carabinieri avessero fatto l’irruzione il venerdì sera o il sabato mattina, avrebbero arrestato pure Mario, ma invece l’avevano fatta di domenica, a colpo sicuro».

    È sera quando viene tentata l’irruzione nella casa di via Maderno. Curcio e la sua compagna sono rientrati da poco, gli uomini dei nuclei speciali salgono con cautela le scale fino al quarto piano. La casa è circondata da decine di uomini, tutti armati. I carabinieri suonano il campanello. Quanto segue è incerto. Da una cronaca:

    «Curcio, siete circondati, vi dovete arrendere», gridano i carabinieri. E subito dopo un ufficiale ha aggiunto: «Nadia vieni fuori».

    Dall’interno dell’appartamento, Curcio: «So che volete ucciderci». Poi il finimondo.

    Racconta il capitano Giovanni Digati, del nucleo investigativo:

    «Sono stati venticinque minuti d’inferno, con pallottole che fischiavano da tutte le parti, noi lo costringevamo a non affacciarsi, avevamo paura delle bombe a mano. Gli uomini sparavano raffiche di mitra a intervalli regolari: lui è uno che se ne intende, ha capito che in quella situazione non avrebbe potuta cavarsela. Nello scontro Curcio è ferito alla spalla sinistra, colpito anche il brigadiere Lucio Prati, al braccio e al calcagno. Ancora pochi minuti di sparatoria, poi dall’interno della casa, Curcio grida: «Se non mi sparate esco». Gli viene data assicurazione e Curcio esce camminando all’indietro, con le mani alzate.»

    Renato Curcio viene medicato al Fatebenefratelli e trasferito alla caserma dei carabinieri in via Moscova. Parla a lungo con i carabinieri e dice: «Io non ce l’ho con voi personalmente, ma con le istituzioni, con il sistema». Qualcuno gli obietta che anche l’Arma ha fatto la Resistenza. «Non l’Arma», ribatte il brigatista, «ma solo alcuni comportamenti individuali, tutti apprezzabili». Poi contesta aspramente l’uccisione di Mara:

    Voi carabinieri avete giustiziato Mara finendola con un colpo al cuore quando era già gravemente ferita al torace, il colpo mortale fu esploso a bruciapelo. Non avete atteso che morisse magari in ospedale, l’avete finita, insomma l’avete giustiziata.

    Curcio continua a parlare, e fra le altre cose dice:

    Con il mio arresto le BR hanno perduto semplicemente un uomo, anzi alcuni uomini, ma siamo in molti, tanti, quanti nemmeno potete immaginare. Siamo cresciuti subito e continueremo a crescere, ora più rapidamente di prima. Non sappiamo con esattezza quanti siamo: i rivoluzionari riescono a contarsi soltanto a rivoluzione finita.

    Il generale Giovanni Romeo, capo dell’Ufficio D del Sid, molti anni dopo attribuirà i meriti del secondo arresto di Curcio alla «attività preparatoria» effettuata dal suo reparto, così come l’Ufficio D del servizio segreto aveva propiziato il primo arresto di Curcio e Franceschini nel settembre 1974:

    «Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto D del Sid lo aveva già fatto».

    Subito dopo la seconda e definitiva cattura di Curcio, viene diffusa la voce (ripresa da alcuni giornali) che il suo successore alla guida delle Br sarebbe Corrado Alunni.

    Per due anni, cioè fino al delitto Moro, il nome di Alunni nuovo leader delle BR viene citato al posto di quello del vero nuovo capo brigatista, Mario Moretti, favorendo di fatto la clandestinità dell’ex pupillo dei Casati Stampa.

    Nell’appartamento dove sono stati arrestati Curcio e la Mantovani le forze dell’ordine hanno trovato le matrici del ciclostile predisposte per la pubblicazione di un numero di “Lotta armata per il comunismo” (bollettino ufficiale delle Br), e nella rubrica “Diario di lotta” c’è scritto: «Pavia: viene scoperta la base di un nucleo clandestino rivoluzionario. La stampa e le autorità di polizia attribuiranno erroneamente alle Br l’appartenenza politica di quel nucleo».

    È evidente che Curcio intendeva “scaricare” Pelli, Alunni e Susanna Ronconi, terroristi della fazione militarista delle Br e in quanto tali brigatisti “dissidenti”: fra l’altro, Pelli aveva capeggiato il commando responsabile del duplice delitto nella sede missina di Padova.