Categoria: Brigate Rosse

  • 17 Marzo 1979

    Raffaele Fiore viene arrestato a Torino insieme a Vincenzo Acella.

    Fui arrestato il 17 Marzo successivo, nemmeno quaranta giorni dopo l’uccisione di Rossa e ad un anno esatto dal sequestro Moro. Erano le sette meno venti di sera di un Sabato e stavo andando a un appuntamento con Vincenzo Acella, un militante irregolare che dopo una sparatoria aveva dovuto darsi alla latitanza. Non dovevo incontrarlo io, ma un’altra compagna, che però all’ultimo momento non aveva potuto. Con Acella c’era anche Piero Panciarelli. Entrammo in un bar a bere qualcosa, in Via Stradella, a Torino. Poco dopo arrivarono alcuni poliziotti, che chiesero i documenti a tutti; quando toccò a noi saltò fuori la pistola che aveva Acella e fummo arrestati: processo per direttissima, tre anni e mezzo.

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  • 24 Gennaio 1979

    A Genova Guido Rossa viene ucciso dalle Brigate Rosse.

    Viene così reciso l’ultimo filo che tiene legate le Brigate Rosse alla sinistra italiana.

    Guido Rossa è un sindacalista della FIOM dell’Italsider e militante del PCI. Gli si imputa di aver denunciato, l’Ottobre precedente, Francesco Berardi detto “Cesare”, un operaio che aveva distribuito dentro la fabbrica i volantini delle BR.

    Berardi si suiciderà in carcere e la colonna genovese prenderà il suo nome.

    Gli assassini sono i brigatisti Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi.

    In sede giudiziaria Guagliardo dirà che Rossa avrebbe dovuto essere solo “gambizzato”: ma dopo avergli sparato alle gambe, e mentre il terzetto si stava allontanando, Dura è tornato indietro e ha finito l’operaio comunista sparandogli un colpo al cuore.

    Dura è il pupillo di Moretti, che lo ha voluto a capo della colonna genovese; quale “premio” per il delitto Rossa, Moretti promuoverà Dura nel Comitato esecutivo.

    La città di Genova risponde all’uccisione di Rossa con un compatto sciopero generale e una grande manifestazione dai connotati antifascisti, a conferma del totale isolamento delle Br. All’interno dell’organizzazione terroristica l’uccisione dell’operaio comunista provoca contraccolpi: un volantino Br recapitato all’Ansa di Roma definisce il delitto «un errore» della «colonna genovese» – una sostanziale sconfessione pubblica decisa da Morucci e Faranda, che provocherà tensioni con la triade Moretti-Gallinari-Micaletto che quel delitto ha approvato e avallato.

    Riconoscerà Mario Moretti:

    «Guido Rossa non bisognava neanche ferirlo».

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  • 21 Dicembre 1978

    A Roma vengono feriti Gian Antonio Pellegrini e Giuseppe Rainone, due agenti della scorta di Giovanni Galloni.

    Il commando delle Brigate Rosse agisce da un auto. Alla guida c’è Alessio Casimirri, dietro sua moglie Rita Algranati. Mentre a sparare dalla parte destra dell’auto sono Prospero Gallinari e Adriana Faranda.

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  • 10 Ottobre 1978

    A Roma le Brigate Rosse uccidono Gerolamo Tartaglione, magistrato di Cassazione e direttore generale degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia.

    Gerolamo Tartaglione è un uomo mite, molto amato dai suoi colleghi. All’agguato prendono parte Alessio Casimirri, Massimo Cianfanelli, Alvaro Loiacono e Adriana Faranda. Lei viene coinvolta all’ultimo momento, con il ruolo di copertura. È armata di mitra.

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  • 4 Ottobre 1978

    Il generale Dalla Chiesa si incontra con il giornalista Mino Pecorelli.

    Tre giorni dopo il blitz milanese in via Monte Nevoso – il generale Dalla Chiesa si incontra col giornalista Mino Pecorelli, direttore-fondatore del periodico “Op”.

    Iscritto alla P2 e da anni in stretti rapporti con settori dei servizi segreti, Pecorelli è una spina nel fianco del potere politico romano, specialmente di quello andreottiano: attraverso “Op” pubblica dossier riservati e notizie scabrose, anticipando scandali e rivelando manovre e intrighi di potere.

    Dopo l’incontro del 4 ottobre con Dalla Chiesa, Pecorelli comincia a pubblicare una serie di articoli pesantemente allusivi sul delitto Moro, insinuando il vero: cioè che le carte di Moro trovate nel covo Br di via Monte Nevoso siano state “manipolate” e “censurate” dai carabinieri in quanto contenenti “segreti di Stato”, come in effetti è avvenuto. Il direttore di “Op” si sofferma più volte anche sulle Br e sul loro imprendibile capo:

    «L’obiettivo primario [del sequestro Moro] è senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area di potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. È un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un Paese industriale… È Yalta che ha deciso via Mario Fani»

    «Le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione della rotta dell’astronave Italia».

    «Ma torneremo a parlare… Perché Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato e forse la mattina che il presidente è stato ucciso, [Cossiga] era insieme a altri notabili DC a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo fare anche noi un po’ di fantapolitica. Le trattative con le BR ci sarebbero state. Come per i feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i “carabinieri” (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perché si voleva comunque l’anticomunista Moro morto, e le BR avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama “DC” e il macellaio Maurizio».

    «E a proposito di via Gradoli, è stato ammesso ufficialmente che, alla segnalazione, la polizia si precipitò a Gradoli e non a via Gradoli a Roma. Basta questo per mettere sotto processo gli inetti a  quali era stata affidata la vita di un uomo? E che dire della conoscenza, prima di marzo, della tipografia di via Pio Foà dove manovrava, con macchine offset, inchiostro e carta, il signor Mario Moretti, alias ing. Borghi di via Gradoli, nonché il correttore delle lettere di Aldo Moro scritte nel carcere del popolo!… Del caso Moro si sa ben poco; si pensa e si intuisce che gli elementi più attivi e più pericolosi della organizzazione eversiva ancora latitanti, abbiano potuto prendere parte all’operazione di via Fani e alle fasi successive a cominciare da Mario Moretti, forse Prospero Gallinari e gli altri. Ma niente di più. Da allora è stata ridimensionata l’attività di un’organizzazione che in caso contrario avrebbe forse dilagato con chissà quali conseguenze. Tutte le operazioni portate a termine, prima e dopo l’incarico al gen. Dalla Chiesa, hanno consentito di controllare e limitare l’attività; ma il colpo al cuore dell’organizzazione ancora non c’è stato»

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  • 10 Maggio 1978

    10 Maggio 1978

    Vengono celebrati i funerali di Aldo Moro.
    Francesco Cossiga rassegna le dimissioni da Ministro dell’Interno.

    Il corpo di Aldo Moro viene sepolto con una cerimonia strettamente privata nel cimitero di Torrita Tiberina.

    L’operato delle forze di polizia dipendenti dal Viminale e dai servizi segreti (affidati da Cossiga e Andreotti ad affiliati alla loggia massonica segreta P2) è stato caratterizzato da una lunga sequela di errori e conniventi inerzie, tali non solo da rendere dubbia l’effettiva volontà dello Stato di salvare la vita dell’onorevole Moro arrestando i sequestratori, ma perfino da indurre a sospettare complicità e convergenze di intenti con i terroristi.

    Scrive Cossiga nella sua lettera di dimissioni, indirizzata al Presidente del Consiglio Andreotti:

    «Ritengo mio dovere rassegnare le dimissioni da Ministro dell’Interno intendendo con questo atto assumere la piena responsabilità politica del dicastero cui sono preposto, delle forze di polizia che per subordinazione gerarchica o funzionale hanno operato alle mie dipendenze e dei servizi di informazione e di sicurezza da me impiegati; del loro impegno intelligente, generoso, incondizionato, leale e valoroso, sento di dover rendere ferma e convinta testimonianza e ritengo che su tale impegno il Paese può fare pieno affidamento».

    Ricoprirà il ruolo di Ministro dell’Interno ad Interim, fino al 13 Giugno 1978, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

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  • 9 Maggio 1978

    Aldo Moro viene ucciso, e il suo cadavere viene fatto ritrovare nel baule di una Renault 4 rossa in Via Caetani, a Roma.

    Intorno alle sei e mezzo sette del mattino, ad Aldo Moro vengono riconsegnati i vestiti, spruzzati di acqua e della sabbia di Ostia per depistare le indagini. Non gli viene detto che va a morire. Aldo Moro va a salutare tutti i suoi carcerieri, anche quelli che non ha mai visto. Viene bendato, chiuso in una gerla di vimini e condotto nel garage, dov’è parcheggiata la Renault rossa.

    Anna Laura Braghetti ricorda:

    «Era molto presto, forse le sei e mezzo, le sette. Casualmente quella mattina, proprio in quel momento uscì una signora della casa. Io ero fuori dal box e, poichè la serranda non era completamente chiusa, lei vide la parte posteriore della Renault. Nel garage c’era già Aldo Moro e anche chi lo avrebbe ucciso… La signora si allontanò quasi subito… Insegnava fuori Roma… I colpi furono sparati con il silenziatore, e di lì a breve la macchina uscì da Via Montalcini».

    «Ricordo che avevo il cuore in gola. Nel box della donna c’erano due macchine… Per prendere la sua ne doveva spostare una e andava molto di fretta. Da dove si trovava, la signora poteva vedere benissimo il fascione della Renault, un particolare inconfondibile… Mi prese il panico, non sapevo cosa fare: infine, mi offrii di aiutarla. Lei mi rispose gentilmente che non era necessario, che doveva far presto. Fece molto rumore. Io ero agitatissima. Dentro al box con Moro c’erano già Moretti e il “quarto uomo”… Prospero Gallinari era rimasto a casa».

    A sparare a Moro è stato Mario Moretti.

    «Non avrei permesso che lo facesse un altro. Era una prova terribile, uno si porta addosso la cicatrice per tutta la vita… Eravamo nel box dell’auto di Lauretta. Con Moro. Era buio. Controlliamo che dalle scale non stia scendendo nessuno. Il colpi sono di due armi, tutti con il silenziatore…»

    Valerio Morucci incontra Bruno Seghetti intorno alle sette del mattino. Poco dopo, a bordo di una Simca verde, i due brigatisti si affiancano alla Renault 4 rossa che sta trasportando il cadavere di Aldo Moro. Il luogo prescelto per il contatto è l’isola Tiberina. Da lì le due auto procedono insieme fino a Via Caetani, con la Simca in testa a fare da battistrada, una strada attigua a via delle Botteghe Oscure e a pochi passi da Piazza del Gesù. La Renault rossa viene parcheggiata al posto di un’altra auto che stava tenendo il posto, e che se ne va al momento opportuno.

    La scelta cade su Morucci all’ultimo momento, prima era stata presa in considerazione Adriana Faranda.

    Sulla Renault 4 viaggiano Mario Moretti e Germano Maccari, sulla Simca oltre a Valerio Morucci viaggia Bruno Seghetti.

    Alle 11 Valerio Morucci e Adriana Faranda si incontrano alla Piramide davanti alla stazione della metropolitana. Durante tutta l’operazione Adriana resta in ascolto alle radio della polizia. Solo quando passa abbastanza tempo senza che si sappia nulla si reca al luogo dell’incontro.

    Poi si recano insieme alla Stazione Termini, un luogo pieno di gente, per chiamare il professor Tritto, per annunciargli dove era stato lasciato il cadavere di Moro.

    Ci arrivano poco dopo mezzogiorno. Era sempre Valerio a telefonare per conto delle Brigate Rosse.

    Trascrizione della telefonata di Valerio Morucci al professor Tritto

    «È il professor Tritto?»
    «Chi parla?»
    «Il dottor Nicolai.»
    «Chi, Nicolai?»
    «È lei il professor Franco Tritto?»
    «Sì, ma voglio sapere chi parla.»
    «Brigate rosse, ha capito.»
    «Sì.»
    «Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro. Mi sente?»
    «Che devo fare? Se può ripetere…»
    «Non posso ripetere. Guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Moro in Via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri di targa sono N5…»
    «Devo telefonare?»
    «No, dovrebbe andare personalmente.»
    «Non posso…»
    «Non può? Dovrebbe per forza.»
    «Per cortesia, no, mi dispiace…»
    «Se lei telefona, verrebbe meno all’adempimento delle richieste che ci aveva fatto espressamente il presidente.»
    «Parli con mio padre, la prego.»
    «Va bene.»
    «Pronto…»
    «Guardi, lei dovrebbe andare dalla famiglia dell’onorevole Moro, oppure mandare suo figlio, comunque telefonare. Basta che lo sappiano. Il messaggio ce l’ha già suo figlio.»
    «Non posso andare io?»
    «Certamente, purché lo faccia con urgenza, perché la volontà, l’ultima volontà dell’onorevole è questa, cioè di comunicare alla famiglia, perché la famiglia doveva riavere il suo corpo… Va bene? Arrivederci.»
    «Va bene».

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  • 8 Maggio 1978

    Vengono organizzati gli ultimi dettagli per l’omicidio di Aldo Moro.
    Fanfani si impegna con Craxi a intervenire all’indomani, durante la direzione DC, s favore della trattativa.

    Si incontrano in “Ufficio”, l’appartamento di Via Cabrera, alle spalle della basilica di San Paolo, Mario Moretti, Barbara Balzerani e Bruno Seghetti.

    L’incarico di guidare la Simca verde da affiancare alla Renault 4 rossa che trasporta il cadavere di Moro viene in un primo momento affidato ad Adriana Faranda. Poi la scelta ricade su Valerio Morucci.

    Il cambio di scelta è causato dalla forte avversione all’incarico di Adriana Faranda: insieme a Valerio Morucci era la parte minoritaria che sosteneva con fermezza la non uccisione di Moro. Impartire quell’incarico ad Adriana Faranda le sembrava una scelta gratuita e perfida, oltre che molto violenta.

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  • 7 Maggio 1978

    Adriana Faranda e Valerio Morucci cercano di posticipare di qualche giorno la sentenza di morte di Aldo Moro, dopo essersi incontrati con Lanfranco Pace di Potere Operaio.

    Adriana Faranda e Valerio Morucci si incontrano con Lanfranco Pace in un bar di Piazza Cola di Rienzo, un locale spazioso e tranquillo che le BR avevano usato spesso in passato per i loro appuntamenti.

    «Potrebbe essere un segnale importante», aveva fatto notare Pace: per il 9 Maggio 1978 era stato messo in programma un intervento di Fanfani. Le parole di un uomo così rappresentativo avrebbero potuto attenuare l’opposizione della DC all’ipotesi dello scambio preteso dalle BR per la liberazione di Moro. Se non nella sostanza almeno nella forma. Ma era soltanto una speranza, troppo poco perché Moretti potesse convocare di nuovo l’Esecutivo e congelare la decisione già presa.

    I due brigatisti informano Mario Moretti che durante la direzione DC fissata per la mattina del 9 Maggio, sarebbe finalmente intervenuto Fanfani. I due avevano insistito che un piccolo passo era stato compiuto: era stata annunciata la convocazione del Consiglio Nazionale, proprio come Moro aveva inutilmente chiesto tante volte nelle sue lettere. Dunque, perché non aspettare ancora… Almeno qualche giorno?

    Moretti reagisce con durezza. La DC non avrebbe ceduto di un millimetro, quell’ennesimo stratagemma si sarebbe rivelato soltanto un’ulteriore presa in giro e le parole di Fanfani sarebbero state acqua fresca. Quindi. aveva concluso il capo delle Brigate Rosse confermando la condanna a morte dell’ostaggio, non ci sarebbe stato più alcun rinvio.

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  • 6 Maggio 1978

    Claudio Signorile, vicesegretario del PSI, contatta Amintore Fanfani, Presidente del Senato.

    Il contatto avviene nella prospettiva di un segnale di apertura alla trattiva. Fanfani dà incarico al Sen. Bartolomei di seguire il caso, che tuttavia non conduce ad apprezzabili sviluppi né novità.

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