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  • 5 Maggio 1974

    Le Brigate Rosse diffondono un comunicato in cui chiedono il rilascio dei detenuti della 22 Ottobre per liberare Mario Sossi.

    Al comunicato brigatista contenente «l’infame ricatto» (come lo definisce la stampa) risponde il ministro dell’Interno Taviani con una dichiarazione lapidaria: «Non si tratta con i criminali».

    La classe politica è unanime nel respingere il ricatto brigatista. Il quotidiano “La Stampa” commenta: «È la prima volta che in Italia un gruppo di terroristi sfida lo Stato… Il ricatto è di una crudeltà sconfinata», e cedere significherebbe scardinare «i princìpi su cui si fonda lo Stato».

    L’UMI (la corrente di destra della magistratura alla quale aderisce Sossi, e il cui presidente è Carlo Reviglio della Veneria) si schiera con la linea della fermezza: no a qualunque cedimento al ricatto brigatista. Il procuratore generale Coco dichiara: «La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto, e il cedimento incoraggerebbe altre imprese criminali».

    Testo integrale del Comunicato n°4 sul Sequestro Sossi

    “Gli interrogatori del prigioniero Mario Sossi sono terminati. Abbiamo sentito la sua versione dei fatti, la sua autodifesa, la sua autocritica. Ora è il momento delle decisioni.

    In breve, tre sono i punti fondamentali:

    1. egli ha ammesso che il processo al gruppo 22 Ottobre è stato il frutto, velenoso, di una serie di macchinazioni controrivoluzionarie tendenti a liquidare sul nascere la lotta armata del nostro paese. Queste macchinazioni sono state progettate e messe in atto dalla polizia (Catalano – Nicoliello), dal nucleo investigativo dei carabinieri (Pensa), dai responsabili del SID (Dallaglio, Saracino) e coperte da una parte della magistratura (Coco-Castellano).
    2. Egli ha convenuto di essere ricorso ad un metodo vigliacco per incastrare senza prove molti compagni del 22 Ottobre. La costruzione del suo castello di accuse, infatti, poggiava non su prove ma su voci raccolte da piccoli artigiani della provocazione (Mezzani, La Valle, Astara, Vandelli, Rinaldi) e su deboli di carattere cinicamente ricattati (Sanguineti).
    3. Dopo aver ricostruito macchinazioni, modi di agire, tecniche e scopi della infiltrazione e riconosciuto le sue specifiche responsabilità nel processo di regime contro il 22 Ottobre, Mario Sossi ha puntato il dito contro chi, protetto dalla grande ombra del potere, lo ha pilotato in questa miserabile avventura: Francesco Coco, procuratore generale della repubblica.

    La borghesia, dopo aver lanciato un’offensiva repressiva senza precedenti e senza risultati contro la nostra organizzazione e contro il popolo, è costretta oggi ad ammettere di aver perso la partita tanto sul terreno politico che su quello militare. Il ricorso alle taglie è un anacronismo quasi ridicolo che denuncia la totale sconfitta degli uomini più abili di cui dispongono le forze di polizia. E sinceramente ci risulta difficile capire come qualcuno possa ragionevolmente credere di potersi godere, dopo un’eventuale delazione, quegli sporchi denari.

    Mario Sossi è un prigioniero politico. Come tale è stato trattato senza violenze né sadismi. Sono stati rispettati i principi della convenzione di Ginevra, come egli ha chiesto. Gli interrogatori sono stati da lui liberamente accettati e per questo sono stati effettuati.

    Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare, rispetto alla sinistra rivoluzionaria egli si è macchiato di gravi crimini, peraltro ammessi, per scontare i quali non basterebbero 4 ergastoli e qualche centinaio di anni di galera, tanti quanti lui ne ha chiesti per i compagni comunisti del 22 Ottobre.

    Tuttavia a chi ha potere e tiene per la sua libertà lasciamo una via di uscita: lo scambio di prigionieri politici. Contro Mario Sossi vogliamo libertà per: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De Scisciolo. Nulla deve essere nascosto al popolo. Dunque non ci saranno trattative segrete.

    Ecco le modalità dello scambio. Gli 8 compagni dovranno essere liberati insieme in uno dei seguenti paesi: Cuba, Corea del Nord, Algeria. Essi dovranno essere accompagnati da persone di loro fiducia. Mario Rossi dovrà confermare la avvenuta liberazione. Entro le 24 ore successive alla conferma dell’avvenuta liberazione degli 8 compagni – 24 ore che dovranno essere di tregua generale e reale – avverrà la liberazione anche di Mario Sossi. Questa è la nostra parola.

    Garantiamo la incolumità del prigioniero solo fino alla risposta. In una guerra bisogna saper perdere qualche battaglia. E voi, questa battaglia l’avete persa. Accettare questo dato di fatto può evitare ciò che nessuno vuole ma che nessuno può escludere.”

    Il comunicato viene sequestrato al “Corriere Mercantile” da Catalano, che lo trattiene per un giorno prima di mostrarlo a Grisolia e alla stampa.

    La famiglia Sossi, vista la mancata risposta dello Stato al ricatto, comincia ad avere paura.

    Grazia Sossi invia telegrammi al papa Paolo VI e al presidente Leone, col quale tenta invano più volte di mettersi in contatto.

    Al capo dello stato e presidente del consiglio superiore della magistratura On. Giovanni Leone. Invoco urgente et immediato intervento vostra massima autorità a favore di mio marito in gravissimo pericolo soltanto per avere compiuto scrupolosamente proprio dovere di magistrato della Repubblica stop Mie figlie supplicano et confidano vostra sensibilità uomo padre e magistrato affinché loro papà possa tornare a casa Grazia Sossi.

    Imploro alto intervento Santità vostra per vita mio marito stop Confido vostra illuminata parola possa salvare un innocente stop In preghiera assieme at mie bambine attendiamo con fede.

    Nel frattempo la polizia segue la “pista del mare”. A Genova la polizia trova una grotta con un letto all’interno, e circolano voci di alcuni uomini che se ne allontanano in barca.

    Qualche giornale coglie l’occasione per collegare le Brigate Rosse al mondo del contrabbando, con la malavita internazionale pronta a finanziarle.

    L’indagine del sequestro di Sossi viene trasferita a Torino al dottor Silvestro, che già si era occupato del sequestro Amerio.

    Lotta Continua ne dà un ritratto inquietante per quanto è ridicolo: viene definita persona esemplare un uomo che ha militato in organizzazioni fasciste, era entrato in magistratura negli anni Trenta restando fedelissimo del regime.

    La questura mette una taglia di venti milioni sui rapitori.

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  • 28 Aprile 1974

    Le indagini per il sequestro di Mario Sossi, che si erano interrotte per qualche giorno come chiesto dalle Brigate Rosse, riprendono.

    In mancanza di indizi sembra che si agisca a caso, mentre alcuni servizi giornalistici tentano di coinvolgere Lotta Continua, basandosi su alcuni volantini del Circolo Ottobre (organizzazione collegata a Lotta Continua) nei quali, nell’ambito della campagna nazionale del processo Marini, si chiedeva la liberazione dell’anarchico. Si vuole cioè collegare il Circolo Ottobre (sigla contratta del gruppo 22 Ottobre) a LC e di conseguenza alle BR, formulando nello stesso tempo l’ipotesi di uno scambio Sossi-Marini. Sarà lo stesso Giovanni Marini, più tardi condannato a dodici anni di reclusione, a non prestarsi al gioco. Con un messaggio dal carcere di Potenza così dichiarerà: «La mia liberazione deve scaturire solo dal processo che non potrà che smascherare inequivocabilmente la montatura fascista e affermare la mia innocenza».

    Arriva a Genova il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante di Brigata dei Carabinieri di Torino.

    Genova è in stato di assedio, presidiata e rastrellata da migliaia di uomini delle forze dell’ordine, ma è una rappresentazione di impotenza: dei brigatisti e del loro ostaggio non c’è traccia.

    Il “Corriere della Sera” scrive:

    «A dieci giorni dal sequestro di Sossi, le BR sembrano vincere su tutta la linea. Vincono materialmente, perché il magistrato è ancora nelle loro mani; vincono politicamente, perché stanno seminando lo scompiglio nella struttura statale».

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  • 26 Aprile 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°3 in cui si afferma che Mario Sossi sta parlando con le BR, fornendo particolari sull’inchiesta della 22 Ottobre.

    Inoltre secondo il comunicato il «prigioniero politico del proletariato» sta rivelando i retroscena del sequestro Gadolla (e il ruolo avuto nella vicenda giudiziaria dal procuratore generale Francesco Coco), e sta raccontando i rapporti che ha intrattenuto con «due alti ufficiali del Sid a Genova».

    Comunicato n°3 sul sequestro di Mario Sossi

    “Nel corso degli interrogatori sono stati finora approfonditi con il prigioniero Sossi tre punti:

    1. la complicità e gli accordi tra la polizia (Catalano e Nicoliello) e la famiglia Gadolla;
    2. le complicità e gli accordi tra una parte della magistratura (Francesco Coco con il suo fedele servo Paolo Francesco Castellano), la polizia e la famiglia Gadolla;
    3. i rapporti che sono intercorsi tra Sossi e due alti ufficiali del SID di Genova.

    Gli interrogatori continuano.

    Chi ha confuso il messaggio di Mario Sossi, da lui spontaneamente scritto, con la posizione della nostra organizzazione, ha dimostrato scarsa capacità di comprendere il nodo centrale del problema politico: la questione dei prigionieri politici.

    Sossi è prigioniero politico del proletariato. Come tale è assolutamente ingiustificato qualunque ottimismo su una sua gratuita liberazione. Molti sono ormai i compagni che in questi ultimi anni, rompendo con la paralizzante strategia pacifista del revisionismo, hanno ripreso le armi per combattere l’ordine e le leggi della borghesia. Combattere per il comunismo. Alcuni di essi sono caduti o sono attualmente rinchiusi nelle galere pubbliche e disumane dello stato. Sono stati fatti passare come criminali. Esemplare, a questo proposito, è il processo di regime contro i compagni comunisti del gruppo 22 Ottobre.
    Tutti questi compagni sono prigionieri politici. Punto irrinunciabile del programma politico delle BR è la liberazione di tutti i compagni prigionieri politici.

    La tecnica della propaganda è applicata con rigore dalle Brigate Rosse, che diffondono la notizia nel momento in cui l’attesa è più esasperata.

    Il comunicato viene deposto nella cassetta delle lettere di un palazzo in Via Armeria. Ma stavolta, avvertiti da un inquilino, sono gli inquirenti a ritirare il ciclostilato. Per più di ventiquatt’ore l’arrivo del messaggio è mantenuto segreto. Il contenuto è la conferma di tutti i timori espressi da polizia, magistratura ma, soprattutto, potere politico.

    La magistratura decide che le ricerche, cioè le “indagini attive”, riprenderanno dopo 48 ore.

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  • 24 Aprile 1974

    Viene trovato un Comunicato delle Brigate Rosse sul Sequestro Sossi.

    Poco dopo la mezzanotte squilla il telefono in casa di un noto avvocato, Giovanni Gramatica. Una voce di uomo avverte che in una cabina telefonica di Piazza Verdi c’è un comunicato: la richiesta alle Brigate Rosse da parte di alcuni del gruppo XXII Ottobre perché esigano, per la liberazione di Sossi, quella di alcuni del gruppo Genovese.

    Premesso che «per Mario Sossi non occorrono processi» il documento prosegue:

    Nelle carceri dello stato, che Sossi ha servito fedelmente, sono ancora rinchiusi coloro che per essersi ribellati allo sfruttamento dei padroni sono stati condannati con anni di galera come monito per tutti gli altri rivoluzionari. Ci riferiamo soprattutto ai nostri compagni del «GAP XXII Ottobre». Fuori Rossi o a morte Sossi…

    Compagni delle BR, ogni altra soluzione sarebbe oltre che una scelta ingiusta, un errore politico, una sconfitta, perché conforterebbe nel nemico il sospetto che la lotta armata sia destinata a restare per molto tempo un simbolo che non porta a risultati concreti. Chiediamo pertanto, in cambio del rilascio del magistrato fascista Mario Sossi, la liberazione dei compagni: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Aldo De Scisciolo, Cesare Maino, Gino Piccardo, Silvio Malagoli e, in considerazione del suo stato di salute, di Adolfo Sanguineti.

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  • 19 Aprile 1974

    Le Brigate Rosse diffondono il Comunicato n°1 sul sequestro Sossi.

    Alle 7:35 di mattina l’ANSA registra una telefonata anonima:

    Qui parlano le Brigate Rosse. Se vi interessano informazioni sull’arresto del sostituto procuratore Mario Sossi, andate alla cabina telefonica di Corso Marconi, di fronte all’imbocco di Via Casarolis.

    Lo storpiamento del nome della via (Casarolis anziché Casaregis), l’inflessione della voce, l’azione stessa del rapimento condotta da gente a volto scoperto, secondo gli inquirenti sono tutti indizi di conferma che il commando proviene da un’altra città.

    Avvolto nella pagina 23 de “La Stampa” prima edizione di Giovedì 18, fra i due elenchi del telefono, c’è il comunicato. È scritto a macchina, forse un’Olivetti; ad esso è allegato un opuscolo di nove pagine dal titolo “Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato”.

    Il comunicato ha l’obiettivo di spiegare le ragioni politiche e di tracciare un profilo del sequestrato.

    L’eco del sequestro Sossi sui media e presso la pubblica opinione è enorme. Il ministro dell’Interno Taviani (genovese di origini e di collegio elettorale) manda nel capoluogo ligure il capo della Polizia Efisio Zanda Loy e l’ispettore generale della Criminalpol Vincenzo Li Donni; a Genova vengono fatti affluire migliaia di poliziotti e carabinieri (fra i 4 e i 6 mila uomini) per le ricerche.

    Voci insistenti, che si rincorrono al Palazzo di giustizia e negli ambienti della Questura, parlano di timori che Sossi possa fare ai brigatisti gravi rivelazioni compromettenti.

    Sequestro Sossi: Comunicato 1

    “Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha arrestato e rinchiuso in un carcere del popolo il famigerato Mario Sossi, sostituto procuratore della repubblica.

    Mario Sossi era la pedina fondamentale dello scacchiere della controrivoluzione, un persecutore fanatico della classe operaia, del movimento degli studenti, dei commercianti, delle organizzazioni della sinistra in generale e della sinistra rivoluzionaria in particolare.

    Mario Sossi verrà processato da un tribunale rivoluzionario. Sin da giovane, Sossi si è messo “a disposizione” dei fascisti presentandosi per ben due volte nella lista del FUAN.

    Divenuto magistrato, si schiera immediatamente con la corrente di estrema destra della magistratura.

    Dicembre 1969: bombe di piazza Fontana. All’interno di un piano di rottura istituzionale ordito dall’imperialismo, l’anticomunista Sossi fa la sua parte e ordina una serie di perquisizioni negli ambienti della sinistra genovese. Applicando le norme fasciste del codice Rocco, fa arrestare l’intero comitato direttivo del PCd’I (m-1), una ventina di compagni, sotto l’accusa di “cospirazione contro lo stato.” Non sazio, fa sequestrare nelle case dei compagni libri di Marx, Lenin, Stalin, Mao e persino dischi di musica popolare.

    Febbraio 1970: si scatena la polemica sul diritto di sciopero dei dipendenti dei pubblici servizi. La destra vuole che tale diritto venga negato. Sossi non perde tempo e denuncia l’intera commissione interna degli ospedali psichiatrici di Quarto e Cogoleto per “abbandono collettivo del posto di lavoro.”
    Sono i mesi seguenti all’autunno caldo. L’attacco al diritto di sciopero è ciò che chiede a gran voce la borghesia impaurita. E Sossi, da servo ossequioso, esegue! Sarebbe troppo lungo fare il conto delle istruttorie contro operai, sindacalisti e avanguardie politiche.

    Ottobre 1970: il movimento di lotta degli studenti non si arresta. Attaccare gli studenti è la parola d’ordine della reazione. Sossi fa arrestare con l’imputazione di rapina tre studenti, rei di aver fatto consumare il pasto gratis ai loro compagni nella mensa della Casa dello studente.

    Novembre 1971: è la volta dei giornalai. Ne fa arrestare 9 e li fa processare per direttissima con l’accusa di “avere esposto pubblicazioni oscene.” Il nostro moralizzatore al processo dichiara: “Non abbiamo paura della folla e dei sindacati. I movimenti di piazza non ci spaventano.”

    Agosto 1972: il 6 agosto i giornali fanno filtrare la notizia dell’imminente concessione della libertà provvisoria per il comandante partigiano Giovambattista Lazagna, provocatoriamente incarcerato in seguito al caso Feltrinelli. Sossi è in ferie, ma viene immediatamente richiamato in sede da “qualcuno” del SID che, in base all’infame “memoriale” del provocatore Pisetta, lo invita ad emettere un nuovo mandato di cattura.

    Novembre 1972-marzo 1973: processo di primo grado contro il gruppo rivoluzionario 22 Ottobre. Di questo processo, sui retroscena, sugli intrighi politici, sulle varie complicità, daremo la nostra versione alla fine dell’interrogatorio. Per ora, ci basta sottolineare che Sossi, in armonia con tutte le forze della controrivoluzione, mette immediatamente a fuoco la questione centrale che deve essere oggetto del processo: non si tratta di crimini determinati, ma di giudicare e condannare il “crimine” per eccellenza: quello di essersi rivoltati con le armi in pugno all’ordine e alle leggi della borghesia. Siamo al processo di regime!

    Marzo 1974: i compagni del processo di appello del gruppo rivoluzionario 22 Ottobre gridano: “Sossi fascista sei il primo della lista.”
    Lui li denuncia tutti. Ma non serve a nulla: tutti i muri di Genova sono pieni di scritte rosse che ripetono lo stesso concetto. E la sinistra rivoluzionaria, oggi, ha detto basta!

    Compagni, la contraddizione fondamentale è oggi quella che oppone la classe operaia e il movimento rivoluzionario al fascio delle forze oscure della controrivoluzione. Queste forze tramano per realizzare, dopo la prova del referendum, una rottura istituzionale e cioè una “riforma costituzionale” di stampo neogollista. E il neogollismo è un progetto armato contro le lotte operaie. Nessun compromesso è possibile con i carnefici della libertà.
    E chi cerca e propone il compromesso non può parlare a nome di tutto il movimento operaio.

    Compagni, entriamo in una fase nuova della guerra di classe, fase in cui il compito principale delle forze rivoluzionarie è quello di rompere l’accerchiamento delle lotte operaie estendendo la resistenza e l’iniziativa armata ai centri vitali dello stato.

    La classe operaia conquisterà il potere solo con la lotta armata!
    Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato!
    Trasformare la crisi di regime in lotta armata per il comunismo!
    Organizzare il potere proletario!

    Aprile 1974

    Avvertiamo poliziotti, carabinieri e sbirri vari che il loro comportamento può aggravare la posizione del prigioniero.

    Una fitta pioggia di telefonate incontrollabili si rovescia sui centralini dei giornali e delle agenzie di stampa. Fra le voci anonime, una avverte l’ANSA:

    Il boia è stato giustiziato. Lo troverete a Pegli.

    Alle 18:28 a Roma, alla redazione della stessa agenzia era stato comunicato che per la liberazione del prigioniero era stata chiesta la scarcerazione dell’ergastolano Sante Notarnicola, che aveva fatto parte della banda Cavallero.

    Gli inquirenti si trovano in grosse difficoltà. Nella conferenza stampa in questura, il capo della polizia Zanda Loy esordisce:

    Non posso dire molto sulle Brigate Rosse: ho lasciato gli appunti a casa

    Poi aggiunge:

    Abbiamo esaminato la situazione col procuratore capo, dottor Grisolia. La polizia è a completa disposizione della magistratura. Agiremo in tutti i sensi per venire a capo di questa situazione. Il reato di sequestro di persona è, a mio giudizio, il più grave che si possa immaginare.

    La controversia infuria e non si placherà che molte settimane dopo la conclusione del caso. Perquisizioni a tappeto, fermo di polizia giudiziaria, spesso appaiono come atti provocatori, soprattutto agli occhi dei gruppi dell’extra-sinistra.

    Da Roma, un comunicato di Lotta Continua afferma che il sequestro

    È stato usato dalle autorità giudiziarie per ordinare una provocatoria quanto arbitraria serie di perquisizioni: queste sono state ordinate infatti sulla base dell’art. 224 del codice di procedura penale che prevede perquisizioni «nella flagranza del reato o nel caso di evasione» facendo esplicito riferimento, nel mandato, al rapimento del dott. Sossi. Ora è chiaro che nel caso dei compagni le cui case sono state perquisite, nessuno è evaso, né tantomeno ci troviamo in flagranza di un qualsivoglia reato.

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    19 Aprile 1974

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