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  • 12 Gennaio 1977

    Piero Costa è catturato davanti alla porta di casa da un commando della Brigate Rosse.

    Genova, Belvedere Montaldo, ore 20.

    Piero Costa 42 anni, ingegnere, armatore, secondo dei nove figli di Giacomo II, già presente della Confindustria, è catturato davanti alla porta di casa da un commando di uomini armati. In due balzano alle spalle dell’industriale che tenta di sottrarsi alla cattura, urla, si divincola. Lo scaraventano su una 132 in attesa, motore acceso. I rapitori, che armi in pugno avevano bloccato la stretta strada, scompaiono. Nel più assoluto segreto cominciano le trattative per il rilascio dietro riscatto. Saranno lunghe e laboriose. Forse i rapitori sono a conoscenza dell’assicurazione antisequestro, per 1.300 milioni, stipulata con Lloyds di Londra da ogni membro della famiglia ed è pure possibile che conoscano un particolare: nella polizza c’è una clausola, il pagamento avverrà soltanto dopo 40 giorni di prigionia. I sequestratori hanno dettato precise condizioni. Alla famiglia è giunta una fotografia Leica di Maria, sorella del rapito, scattata il giorno del funerale del padre. Toccherà alla donna, che lavora presso l’istituto religioso Gesù di Nazareth di Roma, consegnare il denaro. Secondo gli inquirenti, la sera del 26 Marzo, presso il parco di villa Sciarra, nel quartiere Monteverde, a Roma, a ritirare i 1.500 milioni del riscatto sarebbero, secondo la polizia, Maria Pia Vianale e Antonio Lo Muscio, nappisti. Il prigioniero verrà rilasciato il 2 Aprile, dopo 81 giorni di detenzione.

    II rapimento è a scopo di riscatto. Il sequestrato è uno dei nipoti dell’armatore Angelo Costa, capostipite di una delle più facoltose famiglie dell’imprenditoria italiana. Presidente della Confindustria nel primo dopoguerra, Angelo Costa aveva organizzato, con altri industriali, una campagna contro il PCI, comprensiva di finanziamenti per «armare gruppi anticomunisti»; il denaro dell’industriale genovese aveva poi finanziato l’attività anticomunista di Edgardo Sogno.

    Il sequestro di Piero Costa è stato concepito e organizzato da Moretti, il quale ne cura personalmente la gestione concordando col prigioniero i messaggi ai familiari per il riscatto, stabilito nell’ingente somma di un miliardo e mezzo di lire (equivalente a circa 5 milioni di euro odierni).

    Il rapimento è rivendicato dalle Brigate Rosse con un documento infilato nella tasca della giacca dell’armatore al momento del rilascio:

    La capacità della nostra organizzazione di resistere alla repressione e anzi intensificare sul altri obiettivi l’attacco allo stato, ha incrinato l’apparente omogeneità politica e di interessi pomposamente sbandierati con ripetuti vertici in questura. Al fine di approfondire la contraddizione apertasi tra la multinazionale Costa e gli altri organi dello stato abbiamo scelto tatticamente di mantenere riservata la prima fase dell’operazione. Questa lacerazione del fronte nemico ha consentito di imporre alla multinazionale Costa la tassazione di un miliardo e cinquecento milioni, che si inserisce coerentemente nella linea di esproprio totale dei beni e dei mezzi di produzione rapinati dalla borghesia al proletariato.

    L’ingente somma di denaro ottenuta col sequestro Costa permette a Moretti di consolidarsi come capo-padrone delle Br, e di dotare l’organizzazione di una disponibilità finanziaria quale mai ha avuto prima. Denaro che verrà utilizzato per comprare armi, appartamenti, per stipendiare vecchi e nuovi arruolati, e per preparare la “operazione Moro”. In pratica i Costa, trent’anni dopo avere volontariamente finanziato l’attività anticomunista di Edgardo Sogno, sono stati costretti a finanziare il terrorismo “comunista” delle Br.

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  • 8 Giugno 1976

    Le Brigate Rosse uccidono il magistrato Francesco Coco.

    Dopo essere partita dal palazzo di Giustizia di Genova, in via Pammatone, una FIAT 132 blu del servizio di Stato si ferma all’altezza della salita Santa Brigida, un ripido e stretto pendio con gradoni in selciato, grossi ciottoli rotondi ai lati e mattonata al centro. Un tipico carruggio genovese che si sviluppa da via Balbi, tra il caffè dell’università e la farmacia Contardi. Per strada, pochi passanti, i negozi sono chiusi. La città è avvolta in un torpore dal quale si rianimerà solo dopo un paio d’ore. Dalla 132 scendono il procuratore Francesco Coco e la sua guardia del corpo, il brigadiere Giovanni Saponara.

    Antonio Decana, l’autista, rimane in macchina, a sudare e aspettare. L’altra vettura di scorta, una Giulia con tre agenti a bordo, come sempre, dopo aver accompagnato l’auto del procuratore fino a quel punto, prosegue. Una prassi quotidiana, collaudata e monotona. Francesco Coco e Giovanni Saponara salgono ventiquattro gradoni: ancora una quarantina di passi e l’abitazione del giudice sarà raggiunta. Hanno superato da poco lo slargo di vico Tana, dove ha sede la Camera del Lavoro e l’archivolto con la statua di santa Brigida, quando sentono lo scalpiccìo di altri passi. Il tempo di voltarsi ed essere investiti da una serie di colpi esplosi con pistole silenziate. L’agente di scorta non riesce neppure a mettere mano alla sua arma: cade con le braccia allargate e il viso rivolto in alto. Coco cade invece in avanti, prono. Li troveranno così, uno a fianco all’altro, centrati alla schiena e alla testa: dei tanti proiettili sparati, uno solo andrà fuori bersaglio, conficcandosi nel muro. È finito tutto in un attimo, in un silenzio irreale. Ma non basta: l’autista ha parcheggiato la 132 blu a cento metri dalla salita, occupando un posto per lo scarico merci nello slargo di via Balbi, all’altezza del civico 139, un negozio di abbigliamento. Antonio Decana è un appuntato dei carabinieri, e quello non è il suo lavoro. È la prima volta che funge da autista a un magistrato, perché per quel giorno Stefano Agnesetta, la guardia carceraria preposta a quel compito, ha chiesto un permesso, ignaro che quell’impegno familiare improvviso gli avrebbe salvato la vita. Così come Decana ignorava che per quella sostituzione l’avrebbe persa senza rendersene nemmeno conto, seduto al volante, in attesa del rientro del brigadiere Saponara, sotto un sole che picchia in modo anomalo per quei primi giorni di giugno. Non ha dato peso a quelle due persone ferme a parlottare vicino all’hotel Milano-Terminus, che poi sono improvvisamente scattate verso di lui e, una volta giunti a due passi dalla 132, gli hanno sparato. Antonio Decana muore quasi senza accorgersene. Non sono ancora scoccate le due del pomeriggio quando chi ha sparato si dilegua nei carruggi.

    L’eccidio di Genova rappresenta una svolta nella pratica terroristica delle BR: è una vera e propria azione di guerra, in un Paese che abiura la guerra per principio costituzionale. «È un passaggio importantissimo per quel che diventeremo» dirà Moretti.

    Di fatto, la feroce uccisione di un magistrato, di un poliziotto e di un carabiniere sembra avere un solo obiettivo pratico: insanguinare la campagna elettorale con un delitto “rosso” e “comunista”. Più in generale, la strage è l’adesione pratica delle BR morettiane alla proposta del Mossad di assumere un ruolo nell’ambito del terrorismo internazionale, proposta che le vecchie BR avevano invece rifiutato.

    Francesco Coco, procuratore di Genova, aveva sessantacinque anni, era sposato, aveva tre figli. E aveva cominciato a morire due anni prima: nel maggio del ’74, quando era venuto meno alla parola data alle Brigate Rosse, bloccando la liberazione degli otto appartenenti alla 22 Ottobre dopo il rilascio del giudice Sossi. Quella di Coco è la cronaca di una morte annunciata. Su un muro del palazzo di Giustizia di Genova, pochi giorni prima di quell’8 giugno, si leggeva: «Uccidendo Coco uccideremo gran parte dello stato borghese». Sei ore dopo l’agguato arriva una telefonata alla redazione del «Secolo XIX», il quotidiano genovese:

    «Siamo le Brigate Rosse. L’attentato a Coco è stato fatto da noi. Vi manderemo un comunicato».

    Che arriva puntuale. Ci sarà anche una seconda rivendicazione, all’interno di un’aula di tribunale: quella del primo processo alle Brigate Rosse apertosi davanti alla Corte d’Assise di Torino, nel quale erano implicati Alberto Franceschini, Renato Curcio, ed altri nove del nucleo storico. Uno di loro, Prospero Gallinari, cercherà di leggere
    un comunicato:

    «Ieri i nuclei armati delle Brigate Rosse hanno assassinato il boia Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo…».

    Il magistrato lo interromperà subito, i carabinieri sottrarranno a Gallinari il foglio del comunicato, che però arriverà comunque nelle mani dei giornalisti. Che leggeranno così anche l’inquietante minaccia rivolta alla corte: «Giustiziare Coco non è stata una rappresaglia esemplare, con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe, oggi insieme a Coco siete stati giudicati anche voi, egregia eccellenza».

    La “propaganda armata” delle prime BR (Curcio – Franceschini – Cagol) non c’è più, sostituita dal terrorismo militare e sanguinario delle nuove BR di Moretti.

    Il quale è arrivato a cancellare il “Fronte di massa”, cioè l’organismo che nelle prime BR si occupava delle problematiche di fabbrica: a conferma che la classe operaia non è al centro dell’azione delle BR morettiane.

    Il giorno dopo, il 9 Giugno 1976, le Brigate Rosse faranno pervenire il Comunicato sull’omicidio.

  • 28 Aprile 1976

    Cinque brigatisti irrompono nella sede dell’Intersind di Genova.

    La sede è in Via Orti Sauli, presso Brignole: legati con catene quattro impiegati, un fattorino e un dirigente. Molti documenti finiscono nelle mani degli sconosciuti che, prima di andarsene, tracciano sui muri la stella e alcune scritte: «Portare l’attacco alle organizzazioni del potere padronale»; «Attaccare e distruggere i covi della Confindustria e dell’Intersind».

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  • 14 Gennaio 1976

    Le Brigate Rosse assaltano due caserme dei carabinieri a Genova.

    Alle 5:30 nell’officina della caserma di Molassana scoppiano due bombe, forse gelatina. Sono state lanciate dalla strada, distruggono un pullmino, una 500 e danneggiano una campagnola.

    Tre quarti d’ora più tardi i brigatisti entrano nel garage Di Negro, presso la stazione Principe. Tolgono il tappo al serbatoio del pullmino in dotazione ai carabinieri di San Teodoro e appiccano il fuoco. È il primo pomeriggio quando viene diffuso un comunicato. Rivendicati gli assalti a Molassana e San Teodoro.

    Comunicato sugli assalti alle Caserme dei Carabinieri di Genova e Milano

    Portare l’attacco allo stato! Più la crisi di regime si fa profonda, più la classe operaia, il proletariato, trova di fronte a sé contrapposti gli strumenti militari della borghesia, primi fra tutti i carabinieri, nucleo strategico della controrivoluzione imperialista. Dopo aver creato masse di disoccupati e sottoccupati e mentre si apprestano a ridurre ancora anche i salari degli occupati, i padroni delle multinazionali, con alla testa Agnelli, Cefis e la Confindustria, lasciano la catena larga a questo braccio omicida per terrorizzare preventivamente i nuclei di resistenza nell’illusione di poterli scoraggiare mostrando loro truppe di criminali pronti a tutto e ben armati.

    Non vi sono più limiti nella ricerca affannosa della sconfitta politica del movimento operaio, delle sue lotte, della «conflittualità permanente» che dal 1968 ad oggi ha minato i loro profitti babilonici e la loro dittatura. Non vi sono più limiti perché i padroni sanno che possono ottenere questo risultato solo sul terreno della violenza aperta, del terrorismo, della guerra controrivoluzionaria. E lo stanno praticando. Gli ultra revisionisti di Berlinguer fanno finta di non accorgersi di quanto succede perché da molto tempo hanno rinunciato ad organizzare la classe operaia sul terreno della resistenza e della guerra di classe in cambio di qualche culo caldo sulle poltrone a fianco del potere. Con la pratica oscena del “compromesso” coi governanti morbidi della DC e del “patto corporativo” con gli industriali in buona salute come Agnelli anch’essi ricercano la sconfitta delle tensioni rivoluzionarie che percorrono e scuotono la classe operaia…

    L’attacco alle caserme dei carabinieri che la nostra organizzazione ha sferrato in questi giorni non ha il respiro della rappresaglia ma indica una linea di combattimento che, insieme a tutte le forze rivoluzionarie combattenti, intendiamo percorrere fino alla vittoria. Ci deve essere una sola forza armata: – i proletari con il fucile sulla spalla! Lotta armata per il comunismo! Al compagno Massimo Maraschi condannato per rappresaglia dal tribunale speciale di Alessandria a trenta anni va il saluto di tutti i compagni rivoluzionari. A lui diciamo: ricorderemo questo processo e lo faremo ricordare! A chi di dovere: la cascina Spiotta di Arzello è un bene dell’organizzazione ed appartiene al popolo. Nessuno provi a venderla e nessuno provi a comprarla.

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  • 22 Ottobre 1975

    22 Ottobre 1975

    Viene sequestrato dalle BR Vincenzo Casabona, capo del personale dell’Ansaldo Meccanico Nucleare. (altro…)

  • 20 Ottobre 1975

    A Milano viene arrestato dai vigili urbani Giovanni Battista Miagostovich.

    Mancano pochi minuti alle 8. La pattuglia motorizzata “Delta 2” dei vigili urbani, composta dalla guardie Francesco Rignanese, Vincenzo Gargiulo ed Enrico Rosio, blocca verso piazza Argentina una 128 che ha imboccato un senso vietato. Ai vigili l’automobilista, giovane, paffuto, sorridente, mostra una patente che appare “grossolonamente contraffatta”: sul bollo, dell’anno precedente, la data è corretta a pennarello. Pochi minuti dopo, dalla centrale, arriva la notizia che il documento fa parte di uno stock rubato, il 2 Settembre 1973, all’ispettorato della motorizzazione di Cremona. Lo sconosciuto è invitato a salire sull’autoradio per essere portato al comando. Obbedisce, ma dopo alcuni minuti di viaggio in mezzo al traffico, in Via Palestro, davanti alla villa reale, estrae dalla cintola una pistola calibro 7,65. «Adesso basta. Fatemi scendere». Spalanca la portiera e scappa a piedi. I vigili si gettano all’inseguimento, ma il fuggitivo comincia a sparare. Davanti all’ingresso del giardino zoologico c’è un fitto scambio di colpi, un proiettile ferisce in modo non grave, il brigatista.
    «Mi considero prigioniero politico, mi appello alla convenzione di Ginevra» sono le uniche parole che dice. Sulla 128 viene trovata una valigetta colma di documenti giudicati dagli inquirienti «assai interessanti»: copie del volantino sulla rapina all’ospedale maggiore di Genova; sull’aggressione all’avvocato De Carolis; schede di «Iniziativa democratica» sottratte nello studio del capogruppo DC; una copia di «Lotta armata per il comunismo», redatto dalle bierre. Inoltre: schede di esponenti politici, mazzette di banconote da mille lire; un fazzoletto macchiato di sangue. La targa dell’auto è «rigenerata». Il nome del giovane non dice troppo: Giovanni Battista Miagostovich, 23 anni, veneziano: fino a Giugno ha abitato a Milano in Via Mogadiscio 2, poi, secondo gli inquirenti, è entrato in clandestinità. L’ultima apparizione pubblica sarebbe stata alla marcia Torino-Fossano per la liberazione di Lazagna. Figlio di un dirigente industriale, ha un «passato politico» limitato: a suo nome, in questura, c’è uno smilzo fascicolo. Anni prima era stato identificato durante un’occupazione all’istituto tecnico «Feltrinelli» di cui era studente. Pochi giorni dopo l’avvocato De Carolis riconosce come suoi alcuni documenti trovati nella ventiquattrore del giovane: Miagostovich, inoltre, è sospettato dell’irruzione alla Cassa di Risparmio all’ospedale San Martino di Genova: le lenti trovate sul posto dopo la sparatoria gli apparterrebbero. Sostiene la polizia: «È legato al gruppo di cui faceva parte anche Paola Besuschio».

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  • 8 Ottobre 1975

    Le Brigate Rosse rapinano una banca a Genova. (altro…)

  • 23 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi, dopo la sua liberazione a Milano.
    Il generale Dalla Chiesa comincia a preparare un Nucleo Antiterrorismo dei Carabinieri.

    Invece della solita colazione, caffè e fette biscottate, a Sossi viene dato un sedativo. Poi gli bendano gli occhi con un cerotto, gli infilano grossi occhiali scuri, in capo gli calcano un berretto a visiera; gli restituiscono gli oggetti tolti al momento della cattura, tranne la “ventiquattrore” e le due agende. Prima di spingerlo sul sedile posteriore di un auto gli consegnano un foglio, il comunicato n. 8, intimandogli di farlo giungere al “Corriere della Sera” pena rappresaglie contro il p.g. Coco e il ministro Taviani. Il prigioniero viene avvisato che sarà rilasciato a Milano, ma che la cosa migliore, per lui, è tornare a Genova col primo treno. Ogni sua mossa, lo avvertono, sarà controllata.

    Testo integrale del Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi

    “Perché rilasciamo Mario Sossi

    Primo: la Corte d’Assise d’Appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria agli 8 compagni comunisti del 22 Ottobre subordinandola a garanzie sulla incolumità e la liberazione del prigioniero; queste garanzie sono state volutamente ignorate da Coco, servo fedele di Taviani e del governo. Coco vorrebbe così costringerci ad un braccio di ferro che si protragga nel tempo, in modo da poter invalidare il preciso significato politico della ordinanza della Corte d’Assise d’Appello. Non intendiamo fornire nessun pretesto a questo gioco. Liberando Sossi mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi.

    Secondo: in ogni battaglia bisogna “combattere fino in fondo.” Combattere fino in fondo in questo momento significa sviluppare al massimo le contraddizioni che in questi 35 giorni si sono manifestate all’interno e fra i vari organi dello stato, e non fornire pretesti per una loro sicura ricomposizione. Questa battaglia ci ha fatto conoscere più a fondo il nostro nemico: la sua forza tattica e la sua debolezza strategica: la sua maschera democratica e il volto sanguinario e fascista. Questa battaglia ha riconfermato che tutte le contraddizioni in questa società si risolvono solo sulla base di precisi rapporti di forza. Mai come ora dunque diventa chiaro il senso strategico della nostra scelta: la classe operaia prenderà il potere solo con la lotta armata. Riconfermiamo che punto irrinunciabile del nostro programma politico è la liberazione di tutti i compagni detenuti politici.”

    Durante il suo ritorno a casa Sossi ha un comportamento assai strano. Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell’arrivo si rivela a un compagno di viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità mentale. Più tardi dichiarerà: «Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato. Non volevo arrivare a casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri». Per non tornare a casa solo infatti, il giudice si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali più tardi dirà: «Che forse dovevo servire a parargli una pallottola l’ho pensato più tardi, e mi tremano ancora le gambe». In una conferenza stampa, alla domanda: «Lei ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?», così risponde: «Delle BR no». «E allora di chi?» «È una cosa vaga, non posso dire di chi… Forse voi lo capite». Riferisce inoltre «Panorama» che Sossi

    rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano quattro guardie di finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono perché è controllato. Si sposta su un’alfetta blu della Finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo.

    Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui tenuto, fornirà dei testimoni solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire. Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR:

    Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho chiesto di farlo. Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito cioè maltrattamenti o torture… Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano, se non cordiali, almeno civili.

    Pone anche l’accento sul carattere pedagogico della sua detenzione: per dura che sia stata la drammatica esperienza, è pur sempre un’esperienza, aggiungendo che in una cosa erano assolutamente d’accordo lui e le BR: «Che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevano già. Io l’ho capito in quei trentacinque giorni».

    Sossi arriva in incognito alla stazione di Genova, telefona a un amico, e si fa portare a casa, da dove chiama il collega pretore Gianfranco Amendola. Poi si consegna alla Guardia di finanza, di cui si fida. «Per amore di verità debbo dire che durante la detenzione mi è stato usato un trattamento umano», dichiara. «Non sono mai stato costretto con la violenza a dire alle BR cose importanti, cioè non ho subito maltrattamenti né torture». E dei brigatisti dice: «Li rispetto come nemici di una certa lealtà. Sono però fuori dalla realtà, sono a sinistra di qualunque sinistra. Sostanzialmente sono anticomuniste, nel senso che sono contro il Partito comunista».

    Il procuratore generale Coco afferma che «l’ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità del lo scambio: Sossi è libero fisicamente ma non spiritualmente… Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la liberazione». Sossi gli replica: «Il dottor Coco è più stanco di me, è anziano, per lui è stato un brutto periodo». Secondo il “Corriere della Sera”, «questi dubbi sull’equilibrio psico-fisico di Sossi sono soltanto l’inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente, e invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia». Il settimanale “L’Espresso” commenta: «L’ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la più scaltra del loro lungo duello con lo Stato italiano… Se lo avessero ucciso, si sarebbero isolati totalmente… Essi volevano porre l’opinione pubblica di fronte a una nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato? Ci sono riusciti».

    Prima di liberarlo Alberto Franceschini gli dice:

    “Vai Mario, metti giudizio”.

    In effetti, l’operazione Girasole è un clamoroso successo per le BR. Nella città più operaia e antifascista d’Italia, i brigatisti hanno sequestrato, senza spargimento di sangue, un giudice-simbolo della destra reazionaria come Mario Sossi, e minacciando di ucciderlo hanno chiesto e ottenuto dalla magistratura una sentenza di scarcerazione per 8 “detenuti politici”.

    Durante il lungo sequestro (protrattosi per più di un mese senza che le forze dell’ordine siano riuscite a interromperlo), l’ostaggio ha rivelato torbidi retroscena dei vari apparati dello Stato, e i brigatisti li hanno puntualmente divulgati. Infine, mantenendo gli impegni assunti (disattesi invece dallo Stato), hanno liberato il prigioniero incolume, e il ritorno di Sossi sta provocando altre imbarazzanti situazioni.

    Ciò spiega il favore di cui cominciano a godere le BR presso consistenti settori della sinistra operaia, studentesca e intellettuale. Un risultato sociopolitico che sarebbe stato ben diverso se il magistrato prigioniero fosse stato assassinato come pretendeva Mario Moretti.

    Benché sia stato chiaro nella dinamica dei fatti, limpido nella gestione e conseguente nella conclusione, il sequestro Sossi successivamente farà emergere zone d’ombra e gravi ambiguità. Emergerà per esempio che il capo del Sid generale Vito Miceli, in pieno sequestro, ha organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori illustrando un piano per intervenire, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove Sossi era tenuto prigioniero.

    Secondo la testimonianza di un ufficiale del servizio segreto militare presente a quella riunione, il generale Miceli avrebbe voluto «attivare il Sid non per contrastare l’azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento».

    Il generale Miceli voleva attivare il Sid perché il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo così concepito: rapire e uccidere l’avvocato Giovambattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante dell’estrema sinistra, già implicato nell’inchiesta sui Gap di Feltrinelli); poi, il luogo dove Sossi era detenuto – «“scoperto” da qualcuno che già lo conosceva», cioè la polizia – sarebbe stato «accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna».

    Il piano non era stato attuato per le forti perplessità di alcuni degli ufficiali del servizio segreto militare presenti alla riunione. Ma testimonia di come settori di apparati dello Stato fossero impegnati a alimentare il terrorismo e a “pilotarlo”, anziché combatterlo, così da accrescere l’allarme sociale e i conseguenti riflessi politici; per questo
    erano più opportune BR “sanguinarie”, e non solo “dimostrative” e propagandistiche.

    Nel 1981 il brigatista pentito Alfredo Bonavita, impegnato a raccontare ai magistrati la dinamica del sequestro Sossi, elencherà i nomi dei 18 brigatisti che avevano attivamente partecipato all’operazione, ma avrà cura di non citare “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra.

    Invece di fare il nome di Marra (che insieme a lui aveva materialmente afferrato Sossi al momento del rapimento), Bonavita tirerà in ballo Mario Moretti (che al sequestro non ha affatto partecipato).

    Un espediente per tenere nascosta l’identità dell’informatore, che infatti resterà “coperto” per molti anni.

    Lo stesso giorno in cui le Br rilasciano Sossi, il 23 maggio 1974, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa incomincia a preparare un Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri.

    Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello Stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di Conso e dell’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; quest’ultimo dichiara che, mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole finisce col perdere ogni credibilità. Lo Stato non deve attaccarsi a cavilli e usare il potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha in precedenza garantito la libertà, concludendo con una domanda allarmante: chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?

    Con queste ultime lacerazioni all’interno dello Stato e dell’establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare l’effetto della loro azione: giornali, periodici, radio e televisioni fanno a gara a commentare l’onestà delle BR e la disonestà dello Stato. La stella a cinque punte brilla più che mai.

  • 9 Maggio 1974

    Scoppia una rivolta nel carcere di Alessandria, a pochi chilometri dalla prigione del Popolo di Mario Sossi.
    Le Brigate Rosse emettono il Comunicato n°5.

    Nel carcere di Alessandria (a pochi chilometri dalla “prigione” dove i brigatisti tengono Sossi), scoppia una rivolta: tre detenuti armati catturano un gruppo di ostaggi (personale carcerario), e chiedono la libertà in cambio del loro rilascio.

    Sul posto vengono fatti affluire reparti di carabinieri guidati dal generale Dalla Chiesa. Fingendo una trattativa, il procuratore Carlo Reviglio della Veneria e il generale preparano un’azione di forza.

    L’esito del blitz è disastroso: 7 morti (di cui 5 fra gli ostaggi) e 14 feriti.

    Scriverà Franceschini:

    «I giornali presentarono la vicenda come fosse direttamente collegata con il sequestro Sossi, ed esaltarono l’azione di Dalla Chiesa arrivando a definirla come la prova generale di quello che sarebbe potuto succedere una volta trovata la prigione di Sossi.

    Per noi, chiusi con il magistrato a non più di 15 chilometri dal luogo della strage, quella minaccia fu più concreta che mai. Feci leggere i giornali al prigioniero e ne fu terrorizzato: intuì, ancora una volta, come la sua vita fosse strettamente collegata alle nostre, quelle di cui parlavano i giornali non erano soltanto minacce ma avvertimenti precisi.

    Quella volta Sossi restò un po’ in silenzio, come stesse valutando lucidamente la situazione. Poi si rivolse a me: “So che la mia vita, per lo Stato, non vale nulla. Però nella mia attività di magistrato mi sono capitate tra le mani inchieste particolarmente delicate, che ho insabbiato per ordini superiori e di cui conosco bene gli estremi. Se ve le racconto e voi le rendete pubbliche forse riusciamo a salvarci tutti”.

    E cominciò a parlarci di un traffico di diamanti con una nazione africana in cui, in cambio delle pietre preziose, venivano fornite partite di armi. Il tutto con la complicità di Catalano, allora capo della squadra politica della questura di Genova e uomo di fiducia di Taviani. Ci sembrò di entrare nei segreti dello Stato, le rivelazioni di Sossi ci esaltarono, le rendemmo pubbliche. Fu da quel momento che noi e Sossi diventammo realmente complici»

    Nel frattempo un gruppo di amici di Mario Sossi raccoglie un riscatto da offrire alle Brigate Rosse in cambio della liberazione. Raccolgono quasi 300 milioni di lire. A fare da intermediario pare debba essere un ambiguo personaggio che comparirà a breve nella storia delle Brigate Rosse: Silvano Girotto (alias Padre Leone, alias Frate Mitra) un frate cattolico finito a fare il guerrigliero in America Latina e ora rientrato in Italia.

    Anche la moglie di Sossi cerca di contattare i brigatisti, avendo

    proposte concrete da sottporvi. Chiedo un dialogo o un contatto diretto. Posso comunicare telefonicamente o con messaggi scritti nella forma e con le modalità che mi verranno indicate da voi. Posso venire personalmente, accompagnata da persona provata di assoluta fiducia e prestigio, nel luogo e nelle condizioni che mi verranno indicate. Detta persona può venire anche sola. Verrei io stessa da sola se non temessi per le mie bambine già tanto addolorate in questi giorni. Assicuro comunque il più assoluto segreto: la garanzia maggiore, per voi, è sapere mio marito nelle vostre mani.

    Le Brigate Rosse restano assolutamente indifferenti a queste ricerche di contatto.

    Sossi comincia quindi a parlare. La sera le Brigate Rosse depositano il messaggio a Genova, in una cassetta delle lettere di Via Goito 18. Impaziente, il «postino» telefona due volte, a distanza di mezz’ora, alle redazioni del «Corriere Mercantile» e del «Secolo XIX». E rischia di essere sorpreso da due cronisti precipitatisi sul posto.Il tono del documento è aspro, risentito. Sono i brigatisti ora a prendere le distanze dai rappresentanti del sistema, dagli uomini del governo. Il documento è intitolato “Non trattiamo con i delinquenti!”.

    Testo Integrale del Comunicato n°5 del Sequestro Sossi

    “Non trattiamo con i delinquenti!

    1. Perché Taviani vuole fare di Mario Sossi un “eroe morto”? Taviani non è un “uomo forte.” È un uomo che trema, un uomo che ha paura. Dietro la sua difesa dello stato democratico non ci sono tanto motivi morali e politici, ma bassi motivi di delinquenza comune. È vergognoso per le “istituzioni democratiche” che sia così; ma è più vergognoso ancora che forze presunte di sinistra tacciano come gangs mafiose e si raccolgano intorno a lui. E ora diciamo perché.

    2. Tutto il traffico clandestino di armi di Genova (e non solo di Genova, perché vi sono solidi contatti anche con Milano) è controllato, diretto e rifornito dal dottor Umberto Catalano. Attraverso questa “rete” che passa per una serie di armerie genovesi, di cui una è la armeria Diana di Traverso Renzo e del fascista Lantieri entrambi confidenti e strumenti dell’ufficio politico, viene rifornita la delinquenza comune e viene tentata l’infiltrazione nei gruppi rivoluzionari. È anche con questo strumento che si è cercato di incastrare i compagni del 22 Ottobre.
    Questo traffico consente al dottor Catalano e ad una serie di sottoufficiali dell’ufficio politico di Genova di incamerare lauti guadagni. E’ direttamente dalla questura di Genova che escono i mitra “Mab” perfettamente efficienti che riforniscono il mercato. Esiste a tale riguardo un procedimento penale, che finora è stato tenuto coperto dagli alti vertici della magistratura (Coco e Castellano).
    Questo fatto è a conoscenza del ministro Taviani il quale fornisce la sua autorevole copertura a questa attività criminale dell’ufficio politico di Genova. Adesso si capisce perché nelle così sbandierate “operazioni di ordine pubblico” vengono trovati tanti depositi di armi. E si capisce anche perché Taviani preferirebbe oggi fare di Sossi un “eroe morto”; se necessario su questa squallida vicenda potremo fornire anche una documentazione dettagliata. Per questo rispondiamo al ministro di polizia: non trattiamo con i delinquenti!

    3. È il momento in cui ciascuno si deve assumere le sue responsabilità. Spetta alla magistratura concedere la libertà provvisoria agli 8 compagni del 22 Ottobre. Nella fase attuale è la corte di appello di Genova che deve decidere. In uno “stato di diritto” fondato sulla separazione dei poteri, il governo non può minimamente intervenire. Spetta alla magistratura decidere se rendersi complice o meno della volontà criminale del ministro degli Interni.
    Ripetiamo: vogliamo libertà per Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De Scisciolo.

    4. Anche sotto il fascismo i compagni comunisti venivano tacciati come delinquenti, criminali e banditi. La classe operaia di Genova deve scioperare non al fianco di Taviani ma per la liberazione degli 8 compagni del 22 Ottobre! Per il comunismo.

    Si chiedono perché Paolo Emilio Taviani voglia far diventare Sossi un martire e perché le “forze di sinistra” li dipingono come gang mafiose.

    Ribadiscono inoltre la richiesta di liberazione per i detenuti della 22 Ottobre.

    Taviani viene trattato come un delinquente, vengono fatte rivelazioni sul traffico di armi (grazie alle rivelazioni di Sossi) che fanno rabbrividire magistrati e poliziotti di Genova. Gli appunti di Sossi e il verbale dell’interrogatorio verranno rielaborati dalle BR ed inviati come relazione a “L’Espresso”.

    Insieme al comunicato viene diffuso anche un altro messaggio di Sossi alla moglie.

    Visto l’atteggiamento che l’UMI ha tenuto nei suoi confronti (consigliando alla politica di non cedere al ricatto delle BR), Sossi dichiara l’intenzione di dimettersi dall’associazione:

    “Cara Grazia, stai tranquilla e tieni tranquille le bambine e la mamma. Sto bene e riconfermo i miei precedenti messaggi. Ora per mia esclusiva iniziativa, ti prego di comunicare al segretario generale dell’UMI, a Roma, dottor De Matteo, Palazzo di Giustizia, la mia irrevocabile decisione di dimettermi dall’UMI con effetto immediato. Prosegui la tua battaglia. Baci a voi tutti Mario.”

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  • 7 Maggio 1974

    Mario Sossi invia due messaggi, uno alla moglie e uno alla stampa.

    Sossi, informato sul’andamento della vicenda dagli articoli di giornale che i brigatisti gli passano ogni giorno, si è ormai reso conto del rischio che corre e non ha dubbi sul fatto che il potere abbia poche o nessuna intenzione di «fare il possibile» per salvargli la vita. Chiede allora di inviare due messaggi, alla moglie e alla stampa.

    Il «postino» delle Brigate Rosse li infila nella cassetta delle lettere di un condominio in Via Galata, nei pressi della stazione Brignole. 

    Cara Grazia, stai salda, curati, cura anche le bambine e pensa anche a mia mamma. Prosegui la tua sacrosanta lotta. Da tempo avrei dovuto seguire le tue esortazioni! Abbi fede. Prega per tutti quelli che soffrono. Io sto bene. Tanti baci. Abbraccia forte le bambine e la mamma. Mario

    E alla stampa:

    Sostenete mia moglie nella sua giusta lotta. Lo stato che mi ha lasciato privo di tutela, esponendomi a gravi rischi per un lungo periodo, ha ora il dovere morale di tutelare me e con me i miei cari, riparando così almeno in parte alle proprie gravi omissioni. La legge prevede la possibilità di attenuare, oggi per ieri, tale doverosa tutela. La legge impone che un reato non venga portato ad ulteriori conseguenze. Non intendo pagare per altrui errori. Lo stato, che ho sempre servito, ora, tutelando me, tutela se stesso e adempie ad un preciso obbligo giuridico e morale. Mario Sossi.

    A Palazzo Ducale c’è un’assemblea di magistrati: in più di cento discutono la posizione da assumere. La procura generale comunque è sorda ad ogni suggerimento e conferma la propria intransigenza.

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