19 Aprile 1974

Le Brigate Rosse diffondono il Comunicato n°1 sul sequestro Sossi.

Alle 7:35 di mattina l’ANSA registra una telefonata anonima:

Qui parlano le Brigate Rosse. Se vi interessano informazioni sull’arresto del sostituto procuratore Mario Sossi, andate alla cabina telefonica di Corso Marconi, di fronte all’imbocco di Via Casarolis.

Lo storpiamento del nome della via (Casarolis anziché Casaregis), l’inflessione della voce, l’azione stessa del rapimento condotta da gente a volto scoperto, secondo gli inquirenti sono tutti indizi di conferma che il commando proviene da un’altra città.

Avvolto nella pagina 23 de “La Stampa” prima edizione di Giovedì 18, fra i due elenchi del telefono, c’è il comunicato. È scritto a macchina, forse un’Olivetti; ad esso è allegato un opuscolo di nove pagine dal titolo “Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato”.

Il comunicato ha l’obiettivo di spiegare le ragioni politiche e di tracciare un profilo del sequestrato.

L’eco del sequestro Sossi sui media e presso la pubblica opinione è enorme. Il ministro dell’Interno Taviani (genovese di origini e di collegio elettorale) manda nel capoluogo ligure il capo della Polizia Efisio Zanda Loy e l’ispettore generale della Criminalpol Vincenzo Li Donni; a Genova vengono fatti affluire migliaia di poliziotti e carabinieri (fra i 4 e i 6 mila uomini) per le ricerche.

Voci insistenti, che si rincorrono al Palazzo di giustizia e negli ambienti della Questura, parlano di timori che Sossi possa fare ai brigatisti gravi rivelazioni compromettenti.

Sequestro Sossi: Comunicato 1

“Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha arrestato e rinchiuso in un carcere del popolo il famigerato Mario Sossi, sostituto procuratore della repubblica.

Mario Sossi era la pedina fondamentale dello scacchiere della controrivoluzione, un persecutore fanatico della classe operaia, del movimento degli studenti, dei commercianti, delle organizzazioni della sinistra in generale e della sinistra rivoluzionaria in particolare.

Mario Sossi verrà processato da un tribunale rivoluzionario. Sin da giovane, Sossi si è messo “a disposizione” dei fascisti presentandosi per ben due volte nella lista del FUAN.

Divenuto magistrato, si schiera immediatamente con la corrente di estrema destra della magistratura.

Dicembre 1969: bombe di piazza Fontana. All’interno di un piano di rottura istituzionale ordito dall’imperialismo, l’anticomunista Sossi fa la sua parte e ordina una serie di perquisizioni negli ambienti della sinistra genovese. Applicando le norme fasciste del codice Rocco, fa arrestare l’intero comitato direttivo del PCd’I (m-1), una ventina di compagni, sotto l’accusa di “cospirazione contro lo stato.” Non sazio, fa sequestrare nelle case dei compagni libri di Marx, Lenin, Stalin, Mao e persino dischi di musica popolare.

Febbraio 1970: si scatena la polemica sul diritto di sciopero dei dipendenti dei pubblici servizi. La destra vuole che tale diritto venga negato. Sossi non perde tempo e denuncia l’intera commissione interna degli ospedali psichiatrici di Quarto e Cogoleto per “abbandono collettivo del posto di lavoro.”
Sono i mesi seguenti all’autunno caldo. L’attacco al diritto di sciopero è ciò che chiede a gran voce la borghesia impaurita. E Sossi, da servo ossequioso, esegue! Sarebbe troppo lungo fare il conto delle istruttorie contro operai, sindacalisti e avanguardie politiche.

Ottobre 1970: il movimento di lotta degli studenti non si arresta. Attaccare gli studenti è la parola d’ordine della reazione. Sossi fa arrestare con l’imputazione di rapina tre studenti, rei di aver fatto consumare il pasto gratis ai loro compagni nella mensa della Casa dello studente.

Novembre 1971: è la volta dei giornalai. Ne fa arrestare 9 e li fa processare per direttissima con l’accusa di “avere esposto pubblicazioni oscene.” Il nostro moralizzatore al processo dichiara: “Non abbiamo paura della folla e dei sindacati. I movimenti di piazza non ci spaventano.”

Agosto 1972: il 6 agosto i giornali fanno filtrare la notizia dell’imminente concessione della libertà provvisoria per il comandante partigiano Giovambattista Lazagna, provocatoriamente incarcerato in seguito al caso Feltrinelli. Sossi è in ferie, ma viene immediatamente richiamato in sede da “qualcuno” del SID che, in base all’infame “memoriale” del provocatore Pisetta, lo invita ad emettere un nuovo mandato di cattura.

Novembre 1972-marzo 1973: processo di primo grado contro il gruppo rivoluzionario 22 Ottobre. Di questo processo, sui retroscena, sugli intrighi politici, sulle varie complicità, daremo la nostra versione alla fine dell’interrogatorio. Per ora, ci basta sottolineare che Sossi, in armonia con tutte le forze della controrivoluzione, mette immediatamente a fuoco la questione centrale che deve essere oggetto del processo: non si tratta di crimini determinati, ma di giudicare e condannare il “crimine” per eccellenza: quello di essersi rivoltati con le armi in pugno all’ordine e alle leggi della borghesia. Siamo al processo di regime!

Marzo 1974: i compagni del processo di appello del gruppo rivoluzionario 22 Ottobre gridano: “Sossi fascista sei il primo della lista.”
Lui li denuncia tutti. Ma non serve a nulla: tutti i muri di Genova sono pieni di scritte rosse che ripetono lo stesso concetto. E la sinistra rivoluzionaria, oggi, ha detto basta!

Compagni, la contraddizione fondamentale è oggi quella che oppone la classe operaia e il movimento rivoluzionario al fascio delle forze oscure della controrivoluzione. Queste forze tramano per realizzare, dopo la prova del referendum, una rottura istituzionale e cioè una “riforma costituzionale” di stampo neogollista. E il neogollismo è un progetto armato contro le lotte operaie. Nessun compromesso è possibile con i carnefici della libertà.
E chi cerca e propone il compromesso non può parlare a nome di tutto il movimento operaio.

Compagni, entriamo in una fase nuova della guerra di classe, fase in cui il compito principale delle forze rivoluzionarie è quello di rompere l’accerchiamento delle lotte operaie estendendo la resistenza e l’iniziativa armata ai centri vitali dello stato.

La classe operaia conquisterà il potere solo con la lotta armata!
Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato!
Trasformare la crisi di regime in lotta armata per il comunismo!
Organizzare il potere proletario!

Aprile 1974

Avvertiamo poliziotti, carabinieri e sbirri vari che il loro comportamento può aggravare la posizione del prigioniero.

Una fitta pioggia di telefonate incontrollabili si rovescia sui centralini dei giornali e delle agenzie di stampa. Fra le voci anonime, una avverte l’ANSA:

Il boia è stato giustiziato. Lo troverete a Pegli.

Alle 18:28 a Roma, alla redazione della stessa agenzia era stato comunicato che per la liberazione del prigioniero era stata chiesta la scarcerazione dell’ergastolano Sante Notarnicola, che aveva fatto parte della banda Cavallero.

Gli inquirenti si trovano in grosse difficoltà. Nella conferenza stampa in questura, il capo della polizia Zanda Loy esordisce:

Non posso dire molto sulle Brigate Rosse: ho lasciato gli appunti a casa

Poi aggiunge:

Abbiamo esaminato la situazione col procuratore capo, dottor Grisolia. La polizia è a completa disposizione della magistratura. Agiremo in tutti i sensi per venire a capo di questa situazione. Il reato di sequestro di persona è, a mio giudizio, il più grave che si possa immaginare.

La controversia infuria e non si placherà che molte settimane dopo la conclusione del caso. Perquisizioni a tappeto, fermo di polizia giudiziaria, spesso appaiono come atti provocatori, soprattutto agli occhi dei gruppi dell’extra-sinistra.

Da Roma, un comunicato di Lotta Continua afferma che il sequestro

È stato usato dalle autorità giudiziarie per ordinare una provocatoria quanto arbitraria serie di perquisizioni: queste sono state ordinate infatti sulla base dell’art. 224 del codice di procedura penale che prevede perquisizioni «nella flagranza del reato o nel caso di evasione» facendo esplicito riferimento, nel mandato, al rapimento del dott. Sossi. Ora è chiaro che nel caso dei compagni le cui case sono state perquisite, nessuno è evaso, né tantomeno ci troviamo in flagranza di un qualsivoglia reato.

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