Tag: Giangiacomo Feltrinelli

Giangiacomo Feltrinelli, soprannominato «Osvaldo» (Milano, 19 giugno 1926 – Segrate, 14 marzo 1972), è stato un editore, attivista e partigiano italiano.

Era figlio di Carlo, presidente del Credito Italiano, della Edison e di altre società, oltre che proprietario della Bastogi, della Banca Unione, di imprese di costruzione e di un’azienda leader nel commercio di legnami. Nel ’35 era morto suo padre e sua madre aveva sposato il giornalista Luigi Barzini jr: avvenimenti che avevano segnato in qualche modo l’infanzia dorata del giovane rampollo. Durante la guerra la famiglia si era trasferita in una villa all’Argentario, mentre un’altra villa che si trovava a Gargnano, sul lago di Garda, era stata sequestrata dal 1943 al 1945 per ospitare il governo della Repubblica Sociale.

Nel ’44 Giangiacomo si era arruolato nel Corpo di Liberazione, e a guerra finita si era iscritto al Partito Comunista, per poi interessarsi sempre maggiormente del movimento operaio, creando infine la Biblioteca Feltrinelli, destinata a trasformarsi in seguito in Fondazione. I passi successivi furono la creazione della casa editrice e la rottura col PCI nel 1957 a causa del Dottor Zivago, romanzo di Pasternak censurato in Unione Sovietica, che Feltrinelli pubblicò dopo aver sbattuto la porta in faccia a quanti del PCI, Secchia in testa, erano andati da lui per convincerlo a recedere dallo sciagurato proposito. Ad accrescere le fortune della casa editrice contribuì Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, mentre Feltrinelli indirizzò il suo impegno politico verso la lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione dei popoli del terzo mondo, sulla scia dei nuovi modelli terzomondisti cinesi e cubani. E in uno dei suoi soggiorni a Cuba, Giangiacomo vide un’immagine del Che scattata dal fotografo
Albert “Korda” Diaz, che gli parve particolarmente interessante, tanto da acquistarla per duecento dollari. Quella fotografia diventerà un’icona “ribelle” stampata in milioni di copie su riproduzioni fotografiche, magliette, adesivi, bandiere all’indomani della morte di Guevara in Bolivia nel ’67, anno e luogo in cui lo stesso Feltrinelli si era recato per seguire il processo a Regis Debray e per finanziare la guerriglia. Arrestato dalla giunta militare per attività sovversiva, riconquistò la libertà grazie all’intervento dell’ambasciatore italiano. Tornato in Italia, Feltrinelli pubblicherà I diari del Che in Bolivia, mentre la Grecia è caduta nelle mani dei colonnelli: un colpo di Stato che per Feltrinelli potrebbe avvenire anche in Italia, dove si verificano una serie di attentati la cui responsabilità viene attribuita all’estrema sinistra, mentre in realtà appartengono all’estrema destra, Ordine Nuovo in testa, in combutta coi servizi segreti. Attentati che culminano con le bombe del 12 dicembre ’69 e la strage di piazza Fontana a Milano. Gli inquirenti battono subito la pista della sinistra eversiva e circola anche il nome di Feltrinelli, che fugge all’estero dandosi di fatto alla clandestinità. L’editore si sente braccato dai servizi segreti italiani, ma soprattutto da quelli americani. Il “compagno Osvaldo” entra quindi in contatto con le BR, ma le loro strade divergono.

Partecipò molto giovane alla Resistenza; fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e, nel 1970, dei GAP (Gruppi d’Azione Partigiana), una delle prime organizzazioni armate di sinistra della stagione degli anni di piombo.

Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 19 Febbraio 1977

    Viene arrestato sulla provinciale per Rho il brigatista Enzo Fontana.

    A sera sulla provinciale per Rho una pattuglia della stradale controlla lo scarso traffico. Gli agenti scorgono avvicinarsi una Simca, il fanale di posizione spento. Fermano l’auto. Sopra, un giovane biondo, capelli corti, jeans, maglione dolcevita, e una ragazza. Al brigadiere Lino Ghedini, 45 anni, e all’appuntato Adriano Comizzoli, di 41, che chiedono i documenti, il guidatore consegna la patente intestata a Enzo Fontana. Ha precedenti, «gappista» all’epoca di Feltrinelli, il suo nome figura al settimo posto nell’elenco del sostituto procuratore milanese Viola. È in attesa di giudizio. La ragazza è sconosciuta. Quando i poliziotti dicono a Fontana di seguirli in caserma, l’ex-gappista afferra dal cruscotto una rivoltella calibro 38 e spara all’impazzata. Il sottufficiale stramazza al suolo, fulminato; l’appuntato è ferito in modo serio. Il giovane tenta di fuggire a piedi, ma cade malamente e lo trovano ancora riverso a terra i carabinieri della stazione di Rho accorsi all’allarme. Sulla macchina ci sono alcuni documenti delle Brigate Rosse. Quando i polsi gli vengono stretti dalle manette, Fontana dichiara:

    «Sono un prigioniero politico, un combattente comunista e ho dovuto sparare. Umanamente mi rincresce di avere ucciso, ma ritengo di avere la coscienza a posto».

    Più tardi lo indicheranno come uno degli uccisori del procuratore Coco.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 19 Aprile 1974

    Le Brigate Rosse diffondono il Comunicato n°1 sul sequestro Sossi.

    Alle 7:35 di mattina l’ANSA registra una telefonata anonima:

    Qui parlano le Brigate Rosse. Se vi interessano informazioni sull’arresto del sostituto procuratore Mario Sossi, andate alla cabina telefonica di Corso Marconi, di fronte all’imbocco di Via Casarolis.

    Lo storpiamento del nome della via (Casarolis anziché Casaregis), l’inflessione della voce, l’azione stessa del rapimento condotta da gente a volto scoperto, secondo gli inquirenti sono tutti indizi di conferma che il commando proviene da un’altra città.

    Avvolto nella pagina 23 de “La Stampa” prima edizione di Giovedì 18, fra i due elenchi del telefono, c’è il comunicato. È scritto a macchina, forse un’Olivetti; ad esso è allegato un opuscolo di nove pagine dal titolo “Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato”.

    Il comunicato ha l’obiettivo di spiegare le ragioni politiche e di tracciare un profilo del sequestrato.

    L’eco del sequestro Sossi sui media e presso la pubblica opinione è enorme. Il ministro dell’Interno Taviani (genovese di origini e di collegio elettorale) manda nel capoluogo ligure il capo della Polizia Efisio Zanda Loy e l’ispettore generale della Criminalpol Vincenzo Li Donni; a Genova vengono fatti affluire migliaia di poliziotti e carabinieri (fra i 4 e i 6 mila uomini) per le ricerche.

    Voci insistenti, che si rincorrono al Palazzo di giustizia e negli ambienti della Questura, parlano di timori che Sossi possa fare ai brigatisti gravi rivelazioni compromettenti.

    Sequestro Sossi: Comunicato 1

    “Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha arrestato e rinchiuso in un carcere del popolo il famigerato Mario Sossi, sostituto procuratore della repubblica.

    Mario Sossi era la pedina fondamentale dello scacchiere della controrivoluzione, un persecutore fanatico della classe operaia, del movimento degli studenti, dei commercianti, delle organizzazioni della sinistra in generale e della sinistra rivoluzionaria in particolare.

    Mario Sossi verrà processato da un tribunale rivoluzionario. Sin da giovane, Sossi si è messo “a disposizione” dei fascisti presentandosi per ben due volte nella lista del FUAN.

    Divenuto magistrato, si schiera immediatamente con la corrente di estrema destra della magistratura.

    Dicembre 1969: bombe di piazza Fontana. All’interno di un piano di rottura istituzionale ordito dall’imperialismo, l’anticomunista Sossi fa la sua parte e ordina una serie di perquisizioni negli ambienti della sinistra genovese. Applicando le norme fasciste del codice Rocco, fa arrestare l’intero comitato direttivo del PCd’I (m-1), una ventina di compagni, sotto l’accusa di “cospirazione contro lo stato.” Non sazio, fa sequestrare nelle case dei compagni libri di Marx, Lenin, Stalin, Mao e persino dischi di musica popolare.

    Febbraio 1970: si scatena la polemica sul diritto di sciopero dei dipendenti dei pubblici servizi. La destra vuole che tale diritto venga negato. Sossi non perde tempo e denuncia l’intera commissione interna degli ospedali psichiatrici di Quarto e Cogoleto per “abbandono collettivo del posto di lavoro.”
    Sono i mesi seguenti all’autunno caldo. L’attacco al diritto di sciopero è ciò che chiede a gran voce la borghesia impaurita. E Sossi, da servo ossequioso, esegue! Sarebbe troppo lungo fare il conto delle istruttorie contro operai, sindacalisti e avanguardie politiche.

    Ottobre 1970: il movimento di lotta degli studenti non si arresta. Attaccare gli studenti è la parola d’ordine della reazione. Sossi fa arrestare con l’imputazione di rapina tre studenti, rei di aver fatto consumare il pasto gratis ai loro compagni nella mensa della Casa dello studente.

    Novembre 1971: è la volta dei giornalai. Ne fa arrestare 9 e li fa processare per direttissima con l’accusa di “avere esposto pubblicazioni oscene.” Il nostro moralizzatore al processo dichiara: “Non abbiamo paura della folla e dei sindacati. I movimenti di piazza non ci spaventano.”

    Agosto 1972: il 6 agosto i giornali fanno filtrare la notizia dell’imminente concessione della libertà provvisoria per il comandante partigiano Giovambattista Lazagna, provocatoriamente incarcerato in seguito al caso Feltrinelli. Sossi è in ferie, ma viene immediatamente richiamato in sede da “qualcuno” del SID che, in base all’infame “memoriale” del provocatore Pisetta, lo invita ad emettere un nuovo mandato di cattura.

    Novembre 1972-marzo 1973: processo di primo grado contro il gruppo rivoluzionario 22 Ottobre. Di questo processo, sui retroscena, sugli intrighi politici, sulle varie complicità, daremo la nostra versione alla fine dell’interrogatorio. Per ora, ci basta sottolineare che Sossi, in armonia con tutte le forze della controrivoluzione, mette immediatamente a fuoco la questione centrale che deve essere oggetto del processo: non si tratta di crimini determinati, ma di giudicare e condannare il “crimine” per eccellenza: quello di essersi rivoltati con le armi in pugno all’ordine e alle leggi della borghesia. Siamo al processo di regime!

    Marzo 1974: i compagni del processo di appello del gruppo rivoluzionario 22 Ottobre gridano: “Sossi fascista sei il primo della lista.”
    Lui li denuncia tutti. Ma non serve a nulla: tutti i muri di Genova sono pieni di scritte rosse che ripetono lo stesso concetto. E la sinistra rivoluzionaria, oggi, ha detto basta!

    Compagni, la contraddizione fondamentale è oggi quella che oppone la classe operaia e il movimento rivoluzionario al fascio delle forze oscure della controrivoluzione. Queste forze tramano per realizzare, dopo la prova del referendum, una rottura istituzionale e cioè una “riforma costituzionale” di stampo neogollista. E il neogollismo è un progetto armato contro le lotte operaie. Nessun compromesso è possibile con i carnefici della libertà.
    E chi cerca e propone il compromesso non può parlare a nome di tutto il movimento operaio.

    Compagni, entriamo in una fase nuova della guerra di classe, fase in cui il compito principale delle forze rivoluzionarie è quello di rompere l’accerchiamento delle lotte operaie estendendo la resistenza e l’iniziativa armata ai centri vitali dello stato.

    La classe operaia conquisterà il potere solo con la lotta armata!
    Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato!
    Trasformare la crisi di regime in lotta armata per il comunismo!
    Organizzare il potere proletario!

    Aprile 1974

    Avvertiamo poliziotti, carabinieri e sbirri vari che il loro comportamento può aggravare la posizione del prigioniero.

    Una fitta pioggia di telefonate incontrollabili si rovescia sui centralini dei giornali e delle agenzie di stampa. Fra le voci anonime, una avverte l’ANSA:

    Il boia è stato giustiziato. Lo troverete a Pegli.

    Alle 18:28 a Roma, alla redazione della stessa agenzia era stato comunicato che per la liberazione del prigioniero era stata chiesta la scarcerazione dell’ergastolano Sante Notarnicola, che aveva fatto parte della banda Cavallero.

    Gli inquirenti si trovano in grosse difficoltà. Nella conferenza stampa in questura, il capo della polizia Zanda Loy esordisce:

    Non posso dire molto sulle Brigate Rosse: ho lasciato gli appunti a casa

    Poi aggiunge:

    Abbiamo esaminato la situazione col procuratore capo, dottor Grisolia. La polizia è a completa disposizione della magistratura. Agiremo in tutti i sensi per venire a capo di questa situazione. Il reato di sequestro di persona è, a mio giudizio, il più grave che si possa immaginare.

    La controversia infuria e non si placherà che molte settimane dopo la conclusione del caso. Perquisizioni a tappeto, fermo di polizia giudiziaria, spesso appaiono come atti provocatori, soprattutto agli occhi dei gruppi dell’extra-sinistra.

    Da Roma, un comunicato di Lotta Continua afferma che il sequestro

    È stato usato dalle autorità giudiziarie per ordinare una provocatoria quanto arbitraria serie di perquisizioni: queste sono state ordinate infatti sulla base dell’art. 224 del codice di procedura penale che prevede perquisizioni «nella flagranza del reato o nel caso di evasione» facendo esplicito riferimento, nel mandato, al rapimento del dott. Sossi. Ora è chiaro che nel caso dei compagni le cui case sono state perquisite, nessuno è evaso, né tantomeno ci troviamo in flagranza di un qualsivoglia reato.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente

    19 Aprile 1974

    nessun video presente
  • 7 Maggio 1972

    Si svolgono le Elezioni Politiche anticipate. (altro…)

  • 5 Maggio 1972

    Marco Pisetta viene rilasciato e fugge all’estero.

    (altro…)

  • 2 Maggio 1972

    2 Maggio 1972

    A Milano viene scoperta la base brigatista di Via Boiardo e viene arrestato Marco Pisetta, compagno di università di Renato Curcio.

    Cinque giorni prima delle elezioni anticipate, a Milano, la polizia ha l’opportunità di sgominare le BR. Ma qualcosa non va – o non viene fatta andare – per il verso giusto, e tutto il vertice brigatista si sottrae con facilità alla cattura

    Dopo «meticolose indagini condotte dall’Ufficio politico milanese agli ordini del suo dirigente, dottor Antonino Allegra» 38, vengono scoperti due covi – in via Boiardo 33, e in via Delfico 20 – e fermate una decina di persone, fra le quali i brigatisti Marco Pisetta e Giorgio Semeria, nonché la moglie di Mario Moretti, Amelia C. I giornali scrivono che nei due covi sono stati trovati – insieme a quantità di armi, munizioni, esplosivi, apparecchiature radio, documenti di identità in bianco e materiale propagandistico – un passaporto dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, e i negativi delle foto scattate all’ingegner Macchiarini durante il sequestro.

    All’interno del covo di via Boiardo (un ex negozio di vini con sottostante scantinato) viene trovata anche una cella insonorizzata, con un aspiratore d’aria e un impianto di registrazione, preparata dai brigatisti – scrivono i giornali – in vista del sequestro del noto esponente della destra DC milanese Massimo De Carolis.

    Nei giorni successivi la polizia scoprirà altri due covi: in via Pelizza da Volpedo 7 (dove fra l’altro viene trovata una radiografia appartenente a Maria Carla Brioschi), e in via Carlo D’Adda 37 (sede di una attrezzata officina, allestita per conto delle BR da Umberto Farioli, dipendente della Sit-Siemens).

    L’operazione dell’Ufficio politico della Questura milanese, cinque giorni prima delle elezioni, è tuttavia gravida di ambiguità, e non solo perché sembra essere un «colpo di scena elettorale».

    Anzitutto, non si sa come gli inquirenti siano arrivati a via Boiardo: alcuni giornali scrivono che «non è stata una soffiata» bensì il fatto che la polizia «sorvegliava da mesi i terroristi», in particolare pedinava Giorgio Semeria, «uno dei capi delle BR segnato sul taccuino del dirigente dell’Ufficio politico dottor Allegra»; ma la circostanza è molto dubbia, date le modalità temporali e operative del blitz.

    L’aspetto più grave della vicenda è che il 2 maggio le forze dell’ordine hanno la possibilità di arrestare lo stato maggiore brigatista al gran completo, ma l’opportunità viene vanificata dal repentino arrivo sul posto di una frotta di giornalisti.

    Infatti la polizia entra nel covo di via Boiardo alle ore 5 del mattino, e vi si apposta in attesa dell’arrivo dei brigatisti. Ma finiscono nella trappola solo Marco Pisetta e Giorgio Semeria, poiché fin dalla prima mattinata in via Boiardo accorrono giornalisti e cameraman.

    Lo confermerà, molti anni dopo, Antonino Allegra:

    «Purtroppo si verificò un fatto che… forse dipese da un po’ di leggerezza da parte di chi ritenne di indire una conferenza-stampa in quel posto, in contrasto con quelle che erano state le nostre decisioni, cioè lasciare [dei poliziotti nel covo]… La conferenza stampa fu indetta dal questore Allitto [Ferruccio Allitto Bonanno, nclr]. Noi fummo contrariati, perché pensavamo che egli intendesse dare lustro alla Questura, o forse credeva di fare bella figura con la stampa (ci teneva a diventare, forse, vice capo della Polizia). Sta di fatto che, una volta che i giornalisti erano stati avvertiti, noi non potevamo fare più niente».

    Fra i giornalisti accorsi in via Boiardo c’è Enzo Tortora, liberale di destra che collabora al mensile “Resistenza Democratica”, la rivista ufficiale dei CRD di Sogno.

    Il primo beneficiario dell’improvvido arrivo mattutino dei giornalisti in via Boiardo (richiamati sul posto non si sa da chi) è colui che diventerà il più fortunato terrorista della storia delle BR, Mario Moretti.

    Ecco come lui racconterà gli accadimenti del 2 maggio:

    «Quella volta la scampai per miracolo, perché avevo passato la notte a discutere con un compagno recuperato dai disciolti GAP di Feltrinelli, e quando la mattina alle 8 andai in via Boiardo, la polizia c’era già da diverse ore… Arrivo sulla meravigliosa 500 blu di mia moglie, intontito dal sonno, e mentre la parcheggio fra due macchine davanti alla base, qualcosa mi scatta dentro, c’è qualcosa che non va. Scendo, mi guardo attorno, la macchina davanti alla mia ha un tipo di antenna particolare. Polizia. Non penso che sia lì per noi, vicino c’è una piazzetta in cui fanno un po’ di traffico di sigarette, forse si prepara una retata. Comunque mi dirigo dalla parte opposta della strada, e aspetto, tenendo d’occhio i due che ho individuato come poliziotti… Ero seduto in un bar col giornale, non si decidevano a andarsene, avevo sonno, ancora un po’ e sarei finito per entrare [nel covo, ndr]. In quella arriva Enzo Tortora con una troupe della Tv e un codazzo di gente. E si appoggia proprio sul tetto della mia 500 per scrivere qualcosa su un taccuino. Chiedo a una vecchina: ma che succede? E lei: hanno trovato uno scantinato pieno di armi. Tutto quel trambusto era per noi, la frittata è fatta, devo andarmene alla svelta. Se soltanto Tortora non fosse appoggiato alla mia macchina… Sono in un bel casino. Perdipiù la macchina è intestata a mia moglie. Tento di recuperare la macchina andando in un bar più distante e chiamando mia moglie in ufficio: vieni a prendere la macchina nel tal posto, ti aspetto. Ma quando torno la macchina non c’è più, la polizia l’ha individuata e presa. Me ne devo andare».

    Secondo Allegra, invece:

    «Moretti sfuggì il pomeriggio, pochi minuti prima che si facesse questa conferenza stampa. Arrivò in via Boiardo con la 500 di sua moglie… Già si sapeva che Moretti faceva parte dì questa organizzazione… Una persona del terzo piano ci disse che era scappato qualcuno su quella macchina… E una volta aperta abbiamo visto che era intestata a C. Amelia, abitante in via delle Ande 15, proprio di fronte a casa mia, e nel covo abbiamo trovato una fotografia [di suo figlio]… Io ho poi interrogato la moglie di Moretti; lei diceva che era stata costretta, sebbene non con la forza, a vivere per un po’ di tempo in una comune con un certo Gaio Di Silvestro e altri. A me questa donna fece anche pena. Però già si sapeva che Moretti era un pezzo importante in quel momento, i capi si riteneva fossero Curcio e Franceschini» .

    L’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e il capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano sanno anche di più, come ammetterà in un rapporto Federico D’Amato:

    «Contemporaneamente [alle indagini sui Gap di Feltrinelli] furono intensificate anche le indagini sulle BR, che, si era saputo, si apprestavano a sequestrare, qualche giorno prima delle elezioni politiche del 7 maggio 1972, un esponente democristiano. In conseguenza di riusciti appostamenti e pedinamenti, il 2 maggio la polizia poté operare una serie di perquisizioni che ebbero un vistosissimo risultato».

    Franceschini confermerà che effettivamente da aprile le BR stavano pedinando De Carolis in quanto ne avevano programmato il sequestro, ma da una decina di giorni avevano perso le tracce del politico della destra milanese:

    «Chi aveva il compito di seguirlo ci segnalava che non era più a Milano, e non si riusciva a sapere dove fosse. Evidentemente, informata del progetto brigatista, la polizia aveva preso adeguate misure di sicurezza con “appostamenti e pedinamenti”. Moretti aveva avuto l’incarico di preparare la prigione (insieme a Semeria e Pisetta), così si recava in via Boiardo tutti i giorni e sempre usando la macchina di sua moglie, per cui è molto probabile che fosse stato individuato nei giorni precedenti il 2 maggio».

    Fatto sta che la mattina del 2 maggio non sfugge alla cattura solo Moretti, ma si salvano anche Curcio, la Cagol, Franceschini e Morlacchi, cioè l’intero nucleo dirigente delle Br.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quel giorno stavamo per essere arrestati anche noi quattro, sfuggimmo alla polizia quasi per caso… Mara e Renato [vedendo il trambusto dei giornalisti] si allontanarono velocemente… Moretti fuggì lasciando la macchina sul posto. Io avevo usato più prudenza: ero arrivato in metropolitana e mi ero fermato a bere un caffè nel bar da dove si controllava l’ingresso [della base]; avevo visto le cineprese [delle tv, ndr] e mi ero immediatamente allontanato».

    Curcio dirà che il 2 maggio 1972 «le forze dell’ordine sono state a un pelo dal prenderci tutti. Se lo avessero fatto, le BR sarebbero finite sul nascere. Invece, da quel momento, diventarono un gruppo armato, provvisoriamente allo sbaraglio, ma davvero clandestino».

    Ai brigatisti in fuga precipitosa risulta chiaro che il blitz di via Boiardo è stato determinato da una “soffiata”, temono infiltrati, e i sospetti si appuntano su Marco Pisetta, ma non solo.

    Altri sospetti li provoca il fatto che la polizia nel covo di via Delfico ha trovato i negativi delle foto scattate da Moretti all’ingegner Macchiarini durante il sequestro, fotogrammi che permettono agli inquirenti di identificare agevolmente uno dei sequestratori, il brigatista Giacomo Cattaneo detto
    Lupo.

    Franceschini:

    «Erano negativi di foto che non dovevano stare là, avrebbero dovuto essere stati distrutti, e Moretti ci aveva garantito di averli distrutti! Erano gravi prove a carico di compagni ancora sconosciuti che avevano partecipato al sequestro, e infatti per quei negativi Lupo è stato poi arrestato. Moretti si giustificò dicendo di essersi sbagliato in quanto i negativi si erano incollati fra loro e lui non se n’era accorto, poi tentò di dare la colpa alla Besuschio… Ma quello fu un episodio gravissimo. La presenza di quei negativi in via Delfico era talmente assurda che Giacomo Cattaneo, arrestato a causa di quelle foto, si era convinto che Moretti fosse una spia».

    Non è tutto: nel covo di via Boiardo la polizia trova anche una foto di Curcio, foto che Moretti ha “dimenticato” di distruggere dopo avere preparato un falso passaporto per il capo brigatista.

    Osserverà Franceschini:

    «La foto di Curcio non venne trovata nel covo dove c’erano gli attrezzi per la falsificazione dei documenti e dove era stato confezionato il falso passaporto [cioè in via Delfico, ndr], ma venne trovata nella “prigione del popolo” di via Boiardo, e questo nonostante che a Moretti fosse stato raccomandato di eliminare da quella sede-prigione ogni cosa superflua, dato che eravamo alla vigilia del programmato rapimento di De Carolis».

    Anni dopo, uno dei giornalisti presenti il 2 maggio in via Boiardo, Marco Nozza, scriverà:

    «Era arrivata una Cinquecento e aveva accostato al marciapiede opposto. Ne era disceso un giovanotto, piccolo di statura, la faccia strana, gli occhi scuri, il quale, come aveva visto tutta quella gente, era risalito svelto in macchina, aveva cercato di innestare la retromarcia e non c’era riuscito, aveva fatto solo un gran fracasso. Allora aveva abbandonato la macchina e s’era dato alla fuga, inseguito da tre fotografi. Uno dei tre aveva preso il numero di targa. Ed è stato grazie a quel numero di targa che siamo venuti a sapere a chi apparteneva l’auto. Apparteneva a una certa signora Amelia C., abitante a Milano in via Gallarate 131… Il marito si chiamava Mario Moretti […].»

    La polizia, intanto, ha arrestato Marco Pisetta. Interrogato in questura da Calabresi e Viola, viene convinto a collaborare:

    “Il dottor viola mi ha chiesto se volevo quindici anni di galera […] oppure uscire subito […]. «Diciamo che tu non hai mai partecipato alle bande rosse, eri lì per dare una mano a imbiancare l’ufficio». Mentre diceva queste cose, il dottor Viola mi sventolava sotto il naso il mandato di scarcerazione.”

    La scoperta di questa base convincerà le BR a scegliere la clandestinità totale.

    Spiegheranno in un documento:

    “La clandestinità si è posta nei suoi termini reali solo dopo il 2 Maggio 1972. Fino ad allora, impigliati come eravamo una situazione di semilegalità, essa era vista più nei suoi aspetti tattici e difensivi che nella sua portata strategica.”

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente

    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 30 Marzo 1972

    Le Brigate Rosse emettono un comunicato sulla morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli del 15 Marzo 1972.

    Testo completo del comunicato sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli

    Posti di fronte alla campagna di annientamento che la borghesia dopo aver assassinato il compagno Feltrinelli, ha scatenato contro le forze rivoluzionarie, certi «democratici» hanno fatto con lodevole tempismo una precisa scelta di campo: si sono schierati con gli assassini. In fondo non si tratterebbe di una gran perdita se ciò non coincidesse con un fatto più grave: la delazione. Il compagno Giobatta Lazagna è infatti rinchiuso nel carcere di San Vittore in seguito alle irresponsabili e fantasiose dichiarazioni dell’avvocato Milanese Leopoldo Leon e di alcuni suoi amici tra i quali spicca l’avvocato Giuliano Spazzali, che certamente è un valido collaboratore dei magistrati milanesi. Ma non è tutto. Gli avvocati «democratici» infatti, non contenti della gravissima provocazione, hanno emesso un comunicato in cui si affrettano a dissociare le loro responsabilità da quelle dei gruppi «che non agiscono alla luce del sole» e a stabilire i limiti politici del loro intervento. Un comunicato per tranquillizzare De Peppo e i padroni!

    Ma ci va bene lo stesso tanto che intendiamo aiutarli «in questo difficile compito» affermando che nessun militante delle Brigate Rosse si è fatto o si farà difendere da loro, perché i nemici è meglio averli di fronte che mascherati da comunisti tra le file dei combattenti. E poi, vale per gli «avvocati democratici» ciò che ha scritto il compagno Mario Rossi: «…I democratici dicono che c’è una differenza, oggi possiamo difenderci. Ma anche a questo proposito ho qualcosa da confessare. Di che taglia siano i difensori, almeno quelli genovesi, l’ho potuto constatare di persona non appena mi hanno arrestato. L’avvocato da me nominato, comunista, pare, non ha voluto sporcarsi le mani con me e mi ha abbandonato; stranamente però ha ritenuto di non sporcarsele con Rinaldi e Rinaldi è stato il primo a parlare, a «vuotare il sacco» come dicono i giornalisti. L’avvocato, anch’egli di sinistra, che ha avuto la compiacenza di accettare la mia difesa consiglia, stranamente, anche a me di vuotare il sacco: non voglio avanzare dubbi, certo è che queste confessioni, consigliate per difendere il cliente, hanno ottenuto l’effetto di aggravare la posizione dei compagni, dentro e fuori. Dopo sei mesi confesso di essermi convinto che la difesa se serve a qualcuno, serve Innanzitutto all’avvocato, poi al magistrato, mai all’imputato… Per il comunismo».

  • 15 Marzo 1972

    Il corpo di Giangiacomo Feltrinelli viene trovato a Segrate (MI).

    Mentre a Milano è in corso il XIII Congresso del PCI, viene trovato il corpo di Giangiacomo Feltrinelli dilaniato dal tritolo ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate (Milano). L’editore milanese, fondatore e capo dei GAP (Gruppi di azione partigiana), era in rapporti sia con le BR sia col Superclan. Secondo la polizia, Feltrinelli è morto in modo accidentale, mentre collocava un ordigno sul traliccio per un attentato che avrebbe provocato un black out elettrico su Milano; secondo la sinistra extraparlamentare, l’editore rivoluzionario sarebbe stato assassinato.

    Il corpo non viene riconosciuto subito, nella tasca della giubba di foggia militare viene ritrovato un documento di identità a nome di Vincenzo Maggioni, 46 anni, di Novi Ligure. All’anagrafe della cittadina piemontese però non risulta alcun cittadino con questo nome.

    Soltanto in serata si comincerà ad associare il corpo a Giangiacomo Feltrinelli, alla caserma dei carabinieri di Via Boscova. La conferma arriverà però solo il giorno dopo, quando si scopre che all’ufficio carte d’identità della questura era stata depositata a nome dell’editore una fotografia uguale a quella sul documento.

    Dopo un mese di indagini condotte dal capo dell’Ufficio politico della Questura Allegra, la polizia arriva a identificare alcuni collaboratori di Feltrinelli, e a scoprire un covo in via Subiaco, dove vengono arrestati Giuseppe Saba e Augusto Viel del gruppo genovese “XXII Ottobre”. L’intestataria dell’appartamento-covo è Bruna Anselmi, falsa identità della brigatista Paola Besuschio: dipendente della Sit-Siemens iscritta alla Uil, nonché nuova partner del clandestino Mario Moretti.

    Il timer difettoso che ne causa la morte è identico a quello utilizzato per l’attentato all’ambasciata di Atene del 2 Settembre 1970.

    Le Brigate Rosse emetteranno un comunicato sulla morte di Feltrinelli il 30 Marzo 1972.

    Antonio Bellavita, succeduto ad Emilio Vesce nella direzione del periodico «Controinformazione» ricostruirà su nastri la sua ricostruzione della morte di Feltrinelli.

    Il materiale verrà ritrovato in un covo delle Brigate Rosse a Robbiano di Mediglia il 15 Ottobre 1974.

    Trascrizione dei nastri di ‘Controinformazione’ sulla morte di Feltrinelli

    Vanno… Salgono sulla loro macchina… vanno verso il luogo fissato dell’appuntamento. Lì parcheggiano l’automobile, scendono e si mettono a passeggiare; poco dopo sul luogo fissato dell’appuntamento, che era vicino al cinema «Vox» poco dopo vedono il pullmino parcheggiato più in là e Osvaldo che aspetta. Salgono sul pullmino con Osvaldo e si dirigono verso Segrate. Il luogo dove si dirigevano non era loro noto, ma era noto sin dal Sabato precedente l’obiettivo. Cioè l’obiettivo della serata. Infatti ne discussero con lui Sabato stesso in presenza di altri compagni. A loro quindi era noto cosa andavano a fare, ma non dove andavano a farlo. Nella serata di Sabato avevano espresso, insieme agli altri, la propria opinione circa il tipo di obiettivo che dovevano mettere in atto, ma Osvaldo era stato in grado di imporre lo stesso, comunque, la cosa. Quella sera si trattava di una opposizione di tipo psicologico, ed in parte anche politico; infatti accusa i due di mancanza di coraggio e di cattiva volontà. Il giorno precedente il 13, li mando infatti in giro intorno a Milano, verso, dalle parti, in direzione di Bergamo per ricercare dei tralicci, con il compito di localizzarli, misurarli, calcolarne le dimensioni, e per metterli insieme alla lista di possibili obiettivi della giornata. I due infatti fecero tutto questo, andarono verso Bergamo, e individuarono un grossissimo traliccio di cui presero le misure. Si infangarono anche, solo che… Osvaldo poi disse che il traliccio era troppo distante da Milano, troppo lontano e che lui aveva già provveduto a questo. Sembra che volesse semplicemente mettere alla prova la… Volontà di collaborare dei due amici. Loro di questo in fondo ne erano da un lato coscienti e dall’altro tendevano a dimostrare la loro volontà. Il rapporto tra i tre è abbastanza strano, Osvaldo era una persona che faceva di tutto per dimostrare agli altri di essere più proletario di loro, o almeno quanto loro. Sembra che non si lavasse per intere settimane, ma loro dicono addirittura mesi, questo per annerire le mani, renderle callose, per ridurre il suo volto e le sue mani stesse così a livello degli operai che lavorano nelle fabbriche. Anche il suo modo di vestire, di atteggiarsi, di comportarsi in pubblico era un modo di… era un modo che… esprimeva questa… queste forti volontà di assomigliare alla classe… di rendersi il più possibile simile… confondibile con la classe operaia. I due amici erano da un lato meravigliati , dall’altro certamente affascinati da questo personaggio che loro sapevano chi fosse, ma di cui dovevano… con il quale dovevano fingere di non sapere chi fosse. Indubbiamente li affascinava, era un uomo importante, un personaggio sulla bocca di tutti, ricchissimo, il suo comportamento da padrone, il suo continuo attaccarsi a loro, costringerli all’azione, indubbiamente esercitava su di loro un… rapporto antitetico, ma è indubbio il fascino che ha esercitato non solo sui due amici, ma anche sugli altri. Ma torniamo al traliccio, verso le 7,30 circa, grosso modo, si incontrano con Osvaldo e salgono sul pullmino e partono.

    Osvaldo è teso, molto nervoso, sembra che durante la strada avessero anche rischiato… di fare un paio di incidenti stradali, tanto che uno dei due gli disse di fermarsi. Parlava a scatti, poi Osvaldo e il secondo si misero a scherzare a dire battute spiritose, e poi cominciarono a parlare di quello che avrebbero fatto dopo, l’indomani. Tutta l’attenzione del momento veniva proiettata a… a quello che sarebbe successo dopo il fatto, più tardi, dopo l’azione della sera. L’indomani, disse Osvaldo, i due avrebbero dovuto andare in giro a cercarsi un appartamento, localizzarlo e individuare una base dove avrebbero dovuto incominciare a costruire la loro base operativa. Poi parlarono delle azioni da fare, di come organizzarsi, di tutto quello che era… era già in atto, della sua organizzazione. Bisogna ricordare però, che Osvaldo sembra fosse uno che guidava sempre molto male, così non stupisce che anche questa sera fosse così maldestro nella guida. Ma indubbiamente questa sera qui si andava… andava all’appuntamento con un azione… ad un appuntamento da solo, con due inesperti, andava ad una verifica con sé stesso, di fatto… Gli altri, i compagni più esperti coloro che potevano dargli una mano, erano altrove. Osvaldo era vestito con un cappotto elegante, non fecero caso al pantalone e alle scarpe che indossava, ma finché era un viaggio, nel pullmino, sembrava vestire in maniera normale, come gli altri.

    Arrivano sul posto e portano il pullmino vicino al campo distante dal traliccio circa qualche centinaio dicono 500 metri; lì lo fermarono, scendono dal pullmino e Osvaldo entra nel pullmino dalla parte posteriore, cioè all’interno, e dice agli altri di aspettare. Sta dentro un 10 minuti circa. Grosso modo sono arrivati sul posto attorno alle otto e venti, più o meno. Quando esce dal pulmino, gli altri lo guardano stupiti perché, tolto il cappotto ha indossato una casacca di tipo militare, dicono che è vestito come un «castrista», non dicono nulla ma notano i pantaloni con le sacche, la giacca con molte tasche, come un castrista dicono. La cosa li stupisce un poco, però è nello spirito… nella psicologia del personaggio anche questo atteggiarsi. Scaricano tutti gli oggetti dal pulmino e vanno verso il traliccio, il tempo è umido, pioviggina un poco o è umido. È quasi buio, si vedono delle luci in lontananza, i due non riescono a comprendere o a localizzare bene la natura delle luci. Ci sono delle case in fondo. Il tragitto dal pullmino al traliccio avviene con difficoltà, perché le scarpe sprofondano nel terreno molle. Giunti sul posto portano a quanto pare, il materiale del… di entrambi… o del primo o di entrambi tralicci, questo non è chiaro. Comunque, giunti sul posto, iniziano il lavoro. I due si occupano dell’ agganciamento dei candelotti di dinamite a pacchetti di otto – sembra – attorno al primo pilastro. Questi candelotti vengono schiacciati all’interno del pilastro, compressi con delle tavole di legno e legati con del filo di ferro. Da questo pacchetto di candelotti, esce un filo già preparato, che viene appeso ad uno dei tiranti del traliccio. A questo punto sembra che Osvaldo si renda conto che i fili di collegamento ai cavi elettrici sono troppo corti, si incazza, bestemmia, decide di usare tutto il materiale dei due tralicci programmati per farne uno solo, e di fare una cosa in grande. Va quindi verso il pullmino, porta tutto il materiale del traliccio… del secondo traliccio. Il programma è quello di mettere cariche ovunque; in pratica le tre o le quattro – non è chiaro – cariche del primo traliccio dovrebbero venire… dovrebbero essere applicate alle zampe del traliccio stesso. Le altre tre o quattro cariche del secondo traliccio progettano, su consiglio del primo dei due accompagnatori, di attaccarla i tiranti superiori, cioè alla… alla… ai longheroni della piattaforma orizzontale che dista da terra circa due metri e mezzo.

    Si accingono a questo lavoro, Osvaldo, sempre su consiglio del primo decide che la cosa migliore da fare è quella di andare in alto e applicare lì, subito, tutti i congegni. Va quindi verso l’alto, il lavoro è difficoltoso, bisogna scalare il traliccio. Osvaldo quindi sale sul traliccio e si mette al centro della… del longherone orizzontale, per passare il materiale. Il primo consiglia di fare una scala, una catena cioè per passare il materiale. Osvaldo si trova in alto appollaiato con le gambe all’interno, che penzolano all’interno del traliccio, la schiena all’esterno, seduto. Il primo resta per terra quasi sotto Osvaldo, a distanza di tre metri circa, tutti i sacchetti sono disposti per terra, il secondo si mette a metà strada dai due sul traliccio, cioè un braccio, il braccio destro, è attorno al… al… al pilastro portante destro. I piedi sono sul… sul… ai longheroni e sui tiranti inferiori, l’altro braccio è libero gli serve per prendere il materiale e passarlo a Osvaldo. Il… Il pilastro già minato è quello di sinistra, quindi Osvaldo si trova in alto con le gambe all’interno, penzoloni, seduto; il secondo si trova in terra, il terzo… il primo cioè, si trova a metà strada tra Osvaldo ed il secondo, in piedi sul traliccio con il braccio destro attorno al… al… pilastro portante destro, saldamente agganciato a questo pilastro. Passano allora per primo i candelotti, poi la pila, poi l’orologio; ricevuto il primo orologio sentono Osvaldo imprecare, l’orologio è rotto, non è funzionante. Sembra che si sia staccato… staccata la saldatura posteriore, quella sulla cassa o qualcosa del genere. Comunque l’orologio non è in buone condizioni, Osvaldo impreca, getta a terra sotto di sé l’orologio dove verrà probabilmente trovato. Si fa passare il secondo orologio, il secondo compagno cerca il secondo orologio nel cassetto dove erano contenuti, lo passa al primo che lo passa ad Osvaldo. Poi il secondo compagno volta le spalle ad Osvaldo si mette cioè di spalle al traliccio, e, accucciato per terra sulla punta dei piedi, guarda in lontananza le luci, in fondo, per vedere se qualcuno si avvicina, se qualcosa si muove.

    Il primo passa l’orologio ad Osvaldo; all’inizio il… Osvaldo aveva il… candelotti di dinamite, della carica che serviva a far saltare il longherone centrale; in mezzo alle gambe, tra le due gambe strette. Poi la posizione scomoda lo fa muovere, si trova impacciato nella posizione, impreca, allora si muove, sposta i candelotti all’esterno non più fra le due gambe. Si suppone probabilmente sotto la prima gamba, cioè la gamba sinistra. È in questa posizione seduto con i candelotti sotto la gamba in modo che li tiene fermi che dovrebbe… che sembra che prepari l’innesco, cioè il congegno di scoppio. Tutto il progetto era quello di preparare il congegno, sistemarli, poi agganciare i candelotti al tutto, far pendere i fili e agganciare alla fine il tutto assieme agli altri posti sui piloni. Il… è in questo momento che il primo, quello a mezz’aria sul traliccio, sente uno scoppio fortissimo, uno scoppio secco, viene investito dall’esplosione, ma si aggrappa fortemente con il braccio al pilastro, il braccio destro, sente un dolore sulla… nell’orecchio sinistro, cade per terra, o almeno si cala per terra, guarda verso l’alto ma non vede nulla, guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rantolante, la sua impressione immediata è che abbia perso entrambe le gambe. Si scuote, va dall’altro. L’altro si sente investire da un forte colpo, ha un dolore forte alla gamba, più che un dolore un colpo caldo, alla coscia destra, viene buttato in terra dal colpo. L’altro va da lui immediatamente e gli dice: «Osvaldo… Osvaldo non c’è, è scoppiato», l’altro guarda in alto, e non vede nulla, allora guarda per terra, e vede Osvaldo. Il problema delle gambe, uno dice: «ha perso entrambe le gambe», poi gli sembra di ricordare che una delle gambe, la gamba destra, si è rovesciata sotto il corpo cioè in posizione che vedrà dopo. La gamba sinistra non c’è, è troncata; il secondo ricorda il particolare del braccio, il braccio destro di Osvaldo rattrappito sul petto con la mano rivolta all’esterno. Non riescono a capire esattamente cosa è successo e come, i due terrorizzati scappano, il primo… il secondo cioè urla il primo lo richiama, sente un forte dolore all’orecchio, non sente più nulla, ha l’occhio gonfio, investito dall’onda dell’esplosione. Poi lo richiama, fanno pochi metri, circa 10-15 metri, poi ritornano indietro, Osvaldo sta rantolando, ancora per pochi minuti, poi ha un ultimo rantolo forte e non sente più nulla.

    Sono terrorizzati, non sanno che cosa fare, il pullmino, poi non ci pensano, scappano attraverso i campi aiutandosi l’un l’altro, arrivano sulla strada, non si sa quanto tempo ci mettano ad attraversare il campo. L’esplosione avviene verso le nove meno dieci, nove meno cinque circa, più tardi che prima. Questo particolare viene notato dal primo che ricorda di aver guardato l’orologio perché aveva promesso di tornare verso le otto e mezza a casa, si accorge che le otto e mezza erano già passate e in quell’attimo, quando vede l’orologio che segnava circa le nove, che sente l’esplosione. I due arrivano vicino al ciglio della strada, salgono e piano piano si avvicinano… si avviano sulla strada. In quel mentre passano delle persone, allora cercano di darsi un’aria così… normale, si mettono a parlare di sport. Sono molto nervosi, stanchi, spaventati stranamente, anche a quel modo, il ferito non perde molto sangue. Il colpo, un taglio grosso circa cinque, sette o otto centimetri per quattro, lo colpisce sulla parte estera della coscia destra… della coscia destra. Non colpisce delle vene grosse, perde poco sangue, però il dolore incomincia a farsi sentire. Zoppicando arrivano vicino alla stazione degli autobus che li porta verso Milano, e lì salgono sull’autobus e si mettono nei sedili dietro. Il primo si mette alla destra del secondo in modo da nascondere la ferita, come prima facevano quando camminavano. Quando scendono dall’autobus, arrivati alla stazione, ripuliscono con il fazzoletto il sedile, un poco sporco di sangue, lì scendono, e vicino alla stazione li mette… lì lascia il primo ai giardini per andare a cercare la sua macchina, per aiutarlo. Il primo, nella tragedia è ancora abbastanza fiducioso, ricorda che Osvaldo gli aveva parlato di Ospedale, di una organizzazione complessa ed attrezzata, che era in grado di affrontare questo genere di problemi, rincuora il secondo dicendogli: «Coraggio, vedrai che sistemeremo tutto, adesso ci pensiamo noi, andiamo dall’amico… e ci pensiamo noi a sistemarci, mettiamo a posto tutto». La tragedia e lo sconforto era troppo, quando si accorgeranno che non c’è nulla, che nessuno è in grado di aiutarli, che gli avevano… che dovranno con pochi compagni, provvedere da soli a sistemare tutto. Quella sera Osvaldo non portava la rivoltella che era… che portava abitualmente, quasi sempre. Infatti, era il tipo di obiettivo ove andavano, sembra che avessero deciso di non portarsi… non portare con sé armi, questo parrebbe sotto il consiglio…. con il consiglio… o grazie al consiglio del primo dei due compagni. Il particolare della gamba rivoltata sotto il corpo, non è molto chiaro, lui dice di non aver visto più la gamba e di essersi accorto solo in un secondo momento che la gamba destra era sotto il corpo, rovesciata all’indietro, però dato il particolare stato di tensione nervosa, non è assolutamente attendibile, o almeno questo fatto può essere semplicemente un errore del compagno stesso. Tutto il fatto, si è svolto dal momento dell’arrivo al momento dello scoppio, nell’arco di circa 40 minuti, il tempo è stato necessario… tutto questo tempo è stato necessario, per fare tutto quello che… che è successo, in quanto ci sono voluti vari minuti per andare e venire dal pullmino un paio di volte, in particolare nella seconda fase, quando Osvaldo ha dovuto tornare al pullmino a prendere il materiale restante.

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente

    15 Marzo 1972

    Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”

  • 16 Aprile 1970

    Prima interferenza dei G.A.P.

    Alle 20.33 del 16 aprile 1970 per la prima volta una voce si inserisce nel telegiornale, proprio mentre Tito Stagno illustra il rientro della sfortunata missione degli astronauti dell’Apollo 13 e l’interferenza viene chiaramente ascoltata in alcun zone di Genova, particolarmente a Marassi, Sampierdarena e Cornigliano.

    Gli autori dell’operazione si presentano con un testo trasmesso che ha la caratteristica dello slogan:

    “Questa e’ radio Gap, del gruppo XXII Ottobre. Qui Gap. Il fascismo e’ risorto. Ricordiamo i fatti del luglio 1960 (Tambroni). Prepariamoci a scendere in lotta. Morte ai fascisti e ai padroni”.

    Il messaggio ha come sottofondo le note di “Bandiera rossa”, mentre la voce clandestina invita ad impedire che il sabato successivo si svolga una manifestazione a Genova del segretario del Movimento sociale italiano, Giorgio Almirante.

    I disturbatori avevano raggiunto i ripetitori del Monte Fasce, alle spalle di Genova. Verranno chiamati “Tupamaros della Val Bisagno“, ma in realtà erano i precursori delle BR guidati dall’ “ideologo” Mario Rossi: qualche mese più tardi si renderanno responsabili del rapimento di Sergio Gadolla, primogenito della famiglia allora più ricca di Genova, e dell’ omicidio del fattorino Alessandro Floris.

    Parlavano a nome di “Radio Gap“, Gruppi di azione partigiana, la stessa sigla dell’ organizzazione terroristica di Giangiacomo Feltrinelli, che in quei giorni mise a segno altre interferenze nei Tg1.

    Il telegiornale della sera del 16 aprile 1970 viene aperto con la notizia che a Strasburgo il Consiglio d’Europa, con quindici voti (compreso quello italiano) su diciassette, ha invitato il regime di Atene a ristabilire immediatamente i diritti dell’uomo e a ripristinare le libertà costituzionali, oltre a desistere immediatamente da ogni pratica di tortura. Passando alle notizie dall’interno, informa della querela presentata dal commissario Luigi Calabresi contro Pio Baldelli, direttore responsabile di «Lotta Continua», che aveva pubblicato un articolo in cui si accusava il commissario della questura milanese della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli.

    Inoltre, in Calabria si svolge lo sciopero regionale per le riforme, mentre a Roma gli studenti hanno violentemente contestato la presenza all’università La Sapienza di Melvin Calvin, noto per aver perfezionato il napalm utilizzato in Vietnam. Poi, mentre s’informa la nazione dell’elezione dell’industriale tessile Renato Lombardi alla presidenza della Confindustria in sostituzione di Angelo Costa, una voce s’inserisce nel telegiornale: «Attenzione: qui Radio GAP, Gruppi di azione partigiana…».

    Panico in RAI, sconcerto nelle case di milioni di italiani, la maggior parte dei quali non capisce bene cosa stia accadendo: prove tecniche di trasmissione per un nuovo canale? Ma quali prove tecniche, quelli parlano di comunismo!

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente

 

  • Dicembre 1969

    Riunione tra Curcio, Feltrinelli, Simioni e Lazagna

    Alla fine del 1969, a Rocchetta Ligure (Alessandria), nell’abitazione dell’avvocato Giovanbattista Lazagna (ex partigiano, medaglia d’oro della Resistenza, militante di estrema sinistra), si riuniscono Feltrinelli, Curcio, Simioni e lo stesso Lazagna, per discutere di lotta armata e «della unificazione dei vari gruppi rivoluzionari operanti nel Paese sotto un’unica direzione militare».

    Ma «le divergenze sulla valutazione politica del momento e la tattica da adottare per il conseguimento dello scopo che tutti certamente accomuna» impediscono un accordo, anche se non ostacolano un certo grado di collaborazione. Curcio e Simioni partecipano all’incontro in rappresentanza del Cpm, e sostengono che si può sfruttare la legalità ancora per qualche anno, sia per continuare a politicizzare le masse, sia per costruire, dietro la copertura del gruppo legale, una organizzazione logistica clandestina in modo da essere poi adeguatamente preparati a condurre la guerriglia.

    «Feltrinelli invece proponeva il passaggio alla completa clandestinità, nel senso che i componenti dei gruppi clandestini dovevano rompere ogni contatto con la famiglia e i movimenti ufficiali»

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente
  • 12 Dicembre 1969

    Strage di Piazza Fontana

    Alle ore 16:37 una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto.

    È l’inizio di quella che verrà definita “strategia della tensione”: suscitare e fomentare – mediante stragi, delitti, provocazioni, scontri fra “opposti estremismi” (extrasinistra sovversiva, e ultradestra eversiva) – allarme e paura sociale, in modo da fermare le lotte sindacali e l’avanzata elettorale del Partito comunista riportando al centro gli equilibri politici. È la tecnica della “guerra psicologica”, sintetizzata nell’assunto «Destabilizzare per stabilizzare».

    La regia della strategia della tensione è di matrice atlantica, la gestione è affidata alle forze anticomuniste, e l’attuazione si avvale di precisi segmenti degli apparati di sicurezza.

    Nove anni dopo, dalla prigione brigatista, Aldo Moro scriverà:

    “La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni”.

    Nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rende conto della reale natura della deflagrazione, tant’è che si diffonde la notizia non dello scoppio di una bomba, bensì quella dell’esplosione della caldaia della banca stessa.

    Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno tuttavia smentiscono quasi subito le prime voci circolate e mettono i milanesi e il resto del Paese davanti alla tragica realtà dei fatti.

    L’ordigno era stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. La potenza dell’esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati.

    I nomi delle vittime della strage sono:

    • Giovanni Arnoldi
    • Giulio China
    • Eugenio Corsini
    • Pietro Dendena
    • Carlo Gaiani
    • Calogero Galatioto
    • Carlo Garavaglia
    • Paolo Gerli
    • Luigi Meloni
    • Vittorio Mocchi
    • Gerolamo Papetti
    • Mario Pasi
    • Carlo Perego
    • Oreste Sangalli
    • Angelo Scaglia
    • Carlo Silva
    • Attilio Valè

    Alla proditoria strage fascista di piazza Fontana fanno seguito pressioni americane sui vertici istituzionali per il ricorso a misure eccezionali; ma la mobilitazione unitaria dei lavoratori impedisce la proclamazione dello stato d’assedio.

    La strage milanese sembra finalizzata anche a provocare il ricorso alla lotta armata da parte dell’ultrasinistra per innescare una reazione a catena. La manovra ha un parziale successo: l’editore milanese di estrema sinistra Giangiacomo Feltrinelli, convinto che le forze reazionarie stiano preparando un colpo di Stato, si dà alla clandestinità munito di un passaporto falso, e nella primavera del 1970 forma i primi nuclei armati, i Gap (Gruppi di azione partigiana), a Milano, Genova, Torino e Trento.

    Nel CPM si intensificano le riunioni ristrette per decidere tempi e modi del passaggio alla clandestinità e alla lotta armata. E i servizi d’ordine delle organizzazioni extraparlamentari accentuano le loro caratteristiche paramilitari.

    Renato Curcio ricorda così la strage:

    «Nel Collettivo, con sede in un vecchio teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre di grafica. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage il clima improvvisamente cambiò. […]

    Quel pomeriggio stavo andando a piedi nella sede, quando mi trovai circondato da poliziotti col mitra puntato: «Fermo, arrenditi». Mi portarono in questura dove mi tennero chiuso in una stanza con altri malcapitati. Avevo orecchiato vagamente dell’esplosione e dei morti.

    Dopo cinque o sei ore, un funzionario mi chiamò: mi chiese se ero Curcio Renato e, senza interrogarmi, disse che potevo andare… Siamo arrivati a un livello di scontro molto aspro, ci dicemmo. Si tratta di una svolta che ci lascia aperte solo due strade: mollare tutto, oppure andare avanti, ma attrezzandoci in modo del tutto nuovo…

    Verso la fine di dicembre, con una sessantina di delegati del Collettivo, ci riunimmo nella pensione Stella Maris di Chiavari. Dopo due giorni di dibattito decidemmo di trasformarci in un gruppo più centralizzato, che chiamammo “Sinistra proletaria”. E nel documento elaborato, il cosiddetto “Libretto giallo”, introducemmo per la prima volta una riflessione sull’ipotesi della lotta armata».

    AudioImmaginiVideoFonti
    nessun audio presente
    nessun immagine presente
    nessun video presente