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  • Marzo 1977

    Mario Moretti organizza una tipografia a Roma: il mistero della macchina da stampa modello Ab-Dik 360.

    La tipografia viene organizzata in via Pio Foà.

    E in quella tipografia Mario Moretti trasporta personalmente una macchina da stampa, modello Ab-Dik 360, proveniente dal RUS, il Raggruppamento unità speciali del Sid, e una fotocopiatrice proveniente dal ministero dei
    Trasporti.

    Lo testimonierà Enrico Triaca, il brigatista preposto alla tipografia:

    «Nell’estate del 1976 [nel corso di una delle assemblee del movimento studentesco di Roma che si tenevano presso l’Università] ebbi modo di conoscere un giovane di circa trent’anni che si presentò come Maurizio [Mario Moretti, ndr]. Da quell’epoca, io e Maurizio cominciammo a frequentarci con una certa assiduità incontrandoci sia all’Università, più spesso a piazza Navona e a piazza Venezia, e comunque nella zona del centro [di Roma, ndr]…

    Verso la fine del 1976 il Maurizio mi disse che faceva parte delle Brigate rosse. Mi invitò a fare parte della organizzazione, spiegandomi che avrei dovuto avere contatti soltanto con lui ed eventualmente col nucleo che egli avrebbe costituito. Il Maurizio mi propose di aprire una tipografia a Roma in un luogo che avrei dovuto scegliere io stesso; egli avrebbe finanziato l’acquisto di tutta la attrezzatura necessaria, mi avrebbe dato tutto il denaro occorrente per svolgere la nostra attività; mi disse, anche, che la tipografia avrebbe svolto attività apparentemente regolare, mentre in realtà doveva servire a stampare materiale per conto delle BR. Per circa un mese cercai un locale adatto alla tipografia, e finalmente, nel marzo 1977, trovai il locale in via Pio Foà 31. Presi contatti con il proprietario, tale Carpi Pierluigi, con il quale fu convenuto un canone mensile di 150 mila lire; versai tre mensilità anticipate in denaro contante che mi era stato dato dal Maurizio. Diedi incarico a una ditta di eseguire lavori di ristrutturazione del locale, e pagai 600 mila lire; anche questa somma mi venne data dal Maurizio. Siccome io ero inesperto in tipografia, chiesi al Maurizio di indicarmi il materiale che dovevo acquistare: egli mi suggerì di acquistare una macchina “Rotaprint” e mi consegnò lire 5 milioni in contanti che io versai alla ditta venditrice… Il prezzo complessivo era di lire 14 milioni: firmai cambiali per la rimanente parte… con scadenze bimestrali. Tutte le cambiali sono state pagate regolarmente alla scadenza con denaro datomi dal Maurizio. Fu lo stesso tecnico della “Rotaprint” a insegnarmi l’uso delle macchine.

    Il Maurizio portò nella tipografia due macchine Ab-Dik di cui una serviva per le fotocopie e l’altra per la stampa. Il Maurizio portò le due macchine con un furgone bianco da lui stesso condotto. Fu quella l’unica volta che vidi il Maurizio con una macchina. Con lo stesso furgone il Maurizio portò anche un bromografo per lo sviluppo delle matrici e un ingranditore per lo sviluppo delle fotografie»

    La spiegazione che Moretti tenterà di dare della vicenda della macchina da stampa proveniente dal Rus del Sid, e da lui personalmente portata nella tipografia brigatista di via Foà, sarà menzognera:

    «Ci imbattiamo nella maledetta macchina da stampa [Ab-Dik 360, ndr] che ci attirerà a distanza di anni le petulanti attenzioni dei dietrologi. Pare accertato che originariamente appartenesse a non so quale ufficio dei servizi segreti militari di Forte Braschi. L’avevano comprata in un magazzino dell’usato dalle parti di Porta Portese un gruppo di compagni che all’epoca lavoravano all’Eni per stampare il materiale del loro comitato, compreso un giornale. E probabile che fosse finita da quel rigattiere per una di quelle magie che permettono a un sacco di piccoli funzionari statali di farsi la barca e la villa al mare con uno stipendio ufficiale di due milioni al mese. Insomma, nell’impiantare la colonna [romana delle Br, ndr] non solo cooptiamo i compagni ma ne “ereditiamo” il materiale compresi i rottami, che non si buttano perché, si sa, tutto può servire. In realtà la stampatrice è tanto vecchia che non sarà mai adoperata. A immaginare come ne sarebbe stata strumentalizzata la presenza fra le nostre cose, avremmo fatto meglio a mangiarcela bullone per bullone».

    Anche il capo del Sismi, il generale Giuseppe Santovito, fornirà delle spiegazioni menzognere. Alla Commissione parlamentare Moro, interessata a conoscere la provenienza della stampatrice e i reali compiti del Rus (Raggruppamento unità speciali), il generale Santovito risponderà:

    «Non c’è niente di speciale. Si tratta del sostegno del personale di leva in servizio: gli autisti, i marconisti, si chiamano unità speciali. Anzi adesso non si chiamano più così, si chiamano unità di difesa… Quella macchina [da stampa] è stata messa fuori uso e venduta come rottame insieme ad altro rottame. È stato ricostruito tutto l’iter di quella macchina: chi l’ha comprata, chi l’ha rimessa in ordine, chi l’ha rivenduta. Sappiamo tutto su questa macchina».

    Ma i commissari appureranno poi, attraverso i documenti esaminati, come fosse falso che il Rus non avesse «niente di speciale», poiché era parte dei servizi segreti, e come fosse menzognero il racconto del generale Santovito in merito alla stampatrice del Rus.

    È falso che la stampatrice Ab-Dik fosse stata venduta come «rottame insieme ad altro rottame»: infatti, la macchina è stata installata nella tipografia da Moretti verso la metà di marzo 1977, mentre tale Franco Bentivoglio aveva ritirato il rottame dal Genio militare nell’ottobre 1977 (infatti fra il materiale pagato dal Bentivoglio non c’è la stampatrice, come risulta dall’elenco del materiale ritirato).

    Il colonnello del servizio segreto militare Federico Appel racconterà di aver consegnato la stampatrice a suo cognato Renato Bruni dietro versamento, senza quietanza, di 30 mila lire «agli affari burocratici del magazzino della Magliana» (in Corte di assise, Bruni correggerà la somma: non 30, bensì 60 mila lire). Ma quel tipo di macchina aveva una durata media di oltre dieci anni, ed era del tutto inverosimile che l’amministrazione militare la dichiarasse fuori uso a soli tre anni dall’acquisto, e che la rivendesse a 30 (o 60) mila lire avendola pagata 10 milioni e mezzo…

    Secondo la menzognera ricostruzione del colonnello Appel, dopo altri due passaggi la stampatrice sarebbe finita alle Br morettiane come per un caso di ordinario peculato. I passaggi che la stampatrice Ab-Dik ha compiuto prima di arrivare alle Br verranno coperti da una catena di mendaci. Compreso Stefano Noto (addetto alla manutenzione della macchina presso il Rus), il quale sosterrà di avere prima riparato e poi venduto la stampatrice a Stefano Ceriani Sebregondi (fiancheggiatore delle Br) e a Enrico Triaca per 3 milioni in contanti, e di averla consegnata nell’agosto
    1977 presso i locali della tipografia in via Fucini a Monte Sacro, dove aveva spiegato loro il funzionamento. Anche qui falsità: in agosto i locali di via Fucini non erano più a disposizione della tipografia Br (trasferitasi dalla fine di febbraio), e inoltre la stampatrice dei servizi segreti si trovava in via Foà dal marzo 1977, portatavi da Moretti, e in aprile aveva già stampato un opuscolo e altri documenti delle Br.

    La gravissima vicenda della macchina tipografica verrà elusa anche nell’ambito del IV processo Moro: la sentenza si limiterà infatti ad attribuire al colonnello Appel il semplice reato di peculato, «reato estinto per morte del reo»; alla risibile conclusione processuale seguirà una tardiva dichiarazione del generale Ambrogio Viviani (invitato ad affiliarsi alla P2 dal vicecapo della Cia a Roma Mike Sednaoui), secondo il quale «nel 1974 il colonnello Appel era caduto nell’attenzione del controspionaggio per le sue relazioni con l’ambasciata di Albania» – insomma, era un “traditore”…

    A dispetto di tutti i depistaggi tentati e attuati dal Sismi, e della passività della magistratura, rimane un fatto certo, chiaro, inoppugnabile: una stampatrice appartenente a un ufficio del controspionaggio militare (il Raggruppamento unità speciali), nel marzo 1977 viene portata da Moretti nella tipografia romana delle Br, e verrà utilizzata per stampare materiale della propaganda brigatista. Per giunta, il Rus non è un ufficio militare qualsiasi: tra le unità speciali, gestisce anche quelle dell’organizzazione paramilitare della Nato “Gladio”. Infatti il Rus è l’ufficio dove si osservano le regole della compartimentazione nel modo più rigoroso, e che provvede alle chiamate per l’addestramento dei “gladiatori”: lo rivelerà il generale Serravalle, già capo di “Gladio”, alla Commissione parlamentare stragi.

    È dunque uscita da quell’ufficio, adibito ai compiti più occulti del servizio segreto militare, la stampatrice utilizzata dalle BR morettiane prima e durante il delitto Moro.

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  • 5 Maggio 1976

    Il giudice istruttore Luciano Violante firma un mandato di arresto a carico di Edgardo Sogno e Luigi Cavallo. (altro…)

  • 18 Gennaio 1976

    Viene arrestato a Milano Renato Curcio.

    Curcio viene di nuovo arrestato, e di nuovo in circostanze dense di ambiguità e sospetti.

    Il capo-fondatore delle Br – che secondo gli inquirenti «non è più il leader della organizzazione, è oramai emarginato, forse superato politicamente» – sarebbe stato individuato fin dall’Agosto 1975 dai carabinieri, mediante il pedinamento della brigatista Nadia Mantovani, ma «il contatto» si era perso ed era «ripreso almeno mezza dozzina di volte.

    Infine, ai primi di Gennaio 1976, [viene] individuato l’appartamento che Curcio e la giovane abitano: una stanza, servizi e ampio terrazzo al quarto piano in via Maderno 5. Lo hanno affittato da Adriano Colombo, operaio dell’Alfa di Arese. Di fronte alla casa sorge la chiesa di Santa Maria di Caravaggio.

    Dal parroco, don Luigi Lattuada, i carabinieri ottengono il permesso di appostarsi sul campanile: con teleobiettivi e macchine a raggi infrarossi fotografano ripetutamente Curcio e la Mantovani.

    Da Nadia Mantovani i carabinieri sono risaliti anche a un altro gruppo: due uomini e una donna, che per i loro spostamenti usano spesso una 127 con targa uguale a quella di un mezzo pubblico. L’operazione è decisa per la terza domenica del mese. Nella rete cadono prima i tre sconosciuti che vengono arrestati mentre camminano per strada intorno alle 9:00, prima la donna poi i suoi compagni. Si dichiarano “prigionieri politici”. I loro nomi, che vengono tenuti segreti per ventiquattr’ore, non dicono troppo: Vincenzo Guagliardo, un tunisino da anni in Italia, e sua moglie Silvia Rossi Marchesa di Cavour, entrambi di ventisette anni, oltre a Dario Lo Cascio, ventotto anni, di Catania. Soltanto tre giorni dopo quest’ultimo, davanti al magistrato, dirà di chiamarsi in realtà Angelo Basone.

    Secondo la versione ufficiale, dunque, l’individuazione della base di via Maderno sarebbe stata una pura casualità. Fatto sta che nel tardo pomeriggio di domenica 18 gennaio, appena Curcio e la Mantovani rientrano nell’appartamento-base, i carabinieri procedono all’arresto dei due brigatisti, che avviene dopo una furiosa sparatoria col ferimento di un brigadiere e dello stesso Curcio.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quando tornò in carcere (eravamo alle Nuove di Torino, al VI braccio, nel 1976) Curcio disse di avere raggiunto la certezza che Moretti fosse una spia. Raccontò che Mario stava a Genova, e venerdì 16 era venuto a Milano per partecipare alla riunione del Comitato esecutivo in programma quel giorno.

    Dopo la riunione, a sera, Moretti aveva detto di essere troppo stanco per tornarsene subito a Genova, e aveva insistito per passare la notte nell’appartamento-base dove stava Curcio insieme a Nadia Mantovani (era in via Maderno 5, ma per la compartimentazione nessun altro brigatista lo sapeva).

    Così Renato l’aveva ospitato per la notte nella base e l’indomani, Sabato, Mario se n’era tornato a Genova. La domenica, la polizia aveva fatto irruzione e aveva arrestato sia Curcio sia Nadia Mantovani… Renato diceva che se i carabinieri avessero fatto l’irruzione il venerdì sera o il sabato mattina, avrebbero arrestato pure Mario, ma invece l’avevano fatta di domenica, a colpo sicuro».

    È sera quando viene tentata l’irruzione nella casa di via Maderno. Curcio e la sua compagna sono rientrati da poco, gli uomini dei nuclei speciali salgono con cautela le scale fino al quarto piano. La casa è circondata da decine di uomini, tutti armati. I carabinieri suonano il campanello. Quanto segue è incerto. Da una cronaca:

    «Curcio, siete circondati, vi dovete arrendere», gridano i carabinieri. E subito dopo un ufficiale ha aggiunto: «Nadia vieni fuori».

    Dall’interno dell’appartamento, Curcio: «So che volete ucciderci». Poi il finimondo.

    Racconta il capitano Giovanni Digati, del nucleo investigativo:

    «Sono stati venticinque minuti d’inferno, con pallottole che fischiavano da tutte le parti, noi lo costringevamo a non affacciarsi, avevamo paura delle bombe a mano. Gli uomini sparavano raffiche di mitra a intervalli regolari: lui è uno che se ne intende, ha capito che in quella situazione non avrebbe potuta cavarsela. Nello scontro Curcio è ferito alla spalla sinistra, colpito anche il brigadiere Lucio Prati, al braccio e al calcagno. Ancora pochi minuti di sparatoria, poi dall’interno della casa, Curcio grida: «Se non mi sparate esco». Gli viene data assicurazione e Curcio esce camminando all’indietro, con le mani alzate.»

    Renato Curcio viene medicato al Fatebenefratelli e trasferito alla caserma dei carabinieri in via Moscova. Parla a lungo con i carabinieri e dice: «Io non ce l’ho con voi personalmente, ma con le istituzioni, con il sistema». Qualcuno gli obietta che anche l’Arma ha fatto la Resistenza. «Non l’Arma», ribatte il brigatista, «ma solo alcuni comportamenti individuali, tutti apprezzabili». Poi contesta aspramente l’uccisione di Mara:

    Voi carabinieri avete giustiziato Mara finendola con un colpo al cuore quando era già gravemente ferita al torace, il colpo mortale fu esploso a bruciapelo. Non avete atteso che morisse magari in ospedale, l’avete finita, insomma l’avete giustiziata.

    Curcio continua a parlare, e fra le altre cose dice:

    Con il mio arresto le BR hanno perduto semplicemente un uomo, anzi alcuni uomini, ma siamo in molti, tanti, quanti nemmeno potete immaginare. Siamo cresciuti subito e continueremo a crescere, ora più rapidamente di prima. Non sappiamo con esattezza quanti siamo: i rivoluzionari riescono a contarsi soltanto a rivoluzione finita.

    Il generale Giovanni Romeo, capo dell’Ufficio D del Sid, molti anni dopo attribuirà i meriti del secondo arresto di Curcio alla «attività preparatoria» effettuata dal suo reparto, così come l’Ufficio D del servizio segreto aveva propiziato il primo arresto di Curcio e Franceschini nel settembre 1974:

    «Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto D del Sid lo aveva già fatto».

    Subito dopo la seconda e definitiva cattura di Curcio, viene diffusa la voce (ripresa da alcuni giornali) che il suo successore alla guida delle Br sarebbe Corrado Alunni.

    Per due anni, cioè fino al delitto Moro, il nome di Alunni nuovo leader delle BR viene citato al posto di quello del vero nuovo capo brigatista, Mario Moretti, favorendo di fatto la clandestinità dell’ex pupillo dei Casati Stampa.

    Nell’appartamento dove sono stati arrestati Curcio e la Mantovani le forze dell’ordine hanno trovato le matrici del ciclostile predisposte per la pubblicazione di un numero di “Lotta armata per il comunismo” (bollettino ufficiale delle Br), e nella rubrica “Diario di lotta” c’è scritto: «Pavia: viene scoperta la base di un nucleo clandestino rivoluzionario. La stampa e le autorità di polizia attribuiranno erroneamente alle Br l’appartenenza politica di quel nucleo».

    È evidente che Curcio intendeva “scaricare” Pelli, Alunni e Susanna Ronconi, terroristi della fazione militarista delle Br e in quanto tali brigatisti “dissidenti”: fra l’altro, Pelli aveva capeggiato il commando responsabile del duplice delitto nella sede missina di Padova.

  • 27 Agosto 1974

    Luciano Violante incrimina Edgardo Sogno per cospirazione politica. (altro…)

  • 23 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi, dopo la sua liberazione a Milano.
    Il generale Dalla Chiesa comincia a preparare un Nucleo Antiterrorismo dei Carabinieri.

    Invece della solita colazione, caffè e fette biscottate, a Sossi viene dato un sedativo. Poi gli bendano gli occhi con un cerotto, gli infilano grossi occhiali scuri, in capo gli calcano un berretto a visiera; gli restituiscono gli oggetti tolti al momento della cattura, tranne la “ventiquattrore” e le due agende. Prima di spingerlo sul sedile posteriore di un auto gli consegnano un foglio, il comunicato n. 8, intimandogli di farlo giungere al “Corriere della Sera” pena rappresaglie contro il p.g. Coco e il ministro Taviani. Il prigioniero viene avvisato che sarà rilasciato a Milano, ma che la cosa migliore, per lui, è tornare a Genova col primo treno. Ogni sua mossa, lo avvertono, sarà controllata.

    Testo integrale del Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi

    “Perché rilasciamo Mario Sossi

    Primo: la Corte d’Assise d’Appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria agli 8 compagni comunisti del 22 Ottobre subordinandola a garanzie sulla incolumità e la liberazione del prigioniero; queste garanzie sono state volutamente ignorate da Coco, servo fedele di Taviani e del governo. Coco vorrebbe così costringerci ad un braccio di ferro che si protragga nel tempo, in modo da poter invalidare il preciso significato politico della ordinanza della Corte d’Assise d’Appello. Non intendiamo fornire nessun pretesto a questo gioco. Liberando Sossi mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi.

    Secondo: in ogni battaglia bisogna “combattere fino in fondo.” Combattere fino in fondo in questo momento significa sviluppare al massimo le contraddizioni che in questi 35 giorni si sono manifestate all’interno e fra i vari organi dello stato, e non fornire pretesti per una loro sicura ricomposizione. Questa battaglia ci ha fatto conoscere più a fondo il nostro nemico: la sua forza tattica e la sua debolezza strategica: la sua maschera democratica e il volto sanguinario e fascista. Questa battaglia ha riconfermato che tutte le contraddizioni in questa società si risolvono solo sulla base di precisi rapporti di forza. Mai come ora dunque diventa chiaro il senso strategico della nostra scelta: la classe operaia prenderà il potere solo con la lotta armata. Riconfermiamo che punto irrinunciabile del nostro programma politico è la liberazione di tutti i compagni detenuti politici.”

    Durante il suo ritorno a casa Sossi ha un comportamento assai strano. Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell’arrivo si rivela a un compagno di viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità mentale. Più tardi dichiarerà: «Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato. Non volevo arrivare a casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri». Per non tornare a casa solo infatti, il giudice si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali più tardi dirà: «Che forse dovevo servire a parargli una pallottola l’ho pensato più tardi, e mi tremano ancora le gambe». In una conferenza stampa, alla domanda: «Lei ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?», così risponde: «Delle BR no». «E allora di chi?» «È una cosa vaga, non posso dire di chi… Forse voi lo capite». Riferisce inoltre «Panorama» che Sossi

    rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano quattro guardie di finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono perché è controllato. Si sposta su un’alfetta blu della Finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo.

    Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui tenuto, fornirà dei testimoni solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire. Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR:

    Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho chiesto di farlo. Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito cioè maltrattamenti o torture… Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano, se non cordiali, almeno civili.

    Pone anche l’accento sul carattere pedagogico della sua detenzione: per dura che sia stata la drammatica esperienza, è pur sempre un’esperienza, aggiungendo che in una cosa erano assolutamente d’accordo lui e le BR: «Che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevano già. Io l’ho capito in quei trentacinque giorni».

    Sossi arriva in incognito alla stazione di Genova, telefona a un amico, e si fa portare a casa, da dove chiama il collega pretore Gianfranco Amendola. Poi si consegna alla Guardia di finanza, di cui si fida. «Per amore di verità debbo dire che durante la detenzione mi è stato usato un trattamento umano», dichiara. «Non sono mai stato costretto con la violenza a dire alle BR cose importanti, cioè non ho subito maltrattamenti né torture». E dei brigatisti dice: «Li rispetto come nemici di una certa lealtà. Sono però fuori dalla realtà, sono a sinistra di qualunque sinistra. Sostanzialmente sono anticomuniste, nel senso che sono contro il Partito comunista».

    Il procuratore generale Coco afferma che «l’ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità del lo scambio: Sossi è libero fisicamente ma non spiritualmente… Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la liberazione». Sossi gli replica: «Il dottor Coco è più stanco di me, è anziano, per lui è stato un brutto periodo». Secondo il “Corriere della Sera”, «questi dubbi sull’equilibrio psico-fisico di Sossi sono soltanto l’inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente, e invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia». Il settimanale “L’Espresso” commenta: «L’ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la più scaltra del loro lungo duello con lo Stato italiano… Se lo avessero ucciso, si sarebbero isolati totalmente… Essi volevano porre l’opinione pubblica di fronte a una nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato? Ci sono riusciti».

    Prima di liberarlo Alberto Franceschini gli dice:

    “Vai Mario, metti giudizio”.

    In effetti, l’operazione Girasole è un clamoroso successo per le BR. Nella città più operaia e antifascista d’Italia, i brigatisti hanno sequestrato, senza spargimento di sangue, un giudice-simbolo della destra reazionaria come Mario Sossi, e minacciando di ucciderlo hanno chiesto e ottenuto dalla magistratura una sentenza di scarcerazione per 8 “detenuti politici”.

    Durante il lungo sequestro (protrattosi per più di un mese senza che le forze dell’ordine siano riuscite a interromperlo), l’ostaggio ha rivelato torbidi retroscena dei vari apparati dello Stato, e i brigatisti li hanno puntualmente divulgati. Infine, mantenendo gli impegni assunti (disattesi invece dallo Stato), hanno liberato il prigioniero incolume, e il ritorno di Sossi sta provocando altre imbarazzanti situazioni.

    Ciò spiega il favore di cui cominciano a godere le BR presso consistenti settori della sinistra operaia, studentesca e intellettuale. Un risultato sociopolitico che sarebbe stato ben diverso se il magistrato prigioniero fosse stato assassinato come pretendeva Mario Moretti.

    Benché sia stato chiaro nella dinamica dei fatti, limpido nella gestione e conseguente nella conclusione, il sequestro Sossi successivamente farà emergere zone d’ombra e gravi ambiguità. Emergerà per esempio che il capo del Sid generale Vito Miceli, in pieno sequestro, ha organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori illustrando un piano per intervenire, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove Sossi era tenuto prigioniero.

    Secondo la testimonianza di un ufficiale del servizio segreto militare presente a quella riunione, il generale Miceli avrebbe voluto «attivare il Sid non per contrastare l’azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento».

    Il generale Miceli voleva attivare il Sid perché il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo così concepito: rapire e uccidere l’avvocato Giovambattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante dell’estrema sinistra, già implicato nell’inchiesta sui Gap di Feltrinelli); poi, il luogo dove Sossi era detenuto – «“scoperto” da qualcuno che già lo conosceva», cioè la polizia – sarebbe stato «accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna».

    Il piano non era stato attuato per le forti perplessità di alcuni degli ufficiali del servizio segreto militare presenti alla riunione. Ma testimonia di come settori di apparati dello Stato fossero impegnati a alimentare il terrorismo e a “pilotarlo”, anziché combatterlo, così da accrescere l’allarme sociale e i conseguenti riflessi politici; per questo
    erano più opportune BR “sanguinarie”, e non solo “dimostrative” e propagandistiche.

    Nel 1981 il brigatista pentito Alfredo Bonavita, impegnato a raccontare ai magistrati la dinamica del sequestro Sossi, elencherà i nomi dei 18 brigatisti che avevano attivamente partecipato all’operazione, ma avrà cura di non citare “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra.

    Invece di fare il nome di Marra (che insieme a lui aveva materialmente afferrato Sossi al momento del rapimento), Bonavita tirerà in ballo Mario Moretti (che al sequestro non ha affatto partecipato).

    Un espediente per tenere nascosta l’identità dell’informatore, che infatti resterà “coperto” per molti anni.

    Lo stesso giorno in cui le Br rilasciano Sossi, il 23 maggio 1974, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa incomincia a preparare un Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri.

    Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello Stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di Conso e dell’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; quest’ultimo dichiara che, mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole finisce col perdere ogni credibilità. Lo Stato non deve attaccarsi a cavilli e usare il potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha in precedenza garantito la libertà, concludendo con una domanda allarmante: chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?

    Con queste ultime lacerazioni all’interno dello Stato e dell’establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare l’effetto della loro azione: giornali, periodici, radio e televisioni fanno a gara a commentare l’onestà delle BR e la disonestà dello Stato. La stella a cinque punte brilla più che mai.

  • 5 Maggio 1974

    Le Brigate Rosse diffondono un comunicato in cui chiedono il rilascio dei detenuti della 22 Ottobre per liberare Mario Sossi.

    Al comunicato brigatista contenente «l’infame ricatto» (come lo definisce la stampa) risponde il ministro dell’Interno Taviani con una dichiarazione lapidaria: «Non si tratta con i criminali».

    La classe politica è unanime nel respingere il ricatto brigatista. Il quotidiano “La Stampa” commenta: «È la prima volta che in Italia un gruppo di terroristi sfida lo Stato… Il ricatto è di una crudeltà sconfinata», e cedere significherebbe scardinare «i princìpi su cui si fonda lo Stato».

    L’UMI (la corrente di destra della magistratura alla quale aderisce Sossi, e il cui presidente è Carlo Reviglio della Veneria) si schiera con la linea della fermezza: no a qualunque cedimento al ricatto brigatista. Il procuratore generale Coco dichiara: «La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto, e il cedimento incoraggerebbe altre imprese criminali».

    Testo integrale del Comunicato n°4 sul Sequestro Sossi

    “Gli interrogatori del prigioniero Mario Sossi sono terminati. Abbiamo sentito la sua versione dei fatti, la sua autodifesa, la sua autocritica. Ora è il momento delle decisioni.

    In breve, tre sono i punti fondamentali:

    1. egli ha ammesso che il processo al gruppo 22 Ottobre è stato il frutto, velenoso, di una serie di macchinazioni controrivoluzionarie tendenti a liquidare sul nascere la lotta armata del nostro paese. Queste macchinazioni sono state progettate e messe in atto dalla polizia (Catalano – Nicoliello), dal nucleo investigativo dei carabinieri (Pensa), dai responsabili del SID (Dallaglio, Saracino) e coperte da una parte della magistratura (Coco-Castellano).
    2. Egli ha convenuto di essere ricorso ad un metodo vigliacco per incastrare senza prove molti compagni del 22 Ottobre. La costruzione del suo castello di accuse, infatti, poggiava non su prove ma su voci raccolte da piccoli artigiani della provocazione (Mezzani, La Valle, Astara, Vandelli, Rinaldi) e su deboli di carattere cinicamente ricattati (Sanguineti).
    3. Dopo aver ricostruito macchinazioni, modi di agire, tecniche e scopi della infiltrazione e riconosciuto le sue specifiche responsabilità nel processo di regime contro il 22 Ottobre, Mario Sossi ha puntato il dito contro chi, protetto dalla grande ombra del potere, lo ha pilotato in questa miserabile avventura: Francesco Coco, procuratore generale della repubblica.

    La borghesia, dopo aver lanciato un’offensiva repressiva senza precedenti e senza risultati contro la nostra organizzazione e contro il popolo, è costretta oggi ad ammettere di aver perso la partita tanto sul terreno politico che su quello militare. Il ricorso alle taglie è un anacronismo quasi ridicolo che denuncia la totale sconfitta degli uomini più abili di cui dispongono le forze di polizia. E sinceramente ci risulta difficile capire come qualcuno possa ragionevolmente credere di potersi godere, dopo un’eventuale delazione, quegli sporchi denari.

    Mario Sossi è un prigioniero politico. Come tale è stato trattato senza violenze né sadismi. Sono stati rispettati i principi della convenzione di Ginevra, come egli ha chiesto. Gli interrogatori sono stati da lui liberamente accettati e per questo sono stati effettuati.

    Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare, rispetto alla sinistra rivoluzionaria egli si è macchiato di gravi crimini, peraltro ammessi, per scontare i quali non basterebbero 4 ergastoli e qualche centinaio di anni di galera, tanti quanti lui ne ha chiesti per i compagni comunisti del 22 Ottobre.

    Tuttavia a chi ha potere e tiene per la sua libertà lasciamo una via di uscita: lo scambio di prigionieri politici. Contro Mario Sossi vogliamo libertà per: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De Scisciolo. Nulla deve essere nascosto al popolo. Dunque non ci saranno trattative segrete.

    Ecco le modalità dello scambio. Gli 8 compagni dovranno essere liberati insieme in uno dei seguenti paesi: Cuba, Corea del Nord, Algeria. Essi dovranno essere accompagnati da persone di loro fiducia. Mario Rossi dovrà confermare la avvenuta liberazione. Entro le 24 ore successive alla conferma dell’avvenuta liberazione degli 8 compagni – 24 ore che dovranno essere di tregua generale e reale – avverrà la liberazione anche di Mario Sossi. Questa è la nostra parola.

    Garantiamo la incolumità del prigioniero solo fino alla risposta. In una guerra bisogna saper perdere qualche battaglia. E voi, questa battaglia l’avete persa. Accettare questo dato di fatto può evitare ciò che nessuno vuole ma che nessuno può escludere.”

    Il comunicato viene sequestrato al “Corriere Mercantile” da Catalano, che lo trattiene per un giorno prima di mostrarlo a Grisolia e alla stampa.

    La famiglia Sossi, vista la mancata risposta dello Stato al ricatto, comincia ad avere paura.

    Grazia Sossi invia telegrammi al papa Paolo VI e al presidente Leone, col quale tenta invano più volte di mettersi in contatto.

    Al capo dello stato e presidente del consiglio superiore della magistratura On. Giovanni Leone. Invoco urgente et immediato intervento vostra massima autorità a favore di mio marito in gravissimo pericolo soltanto per avere compiuto scrupolosamente proprio dovere di magistrato della Repubblica stop Mie figlie supplicano et confidano vostra sensibilità uomo padre e magistrato affinché loro papà possa tornare a casa Grazia Sossi.

    Imploro alto intervento Santità vostra per vita mio marito stop Confido vostra illuminata parola possa salvare un innocente stop In preghiera assieme at mie bambine attendiamo con fede.

    Nel frattempo la polizia segue la “pista del mare”. A Genova la polizia trova una grotta con un letto all’interno, e circolano voci di alcuni uomini che se ne allontanano in barca.

    Qualche giornale coglie l’occasione per collegare le Brigate Rosse al mondo del contrabbando, con la malavita internazionale pronta a finanziarle.

    L’indagine del sequestro di Sossi viene trasferita a Torino al dottor Silvestro, che già si era occupato del sequestro Amerio.

    Lotta Continua ne dà un ritratto inquietante per quanto è ridicolo: viene definita persona esemplare un uomo che ha militato in organizzazioni fasciste, era entrato in magistratura negli anni Trenta restando fedelissimo del regime.

    La questura mette una taglia di venti milioni sui rapitori.

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  • 30 Aprile 1974

    Arriva il secondo messaggio di Sossi alla moglie:

    “Cara Grazia, cari tutti curatevi state bene sto bene. Grazia prosegui la tua lotta affinché ognuno assuma le sue responsabilità. Non sono soltanto io responsabile dei miei errori. Ogni indagine e ricerca è dannosa. Aspettate. Baci – Mario. [Il sottolineato è nell’originale di Sossi, n.d.a.]”

    Pare evidente la volontà di Sossi di coinvolgere nell’opinione pubblica le responsabilità di Francesco Coco, procuratore della Giustizia della Repubblica di Genova.

    La moglie di Sossi, infatti, aveva più volte ribadito che le inchieste venivano affidate a Sossi dall’alto.

    Grazia Sossi in un’intervista ribadisce:

    “Mio marito è un semplice sostituto. Propone dei provvedimenti che altri hanno il potere di decidere”

    La situazione si fa tesa al Palazzo di Giustizia di Genova. Ne è la prova lo scatto di nervi con il quale il PG della Repubblica Francesco Coco respinge malamente i giornalisti in attesa di notizie sulle indagini. Intervistato sulle inquietanti sottolineature del messaggio Sossi, Grisolia, successore di Coco, risponde polemicamente: «Non mi fate parlare. Io sono l’ultimo arrivato. Sono problemi che riguardano la vecchia gestione».

    Sullo sfondo della vicenda aleggia l’ombra del servizio segreto militare: il capo dell’Ufficio politico della Questura genovese Umberto Catalano conferma di essere in costante contatto con il Sid, mentre il procuratore capo Grisolìa dichiara che «se il Sid volesse intervenire dovrebbe chiederci l’autorizzazione» – l’enigmatica dichiarazione dell’alto magistrato troverà una spiegazione solo molti anni dopo, quando emergerà che al vertice del Sid c’era chi progettava un sanguinoso blitz nella prigione brigatista.

    Il secondo messaggio di Sossi provoca il blocco delle informazioni. Lo decide il questore Sciaraffa che annulla la quotidiana conferenza stampa. Televisione e radio, fino a ora prodighi di particolari, diventano stringatissimi. Secondo Lotta Continua l’ordine del silenzio è stato impartito da Taviani in persona. Un ordine che però dimostrerà solo l’impotenza delle autorità che avevano promosso tale iniziativa: tutti i quotidiani continueranno a parlare di Sossi in prima pagina, e con gran rilievo, dando modo al magistrato genovese di guadagnarsi addirittura la prima posizione nella speciale classifica VIP PARADE – Termometro della popolarità, curata da «Panorama» e compilata sulla base delle citazioni nei principali quotidiani italiani. Mario Sossi si assesta per oltre un mese nella prima posizione, battendo addirittura il record (con 1250 citazioni nella stessa settimana) ritenuto invalicabile, stabilito da Solgenitsin. Dopo circa un mese raccoglierà 2137 citazioni, grazie alle quali surclasserà Eddy Merckx (giunto una volta tanto secondo con 509 citazioni). Terzo: Kissinger (505). Quarto: Coco (486).

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  • 26 Aprile 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°3 in cui si afferma che Mario Sossi sta parlando con le BR, fornendo particolari sull’inchiesta della 22 Ottobre.

    Inoltre secondo il comunicato il «prigioniero politico del proletariato» sta rivelando i retroscena del sequestro Gadolla (e il ruolo avuto nella vicenda giudiziaria dal procuratore generale Francesco Coco), e sta raccontando i rapporti che ha intrattenuto con «due alti ufficiali del Sid a Genova».

    Comunicato n°3 sul sequestro di Mario Sossi

    “Nel corso degli interrogatori sono stati finora approfonditi con il prigioniero Sossi tre punti:

    1. la complicità e gli accordi tra la polizia (Catalano e Nicoliello) e la famiglia Gadolla;
    2. le complicità e gli accordi tra una parte della magistratura (Francesco Coco con il suo fedele servo Paolo Francesco Castellano), la polizia e la famiglia Gadolla;
    3. i rapporti che sono intercorsi tra Sossi e due alti ufficiali del SID di Genova.

    Gli interrogatori continuano.

    Chi ha confuso il messaggio di Mario Sossi, da lui spontaneamente scritto, con la posizione della nostra organizzazione, ha dimostrato scarsa capacità di comprendere il nodo centrale del problema politico: la questione dei prigionieri politici.

    Sossi è prigioniero politico del proletariato. Come tale è assolutamente ingiustificato qualunque ottimismo su una sua gratuita liberazione. Molti sono ormai i compagni che in questi ultimi anni, rompendo con la paralizzante strategia pacifista del revisionismo, hanno ripreso le armi per combattere l’ordine e le leggi della borghesia. Combattere per il comunismo. Alcuni di essi sono caduti o sono attualmente rinchiusi nelle galere pubbliche e disumane dello stato. Sono stati fatti passare come criminali. Esemplare, a questo proposito, è il processo di regime contro i compagni comunisti del gruppo 22 Ottobre.
    Tutti questi compagni sono prigionieri politici. Punto irrinunciabile del programma politico delle BR è la liberazione di tutti i compagni prigionieri politici.

    La tecnica della propaganda è applicata con rigore dalle Brigate Rosse, che diffondono la notizia nel momento in cui l’attesa è più esasperata.

    Il comunicato viene deposto nella cassetta delle lettere di un palazzo in Via Armeria. Ma stavolta, avvertiti da un inquilino, sono gli inquirenti a ritirare il ciclostilato. Per più di ventiquatt’ore l’arrivo del messaggio è mantenuto segreto. Il contenuto è la conferma di tutti i timori espressi da polizia, magistratura ma, soprattutto, potere politico.

    La magistratura decide che le ricerche, cioè le “indagini attive”, riprenderanno dopo 48 ore.

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  • 19 Aprile 1974

    Le Brigate Rosse diffondono il Comunicato n°1 sul sequestro Sossi.

    Alle 7:35 di mattina l’ANSA registra una telefonata anonima:

    Qui parlano le Brigate Rosse. Se vi interessano informazioni sull’arresto del sostituto procuratore Mario Sossi, andate alla cabina telefonica di Corso Marconi, di fronte all’imbocco di Via Casarolis.

    Lo storpiamento del nome della via (Casarolis anziché Casaregis), l’inflessione della voce, l’azione stessa del rapimento condotta da gente a volto scoperto, secondo gli inquirenti sono tutti indizi di conferma che il commando proviene da un’altra città.

    Avvolto nella pagina 23 de “La Stampa” prima edizione di Giovedì 18, fra i due elenchi del telefono, c’è il comunicato. È scritto a macchina, forse un’Olivetti; ad esso è allegato un opuscolo di nove pagine dal titolo “Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato”.

    Il comunicato ha l’obiettivo di spiegare le ragioni politiche e di tracciare un profilo del sequestrato.

    L’eco del sequestro Sossi sui media e presso la pubblica opinione è enorme. Il ministro dell’Interno Taviani (genovese di origini e di collegio elettorale) manda nel capoluogo ligure il capo della Polizia Efisio Zanda Loy e l’ispettore generale della Criminalpol Vincenzo Li Donni; a Genova vengono fatti affluire migliaia di poliziotti e carabinieri (fra i 4 e i 6 mila uomini) per le ricerche.

    Voci insistenti, che si rincorrono al Palazzo di giustizia e negli ambienti della Questura, parlano di timori che Sossi possa fare ai brigatisti gravi rivelazioni compromettenti.

    Sequestro Sossi: Comunicato 1

    “Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha arrestato e rinchiuso in un carcere del popolo il famigerato Mario Sossi, sostituto procuratore della repubblica.

    Mario Sossi era la pedina fondamentale dello scacchiere della controrivoluzione, un persecutore fanatico della classe operaia, del movimento degli studenti, dei commercianti, delle organizzazioni della sinistra in generale e della sinistra rivoluzionaria in particolare.

    Mario Sossi verrà processato da un tribunale rivoluzionario. Sin da giovane, Sossi si è messo “a disposizione” dei fascisti presentandosi per ben due volte nella lista del FUAN.

    Divenuto magistrato, si schiera immediatamente con la corrente di estrema destra della magistratura.

    Dicembre 1969: bombe di piazza Fontana. All’interno di un piano di rottura istituzionale ordito dall’imperialismo, l’anticomunista Sossi fa la sua parte e ordina una serie di perquisizioni negli ambienti della sinistra genovese. Applicando le norme fasciste del codice Rocco, fa arrestare l’intero comitato direttivo del PCd’I (m-1), una ventina di compagni, sotto l’accusa di “cospirazione contro lo stato.” Non sazio, fa sequestrare nelle case dei compagni libri di Marx, Lenin, Stalin, Mao e persino dischi di musica popolare.

    Febbraio 1970: si scatena la polemica sul diritto di sciopero dei dipendenti dei pubblici servizi. La destra vuole che tale diritto venga negato. Sossi non perde tempo e denuncia l’intera commissione interna degli ospedali psichiatrici di Quarto e Cogoleto per “abbandono collettivo del posto di lavoro.”
    Sono i mesi seguenti all’autunno caldo. L’attacco al diritto di sciopero è ciò che chiede a gran voce la borghesia impaurita. E Sossi, da servo ossequioso, esegue! Sarebbe troppo lungo fare il conto delle istruttorie contro operai, sindacalisti e avanguardie politiche.

    Ottobre 1970: il movimento di lotta degli studenti non si arresta. Attaccare gli studenti è la parola d’ordine della reazione. Sossi fa arrestare con l’imputazione di rapina tre studenti, rei di aver fatto consumare il pasto gratis ai loro compagni nella mensa della Casa dello studente.

    Novembre 1971: è la volta dei giornalai. Ne fa arrestare 9 e li fa processare per direttissima con l’accusa di “avere esposto pubblicazioni oscene.” Il nostro moralizzatore al processo dichiara: “Non abbiamo paura della folla e dei sindacati. I movimenti di piazza non ci spaventano.”

    Agosto 1972: il 6 agosto i giornali fanno filtrare la notizia dell’imminente concessione della libertà provvisoria per il comandante partigiano Giovambattista Lazagna, provocatoriamente incarcerato in seguito al caso Feltrinelli. Sossi è in ferie, ma viene immediatamente richiamato in sede da “qualcuno” del SID che, in base all’infame “memoriale” del provocatore Pisetta, lo invita ad emettere un nuovo mandato di cattura.

    Novembre 1972-marzo 1973: processo di primo grado contro il gruppo rivoluzionario 22 Ottobre. Di questo processo, sui retroscena, sugli intrighi politici, sulle varie complicità, daremo la nostra versione alla fine dell’interrogatorio. Per ora, ci basta sottolineare che Sossi, in armonia con tutte le forze della controrivoluzione, mette immediatamente a fuoco la questione centrale che deve essere oggetto del processo: non si tratta di crimini determinati, ma di giudicare e condannare il “crimine” per eccellenza: quello di essersi rivoltati con le armi in pugno all’ordine e alle leggi della borghesia. Siamo al processo di regime!

    Marzo 1974: i compagni del processo di appello del gruppo rivoluzionario 22 Ottobre gridano: “Sossi fascista sei il primo della lista.”
    Lui li denuncia tutti. Ma non serve a nulla: tutti i muri di Genova sono pieni di scritte rosse che ripetono lo stesso concetto. E la sinistra rivoluzionaria, oggi, ha detto basta!

    Compagni, la contraddizione fondamentale è oggi quella che oppone la classe operaia e il movimento rivoluzionario al fascio delle forze oscure della controrivoluzione. Queste forze tramano per realizzare, dopo la prova del referendum, una rottura istituzionale e cioè una “riforma costituzionale” di stampo neogollista. E il neogollismo è un progetto armato contro le lotte operaie. Nessun compromesso è possibile con i carnefici della libertà.
    E chi cerca e propone il compromesso non può parlare a nome di tutto il movimento operaio.

    Compagni, entriamo in una fase nuova della guerra di classe, fase in cui il compito principale delle forze rivoluzionarie è quello di rompere l’accerchiamento delle lotte operaie estendendo la resistenza e l’iniziativa armata ai centri vitali dello stato.

    La classe operaia conquisterà il potere solo con la lotta armata!
    Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato!
    Trasformare la crisi di regime in lotta armata per il comunismo!
    Organizzare il potere proletario!

    Aprile 1974

    Avvertiamo poliziotti, carabinieri e sbirri vari che il loro comportamento può aggravare la posizione del prigioniero.

    Una fitta pioggia di telefonate incontrollabili si rovescia sui centralini dei giornali e delle agenzie di stampa. Fra le voci anonime, una avverte l’ANSA:

    Il boia è stato giustiziato. Lo troverete a Pegli.

    Alle 18:28 a Roma, alla redazione della stessa agenzia era stato comunicato che per la liberazione del prigioniero era stata chiesta la scarcerazione dell’ergastolano Sante Notarnicola, che aveva fatto parte della banda Cavallero.

    Gli inquirenti si trovano in grosse difficoltà. Nella conferenza stampa in questura, il capo della polizia Zanda Loy esordisce:

    Non posso dire molto sulle Brigate Rosse: ho lasciato gli appunti a casa

    Poi aggiunge:

    Abbiamo esaminato la situazione col procuratore capo, dottor Grisolia. La polizia è a completa disposizione della magistratura. Agiremo in tutti i sensi per venire a capo di questa situazione. Il reato di sequestro di persona è, a mio giudizio, il più grave che si possa immaginare.

    La controversia infuria e non si placherà che molte settimane dopo la conclusione del caso. Perquisizioni a tappeto, fermo di polizia giudiziaria, spesso appaiono come atti provocatori, soprattutto agli occhi dei gruppi dell’extra-sinistra.

    Da Roma, un comunicato di Lotta Continua afferma che il sequestro

    È stato usato dalle autorità giudiziarie per ordinare una provocatoria quanto arbitraria serie di perquisizioni: queste sono state ordinate infatti sulla base dell’art. 224 del codice di procedura penale che prevede perquisizioni «nella flagranza del reato o nel caso di evasione» facendo esplicito riferimento, nel mandato, al rapimento del dott. Sossi. Ora è chiaro che nel caso dei compagni le cui case sono state perquisite, nessuno è evaso, né tantomeno ci troviamo in flagranza di un qualsivoglia reato.

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    19 Aprile 1974

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  • 29 Settembre 1972

    Marco Pisetta scrive il memoriale sulle Brigate Rosse.

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