Tag: Mario Sossi

Sossi nasce il 6 Febbraio 1932, a Imperia. Si trasferisce a Genova dove si laurea nel 1955 con una tesi sul diritto tributario e diritto amministrativo e processuale: I poteri della polizia tributaria, relatore professor Antonio Uckmar. Compie il servizio militare negli alpini e, dopo il congedo, si iscrive all’Associazione nazionale delle penne nere. Vince il concorso in magistratura, diventa pretore a Venasca, in provincia di Cuneo, poi sostituito procuratore a Genova, dall’inizio degli anni sessanta. È rigido, inflessibile, a breve i suoi atteggiamenti intransigenti gli guadagnano sgradita ma sicura popolarità. Negli ambiti dell’ultrasinistra viene indicato come il «dottor manette», e quando in un libro verrà ricordato con quel nomignolo, sentendosi diffamato, ne chiederà il sequestro. Nel 1969, a Roma, si presenta al concorso per la libera docenza in diritto penale. Come lavori presenta le proprie requisitorie e quando la commissione gli fa presente che non costituiscono titoli, obietta che, come magistrato, egli scrive soltanto affermazioni che si pongono al di sopra di posizioni di parte e, quindi, hanno dignità di scienza. Rifiuta l’invito a ritirarsi: sosterrà la discussione. Non è libero docente.

Viene indicato come «l’uomo del potere», pronto ad eseguire gli ordine e a esaudire i desideri dei superiori non soltanto quelli diretti; diventa il bersaglio principale delle sinistre, grandi scritte in rosso con il suo nome campeggiano sui muri della città: sono frasi insultanti, spesso minacciose. Sotto le finestre del suo ufficio, a Palazzo Ducale, sovente si riuniscono gruppi di contestatori: le accuse si moltiplicano. Chiede l’intervento della forza pubblica per disperdere i gruppi, pretende l’identificazione dei responsabili, domanda provvedimenti severi. Intanto prosegue nel suo lavoro, che è sempre pesante: dopo i processi politici ha iniziato due indagini che promettono di rivelarsi esplosive. Sono inchieste sullo zucchero e l’olio, si parla di aggiotaggio e falso. Ma viene rapito dalle bierre, rimane prigioniero per 35 giorni. È il «detenuto» più importante d’Italia. Quando torna, le grandi inchieste sono già passate in altre mani.

Prosegue la carriera in magistratura e diventa Avvocato generale presso la procura generale di Genova.

  • 24 Aprile 1978

    Viene trovato verso mezzogiorno il Comunicato n°8 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro.
    Vengono emessi i mandati di cattura dalla Procura di Roma per la strage di Via Fani. Manca il nome di Mario Moretti.

    Testo completo del Comunicato n°8 delle BR del Sequestro Moro

    La risposta della Democrazia Cristiana

    Alle nostre richieste del comunicato n. 7 la DC ha risposto con un comunicato di due frasi. Di questo comunicato si può dire tutto tranne che è “chiaro” e “definitivo”. Nella prima frase la DC afferma la sua “indefettibile fedeltà allo Stato, alle sue istituzioni, alle sue leggi”. Che di questo Stato della borghesia imperialista la DC è il pilastro fondamentale non è una novità; le leggi dello Stato imperialista la DC non solo le rispetta ma, scegliendosi di volta in volta i complici, le leggi le fa, le impone, e le applica sulla pelle del proletariato. Basta ricordare l’ultimo pacchetto di leggi speciali varate con un decreto del governo Andreotti con cui si sancisce il diritto delle varie polizie del regime di perquisire, arrestare, torturare, chiunque e dovunque, senza alcun limite alla propria ferocia. Per fare queste leggi la DC e il suo Governo hanno impiegato poco più di un quarto d’ora e i loro complici le hanno felicemente approvate. Quindi, la prima frase del comunicato della DC non dice con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta dello scambio di prigionieri politici. Da parte nostra riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: diano la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” dei campi di concentramento.
    Nessun equivoco è più possibile, ed ogni tentativo della DC e del suo Governo di eludere il problema con ambigui comunicati e sporche e dilatorie manovre, sarà interpretato come il segno della loro viltà e della loro scelta (questa volta chiara e definitiva) di non voler dare alla questione dei prigionieri politici l’unica soluzione possibile.
    Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà.

    Innanzi tutto nelle carceri, nei lager di regime sono rinchiusi a centinaia dei proletari comunisti l’avanguardia del movimento proletario che lotta e combatte per una società comunista. Tra questi ci sono dei condannati alla “morte lenta”: sono quei compagni che nel seno della lotta proletaria hanno imbracciato il fucile, hanno scelto di porsi alla testa del movimento rivoluzionario e di costruire l’organizzazione strategica per la vittoria della rivoluzione comunista e l’instaurazione del potere proletario.
    Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di TUTTI i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: SANTE NOTARNICOLA, MARIO ROSSI, GIUSEPPE BATTAGLIA, AUGUSTO VIEL, DOMENICO DELLI VENERI, PASQUALE ABATANGELO, GIORGIO PANIZZARI, MAURIZIO FERRARI, ALBERTO FRANCESCHINI, RENATO CURCIO, ROBERTO OGNIBENE, PAOLA BESUSCHIO e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportate in battaglia, CRISTOFORO PIANCONE.

    Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Mario Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti.
    A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite e solo una risposta immediata e positiva della DC e del suo Governo data senza equivoci, e concretamente attuata potrà consentire ii rilascio di Aldo Moro.
    SE COSI NON SARÀ, TRARREMMO IMMEDIATAMENTE LE DEBITE CONSEGUENZE ED ESEGUIREMO LA SENTENZA A CUI ALDO MORO È STATO CONDANNATO.

    La DC e il suo Governo nel tentativo di scaricare le proprie responsabilità incaricano (ma anche in questo caso non vogliono essere chiari) la Caritas Internationalis a prendere “contatti”.
    Noi allo stato attuale delle cose non abbiamo bisogno di alcun “mediatore”, di nessun intermediario. Se la DC e il suo governo designano la Caritas Internationalis come loro rappresentante e la autorizzano a trattare la questione dei prigionieri politici, lo facciano esplicitamente e pubblicamente.
    Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”.

    Gli appelli umanitari

    Alcune personalità del mondo borghese e alcune autorità religiose, ci hanno inviato con molto clamore appelli cosiddetti umanitari per il rilascio di Aldo Moro. Ne prendiamo atto ma non possiamo fare a meno di nutrire qualche sospetto; che cioè dietro il presunto spirito umanitario ci sia invece un concreto sostegno politico e propagandistico alla Democrazia Cristiana, e sia in realtà un “far quadrato” intorno alla cosca democristiana come sta avvenendo per tutte le componenti Nazionali ed Internazionali della borghesia imperialista e delle sue organizzazioni, da quelle americane e quelle europee.
    Ora queste insigni personalità hanno tredici nomi di altrettanti uomini condannati a morte, e per la liberazione dei quali hanno la possibilità di appellarsi alla DC e al suo governo in nome della stessa “umanità”, “dignità cristiana” o altri “supremi ideali” ai quali dicono di riferirsi, dimostrando così la loro proclamata imparzialità ed estraneità ad ogni calcolo politico.
    Sta ad essi ora dimostrare che il loro appello si pone veramente al di sopra delle parti e non è invece una turpe e subdola mistificazione, e che i nostri sospetti nei loro confronti sono soltanto dei pregiudizi.

    LIBERTA PER TUTTI I COMUNISTI IMPRIGIONATI!
    CREARE, ORGANIZZARE OVUNQUE IL POTERE PROLETARIO ARMATO!
    RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!

    Per il comunismo
    Brigate rosse

    I contenuti sono di nuovo contraddittori e stupefacenti. Infatti le BR ignorano il loro stesso ultimatum, rilevano che la DC non ha detto «con chiarezza assolutamente nulla rispetto alla nostra richiesta del lo scambio di prigionieri politici», e scrivono:

    «Riaffermiamo che Aldo Moro è un prigioniero politico, e che il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime. La DC e il suo Governo hanno la possibilità di ottenere la sospensione della sentenza del Tribunale del Popolo, e di ottenere il rilascio di Aldo Moro: dia la libertà ai comunisti che la barbarie dello Stato imperialista ha condannato a morte, la “morte lenta” nei campi di concentramento [le carceri speciali, ndr]… Da più parti ci viene chiesto di precisare in concreto quali sono i prigionieri comunisti a cui la DC e il suo Governo devono dare la libertà… Mentre ribadiamo che sapremo lottare per la liberazione di tutti i comunisti imprigionati, dovendo, realisticamente, fare delle scelte prioritarie è di una parte di questi ultimi che chiediamo la libertà. Chiediamo quindi che vengano liberati: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e, oltre che per la sua militanza di combattente comunista, in considerazione del suo stato fisico dopo le ferite riportare in battaglia, Cristoforo Piancone. Chi cerca di vedere per il prigioniero Aldo Moro una soluzione analoga a quella a suo tempo adottata dalla nostra Organizzazione a conclusione del processo a Sossi, ha sbagliato radicalmente i suoi conti. A questo punto le nostre posizioni sono completamente definite, e solo una risposta immediata e positiva della De e del suo Governo, data senza equivoci, e concretamente attuata, potrà consentire il rilascio di Aldo Moro. E se così non sarà, trarremo immediatamente le debite conseguenze e eseguiremo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».

    Al comunicato n. 8 (nel quale è inclusa l’enigmatica frase: «Noi non abbiamo niente da nascondere, né problemi politici da discutere in segreto o “privatamente”»), i brigatisti allegano una ultimativa lettera di Moro indirizzata al segretario democristiano Zaccagnini («Per una evidente incompatibilità», scrive il prigioniero, «chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito»), La richiesta di scarcerazione dei 13 detenuti “comunisti” (molti dei quali condannati con sentenza definitiva per gravi reati di sangue) è chiaramente pretestuosa e improponibile: l’accettazione, totale o parziale, costituirebbe un vero e proprio suicidio dello Stato di diritto. Infatti lo stesso Psi, motore politico della linea contraria alla fermezza, è costretto a definire la richiesta dei terroristi «inaccettabile».

    Lettera di Aldo Moro a Benigno Zaccagnini del 24 Aprile 1978

    «Caro Zaccagnini,

    ancora una volta, come qualche giorno fa, m’indirizzo a te con animo profondamente commosso per la crescente drammaticità della situazione. Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio. Naturalmente mi rivolgo a te, ma intendo parlare individualmente a tutti i componenti della Direzione (più o meno allargata) cui spettano costituzionalmente le decisioni, e che decisioni!, del partito. Intendo rivolgermi ancora alla immensa folla dei militanti che per anni ed anni mi hanno ascoltato, mi hanno capito, mi hanno considerato l’accorto divinatore dell funzione avvenire della Democrazia Cristiana. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con la folla dei militanti. Quanti dialoghi, in anni ed anni, con gli amici della Direzione del Partito o dei Gruppi parlamentari. Anche negli ultimi difficili mesi quante volte abbiamo parlato pacatamente tra noi, tra tutti noi, chiamandoci per nome, tutti investiti di una stessa indeclinabile responsabilità. Ora di questa vicenda, la più grande e più gravida di conseguenze che abbia investito da anni la Dc, non sappiamo nulla o quasi. Non conosciamo la posizione del Segretario né del Presidente del Consiglio; vaghe indiscrezioni dell’On. Bodrato con accenti di generico carattere umanitario. Nessuna notizia sul contenuto; sulle intelligenti sottigliezze di Granelli, sulle robuste argomentazioni di Misasi (quanto contavo su di esse), sulla precisa sintesi politica dei Presidenti dei Gruppi e specie dell’On. Piccoli. Mi sono detto: la situazione non è matura e ci converrà aspettare. È prudenza tradizionale della Dc. Ed ho atteso fiducioso come sempre, immaginando quello che Gui, Misasi, Granelli, Gava, Gonella (l’umanista dell’Osservatore) ed altri avrebbero detto nella vera riunione, dopo questa prima interlocutoria. Vorrei rilevare incidentalmente che la competenza è certo del Governo, ma che esso ha il suo fondamento insostituibile nella Dc che dà e ritira la fiducia, come in circostanze così drammatiche sarebbe giustificato. È dunque alla Dc che bisogna guardare. Ed invece, dicevo, niente. Sedute notturne, angosce, insofferenze, richiami alle ragioni del Partito e dello Stato. Viene una proposta unitaria nobilissima, ma che elude purtroppo il problema politico reale.

    Invece dev’essere chiaro che politicamente il tema non è quello della pietà umana, pur così suggestiva, ma dello scambio di alcuni prigionieri di guerra (guerra o guerriglia come si vuole), come si pratica là dove si fa la guerra, come si pratica in paesi altamente civili (quasi la universalità), dove si scambia non solo per obiettive ragioni umanitarie, ma per la salvezza della vita umana innocente. Perché in Italia un altro codice? Per la forza comunista entrata in campo e che dovrà fare i conti con tutti questi problemi anche in confronto della più umana posizione socialista?

    Vorrei ora fermarmi un momento sulla comparazione dei beni di cui si tratta: uno recuperabile, sia pure a caro prezzo, la libertà; l’altro, in nessun modo recuperabile, la vita. Con quale senso di giustizia, con quale pauroso arretramento sulla stessa legge del taglione, lo Stato con la sua inerzia, con il suo cinismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libertà che s’intenda negare si accetti e si dia come scontata la più grave ed irreparabile pena di morte? Questo è un punto essenziale che avevo immaginato Misasi sviluppasse con la sua intelligenza ed eloquenza. In questo modo si reintroduce la pena di morte che un Paese civile come il nostro ha escluso sin dal Beccaria ed espunto nel dopoguerra dal codice come primo segno di autentica democratizzazione. Con la sua inerzia, con il suo tener dietro, in nome della ragion di Stato, l’organizzazione statale condanna a morte e senza troppo pensarci su; perché c’è uno stato di detenzione preminente da difendere. È una cosa enorme. Ci vuole un atto di coraggio senza condizionamenti di alcuno. Zaccagnini, sei eletto dal Congresso. Nessuno ti può sindacare. La tua parola è decisiva. Non essere incerto, pencolante, acquiescente. Sii coraggioso e puro come nella tua giovinezza.

    E poi, detto questo, io ripeto che non accetto l’iniqua ed ingrata sentenza della Dc. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo. Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola. Non creda la Dc di avere chiuso con il suo problema, liquidando Moro.

    Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi.

    Per questa ragione, per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore.

    Cordiali Saluti
    Aldo Moro

    P.S. Diffido a non prendere decisioni fuori degli organi competenti di partito.»

    Il capo delle BR, intanto, continua a essere un terrorista straordinariamente fortunato. Se ne ha una riprova alla fine di Aprile, quando la Procura della Repubblica di Roma spicca mandato di cattura a carico di 9 brigatisti: due, Corrado Alunni e Prospero Gallinari, accusati della strage di via Fani e del sequestro Moro; gli altri sette – Adriana Faranda, Patrizio Peci, Enrico Bianco, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, Valerio Morucci – di costituzione di banda armata; manca solo il nome del capo delle BR, del regista della strage di via Fani, del domìnus del sequestro Moro.

    «Il nome di Mario Moretti non c’era, il nome del capo brigatista non compariva tra i catturandi per l’eccidio di via Fani, e neppure per la costituzione della banda armata “Brigate rosse”. Dopo essere sfuggito all’arresto per ben tre volte, Moretti risultava assurdamente escluso dai mandati di cattura emessi dall’autorità giudiziaria romana il 24 aprile 1978 – era l’ennesima, incredibile “coincidenza”».

    Dunque, benché a carico di Moretti già ci siano ben tre mandati di cattura emessi dalla Procura di Milano, benché sia notoriamente latitante dal 1972, benché la sua foto sia stata inclusa tra quelle diffuse dal Viminale il 16 marzo, benché sia ben noto al Sismi e all’Ucigos come «elemento pericolosissimo, uno dei maggiori esponenti della organizzazione terroristica», nei mandati di cattura emessi dalla Procura romana a fine aprile – cioè in pieno sequestro Moro – il nome di Moretti non c’è.

    Una omissione così assurda da legittimare qualunque tipo di sospetto.

    Biglietto a Eleonora Moro

    «Carissima Noretta,

    come ultimo tentativo fai una protesta e una preghiera con tutto il fiato che hai in gola, senza sentire i consigli di prudenza di chicchessia e dello stesso Guerzoni.

    Ti abbraccio forte forte

    Aldo

    Lettera di Aldo Moro alla famiglia (recapitata tra il 24 e il 25 Aprile)

    «A tutti i miei carissimi ed a Noretta, amata sposa e madre. Mi piacerebbe avere un cenno, anche minimo di risposta, per tranquillizzarmi sulla salute di tutti.

    Aldo»

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  • 18 Aprile 1978

    Viene scoperto il covo di Via Gradoli a Roma.
    Viene ritrovato il Comunicato n°7 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. Solo successivamente sarà dichiarato falso.

    A far scoprire il covo di Via Gradoli è una copiosa perdita di acqua; l’inquilina del piano sotto all’interno 11, l’appartamento in cui abitavano Barbara Balzerani e Mario Moretti, chiama i vigili del fuoco, che sfondano la porta e trovano del tutto casualmente il covo brigatista. Barbara Balzerani lo scopre dal telegiornale mentre è con Adriana Faranda nell’Ufficio, in Via Chiabrera.

    Mario Moretti e Barbara Balzerani erano usciti insieme dall’appartamento-covo di via Gradoli 96 alle ore 7.30. L’inquilina che abita l’appartamento sottostante, Nunzia Damiano, viene svegliata da frettolosi passi nell’appartamento soprastante, e poco dopo, verso le ore 8.15, vede che sul soffitto si sta allargando una macchia di infiltrazione d’acqua. Allertato l’amministratore dello stabile, Domenico Catracchia, questi fa accorrere l’idraulico Jean Tschofen, il quale chiama i pompieri.

    La perdita d’acqua è provocata dalla doccia a telefono lasciata aperta e appoggiata con un manico di scopa alla parete piastrellata della vasca da bagno.

    All’interno dell’appartamento c’erano armi (un mitra, un fucile e un paio di bombe a mano), l’intero archivio del “Fronte Logistico” e gli oggetti personali. Forse di nessuna importanza, ma le lenti a contatto ritrovate nell’appartamento porteranno all’identificazione di Barbara Balzerani, nome di battaglia “Sara”

    «Siamo entrati nell’appartamento n° 11», testimonierà il maresciallo dei pompieri Giuseppe Leonardi, «per mezzo di una scala a ganci applicata alla ringhiera del balcone sottostante, cioè il n° 7. Abbiamo trovato il rubinetto della doccia aperto a getto forte. Esso era appoggiato a una scopa che si trovava all’interno della vasca. Il getto dell’acqua era diretto verso la parete sulla vasca. La scopa si trovava nella posizione in cui è rappresentata nella fotografia [orizzontale sui bordi della vasca, ndr]. Il getto d’acqua era diretto verso le mattonelle sul bordo della vasca da bagno, mattonelle che si trovano in corrispondenza del cordone della doccia… In quel punto, tra le mattonelle e il bordo della vasca, si notava una piccola fessura, nella quale con ogni probabilità l’acqua penetrava».

    Ma nell’appartamento i vigili del fuoco non possono non vedere che c’è sparpagliato dappertutto materiale delle BR.

    Dal brogliaccio della Sala operativa della Questura del 18 aprile 1978 (firmato dal commissario di Ps Antonio Esposito, affiliato alla P2) risulta che i vigili del fuoco chiedono l’intervento della polizia in via Gradoli 96 alle ore 10.08. Sul posto viene inviata la volante 5, poi le volanti Beta 3 e 4; vengono allertati l’Ufficio di gabinetto del questore, la Digos, la Squadra mobile, la Criminalpol, il commissariato Flaminio nuovo, la polizia scientifica, un artificiere dell’esercito, i carabinieri, e infine il magistrato Luciano Infelisi. Le volanti accorrono in via Gradoli 96 a sirene spiegate, e quando il funzionario della Digos arriva sul posto, davanti alla palazzina c’è già raccolta una piccola folla di curiosi nonché diversi giornalisti (subito informati, non si sa da chi, della “scoperta” del covo). In pratica, tutto avviene con modalità esattamente contrarie a quelle – ovvie – impiegate dai carabinieri del disciolto Nucleo speciale del generale Dalla Chiesa, per esempio quando avevano scoperto la base Br di Robbiano di Mediglia: con la massima discrezione, avevano atteso l’arrivo dei brigatisti, e li avevano arrestati uno dopo l’altro. In questo caso, invece, la notizia è stata diffusa in tempo reale, e gli stessi inquilini del covo di via Gradoli – cioè i brigatisti Moretti e Balzerani – possono seguire lo svolgersi dei fatti attraverso la Rai-Tv. L’infiltrazione d’acqua è una deliberata manovra finalizzata alla “scoperta” della base Br, preservando però la libertà del capo brigatista che la abita insieme alla partner. Infatti, appena entrati nell’appartamento-covo i vigili del fuoco si sono trovati davanti uno scenario inequivocabile: bombe a mano sparse sul pavimento «tra i piedi del letto e la porta del bagno» con il rischio di inciamparvi; un cassetto, platealmente abbandonato sul letto, contenente «una pistola mitragliatrice, un fucile da caccia e relative munizioni»; abiti tolti dall’armadio e sparpagliati sul pavimento, comprese alcune «divise della Ps e dell’Alitalia» (cioè le divise utilizzate dai terroristi-killer nell’agguato di via Fani); una radio ricetrasmittente in bella evidenza; e sparsi un po’ dappertutto volantini ciclostilati con i comunicati e l’emblema delle Br, e molti documenti falsi (passaporti, carte d’identità, patenti, libretti di circolazione, assicurazioni per le auto, tessere ferroviarie).

    La polizia, chiamata dai vigili del fuoco, entra nell’appartamento-covo alle 10.30. Gli artificieri neutralizzano il materiale esplosivo; la polizia scientifica effettua i rilievi tecnici; le armi e le munizioni vengono portate nei laboratori della polizia scientifica. Tutto il restante materiale presente nel covo viene sequestrato, chiuso in alcuni contenitori e trasportato in Questura per essere inventariato e esaminato. Alle ore 17 le operazioni si concludono, e l’appartamento-covo viene sigillato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria. Nel verbale del materiale trovato nel covo – compilato in Questura fra il 19 e il 28 aprile – vengono elencati ben 1.115 reperti, comprese le
    targhe delle auto utilizzate dal commando terrorista in via Fani.

    Il comunicato viene annunciato tramite una telefonata al giornale “Il Messaggero” intorno alle 9:30 della mattina del 18 Aprile. Nella telefonata si parla di due messaggi, ma la busta arancione trovata in Piazza Belli a Roma ne contiene uno solo.

    Piazza Belli, tra l’altro, è il luogo dove quasi un anno prima moriva Giorgiana Masi.

    Il messaggio annuncia l’avvenuta esecuzione di Moro e il luogo dove trovare il corpo: il Lago della Duchessa, a 1800 metri d’altitudine in località Cartore (provincia di Rieti).

    La relazione degli esperti garantisce l’autenticità del comunicato, nonostante vi siano numerose differenze:

    • È molto breve;
    • È scritto con uno stile satirico;
    • Contiene diversi errori di ortografia;
    • Non ci sono gli slogan conclusivi;
    • Il foglio è più corto rispetto agli altri
    • Invece del numero “1” viene usata la lettera “l” minuscola;
    • L’intestazione “Brigate Rosse” è scritta a mano
    Comunicato n°7 (falso) delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro

    Il processo ad Aldo Moro

    “Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo “dittatoriale” della DC che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante “suicidio”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio.
    È soltanto l’inizio di una lunga serie di “suicidi”: il “suicidio” non deve essere soltanto una “prerogativa” del gruppo Baader Meinhof.
    Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime.
    P.S. – Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà “vigilata”.

    18/4/1978

    Per il Comunismo
    Brigate Rosse

    Tra i brigatisti questo falso comunicato fa pensare ad un’azione dei servizi segreti: un’azione che servirebbe a capire la reazione dell’opinione pubblica ad una eventuale morte di Aldo Moro. I brigatisti capiscono che almeno una parte del governo della DC aveva già mollato Moro.

    Nel 1984 si scoprirà che il falso autore del comunicato era stato Alberto Chichiarelli, un falsario di quadri ucciso il 28 Settembre di quell’anno (1984).

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  • 10 Aprile 1978

    Viene trovato il Comunicato n°5 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. (altro…)

  • 9 Giugno 1976

    Prospero Gallinari legge in aula il comunicato sull’omicidio di Francesco Coco.
    Viene fatto pervenire ai giornali un altro Comunicato.

    Durante la settima udienza, alle 16:10 Prospero Gallinari si alza e, come ha annunciato pochi minuti prima, comincia a leggere una dichiarazione da un foglio dattiloscritto.

    Il presidente della corte Guido Barbaro cerca di interromperlo grazie all’aiuto dei carabinieri, ma Gallinari prosegue la lettura grazie all’intervento di altri compagni.

    I brigatisti vengono tutti ammanettati, e il foglio del comunicato tolto dalle mani di Gallinari. La parte non letta verrà trovata addosso agli 11 brigatisti dopo essere stati denudati e perquisiti.

    Il pubblico dell’aula viene caricato dalla polizia.

    Il proclama collega l’attentato terroristico al sequestro Sossi (solo per sancire una qualche continuità fra le “vecchie” e le “nuove” BR), ma annuncia che con il delitto Coco «si apre una nuova fase della lotta di classe che punta a disarticolare l’apparato dello Stato colpendo gli uomini che ne impersonificano e dirigono la sua iniziativa controrivoluzionaria»; né mancano precisi riferimenti alle imminenti elezioni: «Le elezioni del 20 giugno dovrann stabilire il quadro politico [e] si potrà solo scegliere chi realizzerà lo Stato delle multinazionali, chi darà l’ordine di sparare ai proletari. Chi ritiene oggi che per via elettorale si potranno determinare equilibri favorevoli al proletariato o addirittura creare una alternativa di potere… indica una linea avventuristica e suicida. L’unica alternativa di potere è: la lotta armata per il comunismo».

    Non c’è più traccia del “pericolo neogollista” denunciato dalle prime BR, e il riferimento allo “Stato delle multinazionali” è un generico richiamo all’ultima risoluzione della Direzione strategica BR dell’aprile 1975, là dove Curcio aveva sì scritto, per la prima volta, di “Stato imperialista delle multinazionali”, ma aveva poi argomentato: «Il passaggio a una fase più avanzata di disarticolazione militare dell0o Stato e del regime è prematuro e dunque sbagliato per due ordini di motivi:

    1. la crisi politica del regime è molto avanzata, ma ancora non siamo vicini al “punto di tracollo”;
    2. l’accumulazione di forze rivoluzionarie sul terreno della lotta armata, che sempre ha visto negli ultimi due anni una grande accelerazione, ancora non è tale per espansione sul territorio e per maturità politica e militare da consentire il passaggio a una nuova fase della guerra»

    Per cui l’eccidio di Genova è in aperto contrasto con la risoluzione di Curcio.

    Testo integrale del Comunicato n°6 sull’Omicidio di Francesco Coco

    “Ieri 8 Giugno 1976 nuclei armati delle Brigate Rosse hanno giustiziato il boia di Stato Francesco Coco e i due mercenari che dovevano proteggerlo. Questa azione realizza i seguenti obiettivi:

    1. dà corpo alla linea strategica dell’attacco al cuore dello stato evidenziando al movimento rivoluzionario che la contraddizione principale di questa fase e quella che oppone il proletariato allo stato in tutte le sue articolazioni coercitive e le sue appendici politiche apparentemente in conflitto dai fascisti assassini di Saccucci ai riformisti e revisionisti. Non ci stupisce affatto perciò che peri compagni comunisti assassinati dalle bande fasciste di Milano e di Sezze e per le decine di operai assassinati sul lavoro in questi giorni non sia stato proclamato dal PCI e dal sindacato neppure un minuto di sciopero mentre per una famigerata canaglia antiproletaria quale è sempre stato Coco sia stato proclamato uno sciopero nazionale. Ciò conferma ancora una volta da che parte stanno i revisionisti e il ruolo consapevole apertamente controrivoluzionario che essi svolgono in difesa dello stato imperialista delle multinazionali.
    2. Sviluppa certamente non conclude l’operazione Sossi il cui scopo era evidenziare dietro la maschera democratica il contenuto ferocemente controrivoluzionario dello stato imperialista. A Coco in tutta la vicenda era stato assegnato, ed egli coscientemente se lo era assunto, il compito di impersonificare fino a diventarne il simbolo questo contenuto. Ma giustiziare Coco non è stata una rappresaglia “esemplare” . Con questa azione si apre una nuova fase della guerra di classe che punta a disarticolare l’apparato dello stato colpendo gli uomini che ne impersonificano e dirigono la sua iniziativa controrivoluzionaria.
      All’interno quindi di questo programma giustiziare i due mercenari guardia del corpo è stato assolutamente giusto: essi non erano due figli del popolo ma sgherri al servizio della controrivoluzione . Gli altri mercenari che non vogliono seguire la loro sorte non hanno che da cambiare mestiere.
    3. Dimostra quanto avevamo affermato nel comunicato numero uno letto in questa aula. Il processo alla rivoluzione proletaria è impossibile. Certamente esso passa anche dai nostri tribunali, ma non in veste di imputata. Oggi insieme a Coco anche voi “egregie eccellenze” siete stati giudicati. Dobbiamo precisare infine che la posizione assunta dagli avvocati di regime è di fatto la motivazione con cui loro escono da questo processo. Ne prendiamo atto e li esortiamo perciò ad andarsene. A questo punto la contraddizione ha come poli noi e voi, signori della corte. Le forze comuniste armate sapranno trarne le debite conseguenze!

    Onore alla compagna Mara Cagol!
    Onore alla compagna Anna M. Mantini!
    Onore alla compagna Ulrike Meinhof!
    Onore a tutti i compagni caduti combattendo per il comunismo!
    Portare l’attacco al cuore dello stato!

    Ventitré ore dopo la furibonda sparatoria di Salita Santa Brigida una voce di uomo chiama la redazione del “Corriere Mercantile”:

    “In Via Cantore, al numero 30 troverete un volantino delle Brigate Rosse. Cercate nella cassetta intestata a Villa.”

    Il messaggio è in una busta commerciale arancione, in cinque copie, battuto a macchina a “spazio uno” e ciclostilato sulle due facciate.

    Testo integrale del Comunicato n°6 sull’Omicidio di Francesco Coco

    Martedì 8 Giugno un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato il procuratore generale della Repubblica di Genova Francesco Coco. La scorta armata che lo proteggeva è stata annientata. Vale la pena ricordare alcune tappe che hanno costellato la lunga carriera di questo feroce nemico del proletariato e della sua avanguardia armata.

    Settembre 1970. In Via Digione crollano gli edifici di un intero quartiere che i pescecani dell’edilizia avevano costruito con i consueti criteri criminali. Risultato 18 proletari massacrati. Per Coco “il fatto non costituisce reato”.

    Ottobre 1971. Nel carcere di Marassi vengono denunciati una serie di pestaggi, nei confronti di molti detenuti, che persino la stampa borghese definirà «di stampo nazista». Coco archivia il tutto sostenendo che il pestaggio senza alcun motivo dei detenuti costituisce «legittima difesa preventiva».

    Novembre 1972. Tramite il suo fedele scudiero Mario Sossi, costituirà quello che lo collocherà all’avanguardia dell’attacco controrivoluzionario sferrato dalla borghesia contro le avanguardie comuniste: il processo al gruppo rivoluzionario «22 Ottobre». L’obiettivo era quello di distruggere sul nascere ogni tentativo di sviluppare la lotta armata per il comunismo. A distanza di quattro anni possiamo constatare che questo obiettivo è chiaramente fallito, ma a suo tempo Coco non lasciò nulla di intentato e si adoperò con la consueta ferocia. Raggruppò attorno a sé l’intera equipe politica della questura di Genova manovrandola come un vero e proprio corpo speciale che con una serie incredibile di provocazioni «costruì» fatti e prove che utilizzati dal tribunale speciale assicurerà il risultato finale: quattro ergastoli e alcuni secoli di galera per tutti i compagni. L’uso in chiave militare di tutti gli organi dello Stato, che è oggi la linea scelta dalla borghesia per affrontare la sua crisi, trovò così in Coco un miserabile precursore.

    Maggio 1974. Le BR catturano e processano il manutengolo di Stato Mario Sossi. Lo Stato deve fornire una nuova prova di forza. Se ne incarica il generale Dalla Chiesa effettuando un massacro di detenuti e ostaggi al carcere di Alessandria. Coco un anno dopo cancellerà l’episodio archiviando tutto. Concluso il processo a Sossi le BR riescono ad imporre lo scambio con i detenuti  compagni della «22 Ottobre». Rispettando la parola data le BR liberano Sossi, ma Coco, dando prova di infinita viltà, nega la libertà ai compagni. A questo punto il tribunale del popolo decide di porre fine al suo bieco operato e lo condanna a morte. Ora questa sentenza è stata eseguita, e gli aguzzini del popolo possono stare sicuri che se il proletariato ha una pazienza infinita, ha anche una memoria prodigiosa e che alla fine niente resterà impunito.

    Compagni, nel tentativo di arginare la sua crisi la borghesia ha scelto la linea della crescente militarizzazione dello Stato. Incapace di controllare il movimento proletario e la sua avanguardia comunista con strumenti esclusivamente politici ha accelerato l’uso delle strutture dello Stato in chiave militare. Da tempo è così iniziato un rapido rafforzamento di tutto l’apparato coercitivo, con la creazione dei corpi speciali dei CC e della PS, che, coperti dalla famigerata legge Reale, scorrazzano come bande di assassini. Senza alcun clamore né atto formale la magistratura in blocco si è mobilitata istituendo veri e propri tribunali speciali che negli ultimi tempi hanno distribuito senza parsimonia secoli di galera alle avanguardie proletarie. Il tentativo di distruggere la resistenza proletaria viene completato dagli aguzzini che nelle carceri nulla tralasciano per arrivare alla distruzione fisica dei proletari detenuti. Magistratura, polizia e carabinieri, carceri, costituiscono ormai un blocco unico, sono le articolazioni cardine di uno stesso fronte militare che lo stato delle multinazionali schiera contro il proletario. Questo è il progetto della borghesia che, caduta ogni possibilità di uscire dalla crisi in maniera indolore, vuole imporre il suo ordine nell’unica maniera che gli è possibile: con le armi, le rifondazioni dello Stato delle multinazionali dovrà venire su queste direttrici, dovrà essere imposta con la distruzione di ogni movimento proletario autonomo.

    In questa situazione, cadono le elezioni del 20 giugno, che dovranno stabilire il quadro politico, le alleanze politiche, che si faranno gestori della realizzazione di questo progetto. Il 20 Giugno si potrà solo scegliere chi realizzerà lo stato delle multinazionali, chi darà l’ordine di sparare ai proletari. Chi ritiene oggi che per via elettorale si potranno determinare equilibri favorevoli al proletariato o addirittura creare un’alternativa di potere, non solo opera una meschina mistificazione, ma indica una linea avventuristica e suicida. L’unica alternativa di potere è: la lotta armata per il comunismo. Occorre acuire la crisi di regime puntando l’attacco al cuore dello stato. Occorre rafforzare il potere proletario armato costruendo il partito combattente.

    In merito al processo di Torino, ripetiamo che tutti i militanti detenuti della nostra organizzazione sono prigionieri politici. Ad essi va riservato il trattamento dei prigionieri di guerra stabilito dalla Convenzione di Ginevra. Il non rispetto di queste norme, sia per quanto riguarda la detenzione, sia per quanto riguarda l’andamento processuale, verrà giudicato per quello che è: crimini di guerra. Ad essi risponderemo con la giustizia proletaria e la rappresaglia.

    Ricordiamo, ad un anno dalla sua uccisione la compagna Mara, caduta in combattimento nella battaglia di Arzello. Il suo sacrificio non è stato vano. Altri hanno raccolto il suo esempio di militanza comunista e lo porteranno avanti fino alla vittoria.

    Genova, 8 giugno 1976.
    Brigate rosse.

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  • 3 Maggio 1975

    Arialdo Lintrami e Tonino Paroli vengono arrestati a Torino.

    Il 2 Maggio i carabinieri continuano a controllare gli acquirenti-ombra di case, box e rustici e trovano un appartamento di due stanze e servizi al quarto piano di Via Pianezza 90, nel quartiere popolare di Madonna di Campagna. Il proprietario è indicato come Romano Chiesi, ma il nome all’anagrafe non risulta.

    Il 3 Maggio un cospicuo gruppo di agenti guidati dal dott. Criscuolo si avvicina allo stabile. Due agenti salgono le scale, si presentano alla porta di Romano Chiesi e bussano. Di fronte al battente ci sono il maresciallo Rosario Berardi e il brigadiere Fernando D’Aiuto. «Chi è?» domanda dall’interno una voce assonnata. «Dobbiamo controllare i contatori della luce». L’altro borbotta qualcosa, poi apre. La canna di una pistola all’altezza del viso è la prima cosa che intravede nell’incerta luce. Anche il suo compagno, che sta arrivando nell’ingresso, è colto di sorpresa. Inevitabile la resa. «Ci consideriamo prigionieri di guerra», dichiarano. E aggiungono: «Siamo delle Brigate Rosse». I soldati catturati sono Arialdo Lintrami, 28 anni, di Milano, studente, sposato con due figli; Tonino Paroli, 31 anni, meccanico, originario di Cascina nell’Emilia, abitante a Reggio. Personaggi nuovi o quasi, dicono gli inquirenti. Il nome di Lintrami appare nella requisitoria di Viola sulle attività delle Brigate Rosse nell’«elenco delle persone perquisite e non imputate»; su Paroli i sospetti della polizia risalivano ad alcuni mesi prima.

    Nell’appartamento arredato con tre brande, un tavolo di formica marrone e uno scaffale di faesite, vengono ritrovati libri sulla guerriglia in Cile, su Mussolini, su Hegel; cinque pistole calibro 22 e 7,65; un mitra MAS, anno di fabbricazione 1938; tramila colpi di vario calibro; uno schedario con 5 mila nomi; nell’elenco dirigenti di PS, il capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, magistrati, industriali; volantini con la stella asimmetrica; numerose copie di un documento ad uso interno sulle norme di sicurezza, ciclostilati sulle imprese delle bierre soprattutto a Torino; foto inedite di Amerio nei giorni della prigionia e di Bruno Labate; appunti sul sequestro Sossi; una radio ricevente sintonizzata sulla lunghezza d’onda dell’ufficio politico della questura; un registratore; un milione e mezzo in contanti; due macchine per scrivere. Sotto casa è parcheggiata una 126 con targa falsa.

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  • 18 Febbraio 1975

    Renato Curcio viene fatto evadere dal carcere di Casale Monferrato.

    Nel pomeriggio un commando di cinque brigatisti, armati di mitra e guidati da Mara Cagol, fa irruzione e libera Curcio con estrema facilità, senza dover sparare una sola pallottola. Alla preparazione del piano ha partecipato il brigatista-informatore “Rocco” (Francesco Marra), e del commando che libera Curcio fa parte anche Moretti.

    La giornata nel carcere di Casale scorre tranquilla fino a pochi minuti dopo le 16, quando due auto, una Fiat 124 gialla e una 128 blu, arrivano nei pressi del carcere. Scendono un uomo e una donna dai capelli biondi che suona al portone del penitenziario. Una guardia apre lo spioncino, la ragazza sorride.
    «Devo consegnare un pacco a un detenuto» dice.
    È giorno di visite e tutto sembra normale, la guardia richiude lo spioncino e apre il portone, ma non fa in tempo ad allungare le mani per prendere il pacco che la canna di un mitra gli si pianta contro il petto:
    «Non ti muovere o sparo».
    Alle spalle della ragazza spuntano alcune persone vestite con le tute blu da operai, che si precipitano all’interno del carcere e tagliano i fili del telefono. Sempre sotto la minaccia del mitra, la donna costringe l’agente che le aveva aperto a chiamare il maresciallo che comanda le guardie. Il maresciallo sopraggiunge dall’interno del carcere, mentre al piano superiore Curcio vede arrivare di corsa un detenuto che lancia l’allarme:
    «Giù nella rotonda ci sono degli uomini armati».
    La sua cella è ancora aperta perché la conta non è terminata, e il capo brigatista capisce che l’ora tanto attesa è arrivata. Davanti alle guardie impietrite e impreparate comincia a correre lungo il corridoio e giù per le scale, finché si trova davanti a un cancello chiuso.

    Attraverso le sbarre vede sua moglie Mara camuffata con una parrucca bionda e i compagni travestiti da operai. Uno si avvicina e gli passa una pistola. Mara, col mitra spianato, ordina a una delle guardie di aprire il cancello, l’uomo ci mette un po’ a individuare la chiave giusta e quando la trova fa fatica a infilarla nella toppa. Alla fine ci riesce, le sbarre si aprono e Curcio si precipita fuori.

    Prima di andarsene i brigatisti chiudono il maresciallo e le altre guardie nell’ufficio matricola. Un detenuto comune che stava pulendo il corridoio chiede di poter uscire anche lui, ma gli uomini del commando gli intimano di non muoversi. Il pacco portato da Mara rimane sul pavimento della rotonda. Più tardi arriveranno gli artificieri nel timore che contenga una bomba, ma quando l’apriranno scopriranno che ci sono solo cartacce.

    Sul piazzale del carcere Curcio trova tre macchine e altri compagni ad attenderlo. Sale a bordo della prima, che parte a razzo seguita dalle altre due. Il capo delle Brigate rosse, prigioniero da cinque mesi, è stato liberato con un’azione durata meno di cinque minuti che non ha richiesto un solo sparo.

    Tonino Loris Paroli, nome di battaglia “Pippo” è a bordo di una delle auto usate nella fuga, poi abbandonate. Quando vede il suo amico Renato al cambio macchina organizzato al di là del passaggio a livello, tensione e paura finalmente si sciolgono. Ma non c’è nemmeno il tempo per un abbraccio, bisogna correre per allontanarsi il più possibile.

    Giungono alla cascina Spiotta che ormai si sta facendo buio. A Curcio vengono tinti i capelli, poi il viaggio ricomincia alla volta della Liguria, fino a una casa sul mare ad Alassio, dove Renato si ricongiunge a Mara. «Allora, finalmente, potei dare libero sfogo alla mia gioia, e anche alla commozione», racconterà.

    Al di là dell’aspetto romantico di una moglie che guida l’assalto a un carcere per liberare il marito, l’evasione di Curcio è un successo delle Br che riempie di entusiasmo e soddisfazione anche un militante posato e razionale come Pippo, che festeggia a modo suo: in silenzio, riflettendo su un’azione andata a buon fine e su come si può continuare la lotta armata contro lo Stato borghese, anche dopo il «tradimento» di Frate Mitra, la scoperta di alcune «basi» e gli arresti di diversi compagni, proseguiti fino alla vigilia della liberazione di Renato.

    Articolo da ‘La Stampa’ del 19 Febbraio 1975

    Il capo presunto delle «Brigate rosse», Renato Curcio, è fuggito questo pomeriggio dal carcere di Casale Monferrato dove era detenuto da circa tre mesi. Un «nucleo armato delle Brigate rosse» ha dato l’assalto al vecchio stabile di via Leardi, angolo viale Piave: lo componevano tre uomini e una donna, forse la moglie di Curcio, Margherita Cagol. Mitra spianato, i brigatisti sono penetrati nell’interno, il «capo» era in un corridoio, come in attesa. «Renato, vieni qua», ha detto la giovane; «Eccomi», ha risposto Curcio. Poi se ne sono andati. L’azione è stata rapida, efficace, studiata in ogni dettaglio. Per oltre due anni Renato Curcio era stato l’inafferrabile guerrigliero braccato in tutta Italia. Protagonista, secondo gli inquirenti, delle azioni più clamorose dell’organizzazione clandestina. Sulle sue spalle erano via via caduti ordini e mandati di cattura per rapine in provincia di Reggio Emilia, poi per i sequestri Amerio e Sossi. Le lontane origini politiche di Curcio sono «nere», ma da anni in lui si era registrato un cambiamento radicale che, secondo i brigatisti, è schietto. Curcio aveva scelto la clandestinità dopo il fastoso matrimonio in una abbazia in provincia di Trento, ultima concessione all’«educazione borghese». Durante la lunga detenzione di Mario Sossi, i carabinieri raccolsero la sfida alle istituzioni lanciata dalle «Brigate rosse»: «Colpire il cuore dello Stato». Attorno ai brigatisti cominciò ad essere tessuta una fitta tela di ragno, per la prima volta un «agente provocatore», fra’ Silvano Girotto, ex guerrigliero in America Latina, si inserì nel gruppo. Ebbe tre contatti con Curcio che definì il «grassottello» e al termine dell’ultimo incontro, la mattina di domenica 8 settembre, nella tela del ragno finirono il capo presunto delle «Brigate» con il suo compagno e braccio destro, Alberto Franceschini. Le «Br» reagirono all’arresto con uno stizzoso comunicato nel quale denunciavano l’azione di Silvano Girotto: «I compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del Sid», dissero nel loro volantino. Per Franceschini venne scelto il carcere di Cuneo, dal quale sembra abbia tentato di fuggire circa due mesi orsono. Curcio finì a Novara, dove fu sottoposto ai primi interrogatori dal giudice istruttore Giancarlo Caselli che conduce l’inchiesta sulle imprese dei brigatisti, dal sequestro Labate in poi. «Non rispondo alle vostre domande; non riconosco la vostra autorità. Mi considero un prigioniero politico », ha ribattuto Curcio alle domande del magistrato. Poi il trasferimento al carcere di via Leardi, a Casale, sembra per ragioni di sicurezza. L’«Antiterrorismo», sembra, ha avvertito, giorni orsono, la magistratura di un piano in atto per far fuggire dal carcere Curcio e Paolo Maurizio Ferrari, detenuto a Genova. La magistratura aveva ordinato per Curcio sorveglianza a vista. La piccola prigione, comunque, sembrava offrire maggiori garanzie di sicurezza che non il moderno carcere di Novara: non ci sono mai molti detenuti, non è considerato difficile tenerli d’occhio anche se si tratta di un «carcere aperto», cioè i reclusi hanno la possibilità di muoversi all’interno in assoluta libertà. Oggi nello stabilimento c’erano 45 detenuti e prestavano servizio 17 delle 19 guardie di custodia. Ore 16,13: due auto, una «124» giallina e un’altra blu, forse una «128» o una vettura straniera, si fermano nei pressi del carcere. Scendono una donna sui trent’anni, carina, bionda, volto affilato, statura media, e un uomo, volto anonimo, baffi folti. La giovane suona. La feritoia viene aperta e al piantone, Pompeo Carelli, mostra un fagotto. È giorno di visita, tutto sembra normale. «Devo consegnare questo pacco ad un detenuto. Mi apra». Sorride, è tranquilla. La guardia chiude lo spioncino, apre il portone. Però nel momento in cui la feritoia viene sbarrata, la donna estrae da sotto il cappotto un mitra dal calcio mozzo. La guardia si trova la canna dell’arma puntata allo stomaco: «Stai buono o sei un uomo morto». Nello stesso istante alle sue spalle arrivano tre uomini. Due indossano tute blu e portano una scala «all’italiana» di alluminio. Montano i due elementi della scala, poi li appoggiano al muro di cinta, all’interno a sinistra del portone; salgono, e ad un’altezza di circa tre metri tranciano i fili del telefono. Intanto la giovane e il compagno costringono l’agente a chiamare il maresciallo Barbato, che si trova oltre il secondo cancello, proprio nel cuore del carcere. Si muovono nervosamente, ma appaiono decisi, attenti. Al sottufficiale intimano di aprire e per persuaderlo battono la canna del mitra contro la schiena dell’ostaggio. Aperta la strada, si trovano direttamente nel corridoio lungo il quale si affacciano alcune celle del pianterreno. «Non muovetevi o facciamo una strage», minacciano facendo mettere faccia al muro il piantone, il maresciallo, gli appuntati Baricelli e Rossi. «Dov’è Renato?» grida la donna. Le risponde Curcio, tranquillo. Un ultimo dialogo: «Sei il dottore?» chiedono i brigatisti rivolti al maresciallo. «No, sono il comandante». «Bene, state buoni e non muovetevi». Se ne vanno, il pacco rimane nel carcere, si attende l’artificiere per aprirlo, e si scoprirà che conteneva della cartaccia. Scatta l’allarme. Ricerche tempestive e inutili. Posti di blocco vengono istituiti, una cintura di uomini armati è stesa intorno alla città. Una 124 rubata ad Alessandria viene trovata, poco dopo, alla periferia, in Via Buozzi. Potrebbe essere una delle auto usate dal nucleo armato. Al carcere accorrono il questore di Alessandria, dottor De Stasio, il comandante del gruppo carabinieri, colonnello Musti, il capo del nucleo antiterrorismo per il Piemonte, dottor Criscuolo, il capitano Seno del nucleo speciale dei carabinieri. Il telefono squilla alle 16:50 nella stanza numero 11, al quarto piano dell’ufficio istruzione di Torino. Al dott. Caselli un ufficiale dei carabinieri del nucleo speciale comunica: «È fuggito Curcio, c’è stato un assalto al carcere di Casale Monferrato». Il magistrato accoglie con calma la notizia. Dice soltanto: «Abbiamo lavorato tanto, dovremo ricominciare».

    La clamorosa evasione del capo delle BR scatena una tempesta politica. Le polemiche, roventi, investono il governo Moro, il Viminale, il ministero della Giustizia, la magistratura di Torino, la Questura di Alessandria.

    Il procuratore generale di Torino Carlo Reviglio della Veneria ammette che la Procura aveva ricevuto segnalazioni sulla possibile evasione di Curcio, ma afferma che erano «generiche», e precisa: «D’altra parte è la prima volta che viene fatta un’azione del genere, dall’esterno».

    Il giornalista Giorgio Bocca non crede a quella che definisce «favola delle Brigate rosse», e scrive:

    «La storia vera di queste BR non la sapremo mai, come tante altre storie di questa nostra mediocre stagione politica; non sapremo in che parte fanno da loro e in che parte vengono strumentalizzate, quanti vi sono entrati e vi rimangono in buona fede, e quanti vi sono stati infiltrati o corrotti… Questa storia è penosa al punto da dimostrare il falso, il marcio che ci sta dietro: perché nessun militante di sinistra si comporterebbe, per libera scelta, in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra».

    L’evasione di Curcio è una nuova conferma che gli apparati dello Stato, pur disponendo di infiltrati e informatori all’interno delle BR, non hanno l’univoca volontà di combattere l’eversione terroristica: c’è chi opera per tenere viva l’insidia brigatista, e c’è chi è attivo per spingere le BR verso il militarismo sanguinario. Infatti, benché abbia riacquistato la libertà, Curcio è il latitante più ricercato d’Italia, e in quanto tale è un leader precario e dimezzato; degli altri due “politici” del vertice brigatista, Alberto Franceschini è in carcere, mentre la latitante Mara Cagol ha le settimane contate.

    Quanto a Moretti, è impegnato a Genova nell’organizzare la colonna genovese delle BR che presto insanguinerà il capoluogo ligure.

    Testo integrale del comunicato delle BR sulla liberazione di Renato Curcio

    “Il 18 Febbraio un nucleo armato delle BR ha assaltato e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato Curcio. Questa operazione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e proprio “golpe bianco” seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. Queste forze usando il paravento dell’antifascismo democratico tentano di far credere che il grosso pericolo al quale si va incontro sia la ricaduta nel fascismo tradizionale. Per questa via esse ricattano le sinistre mentre attuano il vero fascismo imperialista. Siamo giunti cioè al punto in cui la drammatica crisi di egemonia della borghesia sul proletariato sfocia nell’uso terroristico dell’intero apparato di coercizione dello stato.

    La campagna costruita ad arte e scatenata negli ultimi mesi in principal modo dalla DC sull’ordine pubblico lo dimostra. Le caratteristiche fondamentali di questo attacco controrivoluzionario sono due:

    1. la volontà di ridurre ad una funzione neocorporativa il movimento sindacale e la sinistra;
    2. la pratica di annientamento per via militare di ogni focolaio di resistenza.

    La crisi di regime non evolve dunque verso la catastrofica dissoluzione delle istituzioni,ma al contrario gli elementi di dissoluzione sono gli anticorpi di una ristrutturazione efficentistica e militare dell’intero apparato statale. Il terreno di resistenza alla controrivoluzione si pone così come terreno principale per lo sviluppo della lotta operaia.

    Il movimento operaio ha infatti di fronte a sé il problema di trasformare l’egemonia politica che già oggi esercita in tutti i campi,in un’effettiva pratica di potere e cioè deve porre all’ordine del giorno la necessità della rottura storica con la DC e della sconfitta della strategia del compromesso storico. Deve porre un primo piano la questione del potere,della dittatura del proletariato.

    Compito dell’avanguardia rivoluzionaria oggi e quello di combattere a partire dalle fabbriche,il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni,battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell’accordo sindacale.

    La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo programma. Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco.

    Lotta armata per il comunismo
    Brigate Rosse

  • 12 Febbraio 1975

    Pietro Morlacchi viene arrestato in Svizzera.

    Le circostanze che hanno permesso ai gendarmi di mettere le mani sul guerrigliero, si assicura, ancora una volta sono state casuali. La cattura avviene il 12 ma la notizia è resa pubblica due giorni più tardi, lo stesso in cui i carabinieri decidono di comunicare la scoperta del «carcere del popolo» usato per la detenzione di Sossi. Le notizie dal Canton Ticino dicono che Morlacchi è stato preso mentre stava organizzando un assalto al carcere di Chiasso, per liberare compagni accusati del tentativo di rapina e dell’uccisione del brigadiere dei carabinieri Lombardini ed Argelato, presso Bologna. L’arresto è avvenuto la sera di Mercoledì, a Bellinzona, ma ha avuto un prologo nel pomeriggio, a Locarno. Un bandito armato fa irruzione nella sede del Credito Commerciale, s’impossessa di 140 mila franchi e fugge. Scattano le indagini, a sera, i gendarmi entrano nel ristorante della stazione di Bellinzona. Seduto a un tavolo scorgono un uomo con una borsa di pelle. È italiano, ma non li convince il passaporto che mostra intestato ad Artemio Spinelli, milanese. Portato al comando, si scopre che nella cartella ha una decina di carte d’identità in bianco. Arresto. Dalla borsa salta fuori anche la foto di un giovane con dati anagrafici segnati sul retro. L’indomani mattina nell’ufficio del capo della polizia cantonale, Giorgio Lepri, arriva un funzionario italiano: una visita «per normali scambi d’informazioni». Lepri avverte il collega dell’arresto compiuto la sera prima. «Vorrei vederlo» dice il poliziotto. Poi, di fronte all’arrestato, esclama: «Ma questo è Morlacchi, il capo delle Brigate Rosse del Lorenteggio, a Milano». Le indagini si spostano in Italia, la polizia risale al giovane della fotografia trovata nella borsa del brigatista: Vincenzo Anastasi, 27 anni, operaio alla Philips. Agenti si precipitano a casa sua, in corso San Gottardo: è arrestato sotto l’accusa di «partecipazione ad associazione sovversiva, detenzione di armi e munizioni».

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  • 15 Ottobre 1974

    I carabinieri irrompono nel covo brigatista di Robbiano di Mediglia (MI) e arrestano Pietro Bassi e Piero Bertolazzi. (altro…)

  • 21 Settembre 1974

    Mario Sossi riconosce la voce di Alberto Franceschini tra alcune altre.

    Nella caserma dei carabinieri di Moncalieri, a Sossi verranno fatte ascoltare alcune voci. Fra esse quella di Alberto Franceschini, sospettato di essere l’inquisitore “più colto, il laureato”. Il sostituto procuratore dirà di riconoscerla, ma con lieve approssimazione. 

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  • 9 Settembre 1974

    Mario Sossi fa avere una prima “memoria” al Giudice Caselli

    Vi si legge, tra l’altro:

    «I brigatisti elogiarono più volte i magistrati dott. Ciro De Vincenzo, Fiasconaro e Alessandrini, per il “modo di gestire” i processi contro esponenti della “sinistra rivoluzionaria” e nutrirono la fiducia che il dott. De Vincenzo si sarebbe occupato della mia vicenda. Tali accenni mi indussero a evitare, per quanto possibile, qualsiasi contatto, al momento della mia liberazione, con la magistratura e la polizia giudiziaria milanesi».

    Ancora:

    «Il maresciallo Nanni Benito, del nucleo di p.g. dei CC di Genova ed ora, pare, in forza allo speciale nucleo “antiterrorismo” dovrebbe essere in possesso di dati relativi agli accertati collegamenti fra un giornalista genovese ed elementi coinvolti nella indagine condotta a Genova dopo la morte di Feltrinelli G. Giacomo, dai sostituti procuratori di Milano, dott. Viola e dott. Colato.»

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