Tag: Mario Sossi
Sossi nasce il 6 Febbraio 1932, a Imperia. Si trasferisce a Genova dove si laurea nel 1955 con una tesi sul diritto tributario e diritto amministrativo e processuale: I poteri della polizia tributaria, relatore professor Antonio Uckmar. Compie il servizio militare negli alpini e, dopo il congedo, si iscrive all’Associazione nazionale delle penne nere. Vince il concorso in magistratura, diventa pretore a Venasca, in provincia di Cuneo, poi sostituito procuratore a Genova, dall’inizio degli anni sessanta. È rigido, inflessibile, a breve i suoi atteggiamenti intransigenti gli guadagnano sgradita ma sicura popolarità. Negli ambiti dell’ultrasinistra viene indicato come il «dottor manette», e quando in un libro verrà ricordato con quel nomignolo, sentendosi diffamato, ne chiederà il sequestro. Nel 1969, a Roma, si presenta al concorso per la libera docenza in diritto penale. Come lavori presenta le proprie requisitorie e quando la commissione gli fa presente che non costituiscono titoli, obietta che, come magistrato, egli scrive soltanto affermazioni che si pongono al di sopra di posizioni di parte e, quindi, hanno dignità di scienza. Rifiuta l’invito a ritirarsi: sosterrà la discussione. Non è libero docente.
Viene indicato come «l’uomo del potere», pronto ad eseguire gli ordine e a esaudire i desideri dei superiori non soltanto quelli diretti; diventa il bersaglio principale delle sinistre, grandi scritte in rosso con il suo nome campeggiano sui muri della città: sono frasi insultanti, spesso minacciose. Sotto le finestre del suo ufficio, a Palazzo Ducale, sovente si riuniscono gruppi di contestatori: le accuse si moltiplicano. Chiede l’intervento della forza pubblica per disperdere i gruppi, pretende l’identificazione dei responsabili, domanda provvedimenti severi. Intanto prosegue nel suo lavoro, che è sempre pesante: dopo i processi politici ha iniziato due indagini che promettono di rivelarsi esplosive. Sono inchieste sullo zucchero e l’olio, si parla di aggiotaggio e falso. Ma viene rapito dalle bierre, rimane prigioniero per 35 giorni. È il «detenuto» più importante d’Italia. Quando torna, le grandi inchieste sono già passate in altre mani.
Prosegue la carriera in magistratura e diventa Avvocato generale presso la procura generale di Genova.
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10 Maggio 1974
Ha luogo lo sciopero di CGIL – CISL e UIL contro il “ricatto dei brigatisti”. (altro…)
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7 Maggio 1974
Mario Sossi invia due messaggi, uno alla moglie e uno alla stampa.
Sossi, informato sul’andamento della vicenda dagli articoli di giornale che i brigatisti gli passano ogni giorno, si è ormai reso conto del rischio che corre e non ha dubbi sul fatto che il potere abbia poche o nessuna intenzione di «fare il possibile» per salvargli la vita. Chiede allora di inviare due messaggi, alla moglie e alla stampa.
Il «postino» delle Brigate Rosse li infila nella cassetta delle lettere di un condominio in Via Galata, nei pressi della stazione Brignole.
Cara Grazia, stai salda, curati, cura anche le bambine e pensa anche a mia mamma. Prosegui la tua sacrosanta lotta. Da tempo avrei dovuto seguire le tue esortazioni! Abbi fede. Prega per tutti quelli che soffrono. Io sto bene. Tanti baci. Abbraccia forte le bambine e la mamma. Mario
E alla stampa:
Sostenete mia moglie nella sua giusta lotta. Lo stato che mi ha lasciato privo di tutela, esponendomi a gravi rischi per un lungo periodo, ha ora il dovere morale di tutelare me e con me i miei cari, riparando così almeno in parte alle proprie gravi omissioni. La legge prevede la possibilità di attenuare, oggi per ieri, tale doverosa tutela. La legge impone che un reato non venga portato ad ulteriori conseguenze. Non intendo pagare per altrui errori. Lo stato, che ho sempre servito, ora, tutelando me, tutela se stesso e adempie ad un preciso obbligo giuridico e morale. Mario Sossi.
A Palazzo Ducale c’è un’assemblea di magistrati: in più di cento discutono la posizione da assumere. La procura generale comunque è sorda ad ogni suggerimento e conferma la propria intransigenza.
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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5 Maggio 1974
Le Brigate Rosse diffondono un comunicato in cui chiedono il rilascio dei detenuti della 22 Ottobre per liberare Mario Sossi.
Al comunicato brigatista contenente «l’infame ricatto» (come lo definisce la stampa) risponde il ministro dell’Interno Taviani con una dichiarazione lapidaria: «Non si tratta con i criminali».
La classe politica è unanime nel respingere il ricatto brigatista. Il quotidiano “La Stampa” commenta: «È la prima volta che in Italia un gruppo di terroristi sfida lo Stato… Il ricatto è di una crudeltà sconfinata», e cedere significherebbe scardinare «i princìpi su cui si fonda lo Stato».
L’UMI (la corrente di destra della magistratura alla quale aderisce Sossi, e il cui presidente è Carlo Reviglio della Veneria) si schiera con la linea della fermezza: no a qualunque cedimento al ricatto brigatista. Il procuratore generale Coco dichiara: «La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto, e il cedimento incoraggerebbe altre imprese criminali».
Il comunicato viene sequestrato al “Corriere Mercantile” da Catalano, che lo trattiene per un giorno prima di mostrarlo a Grisolia e alla stampa.
La famiglia Sossi, vista la mancata risposta dello Stato al ricatto, comincia ad avere paura.
Grazia Sossi invia telegrammi al papa Paolo VI e al presidente Leone, col quale tenta invano più volte di mettersi in contatto.
Al capo dello stato e presidente del consiglio superiore della magistratura On. Giovanni Leone. Invoco urgente et immediato intervento vostra massima autorità a favore di mio marito in gravissimo pericolo soltanto per avere compiuto scrupolosamente proprio dovere di magistrato della Repubblica stop Mie figlie supplicano et confidano vostra sensibilità uomo padre e magistrato affinché loro papà possa tornare a casa Grazia Sossi.
Imploro alto intervento Santità vostra per vita mio marito stop Confido vostra illuminata parola possa salvare un innocente stop In preghiera assieme at mie bambine attendiamo con fede.
Nel frattempo la polizia segue la “pista del mare”. A Genova la polizia trova una grotta con un letto all’interno, e circolano voci di alcuni uomini che se ne allontanano in barca.
Qualche giornale coglie l’occasione per collegare le Brigate Rosse al mondo del contrabbando, con la malavita internazionale pronta a finanziarle.
L’indagine del sequestro di Sossi viene trasferita a Torino al dottor Silvestro, che già si era occupato del sequestro Amerio.
Lotta Continua ne dà un ritratto inquietante per quanto è ridicolo: viene definita persona esemplare un uomo che ha militato in organizzazioni fasciste, era entrato in magistratura negli anni Trenta restando fedelissimo del regime.
La questura mette una taglia di venti milioni sui rapitori.
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- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
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2 Maggio 1974
Due nuclei armati delle Brigate Rosse, mentre polizia e carabinieri li cercano ovunque, compiono contemporaneamente due perquisizioni: una al Centro Sturzo di Torino e l’altra al Comitato di Resistenza di Sogno (MI). (altro…)
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30 Aprile 1974
Arriva il secondo messaggio di Sossi alla moglie:
“Cara Grazia, cari tutti curatevi state bene sto bene. Grazia prosegui la tua lotta affinché ognuno assuma le sue responsabilità. Non sono soltanto io responsabile dei miei errori. Ogni indagine e ricerca è dannosa. Aspettate. Baci – Mario. [Il sottolineato è nell’originale di Sossi, n.d.a.]”
Pare evidente la volontà di Sossi di coinvolgere nell’opinione pubblica le responsabilità di Francesco Coco, procuratore della Giustizia della Repubblica di Genova.
La moglie di Sossi, infatti, aveva più volte ribadito che le inchieste venivano affidate a Sossi dall’alto.
Grazia Sossi in un’intervista ribadisce:
“Mio marito è un semplice sostituto. Propone dei provvedimenti che altri hanno il potere di decidere”
La situazione si fa tesa al Palazzo di Giustizia di Genova. Ne è la prova lo scatto di nervi con il quale il PG della Repubblica Francesco Coco respinge malamente i giornalisti in attesa di notizie sulle indagini. Intervistato sulle inquietanti sottolineature del messaggio Sossi, Grisolia, successore di Coco, risponde polemicamente: «Non mi fate parlare. Io sono l’ultimo arrivato. Sono problemi che riguardano la vecchia gestione».
Sullo sfondo della vicenda aleggia l’ombra del servizio segreto militare: il capo dell’Ufficio politico della Questura genovese Umberto Catalano conferma di essere in costante contatto con il Sid, mentre il procuratore capo Grisolìa dichiara che «se il Sid volesse intervenire dovrebbe chiederci l’autorizzazione» – l’enigmatica dichiarazione dell’alto magistrato troverà una spiegazione solo molti anni dopo, quando emergerà che al vertice del Sid c’era chi progettava un sanguinoso blitz nella prigione brigatista.
Il secondo messaggio di Sossi provoca il blocco delle informazioni. Lo decide il questore Sciaraffa che annulla la quotidiana conferenza stampa. Televisione e radio, fino a ora prodighi di particolari, diventano stringatissimi. Secondo Lotta Continua l’ordine del silenzio è stato impartito da Taviani in persona. Un ordine che però dimostrerà solo l’impotenza delle autorità che avevano promosso tale iniziativa: tutti i quotidiani continueranno a parlare di Sossi in prima pagina, e con gran rilievo, dando modo al magistrato genovese di guadagnarsi addirittura la prima posizione nella speciale classifica VIP PARADE – Termometro della popolarità, curata da «Panorama» e compilata sulla base delle citazioni nei principali quotidiani italiani. Mario Sossi si assesta per oltre un mese nella prima posizione, battendo addirittura il record (con 1250 citazioni nella stessa settimana) ritenuto invalicabile, stabilito da Solgenitsin. Dopo circa un mese raccoglierà 2137 citazioni, grazie alle quali surclasserà Eddy Merckx (giunto una volta tanto secondo con 509 citazioni). Terzo: Kissinger (505). Quarto: Coco (486).
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- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
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28 Aprile 1974
Le indagini per il sequestro di Mario Sossi, che si erano interrotte per qualche giorno come chiesto dalle Brigate Rosse, riprendono.
In mancanza di indizi sembra che si agisca a caso, mentre alcuni servizi giornalistici tentano di coinvolgere Lotta Continua, basandosi su alcuni volantini del Circolo Ottobre (organizzazione collegata a Lotta Continua) nei quali, nell’ambito della campagna nazionale del processo Marini, si chiedeva la liberazione dell’anarchico. Si vuole cioè collegare il Circolo Ottobre (sigla contratta del gruppo 22 Ottobre) a LC e di conseguenza alle BR, formulando nello stesso tempo l’ipotesi di uno scambio Sossi-Marini. Sarà lo stesso Giovanni Marini, più tardi condannato a dodici anni di reclusione, a non prestarsi al gioco. Con un messaggio dal carcere di Potenza così dichiarerà: «La mia liberazione deve scaturire solo dal processo che non potrà che smascherare inequivocabilmente la montatura fascista e affermare la mia innocenza».
Arriva a Genova il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante di Brigata dei Carabinieri di Torino.
Genova è in stato di assedio, presidiata e rastrellata da migliaia di uomini delle forze dell’ordine, ma è una rappresentazione di impotenza: dei brigatisti e del loro ostaggio non c’è traccia.
Il “Corriere della Sera” scrive:
«A dieci giorni dal sequestro di Sossi, le BR sembrano vincere su tutta la linea. Vincono materialmente, perché il magistrato è ancora nelle loro mani; vincono politicamente, perché stanno seminando lo scompiglio nella struttura statale».
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- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
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26 Aprile 1974
Viene diffuso il Comunicato n°3 in cui si afferma che Mario Sossi sta parlando con le BR, fornendo particolari sull’inchiesta della 22 Ottobre.
Inoltre secondo il comunicato il «prigioniero politico del proletariato» sta rivelando i retroscena del sequestro Gadolla (e il ruolo avuto nella vicenda giudiziaria dal procuratore generale Francesco Coco), e sta raccontando i rapporti che ha intrattenuto con «due alti ufficiali del Sid a Genova».
La tecnica della propaganda è applicata con rigore dalle Brigate Rosse, che diffondono la notizia nel momento in cui l’attesa è più esasperata.
Il comunicato viene deposto nella cassetta delle lettere di un palazzo in Via Armeria. Ma stavolta, avvertiti da un inquilino, sono gli inquirenti a ritirare il ciclostilato. Per più di ventiquatt’ore l’arrivo del messaggio è mantenuto segreto. Il contenuto è la conferma di tutti i timori espressi da polizia, magistratura ma, soprattutto, potere politico.
La magistratura decide che le ricerche, cioè le “indagini attive”, riprenderanno dopo 48 ore.
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- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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24 Aprile 1974
Viene trovato un Comunicato delle Brigate Rosse sul Sequestro Sossi.
Poco dopo la mezzanotte squilla il telefono in casa di un noto avvocato, Giovanni Gramatica. Una voce di uomo avverte che in una cabina telefonica di Piazza Verdi c’è un comunicato: la richiesta alle Brigate Rosse da parte di alcuni del gruppo XXII Ottobre perché esigano, per la liberazione di Sossi, quella di alcuni del gruppo Genovese.
Premesso che «per Mario Sossi non occorrono processi» il documento prosegue:
Nelle carceri dello stato, che Sossi ha servito fedelmente, sono ancora rinchiusi coloro che per essersi ribellati allo sfruttamento dei padroni sono stati condannati con anni di galera come monito per tutti gli altri rivoluzionari. Ci riferiamo soprattutto ai nostri compagni del «GAP XXII Ottobre». Fuori Rossi o a morte Sossi…
Compagni delle BR, ogni altra soluzione sarebbe oltre che una scelta ingiusta, un errore politico, una sconfitta, perché conforterebbe nel nemico il sospetto che la lotta armata sia destinata a restare per molto tempo un simbolo che non porta a risultati concreti. Chiediamo pertanto, in cambio del rilascio del magistrato fascista Mario Sossi, la liberazione dei compagni: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Aldo De Scisciolo, Cesare Maino, Gino Piccardo, Silvio Malagoli e, in considerazione del suo stato di salute, di Adolfo Sanguineti.
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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23 Aprile 1974
Viene diffuso dalle Brigate Rosse il Comunicato n°2 del sequestro Sossi.
Al comunicato sono allegate una foto e uno scritto autografo con il quale Sossi chiede alla procura genovese di liberare i detenuti appartenenti alla XXII Ottobre.
L’opportunità di divulgare lo scritto del prigioniero ha provocato un duro scontro al vertice delle BR tra Moretti e Franceschini, che quest’ultimo racconterà così:
«Prima del sequestro avevamo discusso, con i compagni delle “forze regolari”, un programma di massima che prevedeva la richiesta di scambio tra Sossi e i compagni della XXII Ottobre [detenuti, ndr], e la eliminazione fisica del prigioniero se l’obiettivo non fosse stato raggiunto.
Il presupposto di questa nostra linea era la certezza che uno come Sossi, che avevamo visto spietato nelle sue vesti di pubblico ministero, non avrebbe mai collaborato.
Quando Sossi chiese di scrivere quel messaggio capii invece che non era un duro e che il sequestro stava prendendo una strada diversa da quella che avevamo previsto. Mara [Cagol, ndr], il Nero [Piero Bertolazzi, ndr] e io decidemmo di accogliere la sua richiesta, di fargli scrivere il biglietto. Ma prima di recapitarlo, ritenemmo giusto discuterne almeno con Renato [Curcio, ndr] e Mario [Moretti, ndr], perché decidere di consegnare quel messaggio significava mutare radicalmente la gestione dell’azione.
Toccò a Mara andare alla cascina Spiotta, una nostra base, dove era stato stabilito che Mario e Renato sarebbero restati durante tutta la durata del sequestro, perché potessero essere facilmente rintracciati in caso ci fossero stati problemi urgenti da discutere.
Mara partì la mattina, in macchina, con il bigliettino scritto da Sossi, e tornò nel pomeriggio: Mario e Renato erano contrari alla consegna del messaggio, perché sarebbe stato, da parte nostra, un segnale di debolezza, come se si volesse chiedere una tregua. Eppoi, ci mandarono a dire da Mara, c’era un piano discusso e deciso precedentemente da tutta l’organizzazione che non poteva essere cambiato.
Divenni furente, mi sembrava assurdo che i compagni non capissero quel lo che stava avvenendo, che Sossi, contro ogni nostra previsione, cominciava a collaborare. Continuare come se nulla fosse era veramente stupido.
Così decisi di andare io a parlare con Mario e Renato, suscitando le reazioni di Mara e del Nero. L’una mi disse che non mi fidavo di lei, come non fosse stata in grado di esporre correttamente il nostro punto di vista. L’altro temette che muovendomi io, ricercato, l’intera operazione avrebbe corso seri rischi: se mi avessero preso sarebbe saltato tutto.
Ma avevo deciso, presi l’auto e andai alla cascina. Mario e Renato sono sorpresi della mia visita serale e la mia faccia fa chiaramente intendere che non è certo di cortesia. Entro subito in argomento dicendo che non sono assolutamente d’accordo con loro: il messaggio di Sossi deve essere spedito. Spiego che secondo me è importante cominciare a stabilire un eventuale “canale” con la controparte per la futura trattativa. E poi, anche da un punto di vista formale, non siamo noi a chiedere la sospensione delle indagini, ma Sossi; non siamo noi a chiedere una tregua, ma lui stesso. Mario mi risponde che è solo un sofisma nel quale non sarebbe caduto nessuno: è chiaro, sostiene, che se noi facciamo avere il messaggio siamo d’accordo con Sossi e siamo anche noi, quindi, a chiedere di interrompere le ricerche, a voler “trattare”. “Quel messaggio”, conclude, “non si deve recapitare”. Renato tenta una mediazione impossibile tra me e Mario mentre andiamo avanti a discutere per un bel po’ senza arrivare a una posizione comune. Insisto: il messaggio deve essere recapitato al più presto, perché ne parlino i giornali dell’indomani. Discutere non serve più, siamo arenati su sponde diverse.
“A questo punto”, dico, “decideremo io, Mara e il Nero quello che bisogna fare”. Il prigioniero lo abbiamo noi, e solo noi, grazie alla rigida compartimentazione tra nuclei d’azione che inaugurammo con Sossi, sappiamo dov’è.
Quindi, di fatto, siamo noi a comandare. Da questo momento, dico, non riconosciamo il potere decisionale di nessun altro, ci assumiamo noi tutte le responsabilità di quello che stiamo facendo e alla fine dell’azione spiegheremo ai compagni dell’organizzazione ogni nostra decisione.
Mario e Renato non reagirono, non potevano opporsi alla mia presa di posizione e sapevano che sarei andato fino in fondo. Me ne tornai alla prigione, e da quella sera dirigemmo l’operazione in tre: Mara, il Nero e io»
Insieme al ciclostilato vengono lasciati una foto di Sossi prigioniero e un suo scritto autografo:
Messaggio. At sostituto procuratore della Repubblica di turno a Genova. Pregoti, in assoluta autonomia, ordinare immediata sospensione ricerche inutili et dannose stop. Mario Sossi. Ai miei familiari: Mamma, curati e stai serena, saluta Sergio e tutti… Grazia, curati e fai studiare le bimbe. Stai serena. Non hai ragioni per preoccuparti. Informa, ringraziandoli, Sterle e Sacchetti che non mi necessita un difensore. Baci Mario.
La moglie di Sossi vorrebbe sospendere immediatamente le ricerche come richiesto dal marito, ma la polizia non ci sta.
A sorpresa il sostituto procuratore di turno, Luigi Francesco Meloni, precisa che «l’azione della polizia giudiziaria, oltre ad accertare il reato, deve impedire che esso venga portato ad ulteriori conseguenze, e cioè nel caso di sequestro di persona deve tendere alla salvezza della vittima. Posso dire che la condotta delle forze di polizia si conformerà a tale regola. Non dimentichiamo che è in gioco la vita di un uomo e, se me lo permettete, di un amico, alla cui incolumità dovranno tendere in primo luogo tutti i nostri sforzi».
Il procuratore capo, Grisolia, a quel punto blocca le indagini. Sospese da questo momento, spiega, «per favorire la liberazione del collega Sossi in conformità della sua richiesta. Le ragioni, in parte, sono state esposte dal collega Meloni. Ciò non esclude, e in proposito mi riferisco a quanto detto dal questore, che verranno mantenute delle cautele di pubblica sicurezza, nell’interesse dei cittadini, e per evitare che possa essere frustrata la promessa liberazione in cambio di un rallentamento delle operazioni di ricerca condotte dalla polizia».
È il primo successo tattico conquistato dalla Brigate Rosse con questo sequestro. Non sarà l’ultimo.
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