Tag: Giambattista Lazagna

Giambattista Lazagna nasce a Genova, il 5 Dicembre 1923. Studi classici, in un collegio di Nizza, gli esami di licenza sostenuti a Genova. Poi l’iscrizione all’università, facoltà di ingegneria. Sono gli anni della guerra. In una lettera agli studenti dell’Itis Molinari di Milano ha raccontato quei mesi di paura, di lotta e di entusiasmo: «Discutevamo molto e alla sera, quando c’era l’allarme, perché gli aeroplani inglesi bombardavano Genova, andavamo a scrivere sui muri “abbasso i fascisti”, “abbasso Mussolini”, “abbasso i tedeschi”, “viva la pace”, “viva il comunismo”». Poi l’avventura partigiana sui monti. Prende il nome di battaglia di “Carlo”. «A Marzo del 1945 eravamo nel nostro gruppo, che si chiamava divisione Pinan-Chichero, più di 1.200. Io ero diventato vicecomandante. In Aprile siamo scesi in città e abbiamo liberato Genova. Io sono andato a Tortona dove c’era un grosso gruppo di tedeschi che si sono arresi. Abbiamo fatto, tra Genova e Tortona, due o tremila prigionieri». In battaglia è ferito seriamente: proiettile alla mascella. Con decreto del 28 Luglio 1950, il presidente della Repubblica gli concede la medaglia d’argento al valore militare. «Giovane partigiano dava alla lotta di liberazione entusiastico e redditizio apporto assumendo incarichi di comando». E ancora: «Ferito gravemente al viso in uno scontro con le SS tedesche, rimaneva in posto concludendo vittoriosamente l’azione».

Finita la guerra si iscrive di nuovo all’università, facoltà di giurisprudenza, e si laurea nel 1947. Scrive ancora: «Ho fatto per tre mesi il giornalista a “L’Unità”». Sulle esperienze della guerra di liberazione scrive un libro, Ponte rotto. Per cinque anni è segretario di una sezione del PCI. Fa l’avvocato, cause di lavoro, difese di partigiani, soprattutto. Nel 1960 viene eletto consigliere provinciale per il partito comunista. Le prime accuse nel 1972. Morto Giangiacomo Feltrinelli, gli inquirenti che ritrovano il corpo mutilato dell’editore e un furgone presso un traliccio minato, stabiliscono che a procurare i documenti per l’assicurazione dell’automezzo sia stato lui. Interrogatori, la prigione, più tardi la libertà “condizionata” da precisi obblighi.

Nuove accuse, nell’autunno del 1974. E stavolta, quando lo arrestano come brigatista rosso, i carabinieri aggiungono che si tratta del “capo” dell’organizzazione clandestina. L’indice lo ha puntato un personaggio decisamente ambiguo, Silvano Girotto. Lo ha visto una sola volta, una sera d’estate, a Pavia, mentre tentava di infiltrarsi nelle nierre, e nel fare il suo rapporto non ha avuto dubbi: «È uno incaricato di filtrare i nuovi. L’ho capito anche in base alla mia esperienza sudamericana». È il secondo arresto, stavolta in galera ci rimane un anno. Poi, nel grande archivio rosso di Robbiano di Mediglia vengono trovati una lettera e alcuni documenti in fotocopia che lo riguardano.

Le proteste per la decisione della magistratura torinese che ha ordinato la cattura dell’avvocato sono numerose. In piena estate, da Torino a Fossano, dov’è detenuto, viene organizzata una marcia alla quale partecipano anche Dario Fo e Franca Rame e gli attori della “comune”. Petizioni, istanze di libertà provvisoria non ottengono risultati concreti. In carcere, Lazagna si preoccupa della situazione dei compagni, scrive un libro sul partigiano Pircher. Quando torna libero, nell’Ottobre dell’anno successivo, riceve l’obbligo di soggiornare a Rocchetta Ligure. Una decisione che fa scoppiare nuove polemiche. Giovanna Conso su “La Stampa”, fra l’altro commenta: «Secondo quanto insegna la corte di cassazione, la scelta dovrebbe cadere su un comune che offra alla persona scarcerata la possibilità di lavoro, ma non sempre questa esigenza viene tenuta presente. Sicuramente Giovanni Battista Lazagna non potrà esercitare la sua professione di avvocato in quel di Rocchetta Ligure, né altra attività lavorativa». Il senso politico del suo arresto, dirà Lazagna, «è lo stesso del 1972: cercare un anello di congiunzione fra tutta la sinistra e i grossi partiti». Ribatterà il giudice Caselli: «Nessuna provocazione. Soltanto i fatti accusano l’avvocato Lazagna di cui nessuno disconosce il passato di valoroso combattente».

Dopo cinque anni di confino a Rocchetta Ligure, l’autore di “Ponte Rotto” si è trasferito a Milano quindi a Genova dove ha fatto l’avvocato. Tornato a Rocchetta, nel ’97, si occupa della vita culturale del paese e ha scritto un libro sulla Resistenza nella zona.

  • 20 Ottobre 1975

    A Milano viene arrestato dai vigili urbani Giovanni Battista Miagostovich.

    Mancano pochi minuti alle 8. La pattuglia motorizzata “Delta 2” dei vigili urbani, composta dalla guardie Francesco Rignanese, Vincenzo Gargiulo ed Enrico Rosio, blocca verso piazza Argentina una 128 che ha imboccato un senso vietato. Ai vigili l’automobilista, giovane, paffuto, sorridente, mostra una patente che appare “grossolonamente contraffatta”: sul bollo, dell’anno precedente, la data è corretta a pennarello. Pochi minuti dopo, dalla centrale, arriva la notizia che il documento fa parte di uno stock rubato, il 2 Settembre 1973, all’ispettorato della motorizzazione di Cremona. Lo sconosciuto è invitato a salire sull’autoradio per essere portato al comando. Obbedisce, ma dopo alcuni minuti di viaggio in mezzo al traffico, in Via Palestro, davanti alla villa reale, estrae dalla cintola una pistola calibro 7,65. «Adesso basta. Fatemi scendere». Spalanca la portiera e scappa a piedi. I vigili si gettano all’inseguimento, ma il fuggitivo comincia a sparare. Davanti all’ingresso del giardino zoologico c’è un fitto scambio di colpi, un proiettile ferisce in modo non grave, il brigatista.
    «Mi considero prigioniero politico, mi appello alla convenzione di Ginevra» sono le uniche parole che dice. Sulla 128 viene trovata una valigetta colma di documenti giudicati dagli inquirienti «assai interessanti»: copie del volantino sulla rapina all’ospedale maggiore di Genova; sull’aggressione all’avvocato De Carolis; schede di «Iniziativa democratica» sottratte nello studio del capogruppo DC; una copia di «Lotta armata per il comunismo», redatto dalle bierre. Inoltre: schede di esponenti politici, mazzette di banconote da mille lire; un fazzoletto macchiato di sangue. La targa dell’auto è «rigenerata». Il nome del giovane non dice troppo: Giovanni Battista Miagostovich, 23 anni, veneziano: fino a Giugno ha abitato a Milano in Via Mogadiscio 2, poi, secondo gli inquirenti, è entrato in clandestinità. L’ultima apparizione pubblica sarebbe stata alla marcia Torino-Fossano per la liberazione di Lazagna. Figlio di un dirigente industriale, ha un «passato politico» limitato: a suo nome, in questura, c’è uno smilzo fascicolo. Anni prima era stato identificato durante un’occupazione all’istituto tecnico «Feltrinelli» di cui era studente. Pochi giorni dopo l’avvocato De Carolis riconosce come suoi alcuni documenti trovati nella ventiquattrore del giovane: Miagostovich, inoltre, è sospettato dell’irruzione alla Cassa di Risparmio all’ospedale San Martino di Genova: le lenti trovate sul posto dopo la sparatoria gli apparterrebbero. Sostiene la polizia: «È legato al gruppo di cui faceva parte anche Paola Besuschio».

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  • 25 Luglio 1975

    Bruno Caccia deposita la requisitoria per le attività delle Brigate Rosse.

    Bruno Caccia è il rappresentante della pubblica accusa.

    Nelle 332 pagine illustra le richieste di rinvio a giudizio per 32 imputati: Curcio, Franceschini, Ferrari, Buonavita, Bassi, Bertolazzi, Gallinari, Lazagna, Levati, Carnelutti, Micaletto, Galeotto, Leonetti, Sabatino, Muraca, Raffaele, Savino, Legoratto, Zaini, Carletti, Bolazzi, Peusch, Borgna, Caldi, Costa, Sartoretti, Rabozzi, De Ponti, Ognibene, Lintrani, Paroli, Morlacchi.

    Insieme alle certezze, il pubblico ministero esprime numerosi dubbi, considera la situazione «non matura» per altre 28 persone e, per costoro, richiede supplementi d’istruttoria. Gli interrogativi riguardano il gruppo del collettivo politico «La comune» di Lodi, tornato in evidenza, sottolineano glil inquirenti, con l’arresto di Maraschi, il gruppo redazionale di «Controinformazione»; stralciate anche le posizioni degli avvocati Di Giovanni e Stasi.

    «Dichiara non doversi procedere nei confronti di Cagol Margherita in Curcio perché i reati a lei ascritti sono estinti per la morte dell’imputata».

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  • 9 Ottobre 1974

    Enrico Levati e Giambattista Lazagna vengono arrestati, insieme a molti compagni della zona di Borgomanero. (altro…)

  • 31 Agosto 1974

    Renato Curcio e Mario Moretti incontrano Silvano Girotto, detto “Frate Mitra”. (altro…)

  • 9 Luglio 1974

    Silvano Girotto si incontra a Pavia con Enrico Levati e Giambattista Lazagna.

    Girotto arriva alla stazione di Pavia con otto minuti di ritardo. Secondo il suo racconto il giovane alto, capelli lunghi e bruni, baffi, gli dice: «Così tu saresti quello che su “Candido” dicono che è il mio capo?». «E quale gregario sei, tu?» ribatte pronto “Fratello Sinone”.

    Il colloquio si svolgerà in un appartamento usato da Levati negli anni dell’università. Vi prenderà parte Giambattista Lazagna, anch’egli interessato alle esperienze sud-americane dell’interlocutore.

    Spiega Levati:

    «Per l’incontro avevo adottato le regole di clandestinità sia perché lo aveva chiesto Girotto, sia perché farmi trovare con lui, dopo che gli articoli di “Candido” lo indicavano come capo delle BR sarebbe stato pericoloso. A me interessava l’esperienza cilena del Girotto, come a Lazagna. Ma io e Lazagna glielo abbiamo detto che noi non avevamo nulla a che fare con le BR».

    Alle nove arriva Lazagna. L’avvocato regala all’amico e a Girotto una copia del suo libro Carcere, repressione e lotta di classe, ancora fresco di stampa. Ha poi inizio un lungo colloquio del quale non esiste un resoconto esatto, perché in quell’occasione, spiega l’ex-frate, «per ragioni di prudenza non avevo con me il registratore». Il Cile, la Bolivia e naturalmente, le brigate sono i temi della conversazione. È soprattutto l’agente provocatore a tenere su il tono della serata: parla molto, con disinvoltura, gli altri di tanto in tanto interloquiscono.

    Girotto:

    «Dissi che volevo aderire alle Brigate Rosse ma non come pedina cieca, non come uomo mitra. Per non rischiare che non vi fossero ulteriori contatti con esponenti delle BR tendevo ad assumere un atteggiamento vicino alla linea che Lazagna e Levati sembravano rappresentare».

    Aggiunge, con modestia:

    «Lazagna osservò che ero un grosso personaggio, che pertanto non potevo far parte della semplice base ma dovevo anzi essere subito ammesso nel centro. Finalmente disse a Levati che andava bene: “Mettilo in contatto”. Lazagna sembrava un esaminatore, un uomo in autorità, un filtro qualificato, con l’incarico di dare al Levati il nulla osta per procedere. Ritenni ciò anche in base alle mie esperienze sudamericane».

    Piuttosto deluso, invece, si dichiara Lazagna. Quando se ne va, confida a Levati:

    «Mi pare uno spaccone, un personaggio da fiera».

    Spiegherà poi:

    «Quello di Pavia è stato un incontro occasionale. Ero carico di interessi verso tutti coloro che potessero informarmi sulla situazione sudamericana. Su Girotto c’erano elementi vaghi su giornali di destra e, un mese prima, a Bergamo, mi avevano fatto leggere un volantino del Fronte della gioventù su cui erano stampati un elenco dei brigatisti rossi: come capi eravamo indicati io e lui».

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  • 23 Maggio 1974

    Viene diffuso il Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi, dopo la sua liberazione a Milano.
    Il generale Dalla Chiesa comincia a preparare un Nucleo Antiterrorismo dei Carabinieri.

    Invece della solita colazione, caffè e fette biscottate, a Sossi viene dato un sedativo. Poi gli bendano gli occhi con un cerotto, gli infilano grossi occhiali scuri, in capo gli calcano un berretto a visiera; gli restituiscono gli oggetti tolti al momento della cattura, tranne la “ventiquattrore” e le due agende. Prima di spingerlo sul sedile posteriore di un auto gli consegnano un foglio, il comunicato n. 8, intimandogli di farlo giungere al “Corriere della Sera” pena rappresaglie contro il p.g. Coco e il ministro Taviani. Il prigioniero viene avvisato che sarà rilasciato a Milano, ma che la cosa migliore, per lui, è tornare a Genova col primo treno. Ogni sua mossa, lo avvertono, sarà controllata.

    Testo integrale del Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi

    “Perché rilasciamo Mario Sossi

    Primo: la Corte d’Assise d’Appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria agli 8 compagni comunisti del 22 Ottobre subordinandola a garanzie sulla incolumità e la liberazione del prigioniero; queste garanzie sono state volutamente ignorate da Coco, servo fedele di Taviani e del governo. Coco vorrebbe così costringerci ad un braccio di ferro che si protragga nel tempo, in modo da poter invalidare il preciso significato politico della ordinanza della Corte d’Assise d’Appello. Non intendiamo fornire nessun pretesto a questo gioco. Liberando Sossi mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi.

    Secondo: in ogni battaglia bisogna “combattere fino in fondo.” Combattere fino in fondo in questo momento significa sviluppare al massimo le contraddizioni che in questi 35 giorni si sono manifestate all’interno e fra i vari organi dello stato, e non fornire pretesti per una loro sicura ricomposizione. Questa battaglia ci ha fatto conoscere più a fondo il nostro nemico: la sua forza tattica e la sua debolezza strategica: la sua maschera democratica e il volto sanguinario e fascista. Questa battaglia ha riconfermato che tutte le contraddizioni in questa società si risolvono solo sulla base di precisi rapporti di forza. Mai come ora dunque diventa chiaro il senso strategico della nostra scelta: la classe operaia prenderà il potere solo con la lotta armata. Riconfermiamo che punto irrinunciabile del nostro programma politico è la liberazione di tutti i compagni detenuti politici.”

    Durante il suo ritorno a casa Sossi ha un comportamento assai strano. Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell’arrivo si rivela a un compagno di viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità mentale. Più tardi dichiarerà: «Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato. Non volevo arrivare a casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri». Per non tornare a casa solo infatti, il giudice si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali più tardi dirà: «Che forse dovevo servire a parargli una pallottola l’ho pensato più tardi, e mi tremano ancora le gambe». In una conferenza stampa, alla domanda: «Lei ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?», così risponde: «Delle BR no». «E allora di chi?» «È una cosa vaga, non posso dire di chi… Forse voi lo capite». Riferisce inoltre «Panorama» che Sossi

    rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano quattro guardie di finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono perché è controllato. Si sposta su un’alfetta blu della Finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo.

    Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui tenuto, fornirà dei testimoni solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire. Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR:

    Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho chiesto di farlo. Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito cioè maltrattamenti o torture… Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano, se non cordiali, almeno civili.

    Pone anche l’accento sul carattere pedagogico della sua detenzione: per dura che sia stata la drammatica esperienza, è pur sempre un’esperienza, aggiungendo che in una cosa erano assolutamente d’accordo lui e le BR: «Che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevano già. Io l’ho capito in quei trentacinque giorni».

    Sossi arriva in incognito alla stazione di Genova, telefona a un amico, e si fa portare a casa, da dove chiama il collega pretore Gianfranco Amendola. Poi si consegna alla Guardia di finanza, di cui si fida. «Per amore di verità debbo dire che durante la detenzione mi è stato usato un trattamento umano», dichiara. «Non sono mai stato costretto con la violenza a dire alle BR cose importanti, cioè non ho subito maltrattamenti né torture». E dei brigatisti dice: «Li rispetto come nemici di una certa lealtà. Sono però fuori dalla realtà, sono a sinistra di qualunque sinistra. Sostanzialmente sono anticomuniste, nel senso che sono contro il Partito comunista».

    Il procuratore generale Coco afferma che «l’ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità del lo scambio: Sossi è libero fisicamente ma non spiritualmente… Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la liberazione». Sossi gli replica: «Il dottor Coco è più stanco di me, è anziano, per lui è stato un brutto periodo». Secondo il “Corriere della Sera”, «questi dubbi sull’equilibrio psico-fisico di Sossi sono soltanto l’inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente, e invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia». Il settimanale “L’Espresso” commenta: «L’ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la più scaltra del loro lungo duello con lo Stato italiano… Se lo avessero ucciso, si sarebbero isolati totalmente… Essi volevano porre l’opinione pubblica di fronte a una nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato? Ci sono riusciti».

    Prima di liberarlo Alberto Franceschini gli dice:

    “Vai Mario, metti giudizio”.

    In effetti, l’operazione Girasole è un clamoroso successo per le BR. Nella città più operaia e antifascista d’Italia, i brigatisti hanno sequestrato, senza spargimento di sangue, un giudice-simbolo della destra reazionaria come Mario Sossi, e minacciando di ucciderlo hanno chiesto e ottenuto dalla magistratura una sentenza di scarcerazione per 8 “detenuti politici”.

    Durante il lungo sequestro (protrattosi per più di un mese senza che le forze dell’ordine siano riuscite a interromperlo), l’ostaggio ha rivelato torbidi retroscena dei vari apparati dello Stato, e i brigatisti li hanno puntualmente divulgati. Infine, mantenendo gli impegni assunti (disattesi invece dallo Stato), hanno liberato il prigioniero incolume, e il ritorno di Sossi sta provocando altre imbarazzanti situazioni.

    Ciò spiega il favore di cui cominciano a godere le BR presso consistenti settori della sinistra operaia, studentesca e intellettuale. Un risultato sociopolitico che sarebbe stato ben diverso se il magistrato prigioniero fosse stato assassinato come pretendeva Mario Moretti.

    Benché sia stato chiaro nella dinamica dei fatti, limpido nella gestione e conseguente nella conclusione, il sequestro Sossi successivamente farà emergere zone d’ombra e gravi ambiguità. Emergerà per esempio che il capo del Sid generale Vito Miceli, in pieno sequestro, ha organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori illustrando un piano per intervenire, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove Sossi era tenuto prigioniero.

    Secondo la testimonianza di un ufficiale del servizio segreto militare presente a quella riunione, il generale Miceli avrebbe voluto «attivare il Sid non per contrastare l’azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento».

    Il generale Miceli voleva attivare il Sid perché il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo così concepito: rapire e uccidere l’avvocato Giovambattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante dell’estrema sinistra, già implicato nell’inchiesta sui Gap di Feltrinelli); poi, il luogo dove Sossi era detenuto – «“scoperto” da qualcuno che già lo conosceva», cioè la polizia – sarebbe stato «accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna».

    Il piano non era stato attuato per le forti perplessità di alcuni degli ufficiali del servizio segreto militare presenti alla riunione. Ma testimonia di come settori di apparati dello Stato fossero impegnati a alimentare il terrorismo e a “pilotarlo”, anziché combatterlo, così da accrescere l’allarme sociale e i conseguenti riflessi politici; per questo
    erano più opportune BR “sanguinarie”, e non solo “dimostrative” e propagandistiche.

    Nel 1981 il brigatista pentito Alfredo Bonavita, impegnato a raccontare ai magistrati la dinamica del sequestro Sossi, elencherà i nomi dei 18 brigatisti che avevano attivamente partecipato all’operazione, ma avrà cura di non citare “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra.

    Invece di fare il nome di Marra (che insieme a lui aveva materialmente afferrato Sossi al momento del rapimento), Bonavita tirerà in ballo Mario Moretti (che al sequestro non ha affatto partecipato).

    Un espediente per tenere nascosta l’identità dell’informatore, che infatti resterà “coperto” per molti anni.

    Lo stesso giorno in cui le Br rilasciano Sossi, il 23 maggio 1974, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa incomincia a preparare un Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri.

    Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello Stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di Conso e dell’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; quest’ultimo dichiara che, mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole finisce col perdere ogni credibilità. Lo Stato non deve attaccarsi a cavilli e usare il potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha in precedenza garantito la libertà, concludendo con una domanda allarmante: chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?

    Con queste ultime lacerazioni all’interno dello Stato e dell’establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare l’effetto della loro azione: giornali, periodici, radio e televisioni fanno a gara a commentare l’onestà delle BR e la disonestà dello Stato. La stella a cinque punte brilla più che mai.

  • 19 Aprile 1974

    Le Brigate Rosse diffondono il Comunicato n°1 sul sequestro Sossi.

    Alle 7:35 di mattina l’ANSA registra una telefonata anonima:

    Qui parlano le Brigate Rosse. Se vi interessano informazioni sull’arresto del sostituto procuratore Mario Sossi, andate alla cabina telefonica di Corso Marconi, di fronte all’imbocco di Via Casarolis.

    Lo storpiamento del nome della via (Casarolis anziché Casaregis), l’inflessione della voce, l’azione stessa del rapimento condotta da gente a volto scoperto, secondo gli inquirenti sono tutti indizi di conferma che il commando proviene da un’altra città.

    Avvolto nella pagina 23 de “La Stampa” prima edizione di Giovedì 18, fra i due elenchi del telefono, c’è il comunicato. È scritto a macchina, forse un’Olivetti; ad esso è allegato un opuscolo di nove pagine dal titolo “Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato”.

    Il comunicato ha l’obiettivo di spiegare le ragioni politiche e di tracciare un profilo del sequestrato.

    L’eco del sequestro Sossi sui media e presso la pubblica opinione è enorme. Il ministro dell’Interno Taviani (genovese di origini e di collegio elettorale) manda nel capoluogo ligure il capo della Polizia Efisio Zanda Loy e l’ispettore generale della Criminalpol Vincenzo Li Donni; a Genova vengono fatti affluire migliaia di poliziotti e carabinieri (fra i 4 e i 6 mila uomini) per le ricerche.

    Voci insistenti, che si rincorrono al Palazzo di giustizia e negli ambienti della Questura, parlano di timori che Sossi possa fare ai brigatisti gravi rivelazioni compromettenti.

    Sequestro Sossi: Comunicato 1

    “Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha arrestato e rinchiuso in un carcere del popolo il famigerato Mario Sossi, sostituto procuratore della repubblica.

    Mario Sossi era la pedina fondamentale dello scacchiere della controrivoluzione, un persecutore fanatico della classe operaia, del movimento degli studenti, dei commercianti, delle organizzazioni della sinistra in generale e della sinistra rivoluzionaria in particolare.

    Mario Sossi verrà processato da un tribunale rivoluzionario. Sin da giovane, Sossi si è messo “a disposizione” dei fascisti presentandosi per ben due volte nella lista del FUAN.

    Divenuto magistrato, si schiera immediatamente con la corrente di estrema destra della magistratura.

    Dicembre 1969: bombe di piazza Fontana. All’interno di un piano di rottura istituzionale ordito dall’imperialismo, l’anticomunista Sossi fa la sua parte e ordina una serie di perquisizioni negli ambienti della sinistra genovese. Applicando le norme fasciste del codice Rocco, fa arrestare l’intero comitato direttivo del PCd’I (m-1), una ventina di compagni, sotto l’accusa di “cospirazione contro lo stato.” Non sazio, fa sequestrare nelle case dei compagni libri di Marx, Lenin, Stalin, Mao e persino dischi di musica popolare.

    Febbraio 1970: si scatena la polemica sul diritto di sciopero dei dipendenti dei pubblici servizi. La destra vuole che tale diritto venga negato. Sossi non perde tempo e denuncia l’intera commissione interna degli ospedali psichiatrici di Quarto e Cogoleto per “abbandono collettivo del posto di lavoro.”
    Sono i mesi seguenti all’autunno caldo. L’attacco al diritto di sciopero è ciò che chiede a gran voce la borghesia impaurita. E Sossi, da servo ossequioso, esegue! Sarebbe troppo lungo fare il conto delle istruttorie contro operai, sindacalisti e avanguardie politiche.

    Ottobre 1970: il movimento di lotta degli studenti non si arresta. Attaccare gli studenti è la parola d’ordine della reazione. Sossi fa arrestare con l’imputazione di rapina tre studenti, rei di aver fatto consumare il pasto gratis ai loro compagni nella mensa della Casa dello studente.

    Novembre 1971: è la volta dei giornalai. Ne fa arrestare 9 e li fa processare per direttissima con l’accusa di “avere esposto pubblicazioni oscene.” Il nostro moralizzatore al processo dichiara: “Non abbiamo paura della folla e dei sindacati. I movimenti di piazza non ci spaventano.”

    Agosto 1972: il 6 agosto i giornali fanno filtrare la notizia dell’imminente concessione della libertà provvisoria per il comandante partigiano Giovambattista Lazagna, provocatoriamente incarcerato in seguito al caso Feltrinelli. Sossi è in ferie, ma viene immediatamente richiamato in sede da “qualcuno” del SID che, in base all’infame “memoriale” del provocatore Pisetta, lo invita ad emettere un nuovo mandato di cattura.

    Novembre 1972-marzo 1973: processo di primo grado contro il gruppo rivoluzionario 22 Ottobre. Di questo processo, sui retroscena, sugli intrighi politici, sulle varie complicità, daremo la nostra versione alla fine dell’interrogatorio. Per ora, ci basta sottolineare che Sossi, in armonia con tutte le forze della controrivoluzione, mette immediatamente a fuoco la questione centrale che deve essere oggetto del processo: non si tratta di crimini determinati, ma di giudicare e condannare il “crimine” per eccellenza: quello di essersi rivoltati con le armi in pugno all’ordine e alle leggi della borghesia. Siamo al processo di regime!

    Marzo 1974: i compagni del processo di appello del gruppo rivoluzionario 22 Ottobre gridano: “Sossi fascista sei il primo della lista.”
    Lui li denuncia tutti. Ma non serve a nulla: tutti i muri di Genova sono pieni di scritte rosse che ripetono lo stesso concetto. E la sinistra rivoluzionaria, oggi, ha detto basta!

    Compagni, la contraddizione fondamentale è oggi quella che oppone la classe operaia e il movimento rivoluzionario al fascio delle forze oscure della controrivoluzione. Queste forze tramano per realizzare, dopo la prova del referendum, una rottura istituzionale e cioè una “riforma costituzionale” di stampo neogollista. E il neogollismo è un progetto armato contro le lotte operaie. Nessun compromesso è possibile con i carnefici della libertà.
    E chi cerca e propone il compromesso non può parlare a nome di tutto il movimento operaio.

    Compagni, entriamo in una fase nuova della guerra di classe, fase in cui il compito principale delle forze rivoluzionarie è quello di rompere l’accerchiamento delle lotte operaie estendendo la resistenza e l’iniziativa armata ai centri vitali dello stato.

    La classe operaia conquisterà il potere solo con la lotta armata!
    Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato!
    Trasformare la crisi di regime in lotta armata per il comunismo!
    Organizzare il potere proletario!

    Aprile 1974

    Avvertiamo poliziotti, carabinieri e sbirri vari che il loro comportamento può aggravare la posizione del prigioniero.

    Una fitta pioggia di telefonate incontrollabili si rovescia sui centralini dei giornali e delle agenzie di stampa. Fra le voci anonime, una avverte l’ANSA:

    Il boia è stato giustiziato. Lo troverete a Pegli.

    Alle 18:28 a Roma, alla redazione della stessa agenzia era stato comunicato che per la liberazione del prigioniero era stata chiesta la scarcerazione dell’ergastolano Sante Notarnicola, che aveva fatto parte della banda Cavallero.

    Gli inquirenti si trovano in grosse difficoltà. Nella conferenza stampa in questura, il capo della polizia Zanda Loy esordisce:

    Non posso dire molto sulle Brigate Rosse: ho lasciato gli appunti a casa

    Poi aggiunge:

    Abbiamo esaminato la situazione col procuratore capo, dottor Grisolia. La polizia è a completa disposizione della magistratura. Agiremo in tutti i sensi per venire a capo di questa situazione. Il reato di sequestro di persona è, a mio giudizio, il più grave che si possa immaginare.

    La controversia infuria e non si placherà che molte settimane dopo la conclusione del caso. Perquisizioni a tappeto, fermo di polizia giudiziaria, spesso appaiono come atti provocatori, soprattutto agli occhi dei gruppi dell’extra-sinistra.

    Da Roma, un comunicato di Lotta Continua afferma che il sequestro

    È stato usato dalle autorità giudiziarie per ordinare una provocatoria quanto arbitraria serie di perquisizioni: queste sono state ordinate infatti sulla base dell’art. 224 del codice di procedura penale che prevede perquisizioni «nella flagranza del reato o nel caso di evasione» facendo esplicito riferimento, nel mandato, al rapimento del dott. Sossi. Ora è chiaro che nel caso dei compagni le cui case sono state perquisite, nessuno è evaso, né tantomeno ci troviamo in flagranza di un qualsivoglia reato.

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    19 Aprile 1974

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  • 18 Aprile 1974

    Sequestro di Mario Sossi (Operazione Girasole)

    Lo stesso giorno dell’insediamento di Agnelli alla presidenza di Confindustria e dell’anniversario della sconfitta del PCI alle elezioni del 1948, le BR sequestrano Mario Sossi.

    Mario Sossi è un magistrato molto mal visto dall’ambiente dell’estrema sinistra: non uno di primo piano, ma che è spesso stato celebrato dai media per la sua crociata contro l’estrema sinistra.

    Fascista (organizzazione FUAN, eletto anche nel parlamento dell’Università di Genova) e poi iscritto all’UMI, la più a destra delle associazioni dei magistrati.

    Sopranominato “Dottor Manette”, fa arrestare Lazagna (ex partigiano) e fa pervenire avvisi di procedimento a Dario Fo e Franca Rame per la loro attività di assistenza ai carcerati; aveva ordinato la cattura di Vittorio Togliatti, nipote del defunto segretario del PCI e dell’ex moglie, Marisa Calimodio, e dell’architetto Aristo Ciruzzi.
    Inoltre imbastisce il processo contro la 22 Ottobre, chiedendo quattro ergastoli e molti secoli di galera, responsabile del sequestro del giovane Sergio Gadolla e della rapina all’Istituto Case Popolari nel corso della quale viene ucciso il fattorino Alessandro Floris.

    A Genova spesso si possono trovare sui muri scritte come “SOSSI FASCISTA SEI IL PRIMO DELLA LISTA”,“SOSSI SEI NERO TI ASPETTA IL CIMITERO”, “SOSSI BOIA”. Durante il processo d’Appello alla 22 Ottobre era stato affisso per tutta Genova, e anche nei pressi della sua abitazione, un manifesto di AO-LC-manifesto che così ammoniva: “SONO I SOSSI, GLI SPAGNUOLO, I CALAMARI CHE DEVONO RISPONDERE OGGI DELLE LORO PERSECUZIONI ANTIPROLETARIE, DELLE LORO MACCHINAZIONI REAZIONARIE”.

    Nonostante sia mal visto da tutta la sinistra, le reazioni al sequestro sono tutte di condanna, dal PCI a Lotta Continua passando per Il Manifesto. Per «Lotta Continua», «questa azione ha uno squisito sapore di provocazione»; mentre Berlinguer afferma che «il Paese si interroga preoccupato e indignato» e Umberto Terracini è sicuro della matrice fascista dell’azione. Dal più alto scranno istituzionale, il presidente Leone esprime sdegno, manifestando solidarietà alla magistratura colpita in uno dei suoi uomini, mentre il radicale Pannella paventa ripercussioni negative per il prossimo referendum sul divorzio, temendo una deriva conservatrice dell’elettorato. Ma ancora una volta è «il Manifesto» a esprimere il giudizio più duro, parlando apertamente di provocatori fascisti: gli stessi della strage di Stato che ora sfruttano la tensione del referendum.

    La sera del 18 aprile, verso le ore 20, il giudice Sossi viene aggredito mentre sta rientrando a casa, trascinato in un furgone e chiuso in un sacco.

    I brigatisti che afferrano materialmente il magistrato sono due: Alfredo Bonavita e “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra, aiutati da Maurizio Ferrari a caricare l’ostaggio sul furgone. Ce ne sono anche altri (almeno sei in tutto): uno si preoccupa di tenere lontano due passanti, Renato Fabianelli, marito della portinaia della casa dove abita il magistrato, e Rosa Schiaffino.

    A Sossi viene strappata la valigetta che contiene i documenti e le fotocopie degli atti dei processi che sta seguendo.

    Dopo un viaggio in auto che Mario Sossi non riesce a riconoscere perché probabilmente drogato, quando viene slegato e gli viene tolta la benda si trova nella prigione del popolo: una camera più o meno quadrata di circa 2,5 m di lato. Le pareti, forse di polistirolo, rendono l’ambiente perfettamente insonorizzato. Su un lato si apre una porta piccola e bassa: dall’interno si scorgono le tracce di quattro serrature. Non ci sono finestre, solo un foro nel soffitto con una piccola grata e un aeratore che, di tanto in tanto, cambia l’aria. Il pavimento è coperto da una stuoia marrone. La luce proviene da una fioca lampada rossa. Attaccato alla parete un vessillo di stoffa rossa con una stella gialla dalle punte irregolari e, accanto, alcune scritte; in particolare Mario Sossi rimarrà colpito da una: «Portare l’attacco al cuore dello stato». L’arredamento è un tavolinetto a mensola, un seggiolino pieghevole tipo spiaggia e una branda.

    Il sequestrato viene poi affidato al trio Franceschini-Cagol-Bertolazzi, che lo trasporta in una villetta (comprata da Franceschini mesi prima) alla periferia di Tortona, all’interno della quale è celata la cosiddetta “prigione del popolo”
    (una piccola cella insonorizzata con wc chimico, branda e aeratore per il ricambio dell’aria).

    I responsabili tecnico-militari dell’operazione sono Alberto Franceschini e Mara Cagol, ma in totale partecipano circa 18 brigatisti.

    Mario Moretti, per ragioni di sicurezza, è l’unico che non prende direttamente parte alla rischiosa operazione. Altre fonti invece dicono che è Moretti e non Bertolazzi a tenere in ostaggio Sossi a Tortona. Giovanni Bianconi sostiene che lui a turno con i compagni s’infila il cappuccio e si presenta al giudice per portargli da mangiare, condurre gli interrogatori, scrivere le lettere da recapitare all’esterno.

    Ma dopo quindici giorni trascorsi nel chiuso di quelle quattro mura è colto da una crisi di claustrofobia: – Se non esco da qui almeno per qualche ora va a finire che mi ammazzo. Alberto e Mara si guardano in faccia: la richiesta va contro ogni regola di comportamento brigatista e può rivelarsi pericolosa, ma non ci sono molte alternative. E così, senza che nessun altro dell’organizzazione lo sappia, il terzo carceriere del giudice Sossi per un giorno torna a essere un normale padre di famiglia che va a trovare la moglie e il figlio prima di rituffarsi nella clandestinità e nella «prigione del popolo».

    A conoscere l’ubicazione della “prigione del popolo” sono solo Franceschini, la Cagol e Piero Bertolazzi (o Mario Moretti, secondo Giovanni Bianconi).

    Per cercare il magistrato viene imbastita un’enorme operazione di polizia: seimila agenti setacciano la città, mentre la magistratura (procuratore capo Grisiola) sospende tutte le istruttorie e indagini in corso.

    L’ANSA emette numerose note. La prima alle 21:48.

    Il sostituto procuratore della Repubblica, Mario Sossi, pubblico ministero al processo contro i membri del gruppo XXII Ottobre, è stato rapito questa sera in strada da un commando di cinque o sei giovani che con la minaccia delle pistole l’hanno costretto a salire su un furgone grigio.

    La seconda nota esce nove minuti dopo, alle 21:57.

    Il rapimento è avvenuto alle 20:50 davanti all’abitazione del magistrato, in Via Forte dei Giuliani, 2, nella zona di Albaro. Mario Sossi negli anni dal 1966 al 1968 aveva lungamente indagato sulle attività delle così dette “Brigate Rosse”. È ritenuto un magistrato tradizionalista.

    E, alle 22:59:

    In seguito al rapimento del magistrato, dal Ministero dell’Interno è stato inviato a Genova l’ispettore generale della Criminalpol, dott. Vincenzo Li Donni ed è stato disposto l’afflusso nella città ligure di contingenti di rinforzo della polizia stradale e dei carabinieri per collaborare nelle ricerche.

    A Roma, la situazione è giudicata subito molto grave. Le telescriventi rilanciano la notizia che «il ministro dell’Interno, on. Taviani, ha disposto che il capo della polizia, dott. Efisio Zana Loy, raggiunga immediatamente Genova. Il capo della polizia è partito immediatamente e sarà a Genova nella prima mattinata».

    Quella sera stessa intanto, alcuni brigatisti quasi finiscono nelle mani dei carabinieri. Ecco come il pubblico ministero Caccia ricostruisce l’episodio:

    Il 18 Aprile, alle 22:30, una Fiat 128 bianca, guidata da una donna, si fermò ad un posto di blocco di carabinieri, a Ottone, in provincia di Piacenza; durante il controllo sopraggiunse un’Autobianchi A 112, color crema, tetto nero, targata Milano, con due uomini a bordo, che forzò il posto di blocco. I carabinieri, a causa del forzamento del blocco non fecero alcun controllo alla 128 e non ne registrarono la targa; l’auto A 112, per quanto subito segnalata al comando di tenenza di Bobbio, non fu più rintracciata

    La macchina, si scoprirà più tardi, era stata rubata a Lodi il 27 Settembre 1973 a Massimo Allegri, fratello di una presunta brigatista rossa.

    Ci si attende la liberazione di Sossi per questa mossa della magistratura, ma un comunicato dei GAP in cui si auspica la linea dura fa salire nuovamente la tensione.

    Il 26 Aprile 1974 un comunicato delle BR afferma che Sossi sta parlando, soprattutto sul processo alla 22 Ottobre.

    Il 28 Aprile 1974 riprendono le indagini della magistratura, ma in mancanza di indizi sembra che si proceda a caso.

    Nonostante la polizia blocchi le conferenze stampa e l’afflusso di notizie ai media, tutti i quotidiani continuano a parlare del sequestro, tanto da far conquistare a Mario Sossi la prima posizione (che manterrà per oltre un mese) della speciale classifica di Panorama “VIP PARADE – Termometro della Popolarità”, compilata sul numero di citazioni sui principali quotidiani italiani.
    Sossi in un mese ne raccoglierà 2137, surclassando Eddy Merckx (509) e Kissinger (505).
    Al quarto posto Francesco Coco con 486.

    Alberto Franceschini sul sequestro Sossi

    “Avevamo cominciato a preparare il rapimento del sostituto procuratore della Repubblica di Genova Mario Sossi un anno prima, nella primavera del 1973, quando i compagni di Torino avevano appena sequestrato Bruno Labate e stavano progettando l’azione Amerio. Milano era la città dove eravamo nati e sarebbe bastato uno di noi a tenere le fila dell’organizzazione, della colonna. Restò Mario. Io mi trasferii a Genova e nel “lavoro” mi aiutarono via via altri compagni: Mara, Renato, Fabrizio, Maurizio, Roberto, Alfredo, il Nero.”

    Mario Moretti sul sequestro Sossi

    “È la prima grande azione armata contro lo Stato e ha un grandissimo effetto. È uno scontro reale, vissuto, visibile, piccolo ma emblematico, con lo Stato vero, con la magistratura, con la polizia, con i carabinieri. Affascina molti, ha un’eco straordinaria nella stampa. È con Sossi che conquistiamo il terreno dei media.”

    Renato Curcio sul sequestro Sossi

    “Il magistrato genovese era una buona incarnazione della giustizia asservita al potere politico democristiano e il suo sequestro ci sembrò la mossa giusta per alzare il tiro senza affrontare rischi eccessivi. Poi avevamo un obiettivo interno: quello di creare un nostro fronte di intervento anche a Genova, conquistandoci sul posto una certa area di consensi.”

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  • 30 Marzo 1972

    Le Brigate Rosse emettono un comunicato sulla morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli del 15 Marzo 1972.

    Testo completo del comunicato sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli

    Posti di fronte alla campagna di annientamento che la borghesia dopo aver assassinato il compagno Feltrinelli, ha scatenato contro le forze rivoluzionarie, certi «democratici» hanno fatto con lodevole tempismo una precisa scelta di campo: si sono schierati con gli assassini. In fondo non si tratterebbe di una gran perdita se ciò non coincidesse con un fatto più grave: la delazione. Il compagno Giobatta Lazagna è infatti rinchiuso nel carcere di San Vittore in seguito alle irresponsabili e fantasiose dichiarazioni dell’avvocato Milanese Leopoldo Leon e di alcuni suoi amici tra i quali spicca l’avvocato Giuliano Spazzali, che certamente è un valido collaboratore dei magistrati milanesi. Ma non è tutto. Gli avvocati «democratici» infatti, non contenti della gravissima provocazione, hanno emesso un comunicato in cui si affrettano a dissociare le loro responsabilità da quelle dei gruppi «che non agiscono alla luce del sole» e a stabilire i limiti politici del loro intervento. Un comunicato per tranquillizzare De Peppo e i padroni!

    Ma ci va bene lo stesso tanto che intendiamo aiutarli «in questo difficile compito» affermando che nessun militante delle Brigate Rosse si è fatto o si farà difendere da loro, perché i nemici è meglio averli di fronte che mascherati da comunisti tra le file dei combattenti. E poi, vale per gli «avvocati democratici» ciò che ha scritto il compagno Mario Rossi: «…I democratici dicono che c’è una differenza, oggi possiamo difenderci. Ma anche a questo proposito ho qualcosa da confessare. Di che taglia siano i difensori, almeno quelli genovesi, l’ho potuto constatare di persona non appena mi hanno arrestato. L’avvocato da me nominato, comunista, pare, non ha voluto sporcarsi le mani con me e mi ha abbandonato; stranamente però ha ritenuto di non sporcarsele con Rinaldi e Rinaldi è stato il primo a parlare, a «vuotare il sacco» come dicono i giornalisti. L’avvocato, anch’egli di sinistra, che ha avuto la compiacenza di accettare la mia difesa consiglia, stranamente, anche a me di vuotare il sacco: non voglio avanzare dubbi, certo è che queste confessioni, consigliate per difendere il cliente, hanno ottenuto l’effetto di aggravare la posizione dei compagni, dentro e fuori. Dopo sei mesi confesso di essermi convinto che la difesa se serve a qualcuno, serve Innanzitutto all’avvocato, poi al magistrato, mai all’imputato… Per il comunismo».

  • Dicembre 1969

    Riunione tra Curcio, Feltrinelli, Simioni e Lazagna

    Alla fine del 1969, a Rocchetta Ligure (Alessandria), nell’abitazione dell’avvocato Giovanbattista Lazagna (ex partigiano, medaglia d’oro della Resistenza, militante di estrema sinistra), si riuniscono Feltrinelli, Curcio, Simioni e lo stesso Lazagna, per discutere di lotta armata e «della unificazione dei vari gruppi rivoluzionari operanti nel Paese sotto un’unica direzione militare».

    Ma «le divergenze sulla valutazione politica del momento e la tattica da adottare per il conseguimento dello scopo che tutti certamente accomuna» impediscono un accordo, anche se non ostacolano un certo grado di collaborazione. Curcio e Simioni partecipano all’incontro in rappresentanza del Cpm, e sostengono che si può sfruttare la legalità ancora per qualche anno, sia per continuare a politicizzare le masse, sia per costruire, dietro la copertura del gruppo legale, una organizzazione logistica clandestina in modo da essere poi adeguatamente preparati a condurre la guerriglia.

    «Feltrinelli invece proponeva il passaggio alla completa clandestinità, nel senso che i componenti dei gruppi clandestini dovevano rompere ogni contatto con la famiglia e i movimenti ufficiali»

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