Viene trovato il Comunicato n°5 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro. (altro…)
Tag: XXII ottobre
Gruppo XXII Ottobre è la denominazione di una organizzazione della Sinistra extraparlamentare, attiva a Genova tra il 1969 ed il 1971, intenzionalmente rivoluzionaria, evolutasi a organizzazione terroristica. L’impostazione ideologica era di natura marxista-leninista. Fu il primo gruppo a passare decisamente alla azione terroristica, seguiti dai GAP, Gruppi d’Azione Partigiana, dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, e furono in certo senso dei precursori delle Brigate Rosse.
Leader fu Mario Rossi, suoi maggiori esponenti furono Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Giuseppe Battaglia, Adolfo Sanguineti, Gino Piccardo, Diego Vandelli, Aldo De Sciciolo e Cesare Maino.
Il Gruppo deve il suo nome alla stampa, che fece riferimento alla data di un biglietto ferroviario trovato nelle tasche di Mario Rossi, e veniva comunemente chiamato, dai giornalisti contemporanei ai fatti, i tupamaros della Val Bisagno.
Da “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”
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23 Maggio 1974
Viene diffuso il Comunicato n°8 sul Sequestro Sossi, dopo la sua liberazione a Milano.
Il generale Dalla Chiesa comincia a preparare un Nucleo Antiterrorismo dei Carabinieri.Invece della solita colazione, caffè e fette biscottate, a Sossi viene dato un sedativo. Poi gli bendano gli occhi con un cerotto, gli infilano grossi occhiali scuri, in capo gli calcano un berretto a visiera; gli restituiscono gli oggetti tolti al momento della cattura, tranne la “ventiquattrore” e le due agende. Prima di spingerlo sul sedile posteriore di un auto gli consegnano un foglio, il comunicato n. 8, intimandogli di farlo giungere al “Corriere della Sera” pena rappresaglie contro il p.g. Coco e il ministro Taviani. Il prigioniero viene avvisato che sarà rilasciato a Milano, ma che la cosa migliore, per lui, è tornare a Genova col primo treno. Ogni sua mossa, lo avvertono, sarà controllata.
Durante il suo ritorno a casa Sossi ha un comportamento assai strano. Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell’arrivo si rivela a un compagno di viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità mentale. Più tardi dichiarerà: «Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato. Non volevo arrivare a casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri». Per non tornare a casa solo infatti, il giudice si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali più tardi dirà: «Che forse dovevo servire a parargli una pallottola l’ho pensato più tardi, e mi tremano ancora le gambe». In una conferenza stampa, alla domanda: «Lei ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?», così risponde: «Delle BR no». «E allora di chi?» «È una cosa vaga, non posso dire di chi… Forse voi lo capite». Riferisce inoltre «Panorama» che Sossi
rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano quattro guardie di finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono perché è controllato. Si sposta su un’alfetta blu della Finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo.
Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui tenuto, fornirà dei testimoni solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire. Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR:
Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho chiesto di farlo. Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito cioè maltrattamenti o torture… Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano, se non cordiali, almeno civili.
Pone anche l’accento sul carattere pedagogico della sua detenzione: per dura che sia stata la drammatica esperienza, è pur sempre un’esperienza, aggiungendo che in una cosa erano assolutamente d’accordo lui e le BR: «Che l’indipendenza della magistratura è un’utopia… questo le BR lo sapevano già. Io l’ho capito in quei trentacinque giorni».
Sossi arriva in incognito alla stazione di Genova, telefona a un amico, e si fa portare a casa, da dove chiama il collega pretore Gianfranco Amendola. Poi si consegna alla Guardia di finanza, di cui si fida. «Per amore di verità debbo dire che durante la detenzione mi è stato usato un trattamento umano», dichiara. «Non sono mai stato costretto con la violenza a dire alle BR cose importanti, cioè non ho subito maltrattamenti né torture». E dei brigatisti dice: «Li rispetto come nemici di una certa lealtà. Sono però fuori dalla realtà, sono a sinistra di qualunque sinistra. Sostanzialmente sono anticomuniste, nel senso che sono contro il Partito comunista».
Il procuratore generale Coco afferma che «l’ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità del lo scambio: Sossi è libero fisicamente ma non spiritualmente… Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la liberazione». Sossi gli replica: «Il dottor Coco è più stanco di me, è anziano, per lui è stato un brutto periodo». Secondo il “Corriere della Sera”, «questi dubbi sull’equilibrio psico-fisico di Sossi sono soltanto l’inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente, e invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia». Il settimanale “L’Espresso” commenta: «L’ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la più scaltra del loro lungo duello con lo Stato italiano… Se lo avessero ucciso, si sarebbero isolati totalmente… Essi volevano porre l’opinione pubblica di fronte a una nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l’illegalità e la violenza della menzogna di Stato? Ci sono riusciti».
Prima di liberarlo Alberto Franceschini gli dice:
“Vai Mario, metti giudizio”.
In effetti, l’operazione Girasole è un clamoroso successo per le BR. Nella città più operaia e antifascista d’Italia, i brigatisti hanno sequestrato, senza spargimento di sangue, un giudice-simbolo della destra reazionaria come Mario Sossi, e minacciando di ucciderlo hanno chiesto e ottenuto dalla magistratura una sentenza di scarcerazione per 8 “detenuti politici”.
Durante il lungo sequestro (protrattosi per più di un mese senza che le forze dell’ordine siano riuscite a interromperlo), l’ostaggio ha rivelato torbidi retroscena dei vari apparati dello Stato, e i brigatisti li hanno puntualmente divulgati. Infine, mantenendo gli impegni assunti (disattesi invece dallo Stato), hanno liberato il prigioniero incolume, e il ritorno di Sossi sta provocando altre imbarazzanti situazioni.
Ciò spiega il favore di cui cominciano a godere le BR presso consistenti settori della sinistra operaia, studentesca e intellettuale. Un risultato sociopolitico che sarebbe stato ben diverso se il magistrato prigioniero fosse stato assassinato come pretendeva Mario Moretti.
Benché sia stato chiaro nella dinamica dei fatti, limpido nella gestione e conseguente nella conclusione, il sequestro Sossi successivamente farà emergere zone d’ombra e gravi ambiguità. Emergerà per esempio che il capo del Sid generale Vito Miceli, in pieno sequestro, ha organizzato una riunione con alcuni suoi stretti collaboratori illustrando un piano per intervenire, piano che presupponeva la conoscenza del luogo dove Sossi era tenuto prigioniero.
Secondo la testimonianza di un ufficiale del servizio segreto militare presente a quella riunione, il generale Miceli avrebbe voluto «attivare il Sid non per contrastare l’azione dei sequestratori, ma per affiancarla e portarla a un tragico compimento».
Il generale Miceli voleva attivare il Sid perché il sequestro Sossi avesse un tragico epilogo così concepito: rapire e uccidere l’avvocato Giovambattista Lazagna (ex partigiano genovese, militante dell’estrema sinistra, già implicato nell’inchiesta sui Gap di Feltrinelli); poi, il luogo dove Sossi era detenuto – «“scoperto” da qualcuno che già lo conosceva», cioè la polizia – sarebbe stato «accerchiato e si sarebbe sparato. E dentro avrebbero trovato i cadaveri dei brigatisti, il cadavere di Sossi, e il cadavere di Lazagna».
Il piano non era stato attuato per le forti perplessità di alcuni degli ufficiali del servizio segreto militare presenti alla riunione. Ma testimonia di come settori di apparati dello Stato fossero impegnati a alimentare il terrorismo e a “pilotarlo”, anziché combatterlo, così da accrescere l’allarme sociale e i conseguenti riflessi politici; per questo
erano più opportune BR “sanguinarie”, e non solo “dimostrative” e propagandistiche.Nel 1981 il brigatista pentito Alfredo Bonavita, impegnato a raccontare ai magistrati la dinamica del sequestro Sossi, elencherà i nomi dei 18 brigatisti che avevano attivamente partecipato all’operazione, ma avrà cura di non citare “Rocco”, cioè l’informatore della polizia Francesco Marra.
Invece di fare il nome di Marra (che insieme a lui aveva materialmente afferrato Sossi al momento del rapimento), Bonavita tirerà in ballo Mario Moretti (che al sequestro non ha affatto partecipato).
Un espediente per tenere nascosta l’identità dell’informatore, che infatti resterà “coperto” per molti anni.
Lo stesso giorno in cui le Br rilasciano Sossi, il 23 maggio 1974, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa incomincia a preparare un Nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri.
Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello Stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di Conso e dell’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; quest’ultimo dichiara che, mancando alla parola data, quello Stato cui si chiede di essere autorevole finisce col perdere ogni credibilità. Lo Stato non deve attaccarsi a cavilli e usare il potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha in precedenza garantito la libertà, concludendo con una domanda allarmante: chi ci garantisce che uno Stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?
Con queste ultime lacerazioni all’interno dello Stato e dell’establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare l’effetto della loro azione: giornali, periodici, radio e televisioni fanno a gara a commentare l’onestà delle BR e la disonestà dello Stato. La stella a cinque punte brilla più che mai.
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Testi
- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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21 Maggio 1974
Viene diffuso il Comunicato n°7 sul Sequestro Sossi.
Allo scopo di vanificare le difficoltà frapposte dal governo per la concessione del passaporto, viene fissato come luogo di asilo per i detenuti liberati l’ambasciata cubana presso la Santa Sede.
Insieme al comunicato viene consegnato un messaggio autografo in cui Sossi assicura di stare bene mettendo così fine a certe voci circa il suo stato di salute:
“Avuta notizia dell’avvenuta concessione della libertà provvisoria agli imputati del gruppo 22 Ottobre ed avuta notizia della condizione consistente nella garanzia della mia incolumità attuale, confermo di essere in buona salute.”
Mario Sossi
Ma il procuratore generale Coco rifiuta di dare esecuzione alla sentenza della Corte di assise d’appello («Prima venga restituito Sossi vivo, poi attueremo l’ordinanza di libertà provvisoria degli otto detenuti»), e Cuba non è disponibile ad accogliere nella propria ambasciata in Vaticano i detenuti scarcerati. La situazione è di fatto paralizzata.
Ricorderà Franceschini:
«Ci riuniamo io, Curcio e Moretti, per decidere cosa fare. La situazione è complicata dal fatto che sulla villetta dove teniamo Sossi ogni tanto passa a volo radente un elicottero; poi in quel posto isolato di campagna, sempre deserto, da qualche giorno si vedono spesso degli strani ciclisti, oppure ci arrivano delle coppiette… Ho l’impressione che ci abbiano scoperti, e che ci stiano tenendo d’occhio. Se è così, è probabile che stiano preparando un blitz, e in quel caso ci ammazzeranno tutti – compreso Sossi – come è successo nel carcere di Alessandria.
Io voglio liberare il prigioniero, perché comunque, politicamente, abbiamo già vinto su tutta la linea; oltretutto, Sossi è così incazzato che diventerà una mina vagante per lo Stato… Invece Moretti vuole che ammazziamo l’ostaggio, subito. Non capisco perché, mi sembra un’assurdità, ma lui insiste, non sente ragioni, così ci scontriamo con durezza. Curcio fa da mediatore, e propone di consultare i responsabili delle varie brigate per conoscere il loro parere.
Torno alla villetta, e senza perdere un minuto, insieme a Mara e Bertolazzi che la pensano come me, prepariamo il rilascio di Sossi. Lui ci chiede di “truccarlo” perché nessuno lo riconosca, di dargli un documento falso, e di rilasciarlo lontano da Genova: ha il terrore di finire in mano alla polizia o ai carabinieri e di fare una brutta fine… Così lo “trucchiamo”, gli diamo documenti falsi, lo portiamo in macchina a Milano; là gli diamo un biglietto del treno per Genova, una copia del comunicato numero 8, e lo liberiamo. È il 23 maggio»
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- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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18 Maggio 1974
Viene diffuso il Comunicato n°6 sul Sequestro Sossi.
Il comunicato viene diffuso alle 20:30, a un mese esatto dal sequestro.
Per la prima volta si parla di condanna a morte per Mario Sossi, che si rende perfettamente conto che a condannarlo a morte non sono le BR, ma lo Stato.
In un diario tenuto in carcere e corredato di vignette chiarisce molto bene questa convinzione, chiedendo a Coco e Taviani perché non prendano il suo posto o, in subordine, perché non vadano a fargli compagnia nella “prigione del popolo”.
Nel frattempo ci sono posizioni divergenti anche tra i detenuti della 22 Ottobre in merito alla loro eventuale liberazione. Alcuni degli avvocati nemmeno presentano l’istanza di libertà provvisoria.
A porre fine ai dubbi è l’avvocato Marcellini, legale di Grazia Sossi, che presenta in prima persona l’istanza di scarcerazione per i detenuti della 22 Ottobre.
A questo punto in caso di ordinanza favorevole, soltanto il governo potrebbe impedire il trasferimento all’estero, negando agli otto detenuti il nulla osta per il passaporto.
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Testi
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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14 Maggio 1974
Mario Sossi manda un messaggio al Presidente Leone (altro…)
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10 Maggio 1974
Ha luogo lo sciopero di CGIL – CISL e UIL contro il “ricatto dei brigatisti”. (altro…)
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9 Maggio 1974
Scoppia una rivolta nel carcere di Alessandria, a pochi chilometri dalla prigione del Popolo di Mario Sossi.
Le Brigate Rosse emettono il Comunicato n°5.Nel carcere di Alessandria (a pochi chilometri dalla “prigione” dove i brigatisti tengono Sossi), scoppia una rivolta: tre detenuti armati catturano un gruppo di ostaggi (personale carcerario), e chiedono la libertà in cambio del loro rilascio.
Sul posto vengono fatti affluire reparti di carabinieri guidati dal generale Dalla Chiesa. Fingendo una trattativa, il procuratore Carlo Reviglio della Veneria e il generale preparano un’azione di forza.
L’esito del blitz è disastroso: 7 morti (di cui 5 fra gli ostaggi) e 14 feriti.
Scriverà Franceschini:
«I giornali presentarono la vicenda come fosse direttamente collegata con il sequestro Sossi, ed esaltarono l’azione di Dalla Chiesa arrivando a definirla come la prova generale di quello che sarebbe potuto succedere una volta trovata la prigione di Sossi.
Per noi, chiusi con il magistrato a non più di 15 chilometri dal luogo della strage, quella minaccia fu più concreta che mai. Feci leggere i giornali al prigioniero e ne fu terrorizzato: intuì, ancora una volta, come la sua vita fosse strettamente collegata alle nostre, quelle di cui parlavano i giornali non erano soltanto minacce ma avvertimenti precisi.
Quella volta Sossi restò un po’ in silenzio, come stesse valutando lucidamente la situazione. Poi si rivolse a me: “So che la mia vita, per lo Stato, non vale nulla. Però nella mia attività di magistrato mi sono capitate tra le mani inchieste particolarmente delicate, che ho insabbiato per ordini superiori e di cui conosco bene gli estremi. Se ve le racconto e voi le rendete pubbliche forse riusciamo a salvarci tutti”.
E cominciò a parlarci di un traffico di diamanti con una nazione africana in cui, in cambio delle pietre preziose, venivano fornite partite di armi. Il tutto con la complicità di Catalano, allora capo della squadra politica della questura di Genova e uomo di fiducia di Taviani. Ci sembrò di entrare nei segreti dello Stato, le rivelazioni di Sossi ci esaltarono, le rendemmo pubbliche. Fu da quel momento che noi e Sossi diventammo realmente complici»
Nel frattempo un gruppo di amici di Mario Sossi raccoglie un riscatto da offrire alle Brigate Rosse in cambio della liberazione. Raccolgono quasi 300 milioni di lire. A fare da intermediario pare debba essere un ambiguo personaggio che comparirà a breve nella storia delle Brigate Rosse: Silvano Girotto (alias Padre Leone, alias Frate Mitra) un frate cattolico finito a fare il guerrigliero in America Latina e ora rientrato in Italia.
Anche la moglie di Sossi cerca di contattare i brigatisti, avendo
proposte concrete da sottporvi. Chiedo un dialogo o un contatto diretto. Posso comunicare telefonicamente o con messaggi scritti nella forma e con le modalità che mi verranno indicate da voi. Posso venire personalmente, accompagnata da persona provata di assoluta fiducia e prestigio, nel luogo e nelle condizioni che mi verranno indicate. Detta persona può venire anche sola. Verrei io stessa da sola se non temessi per le mie bambine già tanto addolorate in questi giorni. Assicuro comunque il più assoluto segreto: la garanzia maggiore, per voi, è sapere mio marito nelle vostre mani.
Le Brigate Rosse restano assolutamente indifferenti a queste ricerche di contatto.
Sossi comincia quindi a parlare. La sera le Brigate Rosse depositano il messaggio a Genova, in una cassetta delle lettere di Via Goito 18. Impaziente, il «postino» telefona due volte, a distanza di mezz’ora, alle redazioni del «Corriere Mercantile» e del «Secolo XIX». E rischia di essere sorpreso da due cronisti precipitatisi sul posto.Il tono del documento è aspro, risentito. Sono i brigatisti ora a prendere le distanze dai rappresentanti del sistema, dagli uomini del governo. Il documento è intitolato “Non trattiamo con i delinquenti!”.
Si chiedono perché Paolo Emilio Taviani voglia far diventare Sossi un martire e perché le “forze di sinistra” li dipingono come gang mafiose.
Ribadiscono inoltre la richiesta di liberazione per i detenuti della 22 Ottobre.
Taviani viene trattato come un delinquente, vengono fatte rivelazioni sul traffico di armi (grazie alle rivelazioni di Sossi) che fanno rabbrividire magistrati e poliziotti di Genova. Gli appunti di Sossi e il verbale dell’interrogatorio verranno rielaborati dalle BR ed inviati come relazione a “L’Espresso”.
Insieme al comunicato viene diffuso anche un altro messaggio di Sossi alla moglie.
Visto l’atteggiamento che l’UMI ha tenuto nei suoi confronti (consigliando alla politica di non cedere al ricatto delle BR), Sossi dichiara l’intenzione di dimettersi dall’associazione:
“Cara Grazia, stai tranquilla e tieni tranquille le bambine e la mamma. Sto bene e riconfermo i miei precedenti messaggi. Ora per mia esclusiva iniziativa, ti prego di comunicare al segretario generale dell’UMI, a Roma, dottor De Matteo, Palazzo di Giustizia, la mia irrevocabile decisione di dimettermi dall’UMI con effetto immediato. Prosegui la tua battaglia. Baci a voi tutti Mario.”
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- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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5 Maggio 1974
Le Brigate Rosse diffondono un comunicato in cui chiedono il rilascio dei detenuti della 22 Ottobre per liberare Mario Sossi.
Al comunicato brigatista contenente «l’infame ricatto» (come lo definisce la stampa) risponde il ministro dell’Interno Taviani con una dichiarazione lapidaria: «Non si tratta con i criminali».
La classe politica è unanime nel respingere il ricatto brigatista. Il quotidiano “La Stampa” commenta: «È la prima volta che in Italia un gruppo di terroristi sfida lo Stato… Il ricatto è di una crudeltà sconfinata», e cedere significherebbe scardinare «i princìpi su cui si fonda lo Stato».
L’UMI (la corrente di destra della magistratura alla quale aderisce Sossi, e il cui presidente è Carlo Reviglio della Veneria) si schiera con la linea della fermezza: no a qualunque cedimento al ricatto brigatista. Il procuratore generale Coco dichiara: «La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto, e il cedimento incoraggerebbe altre imprese criminali».
Il comunicato viene sequestrato al “Corriere Mercantile” da Catalano, che lo trattiene per un giorno prima di mostrarlo a Grisolia e alla stampa.
La famiglia Sossi, vista la mancata risposta dello Stato al ricatto, comincia ad avere paura.
Grazia Sossi invia telegrammi al papa Paolo VI e al presidente Leone, col quale tenta invano più volte di mettersi in contatto.
Al capo dello stato e presidente del consiglio superiore della magistratura On. Giovanni Leone. Invoco urgente et immediato intervento vostra massima autorità a favore di mio marito in gravissimo pericolo soltanto per avere compiuto scrupolosamente proprio dovere di magistrato della Repubblica stop Mie figlie supplicano et confidano vostra sensibilità uomo padre e magistrato affinché loro papà possa tornare a casa Grazia Sossi.
Imploro alto intervento Santità vostra per vita mio marito stop Confido vostra illuminata parola possa salvare un innocente stop In preghiera assieme at mie bambine attendiamo con fede.
Nel frattempo la polizia segue la “pista del mare”. A Genova la polizia trova una grotta con un letto all’interno, e circolano voci di alcuni uomini che se ne allontanano in barca.
Qualche giornale coglie l’occasione per collegare le Brigate Rosse al mondo del contrabbando, con la malavita internazionale pronta a finanziarle.
L’indagine del sequestro di Sossi viene trasferita a Torino al dottor Silvestro, che già si era occupato del sequestro Amerio.
Lotta Continua ne dà un ritratto inquietante per quanto è ridicolo: viene definita persona esemplare un uomo che ha militato in organizzazioni fasciste, era entrato in magistratura negli anni Trenta restando fedelissimo del regime.
La questura mette una taglia di venti milioni sui rapitori.
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26 Aprile 1974
Viene diffuso il Comunicato n°3 in cui si afferma che Mario Sossi sta parlando con le BR, fornendo particolari sull’inchiesta della 22 Ottobre.
Inoltre secondo il comunicato il «prigioniero politico del proletariato» sta rivelando i retroscena del sequestro Gadolla (e il ruolo avuto nella vicenda giudiziaria dal procuratore generale Francesco Coco), e sta raccontando i rapporti che ha intrattenuto con «due alti ufficiali del Sid a Genova».
La tecnica della propaganda è applicata con rigore dalle Brigate Rosse, che diffondono la notizia nel momento in cui l’attesa è più esasperata.
Il comunicato viene deposto nella cassetta delle lettere di un palazzo in Via Armeria. Ma stavolta, avvertiti da un inquilino, sono gli inquirenti a ritirare il ciclostilato. Per più di ventiquatt’ore l’arrivo del messaggio è mantenuto segreto. Il contenuto è la conferma di tutti i timori espressi da polizia, magistratura ma, soprattutto, potere politico.
La magistratura decide che le ricerche, cioè le “indagini attive”, riprenderanno dopo 48 ore.
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- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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24 Aprile 1974
Viene trovato un Comunicato delle Brigate Rosse sul Sequestro Sossi.
Poco dopo la mezzanotte squilla il telefono in casa di un noto avvocato, Giovanni Gramatica. Una voce di uomo avverte che in una cabina telefonica di Piazza Verdi c’è un comunicato: la richiesta alle Brigate Rosse da parte di alcuni del gruppo XXII Ottobre perché esigano, per la liberazione di Sossi, quella di alcuni del gruppo Genovese.
Premesso che «per Mario Sossi non occorrono processi» il documento prosegue:
Nelle carceri dello stato, che Sossi ha servito fedelmente, sono ancora rinchiusi coloro che per essersi ribellati allo sfruttamento dei padroni sono stati condannati con anni di galera come monito per tutti gli altri rivoluzionari. Ci riferiamo soprattutto ai nostri compagni del «GAP XXII Ottobre». Fuori Rossi o a morte Sossi…
Compagni delle BR, ogni altra soluzione sarebbe oltre che una scelta ingiusta, un errore politico, una sconfitta, perché conforterebbe nel nemico il sospetto che la lotta armata sia destinata a restare per molto tempo un simbolo che non porta a risultati concreti. Chiediamo pertanto, in cambio del rilascio del magistrato fascista Mario Sossi, la liberazione dei compagni: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Aldo De Scisciolo, Cesare Maino, Gino Piccardo, Silvio Malagoli e, in considerazione del suo stato di salute, di Adolfo Sanguineti.
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.