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  • 2 Giugno 1977

    A Milano viene gambizzato Indro Montanelli de “Il Giornale Nuovo”.
    A Firenze vengono distrutte le macchine di alcuni giornalisti de «La Nazione» e «Il Telegrafo»

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  • 15 Dicembre 1976

    A Sesto San Giovanni (Milano), il brigatista Walter Alasia uccide il vicequestore Vittorio Padovani e il maresciallo Sergio Bezzega, ma rimane ucciso a sua volta.

    Alle prime ore dell’alba del 15 Dicembre in Via Leopardi a Sesto San Giovanni dieci poliziotti si appostano agli angoli di un caseggiato popolare che dà sulla strada. Fa freddo, fuori è ancora buio. Altri cinque uomini infilano la scala G, si fermano sul primo pianerottolo davanti a una porta con una targhetta d’ottone con scritto «Alasia». Due hanno giubbotto e maschera antiproiettile, gli altri tre indossano soltanto un cappotto: sono Vito Plantone e Sergio Bazzega dell’antiterrorismo e Vittorio Padovani, commissario di Sesto San Giovanni. Hanno un mandato di perquisizione per Walter Alasia, ex studente, vent’anni, famiglia operaia. Suonano, un trillo secco. «Polizia, aprite» e bussano col calcio dei fucili alla porta di casa.

    Secondo il racconto della sorella, la madre va a vedere chi è alla porta, pensando inizialmente ad uno scherzo di qualche amico di Walter, e quindi che la polizia stia cercando il figlio per la sua renitenza alla leva.

    Poi chiama il padre che nell’agitazione creatasi non riesce a trovare le chiavi di casa.

    Ad aprire la porta  è un uomo in pigiama, capelli bianchi. È Guido Alasia, il padre di Walter. In fondo al breve corridoio c’è la madre, Ada Tibaldi, in camicia da notte. Entra Sergio Bazzega, va verso l’ultima porta sulla destra seguito da Vittorio Padovani. Walter Alasia è già in piedi accanto al letto del fratello Oscar che di anni ne ha ventitre. Rivoltella in pugno, scosta la porta, allunga il braccio e spara sui due poliziotti un intero caricatore. Poi richiude, ricarica l’arma, indossa i pantaloni e il giubbotto, si avvicina alla finestra del balcone, alza la tapparella e si butta in cortile, il salto è poco più alto di un metro.

    Parte una raffica. Colpito alle gambe Walter Alasia cade, resta raggomitolato sulla ghiaia. Passa qualche minuto, si avvicina la sirena di un’ambulanza. Esplodono gli ultimi colpi. È un solo proiettile che uccide Walter Alasia.

    Nel conflitto a fuoco rimangono uccisi in casa Sergio Bazzega, 32 anni, maresciallo dell’antiterrorismo, il vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani, di 47 anni e lo stesso Alasia, colpito in cortile, dove sta fuggendo dopo essere saltato da una finestra, mentre i genitori, secondo il racconto della madre, sono tenuti sotto la minaccia delle armi da parte delle forze dell’ordine.

    Il racconto della madre, Ada Tibaldi

    «Mi sono svegliata subito, ho il sonno leggero. Non ho guardato la sveglia, non ho pensato che ora fosse. Faccio le punture e capita che mi vengano a chiamare anche di notte, inquilini della casa. Mi alzo, accendo la luce nel corridoio, guardo nello spioncino della porta. Vedo due quasi inginocchiati, sull’orlo della scala, con qualcosa sulla faccia, come una maschera quadrata. Non mi viene in mente la polizia, penso che sia uno scherzo, penso che siano gli amici di Walter, che andavano e venivano a qualsiasi ora. Non ero preoccupata. Chi è? chiedo. Polizia, aprite, mi rispondono. È una voce ferma, dura, non poteva essere uno scherzo. Non me la sento di aprire, vado a svegliare mio marito, lo scrollo per una spalla. Se gh’è? fa lui. Polizia, dico io. Polizia? Rovescia le coperte, si alza, si mette a cercare le chiavi. Battono contro la porta con il calcio del fucile, aprite aprite, sappiamo che è in casa. Mio marito trova la chiave, apre e si spalanca la porta, mentre nella stanza dei ragazzi c’è qualcuno che si muove, ma è questione di secondi. Vedo entrare un uomo giovane, coi baffi, che con un foglio in mano va dritto verso la camera di Walter. C’è un altro subito dietro, anche lui giovane, ma non faccio in tempo a guardarlo perché Walter è già sulla porta e si mette a sparare. Non avevo mai sentito dei colpi di rivoltella, erano come scoppi di mortaretto. L’uomo coi baffi si gira, fa un lamento, cade nel ripostiglio, all’indietro, la faccia che ha cambiato di colpo colore. Non posso togliergli gli occhi di dosso, penso che sia morto, e Walter continua a sparare, tanti colpi. Basta, per carità, gli grido, ma lui sposta il braccio e spara sull’altro, che però io non vedo cadere. Poi Walter mi guarda senza dire una parola. Ha la faccia tranquilla, nessun segno di agitazione. Ma cos’hai fatto, gli grido, ma lui accosta la porta. Ho il cervello vuoto, come paralizzato. Vedo che stanno tirando per i piedi l’uomo che era caduto nello sgabuzzino e sento un rumore metallico, come se strisciassero dei chiodi. Mi metto davanti alla porta dei ragazzi, sento la tapparella che si alza, poi sento un ah, come un mi fa male, mi hanno beccato. Mi scostano, mi prendono per un braccio, mi portano in soggiorno, dove c’è mio marito sdraiato sul divano. Ma io ritorno nella stanza dei ragazzi mi affaccio alla finestra e vedo Walter disteso su un fianco, con le gambe piegate. Corro in soggiorno, l’hanno ammazzato, dico a mio marito, e lui forse non capisce. È pallido, disfatto, un vecchio. La casa è piena di gente che va, viene, parla, grida, esce, ritorna. Bastardo, sento dire e sento anche la voce di Oscar che protesta, ma è mio fratello. Poi sento la sirena dell’autoambulanza e ancora dei colpi, colpi di rivoltella, mi sembra. Viene Oscar e mi dice di non preoccuparmi, che Walter l’avevano solo ferito alle gambe. Mio marito stava male, bisognava chiamare un dottore, chiedo se si può telefonare al nostro dottore. Telefoni pure, mi dicono, ma è Oscar che telefona, e io mi avvolgo in una coperta di lana che mi avevano buttata addosso. C’era un freddo da battere i denti e io ero con una camicia da notte leggera. C’era un poliziotto giovane con i capelli lunghi e la barba seduto vicino a noi, e io ogni tanto, cos’è successo in cortile? Lui rispondeva che non c’era da preoccuparsi. Non riuscivo a pensare agli altri due, pensavo solo a Walter, e chiedevo di Walter a tutti quelli che andavano e venivano. Allora un brigadiere coi gambali che si era messo proprio sulla porta mi dice che loro non ammazzavano la gente, che sparavano solo alle gambe. Avevo quasi la certezza che Walter non fosse morto ma lo stesso facevo domande, perché non potevo avvicinarmi alla finestra. Poi, in mezzo a quella confusione, gente in divisa, gente in borghese, forse pezzi grossi della polizia, vedo arrivare un inquilino del terzo piano con addosso una giacca di lana della moglie. S’intrufola dentro, va alla finestra, guarda attraverso le fessure della tapparella, si volta e mi dice, ma signora Alasia, Walter è ancora là fuori. Erano passati venti minuti, mezz’ora, e se Walter era ancora in cortile doveva essere morto. Ma io non accettavo l’idea della morte, non potevo credere che Walter fosse morto. Faccio per alzarmi ma non mi lasciano, mi dicono di stare seduta. Si accorgono dell’inquilino, lo investono, ma chi è?, cosa fa?, lo sa che adesso lei non va più via?, e lo portano fuori. Arriva il medico, dice che ha fatto fatica ad arrivare perché ci sono camionette dappertutto. Visita mio marito, che si è ripreso, e io continuo a chiedere di Walter, se è ancora là, cos’è successo in cortile. Mi dicono, non lo sappiamo, lo sapremo, lo portano in ospedale, non si preoccupi. Ero con questo filo di speranza, non riuscivo a vedere Walter morto, lo immaginavo in un letto di ospedale, con qualcuno attorno che lo curava. Ogni tanto mio marito mi parlava, sottovoce, ma perché?, e io non sapevo cosa dire. Era già chiaro, giorno fatto, ci dicono di vestirci. Davanti a tutti? Non si preoccupi, rispondono. Mi metto sottana e golf, mi infilo il paltò e un poliziotto in blue-jeans, un ragazzo, mi prende sottobraccio e mi fa, signora, là fuori sono come avvoltoi, si tiri su il bavero, mi stia vicino. Avevo sempre provato rabbia quando in televisione vedevo certa gente disperata e i fotografi attorno che fotografavano quella disperazione. Mi tiro su il bavero, esco, sento un mormorio, vedo una gran folla. Tiro dritto, mi mettono in una stanza piena di borse e di sedie. Fumo una sigaretta dietro l’altra e loro sono gentili, signora, non si preoccupi, stia calma. Passa un’ora, forse due, e mi spostano in uno stanzone dove c’era mio marito. Ci sediamo uno di fronte all’altra, ci guardiamo, e allora si avvicina un uomo coi capelli grigi, la pipa in bocca, che appoggia le mani sul bordo del tavolo: ma non lo sapete che vostro figlio era delle brigate rosse? volete piangere per quel delinquente là? Io ho abbassato la testa e non l’ho più rialzata.»

    Il racconto del padre, Guido Alasia

    «La polizia picchiava contro la porta e io non riuscivo a trovare le chiavi. Vengo, dico, e continuo a cercare. Le chiavi erano nella tasca della giacca che era infilata sullo schienale di una seggiola, vicino al letto. Vado, apro e mi vedo davanti due mostri, due marziani, con una maschera sulla faccia. Mi tiro da parte, mi metto sulla porta del soggiorno e ho l’impressione che qualcuno mi passi di fianco, un’ombra, e intanto mi viene questo pensiero, che venivano a prendere Walter perché non aveva risposto alla cartolina militare. Ma è un lampo, sento subito sparare. Volto gli occhi, vedo il braccio teso di Walter, sento altri spari, come colpi di martello su un legno stagionato. Mi mancano le gambe, faccio qualche passo indietro e con le mani cerco la tavola per appoggiarmi. Cado per terra, di schiena, non riesco a tirarmi su, avevo le gambe molli che non rispondevano. Non ricordo come ho fatto a sedermi sul divano, se qualcuno mi abbia aiutato. Non avevo più saliva in bocca, avevo l’affanno, cercavo di prendere respiro ma non mi veniva, e vedo passare, ma confusa, una macchia scura che trascinavano per il corridoio. È un uomo, penso, è stato mio figlio. Da fuori arrivano altri colpi e dico, qui stanno sparando a Walter, Walter è morto, non poteva scamparla. Il fiato mi mancava sempre, come stessi per affogare. Sentivo della gente che parlava, che gridava, ma in distanza, vedevo tutto sfumato, tante ombre. Poi il fiato mi viene di colpo, tiro su e mi viene, e vedo allora la faccia di Oscar, spaventata, stravolta. Sotto la pendola c’era un ragazzo col mitra sulle ginocchia che mi guardava. Mia moglie mi era di fianco, e io le chiedo, ma chi è Walter?, cos’ha fatto Walter? Lei scuote la testa, continua a sospirare. Cercavo di riordinare le idee, pensavo a Walter, pensavo al senso di insicurezza che mi aveva sempre dato quel ragazzo là. L’avevo visto io sparare, l’avevo visto io con la rivoltella in pugno. Arriva il medico e mi visita, un poliziotto mi chiede se voglio andare in ospedale. Rispondo di no, voglio stare con mia moglie, con Oscar. Ci portano i vestiti, ci fanno vestire e allora mi dico, qua bisogna uscire calmi, qua bisogna controllarsi. Fuori c’è un mare di gente ma io non vedo nessuno. M’accorgo solo di un gruppo di bambini che mi girano attorno per farsi fotografare, ma non mi danno fastidio, so come sono fatti i bambini. Mi portano da una macchina all’altra e non trovano le chiavi, continuano a dire, andiamo di qua, andiamo di là, e questi bambini che saltano in giro. Mi fanno entrare su un’Alfa Romeo, mi siedo di dietro. Era la prima volta che mi trovavo con un poliziotto di fianco. Appena partiti mi manca ancora il respiro e loro vogliono farmi fermare, vogliono portarmi in ospedale. Io dico di no, dico che vado dove va mio figlio, dove va mia moglie, e penso, qua non torno più a casa, me se dovevo pagare avrei pagato anche io, era giusto. Non ero mai stato in questura, non sapevo neanche dove fosse e adesso mi sembrava di entrare dentro una caserma, coi corridoi e le camerate. Chiedo di poter prendere un caffè, perché ho sempre la gola secca. Mi accompagnano al bar, è un poliziotto che vuole pagare, a tutti i costi. Non ricordo bene ma mi sembra che sia stato allora che mi hanno detto di Walter, delle brigate rosse. Come operaio non potevo neanche credere che ci fosse quella gente là, per me le brigate rosse era quello della vespa che aveva sparato a Genova contro un fattorino. Ascoltavo e stavo zitto, e mi dicevo, adesso telefoneranno in ditta, chiederanno cosa sono, cosa faccio. Mi portano di sopra in uno stanzone dove poi arriva anche mia moglie. Ci sediamo di fronte senza parlare e s’avvicina un uomo sui cinquant’anni, in borghese, con la rivoltella nella cintura, che dice che non era il caso di piangere per quel delinquente. Io lo guardo e gli dico, cosa vuole, io sono solo un padre disperato. Restiamo lì io e mia moglie e passa altro tempo, e quello con la rivoltella che ci gira sempre attorno. Poi mi fanno andare in un altro stanzone dove arrivano di continuo dei poliziotti che prendono della roba, la riportano, l’appoggiano sul bancone. Reclamavano, protestavano, in meridionale, perché in piazza c’era un’altra manifestazione. Io continuo a pensare a Walter, le brigate rosse, cosa mi chiederanno, cosa mi faranno, cosa faranno a mia moglie, cosa succederà a Oscar, e mi dico, venga quel che venga, qua non posso più farci niente. Saranno state le quattro, le cinque, quando mi chiama il magistrato, un uomo alto, gentile. Mi fa sedere, mi parla, mi fa delle domande e mi mostra una patente con su una foto di Walter, una faccia brutta, spiritata, i capelli lunghi, una di quelle foto che si fanno ai baracchini della stazione. Sotto c’era un nome che cominciava per De, De Ruggero, De Francesco, non ricordo. Ma Walter non ha mai avuto la patente, dico io. Il magistrato sorride, l’aveva, l’aveva, aveva questa. Mi dice anche che Walter s’era preso un nome di battaglia, Luca, e che girava con una 126. Poi mi fa vedere un portafoglio con 60 000 lire dentro, anche quello di Walter. Ma doveva aveva preso quei soldi se non lavorava? Mi dice che era un mese che tenevano sott’occhio Walter, che controllavano le sue telefonate. Avevano trovato i suoi occhiali in un appartamento di brigatisti, a Pavia, un mese prima, e poi erano arrivati a Walter attraverso l’ottico che glieli aveva venduti. Da allora Walter era ormai incasellato. Quando poi il magistrato mi dice che potevo andare, non mi sembra neanche vero. Nell’uscire incontro Oscar e tutti e due ritorniamo in taxi. Ci dice il taxista, vi ho preso su perché avete due facce oneste, di questi tempi bisogna stare attenti. Arrivati in via Leopardi ci chiede se quella era la casa della sparatoria, e io gli dico che era proprio quella. Io e mia moglie siamo poi rimasti svegli tutta la notte, a parlare, a lambiccarci il cervello. Avevamo visto Walter in obitorio, sotto il lenzuolo, e ci era sembrato perfino più alto, cresciuto di venti centimetri, un bell fioeul. La giornata dopo l’ho passata steso sul divano, con un mal di testa che andava e veniva. Ma quando ho visto aprire la porta, quando ho visto che entravano quelli del consiglio di fabbrica, prima Castiello, poi Pizzetti, poi Giotto, mi sono detto, ci siamo, mi è venuto il groppo in gola.»

    Il racconto del fratello, Oscar Alasia

    «Ho sentito un colpo e poi un uomo che parlava a voce alta, ma non ho capito la parola polizia. Ho socchiuso gli occhi, ero ancora impastato di sonno. Mio fratello invece era sveglio e stava per alzarsi. Vedo che va all’attaccapanni, nell’angolo, e tira fuori qualcosa dal suo giubbotto. Mi tiro su dal letto, cosa stai facendo? gli dico. Lui mi guarda senza rispondermi e va dietro l’armadio. Dal mio letto non lo vedo più ma sento che apre la porta. Poi dei colpi, come se scoppiassero petardi. Walter, cosa fai Walter? mi metto a gridare. Lui è sempre dietro l’armadio e partono altri colpi, sempre come petardi. Walter si gira, sfiora il mio letto, va ancora all’attaccapanni, s’infila il giubbotto e i calzoni, carica di nuovo la rivoltella. Aveva gesti rapidi, sicuri, non mostrava eccitazione. Aveva una faccia tranquilla, solo un po’ cupa, come se fosse contrariato. Walter, cos’hai fatto Walter? Lui non mi dà neanche un’occhiata, si infila la rivoltella nella cintura, si avvicina alla finestra, due strattoni alla tapparella e salta giù. Sento una raffica, breve, corro al balcone, gridando, Walter, Walter. Era steso su un fianco, le gambe piegate, immobile. Lo chiamo ancora, Walter, Walter, e uno allora mi prende per un braccio, una leggera stretta, vieni via che è pericoloso. Vado in soggiorno, mio padre era mezzo coricato sul divano, con la faccia terrea, agitatissimo. Qua gli viene un infarto, penso. Si sentono altri colpi e mio padre mi dice, vai a vedere Walter. C’era la casa già piena di poliziotti, mi infilo in mezzo a loro, ritorno al bancone. Walter era supino, a faccia in su, con le gambe leggermente piegate. Qua gli hanno sparato ancora, penso, e un poliziotto giovane, avrà avuto la mia età, coi capelli lunghi e la barba, mi afferra forte per un braccio e mi dà uno strattone, vieni via che è pericoloso. Mio padre era sempre smorto, col respiro faticoso. Mia madre gli era vicino e piangeva. Dei tre il più controllato ero io, forse perché non mi sembrava vero quel che stava succedendo, avevo sempre quel senso di irrealtà. Vado in cucina, preparo un caffè per mio padre e mi viene dietro un uomo anziano, col cappotto, un maresciallo, penso. Mi dice piano, parlandomi quasi alle spalle, tuo fratello è morto, era delle brigate rosse. Brigate rosse? Brigate rosse, fa lui, era un pezzo grosso. Verso il caffè, mi trema la mano, vedo entrare i barellieri: ma non siete stati in cortile? non avete portato via mio fratello? gli dico. Porto il caffè a mio padre e mia madre mi chiede, e Walter? È ferito alle gambe, adesso lo portano via, in ospedale, le dico io. Poi mi portano nella mia stanza e cominciano a perquisire, Questa agendina?, mi fanno. È mia. La guardano, fanno scorrere le pagine, la rimettono sul tavolino da notte. Aprono l’armadio, tirano fuori i vestiti: di chi è questo? è mio, e questo? è di mio fratello. Guardano sotto il letto di Walter, frugano fra i materassi, tirano fuori una maschera da carnevale, di quelle maschere mostruose che si adattano alla faccia. Era la prima volta che la vedevo. Poi uno si avvicina a una pila di giornali e di riviste che Walter raccoglieva in un angolo, dietro la libreria. Cerca, disfa il mucchio, trova dei pacchetti sigillati con lo scotch. Ne apre uno, estrae un foglietto e fa, ecco, brigate rosse, questo era tuo fratello, e mi mostra un foglio con la stella a cinque punte. Stentavo a credere a quel che vedevo coi miei occhi e loro continuavano a cercare, senza fretta. Sarà passata mezz’ora, tre quarti d’ora, la perquisizione era quasi finita, quando uno, come per caso, solleva il divano letto. Nascosta fra il materasso e la rete c’era una borsa grigia, di plastica, di quelle che si usano per il tennis. Guarda cosa c’è qua, dice. Dentro c’era una carabina col calcio segato, di quelle col caricatore che si infila dall’alto. E tu non sapevi niente di tutta questa roba? mi fanno, e io pensavo, ma cosa può aver fatto Walter? cosa credeva di fare? ha rovinato una famiglia e basta. Ma non pensavo tanto a me, pensavo a mia madre, a mio padre, pensavo a Walter, che avevo sempre visto come un ragazzo tenero, per niente violento. Allora mi dico, è un omicida ma non è un delinquente. Fumavo una sigaretta dietro l’altra e quando mi hanno portati in questura ne avevo già finito un pacchetto. Ma riuscivo ancora a tenermi su, a controllarmi. Solo verso sera mi è venuto il crollo e ho avuto una crisi di pianto che non smetteva più.»

    Secondo quanto è scritto da chi ne condivideva le idee, Alasia si trovava in casa perché «nei giorni della più dura repressione cerca dove dormire, ma tutte le porte si chiudono o lui non si fida più di nessuno»

    I militanti dei Comitati Comunisti Rivoluzionari lo onoreranno così dalle pagine di «Lotta Continua» il giorno del suo funerale:

    «La lotta di classe è fatta anche di morti, come di morti è fatto il mondo del lavoro salariato a cui siamo costretti per vivere (sei operai ogni giorno muoiono sul luogo di lavoro). A volte muoiono anche i nemici degli operai. Ognuno piange i suoi […]. Il vero terrorismo è quello economico che fanno i padroni, è quello della stampa, è quello che cinquanta poliziotti armati di mitra hanno fatto a Sesto […]. Il terrorismo l’ha fatto la polizia nei confronti di tutti noi. Walter ha risposto col fuoco: possiamo essere d’accordo o no con lui, ma il terrorismo contro gli operai non è stato il suo, ma quello dello Stato e dei suoi uomini armati, è quello che si attua con scioperi come quello di oggi, che mettono operai e padroni insieme per difendere solo il potere e chi lo detiene; cioè quelli che nella storia passata e di oggi ammazzano operai e contadini in lotta. Salutiamo il compagno Walter, militante comunista».

    È dal 1962 che gli Alasia abitano lì. Ada e Guido, genitori di Walter, sono originari di Nole, in Piemonte. Lui lavora in una media impresa, l’Ortofrigor, come operaio specializzato, modellista; lei decide proprio in quel periodo di lasciare i bambini con la suocera a casa, e di lavorare alla sapsa, del gruppo Pirelli. È una storia che parla del lavoro in fabbrica, degli orari, del cottimo, degli scioperi e delle difficoltà dell’industria italiana. Ada e Guido fanno parte della CGIL e delle commissioni operaie interne alle fabbriche dove lavorano. Poi arriva il ’69, le lotte operaie, e mentre Walter cresce quelle lotte arrivano anche alle scuole medie, protagonisti il movimento studentesco della Statale di Milano e poi Lotta Continua. Walter è un ragazzo come tanti. Fa parte dei comitati studenteschi, partecipa ai tentativi di occupazione, poi si stufa e lascia la scuola, ma non la politica. Cambia diversi lavori, ma ciò non preoccupa tanto i genitori, fra un po’ dovrà partire militare, poi magari gli troveranno qualcosa lì dove lavora il padre, magari come modellista. Walter ha una certa inclinazione per il disegno, all’inizio lo avevano mandato a Milano, in una scuola per cartellonisti. Non era andata bene e lui aveva preferito frequentare l’ITIS di fronte casa, lì a Sesto.

    Walter scriveva alla cugina a Nole e le mandava alcuni libri fra cui Omaggio alla nuova Resistenza, una fotocronaca di quel che era avvenuto a Milano fra il 16 aprile 1975, giorno dell’omicidio di Claudio Varalli, studente di diciassette anni ucciso a rivoltellate da un neofascista, e il 21 aprile 1975, giorno dei funerali di un altro studente, Giannino Zibecchi, travolto da un camion dei carabinieri durante i disordini scoppiati due giorni prima in corso XXII Marzo, vicino alla sede del MSI. Nella fotocronaca, immagini di cortei, scontri con la polizia, agenti schierati con lo scudo di plexiglas ai piedi, giovani acquattati dietro le automobili, i bastoni in pugno e il fazzoletto alla bocca: «L’altro libro te lo mando per farti vedere come vivo io a Milano, o perlomeno dov’ero nei giorni dal 16 aprile al 21 aprile 1975. Capirai che ho poco tempo per imparare a ballare!».

    Walter era stato scoperto quando furono trovati i suoi occhiali in una base brigatista a Pavia. Il mandato di cattura per associazione sovversiva e banda armata resta ineseguito. Il telefono di casa Alasia viene messo sotto controllo. Grazie a questi controlli e alla testimonianza degli impiegati risale l’accusa di aver partecipato all’irruzione negli uffici di Democrazia Nuova, un gruppo politico che fa capo a Massimo de Carolis. Lui e tre ragazze avevano legato i quattro impiegati alle seggiole e gli avevano tappato la bocca con i cerotti. Avevano tagliato i fili del telefono, rovistato nei cassetti, preso documenti, schede, denaro: un milione e mezzo.

    Mario Moretti ricorderà così il ragazzo:

    Walter era un compagno molto giovane, quasi un ragazzo, con una intelligenza non comune delle tensioni sociali di quegli anni. Veniva da una famiglia di operai di Sesto San Giovanni, gente del PCI. Erano un mucchio i ragazzi della sua età e della sua provenienza che ci giravano attorno. E anche se erano studenti, tendevano a prendere subito un punto di vista rigidamente operaio.

    Anche Curcio spenderà parole d’affetto e comprensione per quel giovane militante che al ballo e alle discoteche aveva preferito la lotta armata:

    Quando lo incontrai nell’hinterland milanese aveva vent’anni: figlio di operai ancora orgogliosi del loro lavoro, apparteneva a quella nuova realtà di giovani arrabbiatissimi nati nei desolati centri della cintura industriale: San Donato, Desio, San Giuliano, Sesto San Giovanni. Ragazzi spoliticizzati che vivevano di furti e di lavoro nero, individualisti, ma con un forte senso di solidarietà sociale… Mi convinsi che poteva essere estremamente importante per le BR sviluppare un collegamento con quella nuova area di ribellione sociale. Dovevamo tentare di politicizzare quelle bande.

  • 26 Aprile 1976

    Un commando brigatista gambizza a Milano Roberto Anzalone, presidente dei medici mutualistici.

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  • 22 Aprile 1976

    A Milano un commando misto di Brigate Rosse, NAP e GAP fa irruzione negli uffici dell’Ispettorato Distrettuale per gli Istituti di prevenzione e di pena per adulti in via Crivelli 20.

    Tre impiegate vengono incatenate, asportati numerosi dossiers di detenuti, sui muri sono tracciati la stella e lo slogan: «Attaccare e distruggere i centri della repressione».

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  • 24 Gennaio 1976

    A San Vittore alcuni uomini cercando di accoltellare Pasqualino Sirianni, Sergio Spazzali, Pietro Morlacchi e Giovanni Battista Miagostovich.

    Braccio Uno, cella 311. Uomini mascherati e armati di pugnale hanno fatto irruzione nella cella, cercato di accoltellare quattro detenuti: ne hanno ferito uno in modo serio, altri due leggermente e l’ultimo se l’è cavata per caso. Si avanzano due ipotesi: o delitto su commissione o vendetta della mafia disturbata nei suoi traffici all’interno della prigione dai detenuti politici. Tutto appare incerto. Tutto, tranne che le armi non hanno colpito a caso. Nella cella al primo piano ci sono Pasqualino Sirianni, di Lotta Comunista; l’avvocato Sergio Spazzali, che col fratello Giuliano ha sostenuto, attraverso l’organizzazione “Soccorso Rosso” la difesa di numerosi detenuti politici, arrestato nel Novembre precedente per l’oscura chiamata di correo di un anarchico svizzero, Daniel Von Arb; quindi Pietro Morlacchi e Giovanni Battista Miagostovich: è il più grave dei feriti, gli incappucciati gli hanno vibrato colpi al ventre, al fianco e al braccio; all’ospedale San Carlo, lo stesso dove anni prima aveva lavorato come infermiere, lo sottopongono a laparotomia. Morlacchi e Sirianni si sono difesi disperatamente, scagliando contro gli aggressori tutto quanto capitava sotto mano, le lame li hanno raggiunti di striscio; Spazzali, al contrario, stava tornando dalla doccia quando è avvenuta l’irruzione. Viene fatta un’inchiesta: prima due, poi sei, infine anche una guardia carceraria, il brigadiere Antonio Giannini, vengono indicati dal sostituto procuratore Luigi De Liguori come i responsabili. Il mandante sarebbe Francesco Guzzardi, in carcere perché coinvolto nei sequestri degli industriali Pietro Torielli, di Vigevano, e Luigi Rossi di Montelera, di Torino.

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  • 18 Gennaio 1976

    Viene arrestato a Milano Renato Curcio.

    Curcio viene di nuovo arrestato, e di nuovo in circostanze dense di ambiguità e sospetti.

    Il capo-fondatore delle Br – che secondo gli inquirenti «non è più il leader della organizzazione, è oramai emarginato, forse superato politicamente» – sarebbe stato individuato fin dall’Agosto 1975 dai carabinieri, mediante il pedinamento della brigatista Nadia Mantovani, ma «il contatto» si era perso ed era «ripreso almeno mezza dozzina di volte.

    Infine, ai primi di Gennaio 1976, [viene] individuato l’appartamento che Curcio e la giovane abitano: una stanza, servizi e ampio terrazzo al quarto piano in via Maderno 5. Lo hanno affittato da Adriano Colombo, operaio dell’Alfa di Arese. Di fronte alla casa sorge la chiesa di Santa Maria di Caravaggio.

    Dal parroco, don Luigi Lattuada, i carabinieri ottengono il permesso di appostarsi sul campanile: con teleobiettivi e macchine a raggi infrarossi fotografano ripetutamente Curcio e la Mantovani.

    Da Nadia Mantovani i carabinieri sono risaliti anche a un altro gruppo: due uomini e una donna, che per i loro spostamenti usano spesso una 127 con targa uguale a quella di un mezzo pubblico. L’operazione è decisa per la terza domenica del mese. Nella rete cadono prima i tre sconosciuti che vengono arrestati mentre camminano per strada intorno alle 9:00, prima la donna poi i suoi compagni. Si dichiarano “prigionieri politici”. I loro nomi, che vengono tenuti segreti per ventiquattr’ore, non dicono troppo: Vincenzo Guagliardo, un tunisino da anni in Italia, e sua moglie Silvia Rossi Marchesa di Cavour, entrambi di ventisette anni, oltre a Dario Lo Cascio, ventotto anni, di Catania. Soltanto tre giorni dopo quest’ultimo, davanti al magistrato, dirà di chiamarsi in realtà Angelo Basone.

    Secondo la versione ufficiale, dunque, l’individuazione della base di via Maderno sarebbe stata una pura casualità. Fatto sta che nel tardo pomeriggio di domenica 18 gennaio, appena Curcio e la Mantovani rientrano nell’appartamento-base, i carabinieri procedono all’arresto dei due brigatisti, che avviene dopo una furiosa sparatoria col ferimento di un brigadiere e dello stesso Curcio.

    Ricorderà Franceschini:

    «Quando tornò in carcere (eravamo alle Nuove di Torino, al VI braccio, nel 1976) Curcio disse di avere raggiunto la certezza che Moretti fosse una spia. Raccontò che Mario stava a Genova, e venerdì 16 era venuto a Milano per partecipare alla riunione del Comitato esecutivo in programma quel giorno.

    Dopo la riunione, a sera, Moretti aveva detto di essere troppo stanco per tornarsene subito a Genova, e aveva insistito per passare la notte nell’appartamento-base dove stava Curcio insieme a Nadia Mantovani (era in via Maderno 5, ma per la compartimentazione nessun altro brigatista lo sapeva).

    Così Renato l’aveva ospitato per la notte nella base e l’indomani, Sabato, Mario se n’era tornato a Genova. La domenica, la polizia aveva fatto irruzione e aveva arrestato sia Curcio sia Nadia Mantovani… Renato diceva che se i carabinieri avessero fatto l’irruzione il venerdì sera o il sabato mattina, avrebbero arrestato pure Mario, ma invece l’avevano fatta di domenica, a colpo sicuro».

    È sera quando viene tentata l’irruzione nella casa di via Maderno. Curcio e la sua compagna sono rientrati da poco, gli uomini dei nuclei speciali salgono con cautela le scale fino al quarto piano. La casa è circondata da decine di uomini, tutti armati. I carabinieri suonano il campanello. Quanto segue è incerto. Da una cronaca:

    «Curcio, siete circondati, vi dovete arrendere», gridano i carabinieri. E subito dopo un ufficiale ha aggiunto: «Nadia vieni fuori».

    Dall’interno dell’appartamento, Curcio: «So che volete ucciderci». Poi il finimondo.

    Racconta il capitano Giovanni Digati, del nucleo investigativo:

    «Sono stati venticinque minuti d’inferno, con pallottole che fischiavano da tutte le parti, noi lo costringevamo a non affacciarsi, avevamo paura delle bombe a mano. Gli uomini sparavano raffiche di mitra a intervalli regolari: lui è uno che se ne intende, ha capito che in quella situazione non avrebbe potuta cavarsela. Nello scontro Curcio è ferito alla spalla sinistra, colpito anche il brigadiere Lucio Prati, al braccio e al calcagno. Ancora pochi minuti di sparatoria, poi dall’interno della casa, Curcio grida: «Se non mi sparate esco». Gli viene data assicurazione e Curcio esce camminando all’indietro, con le mani alzate.»

    Renato Curcio viene medicato al Fatebenefratelli e trasferito alla caserma dei carabinieri in via Moscova. Parla a lungo con i carabinieri e dice: «Io non ce l’ho con voi personalmente, ma con le istituzioni, con il sistema». Qualcuno gli obietta che anche l’Arma ha fatto la Resistenza. «Non l’Arma», ribatte il brigatista, «ma solo alcuni comportamenti individuali, tutti apprezzabili». Poi contesta aspramente l’uccisione di Mara:

    Voi carabinieri avete giustiziato Mara finendola con un colpo al cuore quando era già gravemente ferita al torace, il colpo mortale fu esploso a bruciapelo. Non avete atteso che morisse magari in ospedale, l’avete finita, insomma l’avete giustiziata.

    Curcio continua a parlare, e fra le altre cose dice:

    Con il mio arresto le BR hanno perduto semplicemente un uomo, anzi alcuni uomini, ma siamo in molti, tanti, quanti nemmeno potete immaginare. Siamo cresciuti subito e continueremo a crescere, ora più rapidamente di prima. Non sappiamo con esattezza quanti siamo: i rivoluzionari riescono a contarsi soltanto a rivoluzione finita.

    Il generale Giovanni Romeo, capo dell’Ufficio D del Sid, molti anni dopo attribuirà i meriti del secondo arresto di Curcio alla «attività preparatoria» effettuata dal suo reparto, così come l’Ufficio D del servizio segreto aveva propiziato il primo arresto di Curcio e Franceschini nel settembre 1974:

    «Quando tutti parlavano di dover affrontare il terrorismo mediante infiltrazioni, il reparto D del Sid lo aveva già fatto».

    Subito dopo la seconda e definitiva cattura di Curcio, viene diffusa la voce (ripresa da alcuni giornali) che il suo successore alla guida delle Br sarebbe Corrado Alunni.

    Per due anni, cioè fino al delitto Moro, il nome di Alunni nuovo leader delle BR viene citato al posto di quello del vero nuovo capo brigatista, Mario Moretti, favorendo di fatto la clandestinità dell’ex pupillo dei Casati Stampa.

    Nell’appartamento dove sono stati arrestati Curcio e la Mantovani le forze dell’ordine hanno trovato le matrici del ciclostile predisposte per la pubblicazione di un numero di “Lotta armata per il comunismo” (bollettino ufficiale delle Br), e nella rubrica “Diario di lotta” c’è scritto: «Pavia: viene scoperta la base di un nucleo clandestino rivoluzionario. La stampa e le autorità di polizia attribuiranno erroneamente alle Br l’appartenenza politica di quel nucleo».

    È evidente che Curcio intendeva “scaricare” Pelli, Alunni e Susanna Ronconi, terroristi della fazione militarista delle Br e in quanto tali brigatisti “dissidenti”: fra l’altro, Pelli aveva capeggiato il commando responsabile del duplice delitto nella sede missina di Padova.

  • 13 Gennaio 1976

    A Milano le Brigate Rosse lanciano bombe incendiarie contro la Caserma dei Carabinieri “Musocco” di Quarto Oggiaro.

    Durante l’azione i brigatisti distruggono un pullmino Fiat 850, una 500 e un’Alfetta.

    Il rogo è stato appena spento che al centralino di un quotidiano telefona una sconosciuta:

    «Qui le Brigate Rosse. La caserma dei carabinieri è stata assaltata questa sera da un nucleo armato delle Brigate Rosse. Viva la lotta armata per il comunismo».

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  • 29 Ottobre 1975

    Irruzione delle Brigate Rosse nella sede del “Centro Studi” di Confindustria a Milano.

    Nel tardo pomeriggio una donna e tre uomini irrompono nella sede del Centro Studi di Confindustria, al piano terra di Via Morigi, 2. Alla porta gli sconosciuti dicono di essere militi della guardia di finanza, appena all’interno estraggono le pistole. «Siamo delle Brigate Rosse e dobbiamo compiere la nostra missione». Negli uffici, cinque persone: il direttore, professor Giuseppe Longhi, Giacomo Cotto, Daniela Barbieri Fabbri, Mauro Guerrieri e Moreno Mozzi. Di fronte alla armi puntate il professor Longhi dice: «Qui non ci sono documenti importanti, il centro raccoglie solo dati di mercato e indagini economiche. Non c’è materiale di carattere politico». I guerriglieri lo ignorano, tolgono da alcune borse catene con le quali legano gli ostaggi e sigillano loro la bocca con cerotti. Poi li perquisiscono, dai portafogli prendono i documenti. Quindi inizia un accurato esame dei cassetti delle scrivanie. Ritenuti interessanti, molti documenti finiscono nella borse. Un brigatista con una bomboletta spray traccia sul muro la sigla dell’organizzazione e una frase contro il “compromesso storico”, un altro cosparge i telefoni di acido: «Chi tocca rimarrà ustionato», avverte.

    Comanda l’azione un uomo sui trentacinque anni, calmo, grassoccio, baffi orgogliosi, che dà ordini con voce tranquilla e sicura. «Poteva essere Renato Curcio», diranno le vittime. Ma non esistono indizi certi. Scritta sul muro anche la minaccia che l’attacco si concluderà soltanto dopo aver colpito il cuore dello stato, i brigatisti se ne vanno, i cinque incatenati rimangono immobili alcuni minuti. Poi Giacomo Cotto afferra un fermacarte posato sulla scrivania e lo scaglia contro una finestra. Al rumore accorre il figlio del portinaio, Alvaro Decet, finisce così quel tranquillo pomeriggio di paura. Le indagini sulle bierre riprendono, gli inquirenti ritengono verosimile l’ipotesi che il comandante del nucleo armato fosse Curcio. Le sole tracce lasciate dai brigatisti, comunque, sono le catene e alcune copie del manifesto autoadesivo inneggiante al “Comandante Mara”.

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  • 20 Ottobre 1975

    A Milano viene arrestato dai vigili urbani Giovanni Battista Miagostovich.

    Mancano pochi minuti alle 8. La pattuglia motorizzata “Delta 2” dei vigili urbani, composta dalla guardie Francesco Rignanese, Vincenzo Gargiulo ed Enrico Rosio, blocca verso piazza Argentina una 128 che ha imboccato un senso vietato. Ai vigili l’automobilista, giovane, paffuto, sorridente, mostra una patente che appare “grossolonamente contraffatta”: sul bollo, dell’anno precedente, la data è corretta a pennarello. Pochi minuti dopo, dalla centrale, arriva la notizia che il documento fa parte di uno stock rubato, il 2 Settembre 1973, all’ispettorato della motorizzazione di Cremona. Lo sconosciuto è invitato a salire sull’autoradio per essere portato al comando. Obbedisce, ma dopo alcuni minuti di viaggio in mezzo al traffico, in Via Palestro, davanti alla villa reale, estrae dalla cintola una pistola calibro 7,65. «Adesso basta. Fatemi scendere». Spalanca la portiera e scappa a piedi. I vigili si gettano all’inseguimento, ma il fuggitivo comincia a sparare. Davanti all’ingresso del giardino zoologico c’è un fitto scambio di colpi, un proiettile ferisce in modo non grave, il brigatista.
    «Mi considero prigioniero politico, mi appello alla convenzione di Ginevra» sono le uniche parole che dice. Sulla 128 viene trovata una valigetta colma di documenti giudicati dagli inquirienti «assai interessanti»: copie del volantino sulla rapina all’ospedale maggiore di Genova; sull’aggressione all’avvocato De Carolis; schede di «Iniziativa democratica» sottratte nello studio del capogruppo DC; una copia di «Lotta armata per il comunismo», redatto dalle bierre. Inoltre: schede di esponenti politici, mazzette di banconote da mille lire; un fazzoletto macchiato di sangue. La targa dell’auto è «rigenerata». Il nome del giovane non dice troppo: Giovanni Battista Miagostovich, 23 anni, veneziano: fino a Giugno ha abitato a Milano in Via Mogadiscio 2, poi, secondo gli inquirenti, è entrato in clandestinità. L’ultima apparizione pubblica sarebbe stata alla marcia Torino-Fossano per la liberazione di Lazagna. Figlio di un dirigente industriale, ha un «passato politico» limitato: a suo nome, in questura, c’è uno smilzo fascicolo. Anni prima era stato identificato durante un’occupazione all’istituto tecnico «Feltrinelli» di cui era studente. Pochi giorni dopo l’avvocato De Carolis riconosce come suoi alcuni documenti trovati nella ventiquattrore del giovane: Miagostovich, inoltre, è sospettato dell’irruzione alla Cassa di Risparmio all’ospedale San Martino di Genova: le lenti trovate sul posto dopo la sparatoria gli apparterrebbero. Sostiene la polizia: «È legato al gruppo di cui faceva parte anche Paola Besuschio».

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  • 11 Luglio 1975

    Il generale dei Carabinieri Enrico Mino scioglie il Nucleo Operativo Antiterrorismo. (altro…)