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29 Aprile 1975
A Milano muore Sergio Ramelli, neofascista.
Era stato aggredito il 13 Marzo 1975 da alcuni militanti di Avanguardia Operaia.
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- Giovanni Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico. Storia delle Brigate Rosse.
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16 Aprile 1975
A Milano viene ucciso a freddo il giovane comunista Claudio Varalli.
L’omicidio dà il via a tre giorni di scontri tra destra e sinistra in tutta Italia, che causano altre vittime per mano delle cariche della polizia.
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- Giovanni Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico. Storia delle Brigate Rosse.
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13 Marzo 1975
A Milano alcuni militanti di Avanguardia Operaia colpiscono a colpi di chiave inglese il neofascista Sergio Ramelli.
Il 13 marzo 1975 Ramelli stava ritornando a casa, in via Amadeo a Milano; parcheggiato il suo motorino poco distante, in via Paladini, si incamminò verso casa. All’altezza del civico 15 di detta via Paladini Ramelli fu assalito da un gruppo di extraparlamentari comunisti di Avanguardia operaia armati di chiavi inglesi, e colpito più volte al capo; a seguito dei colpi ricevuti perse i sensi e fu lasciato esangue al suolo. La testimonianza resa da Marco Costa durante il processo fu la seguente:
«Ramelli capisce, si protegge la testa con le mani. Ha il viso scoperto e posso colpirlo al viso. Ma temo di sfregiarlo, di spezzargli i denti. Gli tiro giù le mani e lo colpisco al capo con la chiave inglese. Lui non è stordito, si mette a correre. Si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui. Lo colpisco un’altra volta. Non so dove: al corpo, alle gambe. Non so. Una signora urla: “Basta, lasciatelo stare! Così lo ammazzate!” Scappo, e dovevo essere l’ultimo a scappare.»
A sua volta Giuseppe Ferrari Bravo rese la seguente testimonianza:
«Aspettammo dieci minuti, e mi parve un’esistenza. Guardavo una vetrina, ma non dicevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice: “Eccolo”, oppure mi dà solo una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che grida: “Basta!”. Dura tutto pochissimo… Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto. Fu così breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito. Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto.»
Pochi minuti dopo l’aggressione, un commesso vide il corpo coperto di sangue e allertò la portinaia del palazzo di via Amadeo dove il giovane abitava. La portinaia, riconosciutolo, avvertì la polizia e i soccorsi medici; un’autoambulanza lo portò all’Ospedale Maggiore dove fu sottoposto a un intervento chirurgico, della durata di circa cinque ore, nel tentativo di ridurre i danni causati dai colpi inferti alla calotta cranica.
Il decorso post-operatorio di Sergio Ramelli fu caratterizzato da periodi di coma alternati ad altri di lucidità; le complicazioni cerebrali comunque indotte dall’aggressione lasciavano i sanitari dubbiosi sul recupero delle piene funzionalità fisiche. La morte sopraggiunse 48 giorni dopo l’aggressione, il 29 aprile 1975.
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- Wikipedia, Omicidio di Sergio Ramelli.
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26 Febbraio 1975
A Milano alcune persone assaltano l’Istituto Dirigenti Industriali (IDI).
La sede dell’IDI è in Via Chiaravalle, a due passi dal duomo. Ore 19:15. Il custode dello stabile vede passare un giovane in loden e una ragazza, pochi attimi dopo tre altri uomini: sembrano studenti o giovani professionisti, non presta loro attenzione. Salgono rapidamente le scale fino al terzo piano, nascondono i visi coi passamontagna. Nei locali dell’istituto, dieci persone: il direttore, Gastone Flandoli, cinque impiegati, tre soci, un tipografo in attesa delle disposizioni per alcuni stampati. Quando la porta si apre, nessuno si volta a guardare. Un attimo dopo, al centro della stanza ci sono la ragazza e l’uomo, in pugno stringono le pistole. Alle loro spalle arrivano gli altri, mascherati e armati. Costringono i presenti faccia al muro, uno entra nell’ufficio del direttore e lo spinge nel gruppo dei prigionieri. Racconta Flandoli: «Ho pensato a una rapina e ho detto: “Vi siete sbagliati, qui non c’è niente da rubare”. Il giovane col loden mi ha subito rimbeccato: “Sappiamo benissimo dove siamo. State calmi, non siamo banditi”. Ne ho visto uno che tremava come una foglia. Da una ventiquattore hanno tirato fuori delle catene». I presenti vengono incatenati e costretti a entrare nel gabinetto in fondo al corridoio. La donna traccia sulle pareti con vernice spray stella e sigla, un secondo rimane dietro la porta per controllare le scale, gli altri esaminano fascicoli e schedari. Nella valigetta finiscono molti documenti, compresi gli elenchi dei duemila iscritti. Dieci minuti dopo il gruppo è in strada, confuso tra i passanti. Testimoni diranno di aver visto «dei giovani allontanarsi su motociclette di grossa cilindrata». Un’ora più tardi, mentre nei locali dell’istituto i rilevamenti non sono ancora terminati, i brigatisti lasciano un comunicato in una cabina telefonica all’angolo tra Corso Sempione e Via Procaccini. L’istituto, sostiene il documento, è «collegato alle associazioni dei dirigenti, contribuisce alla loro qualificazione e alla loro specializzazione nella politica di sfruttamento e di repressione della classe operaia». Alcuni inquirenti sostengono che ad aver compiuto l’assalto sia stato un gruppetto in qualche modo legato alle bierre, ma in sostanza autonomo. «Tutto sta a vedere se questi nuovi aderenti resteranno isolati o se riusciranno a inserirsi nella vera organizzazione delle Brigate Rosse». I dirigenti industriali temono sequestri, assalti. E chiedono protezione.
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12 Febbraio 1975
Pietro Morlacchi viene arrestato in Svizzera.
Le circostanze che hanno permesso ai gendarmi di mettere le mani sul guerrigliero, si assicura, ancora una volta sono state casuali. La cattura avviene il 12 ma la notizia è resa pubblica due giorni più tardi, lo stesso in cui i carabinieri decidono di comunicare la scoperta del «carcere del popolo» usato per la detenzione di Sossi. Le notizie dal Canton Ticino dicono che Morlacchi è stato preso mentre stava organizzando un assalto al carcere di Chiasso, per liberare compagni accusati del tentativo di rapina e dell’uccisione del brigadiere dei carabinieri Lombardini ed Argelato, presso Bologna. L’arresto è avvenuto la sera di Mercoledì, a Bellinzona, ma ha avuto un prologo nel pomeriggio, a Locarno. Un bandito armato fa irruzione nella sede del Credito Commerciale, s’impossessa di 140 mila franchi e fugge. Scattano le indagini, a sera, i gendarmi entrano nel ristorante della stazione di Bellinzona. Seduto a un tavolo scorgono un uomo con una borsa di pelle. È italiano, ma non li convince il passaporto che mostra intestato ad Artemio Spinelli, milanese. Portato al comando, si scopre che nella cartella ha una decina di carte d’identità in bianco. Arresto. Dalla borsa salta fuori anche la foto di un giovane con dati anagrafici segnati sul retro. L’indomani mattina nell’ufficio del capo della polizia cantonale, Giorgio Lepri, arriva un funzionario italiano: una visita «per normali scambi d’informazioni». Lepri avverte il collega dell’arresto compiuto la sera prima. «Vorrei vederlo» dice il poliziotto. Poi, di fronte all’arrestato, esclama: «Ma questo è Morlacchi, il capo delle Brigate Rosse del Lorenteggio, a Milano». Le indagini si spostano in Italia, la polizia risale al giovane della fotografia trovata nella borsa del brigatista: Vincenzo Anastasi, 27 anni, operaio alla Philips. Agenti si precipitano a casa sua, in corso San Gottardo: è arrestato sotto l’accusa di «partecipazione ad associazione sovversiva, detenzione di armi e munizioni».
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17 Settembre 1974
Le Brigate Rosse smascherano con un comunicato l’infiltrato Silvano “Frate Mitra” Girotti.
Con un comunicato scritto da Mara Cagol e diffuso a Milano, le BR smascherano Silvano Girotto come responsabile dell’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini:
«Domenica 8 settembre i compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del Sid… La loro cattura non è avvenuta, nel modo più assoluto, in seguito alla delazione o defezione di membri della nostra organizzazione, tanto meno per opera di infiltrati.
Essa non è da attribuire alle tanto sbandierate virtù investigative dei poliziotti torinesi, [ma] è avvenuta in seguito a una imboscata tesagli attraverso Silvano Girotto, più noto come “padre Leone”, il quale, sfruttando la fama di rivoluzionario costruita ad arte in America latina, presta l’infame opera di provocazione al soldo dei servizi antiguerriglia dell’imperialismo».
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1 Luglio 1974
Silvano Girotto si incontra con Alberto Caldi per fissare il primo incontro con le Brigate Rosse.
L’incontro avviene sull’autostrada Torino-Milano presso il casello di Greggio. L’avvocato Alberto Caldi gli consegna una busta chiusa: dentro, un foglio anonimo, scritto a stampatello, con le modalità per il contatto:
«Martedì 9 Luglio, stazione di Pavia, ci sarà uno con la valigia rossa in mano».
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2 Maggio 1974
Due nuclei armati delle Brigate Rosse, mentre polizia e carabinieri li cercano ovunque, compiono contemporaneamente due perquisizioni: una al Centro Sturzo di Torino e l’altra al Comitato di Resistenza di Sogno (MI). (altro…)
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20 Aprile 1974
Vengono trovati volantini delle Brigate Rosse a Torino, Firenze e Milano. (altro…)
