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  • Recensione de La Provvidenza Rossa di Lodovico Festa

    Recensione de La Provvidenza Rossa di Lodovico Festa

    La provvidenza rossa è un romanzo di Lodovico Festa pubblicato da Sellerio Editore Palermo nel 2016.

    Informazioni su ‘La provvidenza rossa’
    Titolo: La provvidenza rossa
    Autore: Lodovico Festa
    ISBN: 9788838934483
    Genere: Giallo
    Casa Editrice: Sellerio Editore Palermo
    Data di pubblicazione: 2016-02-11
    Lingua: Italiano
    Formato: Paperback
    Pagine: 544
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    la provvidenza rossaSiamo a Milano nell’autunno del 1977: Bruna Calchi, giovane fioraia, viene uccisa da una sventagliata di mitra nel suo chiosco di Via Procaccini. La polizia interviene tempestivamente, anche se le indagini si muovono con i piedi di piombo, come gli anni che stanno cercando di capire e rincorrere: la fioraia è una militante del Partito Comunista Italiano. Anche il partito si sta muovendo per cercare di scoprire il colpevole, con due probiviri, che cercano di capire se sono stati i neofascisti, o, peggio, se Bruna è morta per qualche traffico illecito che potrebbe gettare una cattiva luce sul partito.

    Lo stile di scrittura è burocratico, contorto, difficile da seguire, poco scorrevole… Esattamente come quello di un ex dirigente PCI che si racconta e racconta quel periodo quasi quarant’anni dopo. È stato proprio questo stile spesso di difficile lettura ma perfettamente appropriato a quello che doveva descrivere a farmi apprezzare appieno questo romanzo, che non ha una grande trama ma è un perfetto esempio di ciò che doveva essere il partito comunista italiano al pieno del suo splendore, qualche attimo prima che il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro ne spezzassero i pilastri e lo facessero regredire a ciò che è diventata oggi la sinistra.

     

  • 10 Gennaio 1981

    Le Brigate Rosse divulgano il comunicato n. 9 sul sequestro D’Urso.

    Contiene uno sprezzante attacco alla “linea della fermezza” (cioè al PCI), e un ultimatum: «Noi non abbiamo alcuna intenzione di prolungare la prigionia di D’Urso oltre il necessario, e se entro 48 ore dalla pubblicazione di questo comunicato non leggeremo integralmente sui maggiori quotidiani italiani i comunicati degli organismi di massa di Trani e Palmi che sono stati emessi, daremo senz’altro corso all’esecuzione della sentenza a cui D’Urso è stato condannato».

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  • 6 Gennaio 1981

    Una delegazione di parlamentari del Partito radicale si reca in visita alle supercarceri di Palmi e Trani.

    Dalla direzione del penitenziario pugliese il deputato radicale Franco De Cataldo ha contatti telefonici con il ministro della Giustizia Adolfo Sarti (il quale di lì a poco verrà coinvolto nello scandalo P2).

    Intanto i direttori dei maggiori quotidiani italiani respingono il ricatto brigatista decretando «il completo silenzio stampa sulle richieste dei terroristi rapitori di D’Urso»; altre testate minori mostrano invece disponibilità. La situazione si fa drammatica, la classe politica è spaccata.

    I parlamentari radicali rendono noto il comunicato firmato dal “Comitato unitario di campo” del carcere di Palmi, alla cui pubblicazione i terroristi subordinano «la sospensione della condanna a morte» del giudice D’Urso. Il documento è un farneticante proclama che attacca la «suburra criminale democristiana» e le «stupide iene revisioniste» del PCI, approva la condanna a morte del «boia D’Urso» decisa dalle Br, ma infine precisa: «Tuttavia, poiché la forza del movimento rivoluzionario è tale da consentire atti di magnanimità, noi acconsentiamo alla decisione presa dalle Brigate rosse di rilasciare il boia D’Urso alla condizione che questo comunicato, come quello dei compagni di Trani espressione del più generale movimento dei proletari prigionieri organizzati nei vari Organismi di Massa Rivoluzionari, vengano resi pubblici sui canali della comunicazione sociale».

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  • 15 Dicembre 1980

    Viene diffuso dalle Brigate Rosse il comunicato n°2 sul rapimento D’Urso.

    I terroristi affermano:

    «L’Asinara è il più infame dei campi speciali. È lo specchio fedele della barbarie imperialista. Esso rappresenta infatti il massimo della repressione e della disumana volontà di massacro di questo regime. Questo mostruoso luogo di tortura è il ricatto costante, la minaccia sempre presente, col quale sperano di piegare la lotta dei proletari prigionieri».

    Torna il clima del sequestro Moro. Nella totale inerzia dei servizi di sicurezza, le forze politiche sono duramente contrapposte: c’è chi ritiene che ai terroristi si debba rispondere con la fermezza rifiutando qualunque forma di trattativa (il PCI e il PLI), e chi invece sostiene la necessità “umanitaria” che lo Stato patteggi coi terroristi per salvare la vita del prigioniero e ottenerne la liberazione (il PSI e il Partito radicale).

    Stavolta la DC assume una ambigua posizione intermedia.

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  • 24 Gennaio 1979

    A Genova Guido Rossa viene ucciso dalle Brigate Rosse.

    Viene così reciso l’ultimo filo che tiene legate le Brigate Rosse alla sinistra italiana.

    Guido Rossa è un sindacalista della FIOM dell’Italsider e militante del PCI. Gli si imputa di aver denunciato, l’Ottobre precedente, Francesco Berardi detto “Cesare”, un operaio che aveva distribuito dentro la fabbrica i volantini delle BR.

    Berardi si suiciderà in carcere e la colonna genovese prenderà il suo nome.

    Gli assassini sono i brigatisti Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi.

    In sede giudiziaria Guagliardo dirà che Rossa avrebbe dovuto essere solo “gambizzato”: ma dopo avergli sparato alle gambe, e mentre il terzetto si stava allontanando, Dura è tornato indietro e ha finito l’operaio comunista sparandogli un colpo al cuore.

    Dura è il pupillo di Moretti, che lo ha voluto a capo della colonna genovese; quale “premio” per il delitto Rossa, Moretti promuoverà Dura nel Comitato esecutivo.

    La città di Genova risponde all’uccisione di Rossa con un compatto sciopero generale e una grande manifestazione dai connotati antifascisti, a conferma del totale isolamento delle Br. All’interno dell’organizzazione terroristica l’uccisione dell’operaio comunista provoca contraccolpi: un volantino Br recapitato all’Ansa di Roma definisce il delitto «un errore» della «colonna genovese» – una sostanziale sconfessione pubblica decisa da Morucci e Faranda, che provocherà tensioni con la triade Moretti-Gallinari-Micaletto che quel delitto ha approvato e avallato.

    Riconoscerà Mario Moretti:

    «Guido Rossa non bisognava neanche ferirlo».

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  • 15 Giugno 1978

    Si dimette dalla carica di Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

    Il quadro politico della solidarietà nazionale è irreversibilmente incrinato, le divisioni fra i partiti e nei partiti della maggioranza, innescate dal lungo sequestro, benché ancora latenti sono molto profonde.

    La prima ripercussione è istituzionale: su richiesta di PCI, PRI e radicali, e con i sostanziale assenso di una parte della DC, il 15 giugno si dimette il chiacchierato presidente della Repubblica Giovanni Leone;

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  • 23 Marzo 1978

    Il Partito Comunista Italiano rende nota la sua posizione ufficiale rispetto alla vicenda Moro.

    Lo Stato non deve intavolare alcuna trattativa con i terroristi delle Brigate Rosse.

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    Testi

  • 11 Marzo 1978

    Andreotti sale al Quirinale con la lista dei Ministri

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  • 23 Febbraio 1978

    Ultimo discorso pubblico di Aldo Moro

    (altro…)

  • 17 Novembre 1977

    Le Brigate Rosse “gambizzano” Carlo Castellano, dirigente dell’Ansaldo iscritto al PCI.

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