Categoria: Brigate Rosse
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23 Gennaio 1974
A Milano il capo del personale della Pirelli Bicocca Antonio Busti viene aggredito. (altro…)
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16 Gennaio 1974
A Milano le Brigate Rosse incendiano l’auto di Valentino Spataro, dirigente Sit-Siemens. (altro…)
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18 Dicembre 1973
Il dirigente della FIAT Amerio viene liberato dalle BR, dopo essere stato rapito 8 giorni prima.
Alle 5:55 di mattina, mentre Amerio dorme profondamente sulla branda da carcerato nella prigione del popolo, viene scosso a una spalla: «Sveglia. Si vesta, presto». Obbedisce, si infila giacca e pantaloni, poi guarda incerto le pantofole che i rapitori gli hanno dato. «Tienile pure». Poco dopo lo bendano e gli fanno mettere un paio di occhiali da sole. «Non si preoccupi: è finita. Fra poco sarà libero». Lo guidano, a piedi, per alcuni metri. Poi un viaggio in auto di 30-40 minuti, con molte curve che gli fanno pensare a giri viziosi. Indicare anche solo con grande approssimazione dove si trovi il «carcere del popolo» ad Amerio sarà impossibile.
Alle 6:10 la macchina si arresta, i brigatisti fanno scendere Amerio e lo accompagnano fino ad una panchina.
«Stia qui. Aspetti qualche minuto e poi torni a casa. È libero».Pochi momenti di attesa, poi il dirigente FIAT si toglie la benda e si guarda attorno. È in Piazza Zara, di fronte, sull’altra riva del Po, c’è l’ospedale maggiore delle Molinette, poco oltre un parcheggio di Taxi.
Alle 6:30 il taxi si ferma sotto casa di Amerio. La corsa costa mille lire, Amerio ne dà diecimila all’autista e non aspetta il resto. Suona al campanello, gli risponde la moglie.
Amerio è libero.
Dichiarerà alla stampa:
“Mi sento bene, benissimo […] Sono stati gentili […] mi hanno fornito pantofole di stoffa […] mi hanno anche dato un paio di mutande lunghe di lana […] fin dal primo giorno i rapitori mi hanno detto quando sarei stato liberato […]. Questa esperienza mi aiuterà a meditare e a lavorare per un futuro migliore.
Alle 11:00 il questore Massagrande tiene una conferenza stampa:
Dal momento del rilascio del cavalier Amerio sono scattati tutti i dispositivi predisposti in questi giorni. Dalle prime ore di stamani cerchiamo di raccogliere il frutto del lavoro fatto i giorni scorsi. Quelli che erano sospetti, indagini, identificazioni, cerchiamo ora di renderli concreti per inviare così un rapporto alla magistratura che, comunque, di ora in ora è tenuta al corrente della situazione.
Nonostante queste premesse, alle 12:45 squilla il telefono dell’ANSA. Una giovane voce, in falsetto, con leggero accento piemontese dice:
Nella cabina di Corso Vinzaglio angolo Corso Vittorio ci sono dei volantini.
Considerato che la polizia ha deciso di non perdere d’occhio la cabina telefonica di Piazza Statuto, i brigatisti hanno deciso di cambiare e hanno infilato il comunicato in una cabina a 200 metri dalla questura.
Per la prima volta i comunicati sono scritti con una macchina IBM e il ciclostile, con ogni probabilità, è un Gestetner.
Il sottosegretario agli Interni Pucci commenta così il sequestro:
“L’episodio rappresenta una manifestazione dello espandersi di un certo tipo di criminalità, che impone la mobilitazione di tutte le energie dello Stato”
E coglie l’occasione per tracciare un bilancio dell’azione preventiva della polizia del 1972:
- 1.200.000 persone identificate
- 4252 arresti
- 11.575 denunce a piede libero
E aggiunge che si può fare di più e meglio.
I giornali scrivono che per gli inquirenti il “carcere del popolo” dove Amerio è stato tenuto prigioniero otto giorni sarebbe nascosto in collina, e che come autori del sequestro si sospettano i brigatisti Curcio, Franceschini, Cagol, Bonavita, Ferrari, Bertolazzi, Bassi.
Nessun giornale fa il nome di Mario Moretti.
Nel 1975 gli inquirenti sospetteranno che a far parte del gruppo erano:
- Alfredo Buonavita
- Renato Curcio
- Margherita Cagol
- Paolo Maurizio Ferrari
- Alberto Franceschini
- Pietro Bertolazzi
- Pietro Bassi
Ad interrogare il “testimone” pare essere stato proprio Renato Curcio.
AudioImmaginiVideoFontinessun audio presentenessun immagine presentenessun video presenteTesti
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
- Renato Curcio e Mario Scialoja, A viso aperto
- M. Moretti – C. Mosca – R. Rossanda, Brigate Rosse, una storia italiana
- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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17 Dicembre 1973 (?)
Giovanna Legoratto e il marito Antonio Savino vengono arrestati alla FIAT Mirafiori. (altro…)
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10 Dicembre 1973
Le Brigate Rosse sequestrano Ettore Amerio, direttore del personale FIAT gruppo auto.
Anche a causa della grande austerità causata dall’embargo petrolifero del conflitto arabo-israeliano la FIAT licenzia 250 operai.
Le Brigate Rosse rispondono sequestrando il cavalier Ettore Amerio, capo del personale della FIAT. Al sequestro partecipano Renato Curcio, Alberto Franceschini e Paolo Maurizio Ferrari.
Alle 7:30 un commando brigatista travestito con tute della SIP (la ex Telecom) scende da un furgoncino e lo preleva dall’autorimessa dove sostava la sua auto e lo porta in una “prigione del popolo”.
La scelta non è casuale, il suo nome viene fatto da Bruno Labate durante il sequestro.
Ettore Amerio ha 58 anni, è sposato con Anna Zacchiero e ha due figli. Abita in un appartamento di Corso Tassoni 57, una casa dignitosa ma senza lusso. In passato ha avuto un infarto e soffre ancora di tachicardia.
Quest’ultimo fatto verrà pero criticato aspramente da Lotta Continua nell’editoriale del giorno successivo al sequestro:
Difficile trovare, fra gli operai, commenti pietistici nei confronti del rapito, del quale già le note di agenzia si preoccupano di informare che è malato di cuore. Si scopre che sono tutti malati di cuore questi funzionari del capitale: eppure adottano tranquilli, senza infarti e senza lacrime i licenziamenti di rappresaglia, i trasferimenti punitivi, le minacce di lasciare senza lavoro decine di migliaia di operai. Amerio tra gli operai è notissimo per la spregiudicatezza con cui tratta quest’armamentario. Ora è toccato a lui, e non c’è nessuno che ci pianga sopra, se non i suoi colleghi di sfruttamento.
Viene processato il giorno stesso, mentre in una cabina telefonica viene fatto rinvenire il volantino della rivendicazione.
La polizia cerca ovunque a Torino. Il capo della Criminalpol Montesano perquisisce personalmente la residenza in campagna della Famiglia Feltrinelli, mentre al governo, su indicazione di Fanfani, viene proposto un disegno di legge che autorizza la polizia durante i sequestri all’utilizzo delle armi e si consente alla polizia di interrogare prima del magistrato.
Mentre la caccia ai brigatisti prosegue frenetica, due auto vengono parcheggiate di fronte alla sede della Sit-Siemens, in Piazza Zavattari, a Milano, e alla Breda Siderurgica, in Via Santo Uguzzone, a Sesto San Giovanni. Sul tetto hanno altoparlanti e, a intervalli regolari, vengono diffusi il testo del primo «bollettino» emesso dall’organizzazione clandestina per il sequestro di Amerio, e un avvertimento: «Ai passanti. Non toccare questa macchina. È carica di esplosivo e può dilaniarvi. Sono le Brigate Rosse a lanciare questo avvertimento. Abbiamo sequestrato il cavalier Amerio della FIAT per dare una lezione ai fascisti». È compito degli artificieri aprire le portiere: nelle auto non c’è esplosivo, ma solo sue registratori che ripetono i messaggi.
Le BR fanno trovare in modo beffardo il comunicato n°2 nella stessa cabina di Piazza Statuto a Torino, esattamente dove era stato lasciato il primo.
Amerio verrà poi rilasciato 8 giorni dopo, il 18 Dicembre 1973.
AudioImmaginiVideoFontinessun audio presenteDa “La notte della Repubblica: la nascita delle Brigate Rosse”
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
- Giovanni Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico. Storie delle Brigate Rosse.
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7 Dicembre 1973
A Milano le Brigate Rosse incendiano l’auto di Ferrari, dirigente Sit-Siemens.
Verrà rivendicato con un comunicato il 22 Gennaio 1974:
Nei giorni 7/12/1973 e 16/1/1974 due nuclei delle Brigate Rosse hanno incendiato e distrutto le auto dei dirigenti della Sit-Siemens Ferrari e Spataro. A tutti è ben noto il loro comportamento antioperaio e le loro continue provocazioni durante le lotte.
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- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
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27 Settembre 1973
Le Brigate Rosse rubano un’Autobianchi A 112 a Lodi (altro…)
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28 Giugno 1973
Le Brigate Rosse rapiscono l’ingegner Michele Mincuzzi, dirigente tecnico dell’Alfa Romeo iscritto all’UCID.
Michele Mincuzzi è originario di Bari ma vive al nord da molto tempo. Ha 56 anni, è sposato e ha due figli.
Da tempo all’Alfa Romeo sono in corso lunghe e non facili trattative sindacali. Il 28 Giugno è proprio il giorno dopo la fine della soluzione della vertenza.
Alle 19:30 l’ingegnere lascia lo stabilimento e sale sulla sua Alfetta. Mezz’ora di strada e sarà a casa, in via Ruffini 8. Gli aggressori lo aspettano sotto l’abitazione, sanno che il momento più favorevole è quando l’uomo scende dall’auto per aprire il cancello del box.
Quando infila la chiave nella serratura qualcuno alle spalle gli chiede un’informazione. Si volta, ha appena il tempo di di intravedere il volto di un uomo a meno di un metro. Scorge altri due con un passamontagna rossa che si avvicinano. Pensa a una rapina, ha lo stipendio in tasca. Tenta di reagire, ma viene colpito al naso, che si frattura.
I tre gli mettono un cappuccio in testa e se ne vanno con un furgone 850 targato MI 902338, targa presa da almeno tre testimoni.
Viene portato in un covo e interrogato dalle 21:30.
Di quella strana udienza Mincuzzi dirà:
Non lo chiamerei un processo. È stata più che altro una discussione abbastanza pacata. I miei rapitori esponevano le loro teorie sulla società, ma mi permettevano di controbattere.
Mario Moretti, armato e mascherato, fa parte del commando che lo rapisce.
Le modalità dell’azione sono le solite: l’ingegnere viene aggredito, caricato su un furgone (legato mani e piedi, imbavagliato e incappucciato) e condotto in un covo, dove viene interrogato; quindi, di nuovo incatenato e imbavagliato, viene abbandonato sul bordo di una strada con un cartello appeso al collo, in un campo a poche decine di metri dallo stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese:
Mincuzzi Michele dirigente fascista dell’Alfa Romeo, processato dalle Brigate rosse. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato. Per il comunismo.
Ma diversamente dal solito, sul cartello il simbolo brigatista – la stella cerchiata – non è a cinque punte, ma a sei: è cioè la stella israelita di David.
Il responsabile dell’errore grafico è proprio Mario Moretti.
Alberto Franceschini dirà:
“Lui era incaricato di preparare il cartello per la foto di rivendicazione, e invece del nostro simbolo disegnò la stella di Davide… Disse che si era sbagliato, ma io oggi mi domando se non fosse un messaggio per qualcuno.”
Per pura combinazione, poco tempo dopo il servizio segreto di Israele, il Mossad, prende contatti con le BR.
Scriverà Franceschini:
“Gli uomini dei servizi segreti di Tel Aviv, come prova della loro affidabilità, ci avevano dato l’indirizzo di Friburgo dove si era nascosto Pisetta dopo le sue soffiate, e i nomi di alcuni operai della Fiat che, per conto dei Servizi italiani, stavano cercando di infiltrarsi al nostro interno. Volevano fornirci armi e munizioni moderne senza chiedere una lira in cambio: avremmo solo dovuto continuare a fare quello che stavamo facendo, a loro interessava che i Paesi mediterranei come l’Italia, [in buoni] rapporti con i palestinesi, continuassero a vivere in una situazione di instabilità al loro interno. Non fu necessaria una lunga discussione tra noi, eravamo tutti d’accordo: niente armi dagli israeliani, anche se le notizie che ci avevano fornito erano assolutamente esatte e ci furono utili. Stavamo per far entrare in una brigata della Fiat un falso compagno pagato dai carabinieri.”
Tra le schede individuali “requisite” nel raid all’UCID, c’è anche quella dell’ingegnere Michele Mincuzzi, un dirigente dell’Alfa specializzato in organizzazione del lavoro. Informazione che viene utilizzata dalle BR, che lo sequestrano pochi mesi dopo, esattamente il 28 giugno: un’azione strettamente collegata con l’attacco alla sede degli imprenditori cattolici e inquadrata nella lotta contro «il fascismo in camicia bianca».
Accanto a Mincuzzi i brigatisti lasciano anche un comunicato che spiega le ragioni di quell’azione. Tornato libero, Mincuzzi viene sequestrato dalla stampa: gli si vuole estorcere un giudizio negativo sulle BR ma, soprattutto, fargli confermare che i brigatisti sono fascisti mascherati da rossi. Il «Corriere della Sera» gli domanda se sia possibile che i discorsi del “giudice” mascherino posizioni di destra. «Se è così», rispondeMincuzzi, «il mio interlocutore non si è mai tradito». Il «Corriere» commenta: «Ora a Milano abbiamo anche un Tribunale volante che sequestra e giudica. Un Tribunale di cui non si sa nulla e che domani potrebbe ricomparire e imporre le sue leggi di violenza». Si tratta di un «ennesimo episodio di violenza inserito nell’atmosfera tesa di una città turbata» che è servito «per montare le tensioni d questi giorni. La condanna perciò non ammette alcuna differenziazione, sia che gli esecutori appartengano alle frange di sinistra, sia che vengano invece dalla parte opposta». «Indaghiamo in tutte le direzioni», dichiara il magistrato D’Alessio, «in particolare sulle BR e sui Giustizieri d’Italia». La stessa tesi degli opposti estremismi viene ripresa dall’«Avanti!», che la integra con la teoria della criminalizzazione della politica. Dure condanne arrivano anche da parte dei sindacati e dell’Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali (ALDAI), mentre la federazione milanese CGL-CSL-UIL condanna gli «organizzatori dell’incivile e banditesco atto» e per il PCI si tratta di una «banditesca organizzazione che agisce con metodi delinquenziali, il cui scopo è quello di alimentare la strategia della tensione».
Per qualche tempo Mincuzzi rimane in mezzo al prato, non lontano dalla strada deserta. Soltanto alle 23:30 lo scorge l’autista di un pullman. Mincuzzi è medicato all’infermeria dello stabilimento Alfa, poi è condotto all’ospedale San Carlo di Milano.
Stavolta l’azione ottiene un considerevole successo. Il «Corriere della Sera» dedica al fatto un titolo a quattro colonne in prima pagina:
Rapito a Milano e ritrovato un dirigente dell’Alfa Romeo
Tornando alle reazioni sul sequestro Mincuzzi, «il Manifesto» tace. Non così Avanguardia Operaia, che non ha alcun dubbio che si tratti di una provocazione messa in atto da agenti della strategia della tensione. Condanna anche da parte di «Lotta Continua», che fornisce tuttavia un giudizio più articolato e meditato. L’unico a dare il pieno appoggio alle BR è «Potere Operaio»: Si è colpito con l’intera organizzazione di fabbrica titola un articolo a tutta pagina. Per POTOP le serrate discussioni fatte tra compagni confermano che l’iniziativa armata è attuale. L’organo di Potere Operaio apre poi una polemica violenta e dai toni sprezzanti con Lotta Continua, cui rimprovera l’essersi allineata a «il manifesto». Il voltafaccia viene evidenziato dalla riproduzione fotografica su una pagina di «Potere Operaio» del lunedì di due articoli di LC, messi in contrapposizione e illustranti il primo il sequestro Macchiarini, il secondo il rapimento Mincuzzi. L’articolo di LC su Mincuzzi, intitolato Frutti di stagione viene da POTOP parafrasato in Opportunismi di stagione. Ma la voce di POTOP è debole e isolata. Il concentrarsi della repressione statale su questo gruppo, violentissima dopo l’incendio di Primavalle13 (che ha ucciso due figli di un missino) in cui sono coinvolti alcuni suoi appartenenti, unitamente a una singolare forma di scomunica da parte di LC (il rifiuto quasi sistematico di partecipare a manifestazioni, assemblee, firmare volantini insieme a POTOP) danno a questo gruppo il colpo di grazia: molti militanti di POTOP confluiscono nelle fila dell’autonomia operaia, e la sigla Potere Operaio scompare quasi del tutto.
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- Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti.
- Vincenzo Tessandori. BR Imputazione: banda armata. Cronaca e documenti delle Brigate Rosse.
- Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse
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5 Giugno 1973
Giacomo Cattaneo viene rilasciato dopo quasi un anno di carcerazione preventiva. (altro…)