Tag: aldo moro

  • 19 Marzo 1978

    Papa Paolo VI lancia il primo appello ai rapitori di Moro, affinché liberino lo statista democristiano.

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  • 18 Marzo 1978

    Comunicato n°1 delle Brigate Rosse sul Sequestro Moro
    La polizia perquisisce lo stabile di Via Gradoli 96, dove vive Mario Moretti

    Il comunicato viene trovato a Roma verso il mezzogiorno di Sabato, due giorni dopo il rapimento, sul tetto di un apparecchio per fototessere in un sottopassaggio in Largo Argentina da un giornalista del Messaggero, che era stato avvisato telefonicamente.

    Il comunicato viene trovato in cinque copie in una busta arancione di formato commerciale, insieme ad una polaroid che ritrae Aldo Moro in maniche di camicia, seduto sotto una bandiera delle Brigate Rosse.

    L’accusa che viene rivolta a Moro è di essere responsabile «dei programmi controrivoluzionari della borghesia imperialista».

    Testo completo del Comunicato n°1 sul rapimento di Aldo Moro

    “Giovedì 16 marzo un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo ALDO MORO, presidente della Democrazia Cristiana.

    La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata.

    Chi è ALDO MORO è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la DC è stata artefice nel nostro paese, dalle politiche sanguinarie degli anni ’50, alla svolta del “centro-sinistra” fino ai giorni nostri con “l’accordo a sei” ha avuto in ALDO MORO il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste. È inutile elencare qui il numero infinito di volte che Moro è stato presidente del Consiglio o membro del Governo in ministeri chiave, e le innumerevoli cariche che ha ricoperto nella direzione della DC, (tutto è ampiamente documentato e sapremo valutarlo opportunamente), ci basta sottolineare come questo dimostri il ruolo di massima e diretta responsabilità da lui svolto, scopertamente o “tramando nell’ombra”, nelle scelte politiche di fondo e nell’attuazione dei programmi controrivoluzionari voluti dalla borghesia imperialista.

    Compagni, la crisi irreversibile che l’imperialismo sta attraversando mentre accelera la disgregazione del suo potere e del suo dominio, innesca nello stesso tempo i meccanismi di una profonda ristrutturazione che dovrebbe ricondurre il nostro paese sotto il controllo totale delle centrali del capitale multinazionale e soggiogare definitivamente il proletariato.

    La trasformazione nell area europea dei superati Stati-nazione di stampo liberale in Stati lmperialisti delle Multinazionali (SIM) è un processo in pieno svolgimento anche nel nostro paese. Il SIM, ristrutturandosi, si predispone a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione degli interessi economici-strategici globali dell’imperialismo, e nello stesso tempo ad essere organizzazione della controrívoluzione preventiva rivolta ad annichilire ogni “velleità” rivoluzionaria del proletariato.

    Questo ambizioso progetto per potersi affermare necessita di una condizione pregiudiziale: la creazione di un personale politico-economico-militare che lo realizzi. Negli ultimi anni questo personale politico strettamente legato ai circoli imperialisti e’ emerso in modo egemone in tutti i partiti del cosiddetto “arco costituzionale”, ma ha la sua massima concentrazione e il suo punto di riferimento principale nella Democrazia Cristiana. La DC è così la forza centrale e strategica della gestione imperialista dello Stato. Nel quadro dell’unita’ strategica degli Stati Imperialisti, le maggiori potenze che stanno alla testa della catena gerarchica, richiedono alla DC di funzionare da polo politico nazionale della controrivoluzione. E’ sulla macchina del potere democristiano, trasformata e “rinnovata”, e’ sul nuovo regime da essa imposto che dovrà marciare la riconversione dello Stato-nazione in anello efficiente della catena imperialista e potranno essere imposte le feroci politiche economiche e le profonde trasformazioni istituzionali in funzione apertamente repressiva richieste dai partner forti della catena: Usa, RFT.

    Questo regime, questo partito sono oggi la filiale nazionale, lugubremente efficiente, della piu’ grande multinazionale del crimine che l’ umanita’ abbia mai conosciuto.

    Da tempo le avanguardie comuniste hanno individuato nella DC il nemico più feroce del proletariato, la congrega più bieca di ogni manovra reazionaria. Questo oggi non basta.

    Bisogna stanare dai covi democristiani, variamente mascherati, gli agenti controrivoluzionari che nella ” nuova ” DC rappresentano il fulcro della ristrutturazione dello SIM, braccarli ovunque, non concedere loro tregua. Bisogna estendere e approfondire il processo al regime che in ogni parte le avanguardie combattenti hanno già saputo indicare con la loro pratica di combattimento. E questa una delle direttrici su cui è possibile far marciare il Movimento di Resistenza Proletario Offensivo, su cui sferrare l’attacco e disarticolare il progetto imperialista. Sia chiaro quindi che con la cattura di ALDO MORO, ed il processo al quale verrà sottoposto da un Tribunale del Popolo, non intendiamo “chiudere la partita” né tantomeno sbandierare un “simbolo”, ma sviluppare una parola d’ordine su cui tutto il Movimento di Resistenza Offensivo si sta già misurando, renderlo più forte, più maturo, più incisivo e organizzato. Intendiamo mobilitare la più vasta e unitaria iniziativa armata per l’ulteriore crescita della GUERRA DI CLASSE PER IL COMUNISMO.

    PORTARE L’ATTACCO ALLO STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI.

    DISARTICOLARE LE STRUTTURE, I PROGETTI DELLA BORGHESIA IMPERIALISTA ATTACCANDO IL PERSONALE POLITICO-ECONOMICO-MILITARE CHE NE E’ L’ ESPRESSIONE.

    UNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE.

    16/3/78

    Per il comunismo
    Brigate rosse

    Lo stesso sabato 18 marzo, di primo mattino, gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si recano in via Gradoli 96 per perquisire l’edificio: ispezionano tutti gli appartamenti, salvo l’interno 11, quello abitato dal capo brigatista Moretti (sotto la falsa identità di Mario Borghi) perché nessuno risponde al campanello.

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  • 16 Marzo 1978

    Agguato di Via Fani.
    Antelope Kobbler.
    Il questore di Roma Domenico Migliorini viene rimosso dall’incarico.

    In Via Mario Fani, a Roma, alcuni militanti delle brigate rosse attaccano il convoglio che sta scortando Aldo Moro per sequestrarlo. È stato il primo atto del rapimento dell’esponente della Democrazia Cristiana, che si concluderà 55 giorni dopo con l’omicidio di Moro e il ritrovamento del suo cadavere in una Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani.

    Mario Fani, “educatore 1845-1869” è stato il fondatore dell’Azione Cattolica Italiana verso la metà dell’Ottocento.

    L’operazione viene chiamata in codice “Fritz” all’interno delle Brigate Rosse.

    Aldo Moro si stava recando alla Camera dei deputati per il dibattito e il voto di fiducia per il quarto governo di Giulio Andreotti; per la prima volta dal 1947 anche il PCI avrebbe concorso alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo.

    Aldo Moro, in quel momento presidente della democrazia cristiana, era il principale artefice di questa manovra politica insieme a Enrico Berlinguer, segretario del PCI.

    Il dibattito, nato con l’ultimo discorso pubblico di Aldo Moro il 23 Febbraio 1978, non era ancora concluso, perché erano sorti numerosi problemi legati ai ministri che Andreotti aveva proposto al Quirinale l’11 Marzo 1978, di cui i comunisti non erano soddisfatti.

    Cronologia

    Ore 0:00 – 9:30

    Ore ?:??

    Raffele Fiore e Bruno Seghetti, durante la notte, squarciano le gomme del furgone Ford Transit del Fioraio Antonio Spiriticchio in Via Brunetti 42: il furgone era sempre parcheggiato per lavoro all’incrocio di Via Fani, avrebbe potuto intralciare l’azione e correre il rischio di essere coinvolto nel conflitto a fuoco.

    ore 8:45

    Gli uomini della scorta di Aldo Moro sono in attesa sotto casa in Via del Forte Trionfale 79 per accompagnarlo in Parlamento.

    I brigatisti arrivano in Via Fani in piccoli gruppi:

    • Valerio Morucci (Matteo)
      Mitra FNAB 43 – Pistola Browning HP
      Fiat 127, abbandonata poi nei pressi del mercato Trionfale. Poi Autobianchi A112 fino a Via Stresa.
    • Franco Bonisoli (Luigi)
      Mitra FNAB 43 – Pistola Beretta M51
      Fiat 127, abbandonata poi nei pressi del mercato Trionfale. Poi Autobianchi A112 fino a Via Stresa.
    • Prospero Gallinari (Giuseppe)
      Mitra TZ45 – Pistola Smith&Wesson 39
    • Raffaele Fiore (Marcello)
      Mitragliatrice Beretta M12 – Pistola Browning HP

    I quattro, vestiti da aviatori Alitalia (con completo di berretto), si nascondono dietro le siepi del bar Olivetti, siepi composte da pitosforo ed edera, chiuso per lavori e con le saracinesche abbassate, e si dividono in due coppie fingendo di parlare.

    • Mario Moretti (Maurizio)
      Mitra Beretta MAB 38 – Pistola Browning HP
      Fiat 128 con targa diplomatica, ferma sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, pronto a muovere verso l’incrocio di via Stresa.
    • Alessio Casimirri (Camillo)
      Fucile M1 calibro 30
      Fiat 128 Bianca, in attesa sullo stesso lato di Via Fani, poco più avanti di Moretti
    • Alvaro Lojacono (Otello)
      Fucile M1 calibro 30
      Fiat 128 Bianca, in attesa sullo stesso lato di Via Fani, poco più avanti di Moretti
    • Barbara Balzerani (Sara)
      Mitraglietta Vz 61 Skorpion
      Fiat 128 Blu, dall’altra parte dell’incrocio di Via Stresa, rivolta con il muso verso l’arrivo del convoglio.
    • Bruno Seghetti (Claudio)
      Fiat 132 Blu, ferma contromano sul lato sinistro della strada, avrebbe dovuto fare retromarcia per caricare Moro.
    • Una A112, ferma senza occupanti sul lato destro di Via Stresa, a venti metri dall’incrocio.

    ore 8:55

    Aldo Moro scende di casa e viene accompagnato dal maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (suo fedele collaboratore da molti anni) all’auto di rappresentanza, una Fiat L130 targata ROMA LL59812, dove si siede sui sedili posteriori. A guidare l’auto è il carabiniere Domenico Ricci (42 anni) con accanto il maresciallo Leonardi (52 anni), responsabile della sicurezza.
    Sull’auto della scorta, un’Alfetta targata Roma S93393 ci sono la guardia di P.S. Giulio Rivera (24 anni) e il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi (30 anni) e la guardia di P.S. Raffaele Iozzino, 25 anni.

    ore 8:57

    Il convoglio, composto dall’auto del presidente e quella della scorta, si muove a velocità sostenuta in direzione di via della Camilluccia, mentre Aldo Moro consulta i giornali del mattino. È prevista una sosta (abituale) nella Chiesa di Santa Chiara.

    Ore 9:00

    Rita Algranati (Marzia), una giovane brigatista appostata all’inizio di via Fani, vede arrivare il convoglio delle auto dell’onorevole Moro e con un mazzo di fiori in mano segnala l’arrivo a Mario Moretti: subito dopo abbandona il luogo dell’azione su un ciclomotore.
    Moretti parte a sua volta e si inserisce proprio davanti al convoglio del presidente, rallentando l’andatura senza farsi superare. Sorpassa una Fiat 500 (a sua volta superata dal convoglio) e si ferma leggermente di traverso allo stop su Via Stresa, cercando di occupare la maggior parte della carreggiata.

    ore 9:02

    I quattro brigatisti travestiti da avieri escono da dietro la siepe del Bar Olivetti, estraggono i mitra dalle borse di cuoio (anch’esse con il logo Alitalia), si portano al centro della carreggiata e aprono il fuoco. Morucci e Fiore verso la Fiat 130 del presidente, Gallinari e Bonisoli verso l’Alfetta.
    Valerio Morucci spara attraverso il parabrezza con l’FNAB-43 e colpisce ripetutamente il maresciallo Leonardi, ma Raffaele Fiore (che aveva il compito di uccidere l’autista della Fiat 130, appuntato Ricci) dopo pochi colpi inceppa il suo mitra M12; sostituisce il caricatore ma non riesce più a sparare.
    Contemporaneamente anche gli altri due brigatisti, Gallinari, armato di un mitra TZ45, e Bonisoli, con un altro FNAB-43, si avvicinano all’Alfetta: aprono il fuoco subito contro la scorta.
    Alle spalle delle due auto dell’onorevole Moro si sono intanto portati Casimirri e Lojacono che bloccano il traffico lungo via Fani con la loro Fiat 128 bianca e provvedono a intimidire con le armi le poche persone presenti sul luogo e il figlio del giornalaio dell’edicola posta lungo via Fani.
    Nel frattempo anche Barbara Balzerani si è portata all’incrocio di via Stresa e con la mitraglietta Skorpion controlla e blocca il flusso delle auto da quella direzione mentre alle sue spalle infuria il conflitto a fuoco.
    Anche i due brigatisti impegnati contro l’Alfetta hanno problemi con le loro armi: Gallinari riesce a sparare per alcuni secondi prima che anche il suo mitra si inceppi, e continua a sparare con la sua pistola Smith&Wesson M39, mentre Bonisoli spara circa un caricatore contro gli agenti dell’Alfetta.

    L’appuntato Ricci cerca di sfuggire alla trappola, mentre Fiore cerca di risolvere i problemi del suo M12, facendo manovra svariate volte: ma essendo bloccato dall’Alfetta e dalla Fiat 128 di Moretti non trova una via d’uscita. Moretti, sulla Fiat 128, si limita a tirare il freno a mano e a calcare il freno pedale per mantenere il blocco. Il tentativo di svicolarsi dalla trappola viene ostacolato ancghe dalla casuale presenza di una Mini Minor parcheggiata sul bordo della strada.
    Valerio Morucci risolve i problemi con il suo mitra e torna verso la Fiat 130 per uccidere l’appuntato Ricci.
    Nel frattempo l’agente Iozzino, sul sedile posteriore destro dell’Alfetta, il meno esposto al fuoco dei brigatisti, scenda dall’auto e risponde al fuoco con la sua Beretta 92, ma viene ucciso da Gallinari e Bonisoli (probabilmente dalla Beretta 51 di quest’ultimo, che aveva sostituito il mitragliatore scarico).

    Raffaele Fiore apre subito la portiera posteriore sinistra della Fiat 130 ed estrae l’onorevole Moro dall’auto, lasciando l’impronta della mano sulla portiera. Moro è illeso e non oppone alcuna resistenza a Fiore che, aiutato da Moretti (scedso dalla 128) lo trascina fino alla Fiat 132 Blu guidata da Bruno Seghetti, che nel frattempo si era portato in in retromarcia da Via Stresa a Via Fani.
    Fanno sdraiare Moro sui sedili posteriori, coperto da una coperta; Fiore sale anche lui sui sedili posteriori, Moretti sul sedile del passeggero. L’auto parte subito lungo Via Stresa in direzione di Via Trionfale.
    Segue la Fiat 128 Bianca di Casimirri e Lojacono, su cui era salito anche Gallinari.
    Morucci prende due delle cinque borse di Moro e sale sulla Fiat 128 Blu ferma nella parte bassi di Via Fani, dove erano già in attesa Barbara Balzerani (sui sedili posteriori) e Franco Bonisoli (al posto del passeggero) e segue le altre due auto.

    In Via Fani rimangono le due auto del convoglio di scorta a Moro e i cadaveri degli agenti di scorta (resta in vita solo il Brigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi, che è comunque gravemente ferito), ma anche una Fiat 128 familiare con targa del corpo diplomatico CD 19707, abbandonata dai terroristi.

    ore 9:03

    Il 113 riceve una telefonata anonima riguardo alla sparatoria di Via Fani, e manda quindi la pattuglia del Commissariato di Monte Mario, in sosta in Via Bitossi.

    ore 9:05 (Sergio Flamigni, membro della Commissione parlamentare di inchiesta, ritiene errato questa orario e la sposterebbe in avanti di qualche minuto)

    Arriva la prima comunicazione degli agenti della pattuglia alla Centrale. Provvedono ad allontanare la folla che si era radunata, ispezionano le auto con i colleghi morenti e raccolgono le prime testimonianze.

    Inviare subito le autoambulanze, sono della scorta di Moro e hanno sequestrato l’onorevole

    Gli agenti riferiscono che i terroristi si sarebbero allontanati su una Fiat 128 bianca con targa Roma M53995 e diramano l’informazione secondo cui gli attentatori sarebbero stati in 4 e avrebbero indossato divise da poliziotti o da marinai.

    ore 9:10

    Arrivano anche le volanti Beta 4, Zara, V12 e SM91 grazie ad una seconda telefonata anonima, vengono informate la Questura, la Criminalpol, la Squadra mobile, la DIGOS e il Commissariato di Monte Mario.
    Viene comunicato alle volanti di cercare, oltre alla Fiat 128 bianca, anche una Fiat 132 blu targata Roma P79560 e una moto Honda scura.

    ore 9:15

    La Questura comunica la notizia dell’agguato di via Fani alla centrale operativa della Legione dei carabinieri di Roma.
    Alla stessa ora la centrale operativa registra anche la comunicazione telefonica di Pino Rauti che, abitando in via Fani, aveva modo di osservare da una finestra alcune fasi dell’agguato e comunica subito di aver sentito raffiche di mitra, di aver visto due uomini vestiti da ufficiali dell’aeronautica e di averli osservati allontanarsi una Fiat 132 blu.

    ore 9:20

    Viene informato della situazione il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga dal Capo della Polizia Giuseppe Parlato, Giulio Andreotti lo viene a sapere qualche minuto prima. Con il passare dei minuti un numero sempre più elevato di funzionari e dirigenti raggiunge via Fani:

    • Generale Pietro Corsini, comandante generale dei carabinieri;
    • Giovanni De Matteo, procuratore capo;
    • Fernando Masone, capo della squadra mobile;
    • Colonnello Enrico Coppola, capo della Legione dei Carabinieri di Roma;
    • Generale Giuseppe Siracusano;
    • Generale Mario De Sena;
    • Domenico Spinella, capo della DIGOS
    • De Francesco, questore;
    • Luciano Infelisi, procuratore

    In Via Fani arriva anche Eleonora Chiavarelli, moglie di Aldo Moro, che viene informata mentre sta tenendo una lezione di catechismo nella Chiesa di San Francesco. Il questore De Francesco cerca di tranquillizzarla affermando che dalla metodica dell’agguato si può ragionevolmente essere sicuri che l’onorevole sia ancora vivo. La moglie di Aldo Moro comincia a manifestare i primi dubbi sulla vicenda.

    Ore 9:23

    Viene individuata la Fiat 132 targata Roma P79560 dalla polizia, abbandonata dai brigatisti in via Licinio Calvo

    Ore 9:24

    Viene attivato il primo posto di blocco dalla polizia nei pressi dello svincolo del Grande Raccordo Anulare di via Tiburtina, in un punto molto lontano dalla effettiva direzione seguita dai terroristi per la fuga.

    ore 9:25

    Un’edizione straordinaria del giornale radio del GR2 fa raggiungere alla notizia il panorama nazionale.

    Drammatica notizia che ha dell’incredibile e che, anche se non ha trovato finora una conferma ufficiale, purtroppo sembra vera: il presidente della Democrazia cristiana, on. Aldo Moro, è stato rapito poco fa a Roma da un commando di terroristi. L’inaudito, ripetiamo, incredibile episodio è avvenuto davanti all’abitazione del parlamentare nella zona della Camilluccia.

    Vengono approntati posti di blocco in zona via Trionfale-Pineta Sacchetti.

    ore 9:31

    Anche il GR1 dà la notizia in edizione straordinaria:

    Il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro è stato rapito a Roma, stamane, all’uscita della sua abitazione. Gli uomini della scorta colpiti e uccisi, non si sa ancora se tutti, dal fuoco del commando

    La versione di Sergio Flamigni sulla fuga dei brigatisti

    Misteri e bugie accompagnano la fuga dei terroristi da via Fani. E confermato da più testimoni che le tre auto dei fuggiaschi con l’ostaggio percorrono via Stresa, piazza Monte Gaudio, via Trionfale, largo Cervinia, via Belli, fino a
    via Casale De Bustis, strada chiusa da una catena: i terroristi si fermano, tranciano la catenella e proseguono, dileguandosi oltre un dosso in direzione di via Massimi; dopodiché non ci sono più testimoni.

    Il brigatista dissociato Morucci, anni dopo, si impegnerà a confezionare una improbabile versione dei fatti, poi via via adattata alle varie risultanze giudiziarie, che verrà assunta come verità ufficiale avallata da Moretti e dalla magistratura. Racconterà: «All’altezza dell’incrocio tra via Massimi e via Bitossi sono sceso dal 128 blu, alla cui guida si è posto [Bonisoli], e mi sono avviato con le borse prese sull’auto di Moro verso un autofurgone grigio chiaro parcheggiato nella stessa via Bitossi, poco prima dell’angolo con via Bernardini. Nel frattempo le tre macchine (132, 128 bianca e 128 blu) hanno proseguito per via Serranti». A quel punto – sempre stando al racconto di Morucci – mentre due auto utilizzate per il primo tragitto della fuga (la 128 bianca e la 128 blu) sarebbero state condotte in via Licinio Calvo e là abbandonate, Morucci avrebbe preso l’autofurgone (lasciato incustodito) contenente una cassa di legno, e si sarebbe diretto in piazza Madonna del Cenacolo dove ci sarebbero stati in attesa Moretti, Fiore e Seghetti: i primi due a bordo della 132 con l’ostaggio, mentre Seghetti (che in via Massimi ha lasciato a Moretti la guida della 132) sarebbe salito a bordo di una Dyane parcheggiata in quella via. E all’arrivo di Morucci con l’autofurgone in piazza Madonna del Cenacolo, Moro sarebbe stato trasbordato dalla 132 all’autofurgone e chiuso nella cassa di legno.

    La ricostruzione di Morucci è menzognera. Infatti non è verosimile che le Br abbiano lasciato incustodito un veicolo così importante. come l’autofurgone, cruciale per la riuscita dell’intera operazione. Inoltre, è inverosimile che i brigatisti abbiano parcheggiato e cambiato auto in una zona come via Massimi-via Bitossi, molto frequentata dalla Polizia ‘. Così come è del tutto inverosimile che il trasbordo dell’ostaggio sia avvenuto in piazza Madonna del Cenacolo, una piazza sulla quale si affacciano molti palazzi, dove ci sono vari locali pubblici (tra cui un bar), e dove scorre un traffico intenso: dunque, un luogo nel quale il rischio di essere notati è altissimo, rispetto alle numerose zone assai meno esposte presenti lungo il tragitto percorso dai terroristi.

    Infatti la testimone Elsa Maria Stocco ha visto alla guida dell’autofurgone un’altra «persona di aspetto giovane». La Stocco abita in via Bitossi 26, nel palazzo accanto a quello dove c’è l’abitazione del giudice Walter Celentano, solitamente piantonata da un’autopattuglia; mentre rientrava a casa, verso le 9.20, la Stocco ha visto arrivare da via Massimi, a forte velocità, un’auto di grossa cilindrata che si è fermata proprio davanti alla sua abitazione: ne è sceso un uomo in divisa da pilota civile, senza berretto, con un impermeabile blu e in mano una valigetta 24 ore, il quale si è avvicinato al furgone, ha aperto lo sportello e ha buttato dentro la valigetta; quindi il falso aviere è ritornato all’auto, ne ha prelevato «un borsone scuro» e ha buttato anche quello dentro il furgone; dopodiché le due autovetture si sono allontanate in direzione di via Bernardini. Contrariamente alla versione di Morucci (secondo la quale il furgone sarebbe stato incustodito), la Stocco afferma che alla guida del furgone c’era una persona. Chi fosse quel brigatista, e a chi appartenesse quell’autofurgone, non verrà mai accertato, anche perché il mezzo non verrà mai ritrovato. Inoltre la Stocco ha visto arrivare l’uomo in divisa da aviere non a piedi, ma a bordo di una macchina di
    grossa cilindrata («di tipo ministeriale»), e quelle trasbordate sull’autofurgone non erano le due borse diplomatiche sottratte dall’auto di Moro.

    Ma l’elemento più importante della testimonianza della Stocco è l’orario in cui ha assistito all’improvviso arrivo del finto aviere, al rapido trasferimento di valigetta e borsone dall’automobile all’autofurgone, e alla sollecita partenza dei due automezzi: «Sono certa che i fatti di cui sono stata testimone si sono verificati tra le 9.20 e le 9.25 in quanto pochi minuti dopo io entravo nella mia abitazione e ascoltavo il giornale radio delle ore 9.30, che già dava notizia dell’assassinio della scorta dell’on. Moro». Nello stesso lasso di tempo, la Fiat 132 con a bordo Moro utilizzata per la fuga da via Fani viene trovata parcheggiata in via Licinio Calvo: quindi Moro è stato trasbordato prima dell’arrivo di Valerio Morucci (o di chi per lui) in via Bitossi 25.

    Tutto ciò smentisce la versione della fuga da via Fani raccontata dal brigatista Morucci, smentita da una testimone, è
    smentita anche dalla logica: non si comprende perché, se la destinazione era piazza Madonna del Cenacolo, i terroristi avrebbero dovuto percorrere via Casale De Bustis (fermandosi a tranciare la catenella), invece di percorrere via Durante e via della Balduina. Del resto, è privo di logica un tragitto di fuga passando per via Casale De Bustis, con i fuggiaschi costretti a perdere tempo prezioso per tranciare la catenella stradale, quando la 132 poteva raggiungere più rapidamente piazza Madonna del Cenacolo percorrendo via Durante e via della Balduina, e più rapidamente le macchine di scorta potevano raggiungere via Licinio Calvo, se quelle erano davvero le loro destinazioni subito dopo il rapimento.

    Sull’auto 132 che ha trasportato Moro dopo la strage e pochi minuti dopo abbandonata in via Licinio Calvo, vengono trovate due infiorescenze: una sul blocco interno della chiusura della portiera laterale destra, l’altra nella scanalatura del cofano anteriore. Le infiorescenze si sono impigliate nell’auto dopo via Fani (dove le portiere sono state aperte nel momento in cui è stato caricato Moro e i terroristi sono risaliti per fuggire): quelle infiorescenze si sono impigliate al momento del trasbordo, quando l’ostaggio è stato fatto scendere dall’auto, probabilmente in un campo cespuglioso (come sembra indicare l’infiorescenza rimasta nella scanalatura del cofano) – e in piazza Madonna
    del Cenacolo non c’è nessun cespuglio.

    Non verrà verificato se quel tipo di infiorescenza provenisse da qualche terreno cespuglioso attiguo a via Massimi e immediati dintorni, proprio dove si sono perse le tracce dei terroristi in fuga con l’ostaggio. Via Massimi è una strada non lunga, costeggiata da un lato da eleganti palazzine fra cui alcuni stabili dell’Istituto opere di religione (lo Ior, la banca del Vaticano diretta da monsignor Paul Marcinkus)26, dall’altro lato costeggiata dai vasti giardini della Loyo-la University Chicago Rome Center of Liberal Art, dell’Ordine dei padri trinitari e delle suore domenicane di Villa Rossini, nonché dai terreni dove è in costruzione un grande fabbricato della Tirrena assicurazioni. È evidente che i brigatisti hanno mentito inventando il trasbordo di Moro in piazza Madonna del Cenacolo, probabilmente perché il luogo dove l’operazione è effettivamente avvenuta presuppone complicità imbarazzanti.

    Gli agenti del commissariato di Monte Mario, convinti che i brigatisti in fuga dopo la strage abbiano trovato rifugio in uno stabile di via Massimi, effettuano numerose ispezioni e perquisizioni; ma per l’extraterritorialità, non possono perquisire gli immobili di proprietà dello Ior del Vaticano.

    Ore 9:30 – 12:45

    Ore 9:33

    Entra in funzione un altro posto di blocco sulla Via Cassia.

    Ore 9:34

    Due elicotteri decollano dall’aeroporto di Pratica di Mare per controllare il traffico nella zona adiacente all’agguato.

    Ore 9:45

    Sistematici posti di blocco vengono attivati da polizia e carabinieri sulle strade di accesso alla città, nelle zone Primavalle, Ponte Milvio, Flaminio, Aurelio, Monte Mario e sulle uscite del Grande Raccordo Anulare per le vie Nomentana e Flaminia.

    Sul luogo dell’agguato si verifica una momentanea interruzione delle linee telefoniche nella zona di Via Fani, secondo i tecnici della SIP per il sovraccarico del traffico telefonico.

    Ore 10:00

    La polizia scientifica redige una relazione della scena del crimine con la descrizione della posizione dei cadaveri.
    Sulla Fiat 130 viene rinvenuto un borsello con una pistola all’interno sotto il sedile dove era seduto il Maresciallo Leonardi, insieme ad un’altra pistola carica nello spazio tra i due sedili anteriori.
    Anche sull’Alfetta viene trovata una pistola con il caricatore pieno e il colpo in canna, sempre nello spazio tra i sedili anteriori. Inoltre la radioricetrasmittente è accessa con il ricevitore adagiato sul pianale dell’autoveicolo; tra i piedi dell’agente Rivera viene trovato un piccolo pacchetto contenente una bottiglia piena di caffè. Si cerca di recuperare tutti i bossoli dei proiettili, ma la confusione e la presenza di curiosi non permettono una completa individuazione di ogni elemento di prova; alcuni reperti vengono calpestati o spostati anche a causa della leggera pendenza del piano stradale di via Fani, in discesa su via Stresa. Sul piano stradale vengono repertati un cappello dell’Alitalia, un caricatore per pistola mitragliatrice contenente ventidue cartucce e due borse di cuoio.
    Nella Fiat 130 vengono recuperate due borse di Aldo Moro rimaste sui sedili posteriori e cinque giorni più tardi verrà ritrovata un’altra borsa nel bagagliaio posteriore della stessa auto.

    Ore 10:08

    All’agenzia di Milano dell’ANSA viene comunicato tramite telefonata anonima che le Brigate Rosse hanno «portato l’attacco al cuore dello stato» e che «l’onorevole Moro è solo l’inizio».

    Ore 10:10

    Una telefonata anonima raggiunge il centralino dell’ANSA a Roma, che sostiene che le Brigate Rosse avevano

    Sequestrato il presidente della Democrazia cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga

    Ore 10:13

    All’agenzia di Torino dell’ANSA arriva una telefonata anonima simile alle precedenti.

    Ore 10:16

    L’ANSA, che quella mattina era in sciopero, interrompe l’agitazione sindacale e dirama il comunicato dei Brigatisti.

    Ore 10:20

    A Palazzo Chigi il Presidente del Consiglio Andreotti si riunisce con Berlinguer, Zaccagnini, Bettino Craxi, Pier Luigi Romita, Ugo La Malfa e i rappresentanti sindacali Luciano Lama, Giorgio Benvenuto e Luigi Macario.

    Ore 10:30

    CGIL, CISL e UIL proclamano uno sciopero generale dalle 11:00 a mezzanotte in solidarietà al rapimento di Moro. Grandi manifestazioni hanno luogo a Bologna, Milano, Napoli, Firenze, Perugia e a Roma, dove 200.000 persone si raccolgono a piazza San Giovanni.

    Ore 11:30

    Il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga convoca al Viminale Attilio Ruffini (Ministro della Difesa), Franco Maria Malfatti (Ministro delle Finanze) e Franco Bonificio (Ministro di Grazia e Giustizia) insieme al sottosegretario agli Interni, ai capi dei servizi di sicurezza, e ai capi della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, per organizzare il comitato tecnico-operativo, la struttura preposta al coordinamento delle indagini, delle ricerche dell’ostaggio, oltre a decidere e attuare le misure destinate a controbattere l’offensiva terroristica.

    Ore 11:50

    Vengono comunicate le prime notizie riguardo alla targa «CD 19707» della Fiat 128 dei terroristi. Risultava essere stata assegnata molti anni prima all’ambasciata del Venezuela, che ne aveva denunciato il furto l’11 Aprile 1973, ottenendone una in sostituzione con la stessa numerazione.

    Ore 12:36

    Anche il vicebrigadiere Francesco Zizzi viene dichiarato morto dai sanitari del Policlinico Gemelli; ricoverato in gravi condizioni dopo l’agguato, era morto per collasso cardiocircolatorio da shock emorragico a seguito di triplice ferita da arma da fuoco al torace.

    Ore 12:45 – 23:00

    Ore 12:45

    Dopo un iniziale rinvio, si apre la seduta alla Camera dei Deputati. Pietro Ingrao, presidente della camera, saluta l’assemblea ed esprime

    Lo sdegno per l’attacco infame allo stato democratico

    mentre il presidente del Consiglio Giulio Andreotti esprimerà, dopo aver illustrato sinteticamente il programma del suo governo:

    Volontà […] di rimuovere, nel limite delle umane possibilità, questi centri di distruzione del tessuto civile della nostra nazione

    Giorgio Almirante arriva al punto di richiedere la sostituzione del Ministro Cossiga con un militare, la promulgazione di una legge eccezionale e il ripristino della pena di morte, il Procuratore Capo della Repubblica Giovanni De Matteo propose di dichiarare lo stato di «pericolo pubblico».
    Enrico Berlinguer vede nell’agguato di via Fani «un tentativo estremo di frenare un processo politico positivo».
    Sandro Pertini, dopo aver parlato di «colpo al cuore della classe politica», propose di rinunciare alla discussione generale alla Camera e passare subito al voto di fiducia al nuovo Governo per dare un’immediata dimostrazione di solidarietà democratica.

    Ore 20:35

    Dopo il discorso di Andreotti, interrotto spesso da alcuni deputati del MSI, viene votata la fiducia al nuovo governo: 545 voti favorevoli, 30 contrari e 3 astenuti.

    Ore ??:??

    Il Ministero dell’Interno diffonde i nomi e le foto di diciannove presunti terroristi ricercati, probabilmente coinvolti.

    La lista, che include anche criminali comuni, contiene due persone già detenute, alcuni militanti di altri gruppi eversivi (Antonio Bellavita risiedeva a Parigi da otto anni) e cinque persone che saranno riconosciute responsabili dell’agguato: Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari e Rocco Micaletto.

    Ore 23:30

    Viene fermato Gianfranco Moreno, dipendente di banca, su disposizione del sostituto procuratore Infelisi. Sarò ben presto dichiarato estraneo ai fatti.

    Nella popolazione le drammatiche notizie di via Fani provocarono in grande maggioranza paura e dolore: l’inquietudine e lo sgomento furono i sentimenti prevalenti, si assistette a un significativo riavvicinamento popolare alle istituzioni democratiche e predominarono fenomeni di ripulsa e totale rifiuto della violenza e della brutalità dimostrata dai terroristi.

    Nella base comunista e operaia tuttavia non mancarono minoranze che manifestarono sentimenti di soddisfazione per l’attacco brigatista alla Democrazia Cristiana, mentre nel Movimento di estrema sinistra l’azione di via Fani fece grande impressione e favorì un notevole reclutamento di nuovi militanti decisi a passare alla lotta armata. Nell’ambiente studentesco ci furono anche reazioni di esultanza.

    Nel complesso comunque la dirigenza del PCI seppe controllare la sua base popolare, impose la sua scelta della fermezza democratica e della piena collaborazione con la DC e seppe divenire «una delle dighe più efficaci contro il terrorismo».

    Tra il pomeriggio del 16 marzo e il mattino del 17 marzo, agenti di polizia si presentano e sottopongono a perquisizioni le abitazioni ufficiali di Adriana Faranda e Valerio Morucci senza trovare traccia dei due, che sono effettivamente tra i principali responsabili del sequestro.

    Oltre agli attacchi politici subiti da Aldo Moro per l’apertura al PCI, il 16 Marzo 1978 La Repubblica pubblica un articolo dal titolo: “Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro“, nonostante la Corte Costituzionale aveva archiviato la sua posizione il 3 Marzo 1978. Numerosi giornali riporteranno la stessa notizia.

    In quel periodo si stava indagando sul cosiddetto scandalo Lockheed (scoppiato nel 1976), che riguardava numerosi casi di corruzione da parte dell’azienda statunitense Lockheed avvenuti in quegli anni con i governi di Paesi Bassi, Germania Ovest, Giappone e Italia.

    La notizia fabbricata secondo cui Antelope Cobbler fosse Aldo Moro proviene dal taccuino dell’assistente del Dipartimento di Stato Statunitense Loewenstein, dipendente di Henry Kissinger.

    Gli elementi risultanti circa una pretesa identificazione dell’on. Aldo Moro con l’Antelope Cobbler non venivano ritenuti attendibili, sicché la stessa Corte il 3 marzo 1978 disponeva con ordinanza di non compiere al riguardo nuovi atti istruttori né di trasmettere gli atti ad altra autorità.

    (Fase Istruttoria – Corte costituzionale, 3 marzo 1978)

    Né verrà mai accertato per quale ragione in prossimità di via Fani, al momento della strage, si aggirasse un ufficiale del Sismi, il colonnello Camillo Guglielmi.

    Nel frattempo il questore di Roma, Domenico Migliorini, viene rimosso dall’incarico dal Ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Qualcuno sostiene che si sia dimesso, ma tant’è.

    Domenico Migliorini è un questore esperto, che conosce Roma come le sue tasche, era stato per vent’anni capo della Mobile. Risolse numerosi casi, diviene Vicequestore a Trapani e Questore a Caltanissetta battendosi contro la mafia. Fu assegnato a Nuoro per combattere il banditismo. A Palermo arresta il boss Luciano Liggio e nella città propone anche il sequestro dei beni ai mafiosi.

    Viene richiamato a Roma durante gli Anni di Piombo, isolato, senza apparente appoggio politico.

    Dopo l’assassinio di Giorgiana Masi viene preso di mira. In piazza il 12 Maggio 1977 ci sono diversi agenti (o almeno così pare) di polizia in abiti borghesi, con le pistole in pugno che sparano ad altezza uomo. È probabilmente uno di loro a uccidere Giorgiana Masi.

    Il questore Migliorini è accusato di saperlo, ma di non aver avvisato Cossiga. Sembra invece appurato che il questore non lo sapesse davvero, e che probabilmente quegli uomini non erano né poliziotti, né carabinieri. Più probabilmente erano agenti dell’organizzazione Stay Behind Gladio, di cui Cossiga era invece al corrente.

  • 23 Febbraio 1978

    Ultimo discorso pubblico di Aldo Moro

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  • 3 Aprile 1977

    Le Brigate Rosse rilasciano l’industriale Pietro Costa.

    Era stato rapito all’inizio del mese di Gennaio, e frutta un riscatto di un miliardo e mezzo di lire: soldi che serviranno anche per “l’operazione Friz”, ovvero il rapimento di Aldo Moro.

    Al momento del rilascio, il rampollo della dinastia dei noti armatori genovesi aveva fatto notare ai suoi rapitori che fra gli effetti personali che le BR gli avevano restituito mancava un biglietto del tram «ancora buono».

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  • 20 Giugno 1976

    Elezioni Politiche Italiane. (altro…)

  • 4 Agosto 1974

    A San Benedetto Val di Sambro si consuma la strage dell’Italicus. (altro…)

  • 12 Dicembre 1969

    Strage di Piazza Fontana

    Alle ore 16:37 una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto.

    È l’inizio di quella che verrà definita “strategia della tensione”: suscitare e fomentare – mediante stragi, delitti, provocazioni, scontri fra “opposti estremismi” (extrasinistra sovversiva, e ultradestra eversiva) – allarme e paura sociale, in modo da fermare le lotte sindacali e l’avanzata elettorale del Partito comunista riportando al centro gli equilibri politici. È la tecnica della “guerra psicologica”, sintetizzata nell’assunto «Destabilizzare per stabilizzare».

    La regia della strategia della tensione è di matrice atlantica, la gestione è affidata alle forze anticomuniste, e l’attuazione si avvale di precisi segmenti degli apparati di sicurezza.

    Nove anni dopo, dalla prigione brigatista, Aldo Moro scriverà:

    “La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni”.

    Nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rende conto della reale natura della deflagrazione, tant’è che si diffonde la notizia non dello scoppio di una bomba, bensì quella dell’esplosione della caldaia della banca stessa.

    Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno tuttavia smentiscono quasi subito le prime voci circolate e mettono i milanesi e il resto del Paese davanti alla tragica realtà dei fatti.

    L’ordigno era stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. La potenza dell’esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati.

    I nomi delle vittime della strage sono:

    • Giovanni Arnoldi
    • Giulio China
    • Eugenio Corsini
    • Pietro Dendena
    • Carlo Gaiani
    • Calogero Galatioto
    • Carlo Garavaglia
    • Paolo Gerli
    • Luigi Meloni
    • Vittorio Mocchi
    • Gerolamo Papetti
    • Mario Pasi
    • Carlo Perego
    • Oreste Sangalli
    • Angelo Scaglia
    • Carlo Silva
    • Attilio Valè

    Alla proditoria strage fascista di piazza Fontana fanno seguito pressioni americane sui vertici istituzionali per il ricorso a misure eccezionali; ma la mobilitazione unitaria dei lavoratori impedisce la proclamazione dello stato d’assedio.

    La strage milanese sembra finalizzata anche a provocare il ricorso alla lotta armata da parte dell’ultrasinistra per innescare una reazione a catena. La manovra ha un parziale successo: l’editore milanese di estrema sinistra Giangiacomo Feltrinelli, convinto che le forze reazionarie stiano preparando un colpo di Stato, si dà alla clandestinità munito di un passaporto falso, e nella primavera del 1970 forma i primi nuclei armati, i Gap (Gruppi di azione partigiana), a Milano, Genova, Torino e Trento.

    Nel CPM si intensificano le riunioni ristrette per decidere tempi e modi del passaggio alla clandestinità e alla lotta armata. E i servizi d’ordine delle organizzazioni extraparlamentari accentuano le loro caratteristiche paramilitari.

    Renato Curcio ricorda così la strage:

    «Nel Collettivo, con sede in un vecchio teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre di grafica. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage il clima improvvisamente cambiò. […]

    Quel pomeriggio stavo andando a piedi nella sede, quando mi trovai circondato da poliziotti col mitra puntato: «Fermo, arrenditi». Mi portarono in questura dove mi tennero chiuso in una stanza con altri malcapitati. Avevo orecchiato vagamente dell’esplosione e dei morti.

    Dopo cinque o sei ore, un funzionario mi chiamò: mi chiese se ero Curcio Renato e, senza interrogarmi, disse che potevo andare… Siamo arrivati a un livello di scontro molto aspro, ci dicemmo. Si tratta di una svolta che ci lascia aperte solo due strade: mollare tutto, oppure andare avanti, ma attrezzandoci in modo del tutto nuovo…

    Verso la fine di dicembre, con una sessantina di delegati del Collettivo, ci riunimmo nella pensione Stella Maris di Chiavari. Dopo due giorni di dibattito decidemmo di trasformarci in un gruppo più centralizzato, che chiamammo “Sinistra proletaria”. E nel documento elaborato, il cosiddetto “Libretto giallo”, introducemmo per la prima volta una riflessione sull’ipotesi della lotta armata».

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