Papa Paolo VI lancia il primo appello ai rapitori di Moro, affinché liberino lo statista democristiano.
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- Gianluca Garelli e Augusto Cherchi, 55 Giorni Aldo Moro – Voci e carte dalla prigione
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Il comunicato viene trovato a Roma verso il mezzogiorno di Sabato, due giorni dopo il rapimento, sul tetto di un apparecchio per fototessere in un sottopassaggio in Largo Argentina da un giornalista del Messaggero, che era stato avvisato telefonicamente.
Il comunicato viene trovato in cinque copie in una busta arancione di formato commerciale, insieme ad una polaroid che ritrae Aldo Moro in maniche di camicia, seduto sotto una bandiera delle Brigate Rosse.
L’accusa che viene rivolta a Moro è di essere responsabile «dei programmi controrivoluzionari della borghesia imperialista».
Lo stesso sabato 18 marzo, di primo mattino, gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si recano in via Gradoli 96 per perquisire l’edificio: ispezionano tutti gli appartamenti, salvo l’interno 11, quello abitato dal capo brigatista Moretti (sotto la falsa identità di Mario Borghi) perché nessuno risponde al campanello.
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In Via Mario Fani, a Roma, alcuni militanti delle brigate rosse attaccano il convoglio che sta scortando Aldo Moro per sequestrarlo. È stato il primo atto del rapimento dell’esponente della Democrazia Cristiana, che si concluderà 55 giorni dopo con l’omicidio di Moro e il ritrovamento del suo cadavere in una Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani.
Mario Fani, “educatore 1845-1869” è stato il fondatore dell’Azione Cattolica Italiana verso la metà dell’Ottocento.
L’operazione viene chiamata in codice “Fritz” all’interno delle Brigate Rosse.
Aldo Moro si stava recando alla Camera dei deputati per il dibattito e il voto di fiducia per il quarto governo di Giulio Andreotti; per la prima volta dal 1947 anche il PCI avrebbe concorso alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo.
Aldo Moro, in quel momento presidente della democrazia cristiana, era il principale artefice di questa manovra politica insieme a Enrico Berlinguer, segretario del PCI.
Il dibattito, nato con l’ultimo discorso pubblico di Aldo Moro il 23 Febbraio 1978, non era ancora concluso, perché erano sorti numerosi problemi legati ai ministri che Andreotti aveva proposto al Quirinale l’11 Marzo 1978, di cui i comunisti non erano soddisfatti.
Nella popolazione le drammatiche notizie di via Fani provocarono in grande maggioranza paura e dolore: l’inquietudine e lo sgomento furono i sentimenti prevalenti, si assistette a un significativo riavvicinamento popolare alle istituzioni democratiche e predominarono fenomeni di ripulsa e totale rifiuto della violenza e della brutalità dimostrata dai terroristi.
Nella base comunista e operaia tuttavia non mancarono minoranze che manifestarono sentimenti di soddisfazione per l’attacco brigatista alla Democrazia Cristiana, mentre nel Movimento di estrema sinistra l’azione di via Fani fece grande impressione e favorì un notevole reclutamento di nuovi militanti decisi a passare alla lotta armata. Nell’ambiente studentesco ci furono anche reazioni di esultanza.
Nel complesso comunque la dirigenza del PCI seppe controllare la sua base popolare, impose la sua scelta della fermezza democratica e della piena collaborazione con la DC e seppe divenire «una delle dighe più efficaci contro il terrorismo».
Tra il pomeriggio del 16 marzo e il mattino del 17 marzo, agenti di polizia si presentano e sottopongono a perquisizioni le abitazioni ufficiali di Adriana Faranda e Valerio Morucci senza trovare traccia dei due, che sono effettivamente tra i principali responsabili del sequestro.
Oltre agli attacchi politici subiti da Aldo Moro per l’apertura al PCI, il 16 Marzo 1978 La Repubblica pubblica un articolo dal titolo: “Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro“, nonostante la Corte Costituzionale aveva archiviato la sua posizione il 3 Marzo 1978. Numerosi giornali riporteranno la stessa notizia.
In quel periodo si stava indagando sul cosiddetto scandalo Lockheed (scoppiato nel 1976), che riguardava numerosi casi di corruzione da parte dell’azienda statunitense Lockheed avvenuti in quegli anni con i governi di Paesi Bassi, Germania Ovest, Giappone e Italia.
La notizia fabbricata secondo cui Antelope Cobbler fosse Aldo Moro proviene dal taccuino dell’assistente del Dipartimento di Stato Statunitense Loewenstein, dipendente di Henry Kissinger.
Gli elementi risultanti circa una pretesa identificazione dell’on. Aldo Moro con l’Antelope Cobbler non venivano ritenuti attendibili, sicché la stessa Corte il 3 marzo 1978 disponeva con ordinanza di non compiere al riguardo nuovi atti istruttori né di trasmettere gli atti ad altra autorità.
(Fase Istruttoria – Corte costituzionale, 3 marzo 1978)
Né verrà mai accertato per quale ragione in prossimità di via Fani, al momento della strage, si aggirasse un ufficiale del Sismi, il colonnello Camillo Guglielmi.
Nel frattempo il questore di Roma, Domenico Migliorini, viene rimosso dall’incarico dal Ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Qualcuno sostiene che si sia dimesso, ma tant’è.
Domenico Migliorini è un questore esperto, che conosce Roma come le sue tasche, era stato per vent’anni capo della Mobile. Risolse numerosi casi, diviene Vicequestore a Trapani e Questore a Caltanissetta battendosi contro la mafia. Fu assegnato a Nuoro per combattere il banditismo. A Palermo arresta il boss Luciano Liggio e nella città propone anche il sequestro dei beni ai mafiosi.
Viene richiamato a Roma durante gli Anni di Piombo, isolato, senza apparente appoggio politico.
Dopo l’assassinio di Giorgiana Masi viene preso di mira. In piazza il 12 Maggio 1977 ci sono diversi agenti (o almeno così pare) di polizia in abiti borghesi, con le pistole in pugno che sparano ad altezza uomo. È probabilmente uno di loro a uccidere Giorgiana Masi.
Il questore Migliorini è accusato di saperlo, ma di non aver avvisato Cossiga. Sembra invece appurato che il questore non lo sapesse davvero, e che probabilmente quegli uomini non erano né poliziotti, né carabinieri. Più probabilmente erano agenti dell’organizzazione Stay Behind Gladio, di cui Cossiga era invece al corrente.
Wikipedia:
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Era stato rapito all’inizio del mese di Gennaio, e frutta un riscatto di un miliardo e mezzo di lire: soldi che serviranno anche per “l’operazione Friz”, ovvero il rapimento di Aldo Moro.
Al momento del rilascio, il rampollo della dinastia dei noti armatori genovesi aveva fatto notare ai suoi rapitori che fra gli effetti personali che le BR gli avevano restituito mancava un biglietto del tram «ancora buono».
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Alle ore 16:37 una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto.
È l’inizio di quella che verrà definita “strategia della tensione”: suscitare e fomentare – mediante stragi, delitti, provocazioni, scontri fra “opposti estremismi” (extrasinistra sovversiva, e ultradestra eversiva) – allarme e paura sociale, in modo da fermare le lotte sindacali e l’avanzata elettorale del Partito comunista riportando al centro gli equilibri politici. È la tecnica della “guerra psicologica”, sintetizzata nell’assunto «Destabilizzare per stabilizzare».
La regia della strategia della tensione è di matrice atlantica, la gestione è affidata alle forze anticomuniste, e l’attuazione si avvale di precisi segmenti degli apparati di sicurezza.
Nove anni dopo, dalla prigione brigatista, Aldo Moro scriverà:
“La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni”.
Nei primi attimi dopo l’attentato non ci si rende conto della reale natura della deflagrazione, tant’è che si diffonde la notizia non dello scoppio di una bomba, bensì quella dell’esplosione della caldaia della banca stessa.
Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno tuttavia smentiscono quasi subito le prime voci circolate e mettono i milanesi e il resto del Paese davanti alla tragica realtà dei fatti.
L’ordigno era stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all’emiciclo degli sportelli. La potenza dell’esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati.
I nomi delle vittime della strage sono:
Alla proditoria strage fascista di piazza Fontana fanno seguito pressioni americane sui vertici istituzionali per il ricorso a misure eccezionali; ma la mobilitazione unitaria dei lavoratori impedisce la proclamazione dello stato d’assedio.
La strage milanese sembra finalizzata anche a provocare il ricorso alla lotta armata da parte dell’ultrasinistra per innescare una reazione a catena. La manovra ha un parziale successo: l’editore milanese di estrema sinistra Giangiacomo Feltrinelli, convinto che le forze reazionarie stiano preparando un colpo di Stato, si dà alla clandestinità munito di un passaporto falso, e nella primavera del 1970 forma i primi nuclei armati, i Gap (Gruppi di azione partigiana), a Milano, Genova, Torino e Trento.
Nel CPM si intensificano le riunioni ristrette per decidere tempi e modi del passaggio alla clandestinità e alla lotta armata. E i servizi d’ordine delle organizzazioni extraparlamentari accentuano le loro caratteristiche paramilitari.
Renato Curcio ricorda così la strage:
«Nel Collettivo, con sede in un vecchio teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre di grafica. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage il clima improvvisamente cambiò. […]
Quel pomeriggio stavo andando a piedi nella sede, quando mi trovai circondato da poliziotti col mitra puntato: «Fermo, arrenditi». Mi portarono in questura dove mi tennero chiuso in una stanza con altri malcapitati. Avevo orecchiato vagamente dell’esplosione e dei morti.
Dopo cinque o sei ore, un funzionario mi chiamò: mi chiese se ero Curcio Renato e, senza interrogarmi, disse che potevo andare… Siamo arrivati a un livello di scontro molto aspro, ci dicemmo. Si tratta di una svolta che ci lascia aperte solo due strade: mollare tutto, oppure andare avanti, ma attrezzandoci in modo del tutto nuovo…
Verso la fine di dicembre, con una sessantina di delegati del Collettivo, ci riunimmo nella pensione Stella Maris di Chiavari. Dopo due giorni di dibattito decidemmo di trasformarci in un gruppo più centralizzato, che chiamammo “Sinistra proletaria”. E nel documento elaborato, il cosiddetto “Libretto giallo”, introducemmo per la prima volta una riflessione sull’ipotesi della lotta armata».
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